E di fuori non udivasi che il correre veloce del fiume buio e più
eloquente nel gran silenzio, quando, dopo la mezzanotte, squillò un
campanello.
La serva scese in cucina a chiamare don Raffaele che russava nel
seggiolone.
— Che è mai? — egli esclamò destandosi spaventato.
S’udiva, nel piano di sopra, un confuso rumore di passi e di voci
erranti per le stanze e pel corridoio. La sora Pina picchiò all’uscio
del dottore: Speranza abbaiava.
Il dottore si vestì in frett’e furia, gridò Speranza, lo legò a una
gamba del cassettone, ed aprì alla sora Pina che era venuta di nuovo a
picchiargli all’uscio, ed a dirgli:
— Venga, venga, sta male... muore!...
— Chi muore?
— Il conte Aquilegi.
Il dottore fissò silenzioso e atterrito la sora Pina, e poi soggiunse
precipitosamente:
— Il conte Aquilegi!... Pier Francesco?
— Sì, lui.
— Ha una figliuola con sè?
— No, ha una sorella e un’altra signora che la deve conoscere perchè
quando le ho detto: «il nostro medico è fuor di paese, e non c’è che il
dottor Fabio Stellini», s’è tutta scossa anche lei, e mi ha domandato
la sua età.
— Come si chiama?
— Emilia.
— E anche la sorella del conte ha saputo il mio nome?
— No, la sorella del conte non c’era: venga.
— Un momento! da quanto tempo si trova qui, il conte?
— Da otto giorni: non lo volevo: ma il nostro medico me lo fece
accettare, per guadagnarci: è tisico, e ora muore, non parla più, ha
vomitato una catinella di sangue! Dio mio, se lo risanno gl’inglesi
che vengono nella mia locanda l’estate, son rovinata; venga: ma cos’è
questa storia? è bianco anche lei come un morto!... venga.
Il dottore uscì di camera risoluto come chi affronta una pena
inevitabile, e il cuore gli batteva anche per una grande impaziente
curiosità.
Il lume della sora Pina tolse dall’ombra del corridoio, una signora
canuta e frettolosa che veniva incontro al dottore.
S’arrestarono, e si guardarono in faccia.
— Signor dottore! — ella bisbigliò.
— Signora Emilia!... e Maria?
Ella tacque.
— È morta?
— No, no — E con gli occhi trepidanti supplicò il dottore a non farle
altre domande, ed entrò con lui nell’appartamento del conte.
Nell’anticamera videro, avvolto nel suo nero pastrano, don Raffaele
che aspettava, come una scorta dell’eternità, tutto rispettoso e
tranquillo. Fece un’umile riverenza, e poi tornò a guardare, quasi gli
paresse una bella invenzione, un lume a spirito, su cui fumigava un
vasetto d’argento spandendo un forte odore di trementina.
La camera del conte era giocondamente rischiarata da una gran lampada
posta sul cassettone. La sora Emilia annunziò il medico tacendone il
nome, e donna Fausta, la sorella del conte, lo salutò con un muto cenno
del capo. Aveva la veste bianca tutta spruzzettata di sangue, e il viso
ignobile e aristocratico, composto a un accoramento superbo.
— Ha avuto un trabocco di sangue — ella disse accennando il fratello
immobile e affondato nel letto in modo che non appariva quasi nessun
rilievo della sua persona consunta.
I suoi sensi erano ancora animati com’è animato lo stoppino della
lucerna finchè v’è infusa una stilla d’olio: egli vedeva ed udiva,
ma il suo viso, divorato dal morbo come da un lento vampiro, era
spaventosamente scarno, e ormai sepolcrale... Il rantolo cupo, celere,
del suo petto esprimeva il terrore della morte e l’ansietà di fuggirla.
Udito annunziare il dottore, gli rivolse uno sguardo quasi di disperata
speranza... Il dottore gli si fece vicino, gli prese il polso... Il
conte per un minuto secondo, sospese il rantolo, e lo fissò...
Nella sua memoria, ormai debolissima, tra un orribile vacillamento di
spettri, era sorta come la nébula d’un ricordo lontano, inafferrabile,
ma in cui il moribondo sentiva come un sapore amaro di rammarico e
d’odio... Il rantolo cresceva in un modo spaventevole.
— Gli dia qualcosa per calmarlo — bisbigliò donna Fausta al dottore.
— Non c’è più nulla da fare — egli le rispose pianissimo — ha solo
pochi momenti di vita.
Entrò don Raffaele ad amministrare al moribondo l’estrema unzione.
Il dottore voleva andarsene, ma donna Fausta lo trattenne. Egli, pur
soffrendo molto, rimase per cortesia: s’aggirava per la camera, ma
gli occhi del moribondo non lo lasciavano più, lo seguivano dovunque,
attoniti e fissi: a un tratto parvero divenire più perspicaci, più
avvelenati,.... e poi si spensero in un singhiozzo.
— Ecco muore — bisbigliò il dottore appressandosi a quel letto.
L’alba impallidiva la stanza; il gallo cantava; s’udiva correre il
fiume largo e lontano per le boscose sinuosità della valle.
— È morto? — domandò donna Fausta al dottore con voce piagnucolosa, ma
quasi lieta.
— È morto? — bisbigliarono la sora Pina e le serve, affacciandosi
all’uscio. Poi se n’andarono frettolose: quel cadavere era troppo
orrendo così scheletrito e con quella bocca immobile, spalancata...
Il dottore uscì, seguito nell’anticamera, dalla signora Emilia:
fissarono di vedersi più tardi.
Usciti tutti, don Raffaele, secondo l’ordine ricevuto da donna Fausta,
chiuse quella camera a chiave, e andò dal falegname ad ordinare le
casse per il morto.