XX.

S’era liberato dall’ombra del marchese di Mascarpone!... Quale

tortura non sarebbe stata per lui che sentiva così acutamente il

rimorso, l’essere perseguitato in eterno da quell’ombra formidabile e

sciocca!... Certo che preferiva giacere, nella sua camera solitaria,

col ghiaccio sulla ferita, in preda a un sopore orribile, inquieto,

una specie di crepuscolo precedente l’ultima notte, pieno di larve, di

chimere buie, orrende, indefinibili, tremolanti, vaganti nell’oscurità

d’un emisfero desolato di sangue... Quell’affannoso delirio proveniva

anche da una fierissima polmonite acquisita esponendo, a quella bufera

di marzo, il petto ignudo e in sudore per la fatica del lungo incalzare

il fuggitivo marchese; il quale ora _posava_ anche più da eroe temuto

in mezzo agli amici.

Donna Angioliera riseppe anch’essa la cosa, e n’ebbe rimorso; se ne

sollevò alquanto piangendo desolata, prostrata su i suoi guanciali:

poi scrisse al dottore con moltissima tenerezza, e con quella sua

civetteria carezzevole che pareva bontà, e di cui ella sapeva tutti i

segreti e tutti gli effetti.

Egli non le rispose. La scusava, le perdonava, ma non le credeva più,

non la poteva più sopportare. Al capitolo dell’amore, essa ora voleva

che succedesse l’appendice d’una tranquilla e compiacente amicizia?

Amica sua, e amante d’un altro? Era questo che voleva la logica delle

sue tendenze sessuali? E perchè, sapendolo solo ed infermo, non veniva

più a trovarlo con l’ardente tenerezza d’un tempo?... Parole, parole, e

non altro!...

Perciò non rispose neanche all’ultima lettera molto malinconica e molto

dolce, che ella gli volle scrivere ancora, quasi un anno dopo il duello.

In questo tempo le più crudeli disgrazie di famiglia l’avevano

afflitta. Erano l’ultima conseguenza del suo primo e fatale errore

d’essersi abbandonata, giovinetta inesperta, e contro il volere de’

suoi, ad amare sì ciecamente quel bellissimo uomo del conte Aquilegi.

Egli approfittandosi della sua inesperienza e della sua distrazione,

le aveva quasi finito la dote: poi, attratto dalla manìa delle

speculazioni affaristiche, aveva disperso quanto restava comprando

case e terreni: ma più gli cresceva, sotto i vani e cupidi occhi, la

moltiplicità e l’estensione dei beni stabili, e meno gli restava nel

portafoglio, e più attingeva alle banche, e peggio alle usure.

Aggiungendosi a questo la pessima amministrazione, lasciata in mani

pulitamente ladre, era venuta crescendo d’anno in anno, ben celata

agli occhi svagati di donna Angioliera, una rovina economica che poi,

come un solaio che si sprofonda improvvisamente, apparve a un tratto,

quando il possessore di tante case e di tante terre, non si trovò più

possessore di nulla, non trovò più credito presso nessuna banca, e i

debiti e le ipoteche balzaron fuori come uno sciame di cavallette dopo

la mietitura.

I beni andarono all’asta: fu venduta anche la villa di Riva. Non la

voleva nessuno: gli strozzini facevano gli svogliati e, avendo in

pugno la borsa piena, facevano anche i superbi con gli aristocratici

e bisognosi padroni. Dicevano che una villa non unita a terra

coltivabile, e così aggravata di tasse, era piuttosto una _passività_

che un guadagno. L’ebbero, a confronto di ciò che valeva, per un tozzo

di pane; i marmi del museo, o sassi antichi di pochissimo valore come

dicevano quelle iene; cioè i seni delle Veneri greche e latine, i

dorsi degli Aiaci, i bicipiti dei gladiatori, le cosce muscolose degli

Ercoli, e le fronti olimpiche dei Giovi tuonanti, tutto, ahimè, fu

disperso per le botteghe dei marmisti e degli antiquari!

Ma bisognava far quattrini. Con queste vendite ne fecero tanti i conti

Aquilegi, da poter sodisfare alle esigenze delle cambiali che si

succedevano come una torma di lupi; e poter vivere, non da signoroni

come una volta, ma con agiatezza modesta. Bisognava lasciare le grandi

sale incrostate di mosaici e dipinte a volte paradisiache, bisognava

ristringersi in un appartamento borghese dalla scaletta angusta, e

dalle piccole stanze; bisognava licenziare i troppi servi, smettere la

carrozza, e andare in _tram_ col pericolo per donna Angioliera, pur

troppo! di sentir dei cattivi odori: bisognava infine privarsi di tanti

agi, di tante eleganze e di tante magnificienze che sono il sussidio

necessario del decoro signorile e della bellezza; e al solo pensarvi,

donna Angioliera si sentiva presa da uno sgomento infinito.

Poi in quei giorni ebbero un’altra batosta. Il marchese di Mascarpone

che, col pericolo della vita, gli aveva sciabolato e quasi ammazzato

il dottore, pregò il conte di pagare per lui una grossa cambiale, e

il conte la pagò... Se almeno gli fosse valso quel sacrifizio fatto

sull’altare dell’amicizia! Ma l’azione era troppo bella, troppo

magnanima perchè il marchese non confidasse a qualcuno che egli aveva

provocato e sfidato il dottore per vendicare l’amico... Il marchese

dunque appariva agli occhi di tutti un Pilade, un Oreste, un eroico

cuore, e il conte, quale egli era, un vero Tartufo con la maschera

dell’Achille. Perciò gli amici cercavano d’evitarlo, anche perchè,

sapendolo fallito, temevano d’avere qualche frecciata; pareva anzi

che gli intimassero di levarsi di torno, di lasciare le sontuose sale

del _club_, e di deporre anche le insegne cavalleresche. Il solo a

compiangerlo, il solo a fargli sempre buon viso, un viso quasi da

protettore benevolo, era sempre l’amico del cuore, era sempre il

marchese di Mascarpone.

Ma il sangue, come diceva il principe padre della monaca di Monza,

si porta sempre con sè, in ogni luogo dove si va. Perciò il conte

Aquilegi e la moglie procuravano di mantenere ancora tutte le

esteriori onorabilità della casa. Ma i servi non voluti licenziare,

si licenziavan da sè perchè mal pasciuti, i negozianti si scusavano

amabilmente con la signora di non poterla servire; e le parsimonie

intime della casa davano l’idea d’una grettezza o d’una penuria in

assoluto contrasto con la doratura esteriore.

Donna Angioliera così ammirata, quando nuotava nella ricchezza, per la

grande liberalità dello spendere e del donare, ora era divenuta d’una

cupidigia, d’un’avarizia di cui nessuno l’avrebbe creduta capace. Ma

ora il bisogno crescente, lo sforzo di tenersi sempre in altura in

faccia al mondo, avevano acceso anche in questa donna, sì bella e

sì eterea, quella febbre sociale dell’oro che nei miserabili volghi

è bisogno; sete ingorda d’accrescere e conservare negli altri: in

donna Angioliera era rimpianto dello splendore, delle soddisfazioni

d’un’opulenza svanita; onde in lei un pauroso sgomento d’un’umiltà che

le pareva bassezza, e una più terribile tentazione... E pur troppo ella

vi soggiacque!... Accettò d’essere soccorsa dal principe tedesco, il

biondo Manfredi!... Usò tale arte di finissima seduzione per riuscire

delicatamente a ottenere da quell’uomo generoso una sì gran prova

d’amore, che l’intima compiacenza di quella novella vittoria, le impedì

d’arrossirne. E così lei e il marito poterono salvare ancora per

qualche giorno in faccia al mondo, il decoro delle apparenze, e avere

ancora servitù, carrozza e cavalli.

S’andava di questo passo elegante verso l’ultimo precipizio, quando un

avvenimento improvviso, uno di quelli avvenimenti gaudiosi che sembrano

proprio una grazia particolare del cielo, rovesciò di nuovo in casa

Aquilegi la cornucopia dell’abbondanza. Morì uno zio materno del conte,

lasciandolo erede unico di vastissime terre là nell’Alta Garonna, dove

questo zio francese aveva sempre soggiornato nel sontuoso castello

degli avi.

Sperimentato il bisogno, e riavuti i tesori, pareva che dovessero

essere felici, ma invece questa grandissima eredità riaccese più

terribile, fra moglie e marito, l’odio, la discordia e la guerra.

Il marito voleva ritirarsi nel suo lontano castello della Garonna,

vivere in mezzo ai suoi vasti possessi come un temuto feudatario,

lontano dagli amici che troppo ormai lo conoscevano dopo le ultime

sue avventure, narrate dal suo più grande amico, il marchese di

Mascarpone. La moglie invece voleva giustamente riavere la propria

dote, lasciare al marito il turbolento Gastone, ma lei tenersi Maria,

e con Maria restarsene nel suo salotto di Roma; la sua adorabile Roma

col fantastico mormorìo delle sue fontane, la magnificenza delle sue

rovine, dei suoi obelischi, delle sue pinacoteche, delle sue chiese;

la caldezza così limpida del suo cielo; la selvaggia amena malinconia

delle sue superbe campagne; e Tivoli, Villa d’Este, Albano, Frascati,

e quel bosco d’Egeria, dov’ella più volte era venuta a riposarsi col

biondo Manfredi nelle belle mattine di giugno, quando il sole, già

grande, è temperato colà dai venticelli che spirano dal Tirreno e

dai colli albani... Oh che lagrime a tali ricordi d’una felicità che

il marito le voleva rapire per sempre! la felicità della libertà e

dell’amore! che intime furie di tutto l’essere suo, di tutta l’anima

sua innanzi all’amore: il suo Dio!

Ella pareva una bellissima furia bionda, e lui un demonio inesorabile

che la incitasse alla disperazione, alla morte. Erano in lotta da un

lato la selvaggia, capricciosa libertà dell’istinto, e dall’altro la

ragione del patto sociale: una ragione che a donna Angioliera sembrava

una prepotenza, una barbarie, un insopportabile fastidio, una crudeltà.

Ma il marito questa volta era il più forte. Ora il ricco, il padrone,

era lui, e voleva affermarsi, voleva opporre sè stesso a tutto e a

tutti. Quantunque odiasse la moglie, che gli aveva inflitto tante

umiliazioni, tante torture, nondimeno la bramava ancora fisicamente,

n’era geloso, la voleva dunque per sè, e non lasciarla libera a

passeggiare per il bosco d’Egeria. Era tempo che ella sentisse d’avere

un marito...

Egli sapeva dove ferire quel cuore. Aveva una sorella che era corsa

per tutte le piacevoli o ingrate avventure della zitellona galante,

la contessa Fausta Aquilegi. Donna Fausta e donna Angioliera, come

due contrari, non si potevan vedere: donna Angioliera, fantasiosa,

subitanea, prodiga, di buon cuore: donna Fausta sterile di cuore e di

fantasia, avara, prudente, sentenziosa e vogliosa d’imporre a tutti le

tenebre del suo spirito dispotico, angusto e invidioso. D’intelligenza

cortissima, ma d’una sopraffina malizia, ella era stimata dal fratello

donna di gran giudizio; donna quale proprio ci voleva per dare a Maria

un’educazione compita.

— Dio mio, Maria in quelle mani! — gridò donna Angioliera, ricoprendosi

il viso tutto bagnato di pianto.

— Sì — egli le rispose bieco e inesorabile — anche a costo di

pubblicare il mio vituperio, non mi mancano danari da pagar avvocati,

non mi mancano testimoni, tra cui Giuditta e l’Eufemia Figurini, per

provare la vostra infame condotta...

— E la vostra? — ella gli rispose piangendo.

— Per provare — egli continuò pallido di furore, e coi suoi soliti

occhi supplicanti d’un santo che prega — per provare che voi, madre

adultera, siete incapace d’educare vostra figlia, e io ve la strapperò

ad ogni costo! questo è il mio dovere di padre amoroso, di padre

coscienzioso, e poi fate quel che vi pare!

Donna Angioliera ammutì: erano inutili le proteste, erano inutili i

pianti. Avrebbe abbandonato alla mala sorte la sua povera bambina

così buona e bella, così inconsapevole del suo tristo destino, così

felice, se il suo raccapriccio di vederla andar incontro al martirio

e forse anche alla morte, se infine il suo affetto materno non fosse

stato più grande della sua grandissima ripugnanza a seguire il

marito. Nessuno, non il marito, nè la legge, nè i bugiardi avvocati,

avventandole contro, come a sola colpevole e responsabile, le accuse

degl’impeccabili farisei, le dovevano contrastare il supremo diritto di

possedere e d’avere sempre con sè la propria figliuola, ma era certa di

perderla in causa: perciò affrontava la tortura e l’isolamento; perciò

seguiva quel marito nel castello francese.

Questo, tacendogli tutto il resto, volle far sapere al dottore

nell’ultima lettera che gli scrisse, e aggiungeva che la bambina era un

po’ ostinata, un po’ altera, ma buona, intelligente, e molto desiderosa

d’apprendere e di studiare. Finiva con queste dolenti parole:

«Non ci vedremo più, non ci scriveremo più, ma io continuerò ad esserti

amica: io ti benedirò sempre!... Ti rimando il libro, l’_Omero_, che

mi tenni tanto tempo vicino al letto, che lessi più volte con te nella

villa che poi fu venduta!!... Ti parli ancora di quella villa e di me

questo libro; delle ore passate insieme, delle nostre care memorie:

addio ti saluto pensando ai glicini vermigli che ora rifioriscono...

là!... Addio, credimi buona, pensa a me, non mi odiare.»

Il dottore scosse la testa incredulo, ed ella partì da Roma e

dall’Italia senza ricevere da lui una risposta.

Dopo due anni la signora Emilia partecipò al dottore ch’ella era morta.

— E Maria? — egli pensò, e dette in uno scoppio di pianto.

Il peccato del dottore · 第 37 / 53 题