IV.

Donna Fausta e la signora Emilia ricomparvero di lì a qualche ora

all’uscetto interno che comunicava con le loro stanze, ed entrarono

nella camera del morto, silenziose e guardinghe.

Donna Fausta teneva in mano una borsetta di pelle. S’era cambiata la

veste, e aveva svecchiato, anche quella mattina, con i varii spedienti

della sua ricca _toilette_, il viso mencio, slavato e infossato da

intrigatissime rughe, che parevano i geroglifici dei suoi vecchi

peccati. Lunga e magra, la sua fronte troppo larga e sporgente pareva

la sede della sfacciataggine velata; femminilmente vezzoso il piccolo

naso, occhi freddi, color di nebbia, mutabili come la pupilla del

gatto; nelle pieghe delle guance un sogghigno da maschera carnevalesca;

tutt’insieme ella ricordava alcuna di quelle enigmatiche e sinistre

figure, con lo specchio, il quadrante e i sonagli della follìa, che

piacquero tanto alla fantasia del Durero.

Si tappò il naso col fazzoletto, e guardò il fratello... Cereo, immoto,

senza respiro, la bocca aperta e bavosa... ah Dio!... ne ritorse subito

gli occhi con un gesto comico di paura e d’orrore...

Ella non capiva la morte. Era una vecchia vitalissima che voleva

campare ancora molti anni allegramente, e suonando il mandolino, di cui

era maestra. Non sarebbe più ricomparsa in quella camera, esponendosi

a perdere l’appetito, se non vi fossero stati degli oggetti preziosi

da riporre in quella borsetta: le decorazioni del suo povero fratello,

l’orologio, gli anelli, i bottoni d’oro, e varii fogli di banca, che

contò prima d’intascarli. Poi prese da un gran baule di cuoio di Russia

quanto era necessario per vestire il morto in abito nero perfetto... E

poi lesta lesta, col tremito nei ginocchi, disse alla sora Emilia di

riporre lei certe cose, d’assestare un po’ quella stanza, di mandarle,

nel suo salottino, don Raffaele, ed uscì.

La signora Emilia non avrebbe voluto rimanere sola col morto, ma

l’egoismo crudele di casa Aquilegi le aveva sempre imposto i più

ingrati uffici.

Nata in agiatissima condizione, un suo buon parente si volle dare

la pena d’amministrarle e mangiarle tutto, riducendola a dover

servire donna Angioliera sua amica d’infanzia, che (non valendo i

buoni consigli) le aveva fatto sopportare il rammarico di tolleranze

umilianti. Dopo la morte di donna Angioliera, non era rimasta altra

consolatrice a Maria, se non questa povera donna quasi sprezzata.

Per una simile tutela maternamente pietosa, e sì difficile in quella

casa, occorreva una bontà straordinaria e tanto più sincera, quanto

più amava celarsi nell’ombra, non cessando mai di sgorgare, come una

fonte perenne, in tutte le occorrenze e in tutte le opere della vita.

Anche ora, questa innata e rara bontà della signora Emilia, non mancò

d’apparire... Accomodò meglio i guanciali sotto l’orrida testa di quel

morto, che invocava la sepoltura, gli accese un lume, e gli posò sul

petto, bisbigliando una prece, un piccolo crocifisso. Messe un po’

d’ordine in quella camera tutt’assediata dai rimedi inutili adoperati

contro la morte, e poi scese a chiamare don Raffaele.

Egli parlava, in quel momento, con la signora Pina, i cui occhi di

pulce brillavano d’un’allegra venalità perchè il prete approvava le sue

esaltazioni aritmetiche, e le toglieva ogni scrupolo di coscienza circa

la indennità enorme che ella voleva chiedere alla famiglia del morto.

Alla chiamata della signora Emilia, egli rispose subito salendo nel

salottino di donna Fausta.

Le s’inchinò come soleva inchinarsi nei dì solenni, coi paramenti

sacerdotali e il turibolo in aria, alle autorità del comune; ma donna

Fausta, superbamente accasciata in una grande _ottomana_ rossa, non

gli badò, e seguitò a rovesciare il collo d’una bottiglia d’_acqua di

Colonia_ nel fazzoletto, con cui poi, aspirando fortemente il profumo,

si umettava la fronte petulante e le tempie per dissipare da sè

l’orribile senso che ancora le rimaneva di quel cadavere.

— E così — ella poi disse al prete — ha fatto quel che io volevo?

— Sì, signora: ho ordinato le casse d’abete e di zinco, e presto

saranno pronte.

— Io voglio che siano spedite in Francia, a Revel, nel dipartimento

dell’Alta Garonna.

Scrisse presto presto, con mano fulminea, sopra un foglietto del

taccuino, e lo dette al prete, dicendo: — Eccole l’indirizzo, e oggi

scriverò al mio agente.

— E io domanderò subito il permesso all’autorità perchè conviene

sollecitarsi... la padrona della locanda vorrebbe che il morto le fosse

levato di casa quest’oggi.

— Ma è impossibile! dove dovrebbe mettersi?

— Nella stanza mortuaria della parrocchia.

— No, io voglio invece che le care spoglie del conte, commendatore Pier

Francesco Aquilegi, rimangano qui almeno fino a stasera.

— Sì sì, lasci fare a me, io persuaderò la padrona: badi, l’avverto, in

segretezza, e la prego di non nominarmi, è una donna molto venale, la

padrona, e aumenterà le proprie pretese pei danni di cui vuole essere

indennizzata.

— Quanto a questo vedremo! i conti so farli anch’io — rispose donna

Fausta superbamente offesa, e soggiunse raddolcita — Intanto la

ringrazio d’avermi avvisata, signor curato: e giacchè lei è tanto

buono, tanto gentile, io voglio incaricarla di tutto: badi che tutto

proceda in regola, e col rispetto dovuto al conte: in camera troverà

tutto l’occorrente per vestirlo: lei poi mi dirà se la sua chiesa ha

qualche bisogno...

— Oh! — sclamò don Raffaele sorridendo ed a mani giunte — se la mia

chiesa potesse avere una statua dell’Immacolata Concezione come le

fanno in Francia, così perfette! Il mio popolo, vedendola sull’altare,

esulterebbe, e benedirebbe la donatrice.

— Ne parleremo, signor curato, ne parleremo...

Il peccato del dottore · 第 42 / 53 题