Già sapevano tutti nella piccola Villapluvia che il dottore doveva
andare a Girgenti. Lo sapeva persino la sua stiratora.
— Quanto mi dispiace, signor dottore, che lei vada a Girgenti! — gli
disse la stiratora, fermandolo per la strada — ma è una provincia molto
importante.
— Rosina — egli le rispose — ci son da per tutto delle importanti
camicie da stirare...
Passando per piazza, vi vide il sindaco cav. Patriottini impettito e
fiero come una statua da posare sul piedistallo. Siccome sapevano tutti
che quello era il suo dì natalizio, riceveva i pubblici omaggi più
adulatori del solito, anzi dell’anno scorso, perchè il trasferimento
del dottore aveva dimostrato anche meglio che a questo sindaco i
ministri obbedivano come uscieri. Egli dunque era giunto all’ultimo
apice della piramide innalzatagli dalla pubblica stima degl’italiani.
Naturalmente in un giorno così solenne egli dette un suntuoso pranzo
agli amici. I brindisi patriottici si succedettero rapidi come le
bottiglie vuotate. Anzi fu tale il patriottismo, che tutto il Consiglio
comunale a un certo punto s’alzò, barcollando, e telegrafò al Ministero
pericolante per confermargli, in mezzo al cozzo dei calici traboccanti,
la sua stima e la sua fiducia. Dopo di che al sindaco ed a’ suoi amici,
parve d’aver quasi rifatta l’Italia. Ribevvero da capo alla loro
salute, e intanto la banda civica suonava sotto le finestre la _Marcia
reale_ e l’_Inno di Garibaldi_.
Quanto al dottore, lo riguardavano come un uomo perso, un uomo punito,
e se ne compiacevano come se la fortuna fosse toccata a loro.
— Ne deve aver fatte delle grosse, se il Ministero di quassù lo caccia
a Girgenti — dicevano, e velatamente glielo facevano anche capire
perchè è un gran piacere anche questo di poter umiliare e avvilire
il nostro buon prossimo. Dopo sembra di sentirci più grandi e più in
armonia con tutto quello che ci circonda.
Come se Girgenti fosse il Catai... Già il dottore, se mai, non pensava
a Girgenti, ma piuttosto vagheggiava lontano lontano, nel mondo
dell’immaginazione, l’antica Agrigento, cantata da Pindaro. Agrigento
e la Sicilia erano nomi sempre pieni d’incantesimi pel suo orecchio,
e che perciò s’inframmettevano, ora l’uno e ora l’altro, tra i suoi
tristi pensieri con quella vaga attrazione che la rimembranza e la
fantasia prestano ai luoghi memorabili e belli, quasi ridestandone
l’anima occulta, o quello che avanza alla morte, cioè il vacuo ricordo.
Persefone rinata coi fiori della pianura verde dell’Etna maestoso e
fumante; Polifemo cieco che suona la zampogna (immagini del bello e
dell’orrido sublime infuse dalla natura nel senso umano); i tepidi lidi
che udirono i canti dionisiaci, i canti di Teocrito, e gli ultimi echi
della _gaia scienza_ nei lirici nuovi; il genio architettonico degli
arabi vittoriosi venuto ad incontrarsi con le linee romane e normanne
nel silenzio dei chiostri e delle basiliche; i teatri greci deserti
e ruinati in faccia al mare sonoro come un applauso, o irato come le
_Eumenidi_; questi e altri simili spiriti di quei luoghi lo invitavano
seducenti; se non che gli parevano ben vani e puerili a paragone della
rude realtà di dover portare anche laggiù quella sua catena di medico
provinciale. Era stanco della commedia umana. Egli non poteva essere
che libero, o despota della rettitudine e della legge.
Non s’aspettava più nulla di nuovo nè di giocondo dall’avvenire, ormai
ridotto per lui a un breve passo verso la fine. Tutta l’estensione
era per lui nel passato, e quel giorno, quella povera pianta pensante
si sentiva attratta più che mai a ricercarlo in sè, nelle proprie
fibre. S’illudeva ancora di cogliere i fiori della memoria, ma i
fiori eran pochi, e troppe le spine, e quasi egli chiudesse in sè
il regno delle ombre, non trovava in sè che una folla di fantasmi
freddi, incresciosi e vaneggianti nel vuoto. Se qualche caro idolo
gli sorrideva lontano, era anch’esso un’ombra fuggente che non poteva
più ritornare a lui, anima e persona rispondente al desio. I morti
non lo consolavano più dei vivi. Fin la sua orfana fanciullezza gli
sorrideva triste e beffarda ammiccando a casi che ne smentivano la
felicità, ne profanavano l’innocenza; e in seguito che libertà aveva
avuto contro subiezioni e influssi letali, contro gli uragani dei sensi
e dell’anima, contro la ingenua fiducia di affetti caldissimi, dipoi
spenti o spezzati; contro i lampi del vero che l’avevano spogliato
d’ogni fede, d’ogni illusione per lasciargli l’anima incredula e
nuda alle trafitture, e ai mostri che via via la pratica degli
uomini avevagli rivelato! Questo che era l’oscuro mormorìo della sua
coscienza, il cumulo vano della sua trascorsa e inutile vita, gli
pesava molto sul cuore... A un tratto se lo sentì, il cuore, come
percosso da un’ala, e cadde smarrito... Si riebbe, ma gli rimase il
senso di quel terribile colpo che avevagli spento la conoscenza, a
un tratto, come soffio che fosse passato sulla fiamma d’una candela;
gli rimase il respiro difficile e affannoso; una gelida, vacillante
incertezza dell’esistenza, e un funereo presagio dell’ora ignota, ma
attesa ad ogni minuto... Egli medico, non aveva fiducia nei medici;
quindi non ci ricorse. Sapeva del resto che non c’era più rimedio per
quel suo vecchio male cardiaco.
— Povero Speranza! — egli disse accarezzando il suo cane, e il cane gli
allungò sul petto le zampe come se volesse abbracciarlo...
Quello fu il vero rimedio: può tanto il conforto d’un vero amico, che
di nuovo egli si sentì bene, e disposto a ripigliare domani la lotta e
il lavoro.
Secondo il solito, guardò dalla finestra del suo studio la grande e
muta campagna attraversata dal fiume che, essendo diminuito, gli parve
avesse note più limpide quella notte, o più ristrette a un unico suono
saliente dal gorgo come una voce. La neve biancheggiava, nell’orrido
buio nemboso, come un oceano polare, ricinto da tenebre impenetrabili.
Suonarono le undici al campanile, e parve che suonassero per nessuno,
tanto regnava il silenzio...
Il dottore si tolse dalla finestra, licenziò la serva, e quindi andò a
coricarsi, sperando ancora di poter fare un buon sonno.
Era questo il suo unico desiderio. Invece un secondo colpo dell’ala lo
sospese incosciente sopra l’abisso delle tenebre, donde non spira che
l’orrido vento della dissoluzione... Nondimeno al suo spirito pareva di
vivere ancora, e d’errare in un pelago ignoto d’illusioni e visioni,
fra cui (ironia della morte) la visione dell’antica Agrigento.
Gli pareva di vederne gl’intercolonni dorici in una pianura verde
e lontana, azzurreggiata, per tutti i seni, dall’immenso Ionio, e
tutta stellata di fior d’arancio, candidi come se gli avesse creati
l’alito della neve a quel sole ardente. Ma quel paesaggio aveva come
la cristallina vacuità d’un eliso disabitato... S’udiva un suono di
flauto, e pareva suonarlo la Morte nella deserta città...
Suonava un’aria della gioventù del dottore. Un giorno, standosene solo
nella sua stanza, l’aveva sentita cantare da una donna invisibile in
una casa vicina alla sua. Quella voce femminile pareva slanciarsi verso
una dolcezza invocata, e discendendo poi fino alla più tenue cadenza,
pareva come prolungare una curva di infinita soavità nello spazio...
«Era la tua voce?»
Questo egli domandò delirando a una bella donna ch’eragli apparsa tra
le colonne, come una candida dea. Era in lei un’armonia di bellezza
orientale educata alla grazia greca, e i suoi occhi soavi e neri
splendevano come stelle fulgenti in una notte serena. Ella illuminava
tutto il paese ed il mare, per il quale erravano le più vaghe visioni
intorno ai numi d’Omero.
«Io sono la poesia» ella rispose.
«Oh con quanto desìo — sclamò il dottore — io ti cercai nelle anime e
nelle cose! ti chiusi nel mio cuore morso dalle vipere; e tu t’agitasti
nel mio cuore come una sepolta viva: ora il mio cuore è spezzato, e tu
m’accompagni alla fossa... Oh illusione! illusione!...»
«Io sono — ella disse — la realtà delle cose e dei fatti trasformata
in ritmo, in volo, in voce sovrana. Io comprendo tutto quanto palpita
d’intelligente e divino nella natura: io sono il mistero dell’anima
universale; la forza più intima che lega i cuori e fa sentir loro
l’unità della vita; io rendo agli uomini in numeri armoniosi, in
immagini d’aquila, e nei detti dell’eterna sapienza, tutta la materia
dei loro sogni, tutto l’orrore delle loro catastrofi, tutta l’ebbrezza
dei loro amori, tutta la pietà dei loro singhiozzi, e ci hanno
piacere...»
«Non tutti: i più tu li fai sbadigliare, e preferiscono la tua immagine
falsa che è la rettorica adiposa e pomposa, così indispensabile alla
vanità, alla menzogna ed alla fortuna. Ma nei momenti nei quali tu
ti riveli davvero, ben tu sei, o poesia, la dolcezza, l’arcobaleno
dell’esistenza. Così vorrei io pure invocarti. Giacchè ho veduto che
tutto infine si volge a danno o a utilità di qualcuno, vorrei io
pure procurare, come dicono oggi, un _vero godimento intellettuale_
ai lettori, per mezzo di qualche tuo alunno che cantasse la mia
agonia. Perchè non so se così accade negli altri mondi che brillano
come capocchie di spillo nell’infinito, ma qui da noi la lodola che
oggi canta e vola, domani può piacere anche meglio arrostita. Così
quello che oggi è per me uno strazio orrendo, può divenire domani un
trastullo. Ma questo, almeno per me e per la lodola, non è poetico,
non è morale, o poesia... E se penso che domani, in mezzo al corteo
degl’impiegati e dei medici a cui non piacqui, e dissero tanto male
di me, taluno si leverà di tasca un foglietto, e leggerà un discorso
di lode funebre sul mio feretro; io, qui agonizzante, qui innanzi
all’oblìo che m’inghiotte, ho, dalla immagine di questa postuma scena,
l’ultima impressione della falsità crudele, della prosa triviale e
buffona e vischiosa che mi afflisse tutta la vita. Per cui, se non mi
paresse una bestemmia, direi che non credo più neanche a te, o poesia!
Tu non esisti che nelle fibre di certi pochi e infelici temperamenti...
Ma perchè m’apparisci sempre sì bella anche ora che son per morire?...
sì bella, che mi faresti credere ancora che tu non sei un’ombra vana...
Forse sei la donna invisibile che, in un giorno della mia giovinezza,
cantò quell’aria che ora m’è ripetuta dal flauto della Morte...»
Il flauto della Morte suonava un’aria della gioventù del dottore...
*
* *
E il giorno dopo _Speranza_ trovò chiusa la casa del suo padrone: ci
avevano già messo l’_appigionasi_.
Il cane stette un pezzo a quell’uscio, col muso basso e gli orecchi
tesi... Poi si dette a correre per la città e per la campagna vicina, e
abbaiare, abbaiare, abbaiare, perchè il padrone lo sentisse da qualche
parte... Poi non si vide più.
Invece _Camuffi_, il pacifico gatto rosso, se la cavò bene.
Indipendente dall’uomo, impassibile come gli elementi generatori e
devastatori della natura, fiducioso nella destrezza del suo zampino,
nell’acume delle sue onniveggenze, nella tattica delle sue comparse
improvvise e delle sue sparizioni occulte, delle sue vigili dormiveglie
e dei suoi contrattempi audaci, delle sue tolleranze bonarie, e de’
suoi slanci fulminei; egli ebbe ancora, come dice la romanza, «lunghi
giorni di felicità» amoreggiando pei tetti e per gli orti, e facendovi
buona caccia di topi, pulcini, rondini, lucertole e passerotti.
Tu sai, o lettore, che molti nella vita sono anche più abili di
_Camuffi_; ma veramente son disgraziati i cani che perdono un sì buon
padrone com’era davvero il dott. Fabio Stellini. Dio gli perdoni il suo
peccato!