Donna Fausta e la signora Emilia ricomparvero di lì a qualche ora
all’uscetto interno che comunicava con le loro stanze, ed entrarono
nella camera del morto, silenziose e guardinghe.
Donna Fausta teneva in mano una borsetta di pelle. S’era cambiata la
veste, e aveva svecchiato, anche quella mattina, con i varii spedienti
della sua ricca _toilette_, il viso mencio, slavato e infossato da
intrigatissime rughe, che parevano i geroglifici dei suoi vecchi
peccati. Lunga e magra, la sua fronte troppo larga e sporgente pareva
la sede della sfacciataggine velata; femminilmente vezzoso il piccolo
naso, occhi freddi, color di nebbia, mutabili come la pupilla del
gatto; nelle pieghe delle guance un sogghigno da maschera carnevalesca;
tutt’insieme ella ricordava alcuna di quelle enigmatiche e sinistre
figure, con lo specchio, il quadrante e i sonagli della follìa, che
piacquero tanto alla fantasia del Durero.
Si tappò il naso col fazzoletto, e guardò il fratello... Cereo, immoto,
senza respiro, la bocca aperta e bavosa... ah Dio!... ne ritorse subito
gli occhi con un gesto comico di paura e d’orrore...
Ella non capiva la morte. Era una vecchia vitalissima che voleva
campare ancora molti anni allegramente, e suonando il mandolino, di cui
era maestra. Non sarebbe più ricomparsa in quella camera, esponendosi
a perdere l’appetito, se non vi fossero stati degli oggetti preziosi
da riporre in quella borsetta: le decorazioni del suo povero fratello,
l’orologio, gli anelli, i bottoni d’oro, e varii fogli di banca, che
contò prima d’intascarli. Poi prese da un gran baule di cuoio di Russia
quanto era necessario per vestire il morto in abito nero perfetto... E
poi lesta lesta, col tremito nei ginocchi, disse alla sora Emilia di
riporre lei certe cose, d’assestare un po’ quella stanza, di mandarle,
nel suo salottino, don Raffaele, ed uscì.
La signora Emilia non avrebbe voluto rimanere sola col morto, ma
l’egoismo crudele di casa Aquilegi le aveva sempre imposto i più
ingrati uffici.
Nata in agiatissima condizione, un suo buon parente si volle dare
la pena d’amministrarle e mangiarle tutto, riducendola a dover
servire donna Angioliera sua amica d’infanzia, che (non valendo i
buoni consigli) le aveva fatto sopportare il rammarico di tolleranze
umilianti. Dopo la morte di donna Angioliera, non era rimasta altra
consolatrice a Maria, se non questa povera donna quasi sprezzata.
Per una simile tutela maternamente pietosa, e sì difficile in quella
casa, occorreva una bontà straordinaria e tanto più sincera, quanto
più amava celarsi nell’ombra, non cessando mai di sgorgare, come una
fonte perenne, in tutte le occorrenze e in tutte le opere della vita.
Anche ora, questa innata e rara bontà della signora Emilia, non mancò
d’apparire... Accomodò meglio i guanciali sotto l’orrida testa di quel
morto, che invocava la sepoltura, gli accese un lume, e gli posò sul
petto, bisbigliando una prece, un piccolo crocifisso. Messe un po’
d’ordine in quella camera tutt’assediata dai rimedi inutili adoperati
contro la morte, e poi scese a chiamare don Raffaele.
Egli parlava, in quel momento, con la signora Pina, i cui occhi di
pulce brillavano d’un’allegra venalità perchè il prete approvava le sue
esaltazioni aritmetiche, e le toglieva ogni scrupolo di coscienza circa
la indennità enorme che ella voleva chiedere alla famiglia del morto.
Alla chiamata della signora Emilia, egli rispose subito salendo nel
salottino di donna Fausta.
Le s’inchinò come soleva inchinarsi nei dì solenni, coi paramenti
sacerdotali e il turibolo in aria, alle autorità del comune; ma donna
Fausta, superbamente accasciata in una grande _ottomana_ rossa, non
gli badò, e seguitò a rovesciare il collo d’una bottiglia d’_acqua di
Colonia_ nel fazzoletto, con cui poi, aspirando fortemente il profumo,
si umettava la fronte petulante e le tempie per dissipare da sè
l’orribile senso che ancora le rimaneva di quel cadavere.
— E così — ella poi disse al prete — ha fatto quel che io volevo?
— Sì, signora: ho ordinato le casse d’abete e di zinco, e presto
saranno pronte.
— Io voglio che siano spedite in Francia, a Revel, nel dipartimento
dell’Alta Garonna.
Scrisse presto presto, con mano fulminea, sopra un foglietto del
taccuino, e lo dette al prete, dicendo: — Eccole l’indirizzo, e oggi
scriverò al mio agente.
— E io domanderò subito il permesso all’autorità perchè conviene
sollecitarsi... la padrona della locanda vorrebbe che il morto le fosse
levato di casa quest’oggi.
— Ma è impossibile! dove dovrebbe mettersi?
— Nella stanza mortuaria della parrocchia.
— No, io voglio invece che le care spoglie del conte, commendatore Pier
Francesco Aquilegi, rimangano qui almeno fino a stasera.
— Sì sì, lasci fare a me, io persuaderò la padrona: badi, l’avverto, in
segretezza, e la prego di non nominarmi, è una donna molto venale, la
padrona, e aumenterà le proprie pretese pei danni di cui vuole essere
indennizzata.
— Quanto a questo vedremo! i conti so farli anch’io — rispose donna
Fausta superbamente offesa, e soggiunse raddolcita — Intanto la
ringrazio d’avermi avvisata, signor curato: e giacchè lei è tanto
buono, tanto gentile, io voglio incaricarla di tutto: badi che tutto
proceda in regola, e col rispetto dovuto al conte: in camera troverà
tutto l’occorrente per vestirlo: lei poi mi dirà se la sua chiesa ha
qualche bisogno...
— Oh! — sclamò don Raffaele sorridendo ed a mani giunte — se la mia
chiesa potesse avere una statua dell’Immacolata Concezione come le
fanno in Francia, così perfette! Il mio popolo, vedendola sull’altare,
esulterebbe, e benedirebbe la donatrice.
— Ne parleremo, signor curato, ne parleremo...