Il marchese di Mascarpone voleva conoscere dal viso, dal contegno,
dall’andatura; il valore, la forza, il pensiero del suo nemico, e si
augurava di trionfarne con un buon colpo mortale.
«Se posso, ti riposo per sempre» egli diceva tra sè, vibrando le dure
mascelle.
«Bello scheletro per un gabinetto d’anatomia!» pensava intanto il
dottore «Ma che ne sarà di me fra mezz’ora? L’avrò io la gloria
d’essere un omicida?... Non la voglio. L’inquietudine del rimorso, la
giustizia del tribunale, le testimonianze bugiarde di tutte le false
gentildonne e gentiluomini di casa Gobbetta, tutto questo sarebbe per
me un’odiosa subordinazione agli uomini disonesti e alla mia coscienza,
mia accusatrice spietata; tutto questo sarebbe per me più orribile
della morte. La giustizia è ora qui affidata al mio braccio, ma io non
ne abuserò: io risparmierò ai vivi, ai prodi, questa cima di farabutto.»
I padrini, guardando dall’alto dei poggi, scorsero finalmente un
sentiero piano, abbastanza spazioso e riparato dal vento, sotto un
dirupo, tra virgulti e rovi sfrondati.
Si raccolsero tutti laggiù in quell’ombra umida e triste.
Il dì declinava, e il sole, come un’immensa e luminosa tela di ragno,
spandeva nel bosco il rossore della sua ruota sanguigna: occorreva
affrettarsi.
Il conte Aquilegi, come superiore d’età, fu nominato direttore
della pugna. I due si tolsero l’abito, si nudarono il petto, le
braccia, e andaron di fronte, ciascuno ai due limiti opposti, segnati
all’azione... Non si salutarono, salutarono solo i padrini: poi
rimasero con la sciabola in linea e l’occhio fisso. Quell’aura cruda
di marzo scrosciava tra le foglie come un furore di riso, e faceva
oscillare la punta delle sciabole...
— Avanti, signori! — gridò il conte Aquilegi con la sciabola sguainata.
Si vennero incontro in mezzo al silenzio degli astanti. Il dottore,
che sapeva con quali ingiurie avesse risposto alla provocazione
del marchese, s’aspettava di vederselo piombare addosso con un
gran fendente di testa, o colpo di punta. Invece il marchese era
freddissimo: smorto come un cadavere, con gli occhi mobilissimi
ed esprimenti un’attenzione paurosa e feroce, non s’avventurava
all’offesa, indietreggiava, parava le botte strettamente, abilmente, e
sì frettoloso che i suoi moti, più che cavallereschi, eran grotteschi.
E indietreggiando sempre, l’impetuoso dottore lo respingeva sempre al
di là del varco prescritto al combattimento.
— Avanti, signori! — doveva ripetere a ogni nuovo assalto il conte
Aquilegi: e vedendo che il suo amico non si risolveva ancora ad
assalire e finire il dottore:
«Che vigliacco! che vigliacco!» mormorava tra sè, e avrebbe voluto
assalirlo e finirlo lui.
«Che stupido d’un borghese!» pensava il sergente Barucca: «ha slancio,
ma manca assolutamente di buon senso: vibra sempre quei colpi al
braccio, sopra, in dentro, di fianco: il marchese li para sempre
benissimo, non vuole scoprirsi, e così non si finisce mai: ma dagli giù
una buona _puntata di filo_, come io t’ho insegnato, e mandalo fuor di
combattimento, prima che lui ti mandi!»
L’avvocato di San Secondo rinforcava le lenti impazientemente su quel
suo nasetto da sparviere legale, ma il capitano Giustini, rubicondo e
grosso com’era, aveva un cuore ottimo e onesto. Trepidava per il suo
amico, ne capiva l’intento, e fidandosi poco del direttore Aquilegi,
accompagnava con gli occhi ogni moto, ogni passo, ogni anelito quasi
dei combattenti, per arrestarli non appena l’uno o l’altro fosse
rimasto _toccato_.
Finalmente, al dodicesimo assalto, il dottore, stanco di quel continuo
attaccare e incalzare, vibrò impaziente, per finirla, il colpo
infallibile del Barucca; e gliene balenò uno a lui sulla fronte, rapido
come una beccata di falco, ma in parte sviato da una _parata di sesta_,
senza la quale il marchese gli avrebbe spaccato il cranio... Il sangue
gli corse come un ruscello sugli occhi abbagliati: il capitano Giustini
si slanciò in mezzo ad arrestare il marchese, ed il Barucca e il medico
accorsero a sostenere il ferito che vacillava, cercando un sostegno.