IV.

L’orologio del prossimo campanile suonò lentamente le nove. Il dottore

contò quei tocchi a uno a uno, e gli parvero più lenti, più fiochi del

consueto.

«Par che si risenta del tempo anche l’orologio» egli disse, alzandosi

da sedere. «Non suona, ma sbadiglia, nell’aria noiosa le ore eterne...

Ma su via, rallegriamoci! pare che un mutamento sia avvenuto

nell’universo; vedo laggiù luccicare e scorrere un po’ di luna nel

fiume...»

Benchè fosse freddo (nove o dieci gradi sotto zero) egli aprì la

finestra, e un’aria gelata entrò nello studio. Camuffi si riparò subito

nella camera accanto; Speranza rimase a tremare al suo posto.

La notte oscurava la valle, dove la curva ampia del fiume trascorre in

più rivi per un letto arido e largo come quello d’un lago, tra balze

sfuggenti all’orizzonte in linee di neve lontana, e sopra le balze gli

erti, continui picchi delle montagne così variamente dipinte, durante

la luce diurna o dalle nubi passeggere e dal sole.

Ora invece, essendosi un poco rasserenato, la popolosa solitudine

delle stelle tra foschi veli di nebbia, la luna piena e velata, simile

all’ombra del sole spento, versavano sulla valle una luce buia, o poco

più viva delle ombre; ma, mista a quell’albore che gettava la neve, pur

sufficiente a cambiare la notte quasi in un crepuscolo moribondo. Un

incanto di morte estendevasi sulla terra inerte, tacita, oscura, dove

ogni pianta, ogni cosa che vi sorgesse, aveva un’apparenza spettrale.

Un grande abete e diritto, co’ suoi immobili rami spanti, pareva un

immenso ragno dormente che allargasse nell’oscurità le branche pelose.

Il fiume, indicato da un fiochissimo luccichìo bruno, sussurrava come

un transito di persone che si allontanassero sempre sempre, senza mai

dileguarsi. All’orecchio del dottore suonava quel mormorìo siccome un

cantico eterno seguitato di valle in valle fino al seno di tutte le

armonie, fino al mare...

«Allegri dunque! allegri!» egli disse «domani sarà bel tempo,» e

richiuse la finestra.

Un’allegria che durò poco. Dopo il lavoro angustioso reso più duro

dalla malevolenza e dalla scempiaggine altrui, dopo la solitudine

di tutta quella triste giornata d’inverno (solitudine interrotta da

ombre antipatiche e ripugnanti), lo tormentava un desiderio d’aprirsi

a qualche anima che lo potesse comprendere, e non infida; e a lei

comunicare quella parte di sè, oscura anche a lui, ma più intima,

più geniale, che gli pesava, come una vena compressa e inquieta e

gemebonda, nel fondo della coscienza.

Mancando d’una simile compagnia, pensò di ricorrere alla lettura d’un

poeta. Prese il lume e incominciò a scorrerlo innanzi alle lunghe file

dei molti volumi allineati sugli scaffali.

Gli passavano sotto gli occhi i libri che da fanciullo aveva visti

nella biblioteca paterna, desiderandoli avidamente, rubandone anche

qualcuno, e parendogli un’immensa felicità il possederlo. Altri libri

laceri, vecchi, gli ricordavano la scuola, la gioventù, tante cose,

tanti compagni smarriti; e tutto gli pareva buono, ingenuo, sincero in

quel tempo giovanile così lontano, a paragone di ciò che aveva sentito

e sperimentato più tardi.

Finalmente posò la mano sopra un libro quasi nascosto tra ponderosi

volumi, lassù nel palchetto più alto dello scaffale. Lo trasse fuori

con mano impaziente, e soffiò via la polvere che cuopriva il filo delle

pagine tinte d’un bel colore di sinopia come voleva lo stile antico

della bella rilegatura in pergamena dorata. Così riccamente legato,

quel libro eragli stato reso dopo un lungo trattenimento. Egli non solo

non l’aveva più riaperto, ma, quasi disamandolo, l’aveva allontanato da

sè, forse per non ridestare una memoria incresciosa.

Era l’_Iliade_ di Omero tradotta in prosa fedele, semplice, ritraente

la schiettezza, talora quasi rozza, del testo; per cui pareva inferiore

ad altre celebri traduzioni che ingentiliscono, con le eleganze di

scuola, e insieme scemano quel poema, sorto, per sola spontaneità di

natura, come albero gigantesco e selvaggio.

Egli l’aveva letta da giovane, standosene seduto ad una finestra, sul

vespro, e l’incanto della poesia omerica, pareva, in quei giorni,

comunicarsi alla placida luce del sole che illuminava i monti lontani.

Ora, seduto al tavolino, e sfogliando il libro, si compiaceva di

risentire in sè quel fascino di poesia e di natura compenetrate in quel

suo ricordo di gioventù. Si compiaceva pure di non avere mutato gusto,

perchè i passi allora segnati, erano ancora quelli che gli piacevano

di più; ed erano non le note fulgenti al gran sole olimpio, nè recanti

l’eco delle vaste carneficine, ma quelle ove l’eterna verità del

destino umano esce talora, come lamento di flauto, dal petto dell’eroe

favoloso.

Rileggeva e ammirava quei passi, finchè, svoltando una pagina, vide

rifulgere ad un tratto, come se gioissero di rivedere la luce, alcuni

pochi capelli biondi rimasti tra quelle carte dimenticati o ignorati...

A quella vista tutta l’epopea omerica gli fuggì dal pensiero. Elena

bella e serena anche nel tempo reo delle stragi, Andromaca piangente la

patria e la famiglia distrutte, la varietà dei fati eroici e dei numi,

tutto a un tratto dimenticò per non pensare che a una debole donna di

questo mondo.

Gli pareva di vedersela innanzi alta e snella come _naiade_ natante

nelle scorrevoli onde, d’un vivo pallore, coi capelli fulgidissimi,

finissimi, ondanti e avvolti sul suo largo seno materno, mobili e lievi

come il riso fatuo dell’amore, e della sua piccola bocca.

Una bocca che, con un lieve accenno sensuale, pareva amorevole e pura,

come i suoi occhi mantenevano la loro amabile mestizia anche nel brio

delle risa, alle quali s’abbandonava sì volentieri! Ma nulla era più

insinuante della sua voce: una voce dolce e fortemente acuta come uno

strale, e più mite quando ella più ardeva. Ella sapeva adescare con la

sua stessa freddezza di donna insensibile, lasciandosi poi trasportare

dalla passione come da una violenza divina: un gran fuoco che poi si

spense. La lunga e delirante soavità de’ suoi baci non lo consunse,

non gli fu così dolce, come dipoi gli fu amaro il lento dolore della

vigilia e dell’abbandono...

Il dottore percosse il pugno sul libro, e lo respinse da sè. S’alzò

per aprir la finestra, e disperdere al vento della notte il fantasma

di quella donna fascinatrice, e que’ suoi capelli, ultima reliquia di

lei... Se non che si arrestò perchè gli parve quell’atto uno sfogo

misero, ingeneroso, e quasi una spietata profanazione.

«Come l’amor proprio è sempre duro e villano! egli disse. Angioliera mi

nascose, quasi presaga, questi suoi capelli in questo libro, che ella

tenne sì lungo tempo presso il suo letto... me li nascose perchè io,

nel silenzio di questa notte e di questa casa, mi ricordassi di lei,

che pure mi amò... e io la respingo villanamente, quando invece dovrei

compiacermi di questo suo pensiero gentile, io che nessuno ormai più

ricorda! io che son solo!...»

E l’uomo sensuale e superstizioso, e bisognoso ancora d’un culto in

quel vuoto orribile del suo cuore, in quella dispersione sua d’ogni

fede, ricadde ancora a guardare, con riverenza d’adoratore, quei pochi

capelli fulgidi ancora, e lunghi e fini e alianti al suo respiro su

quelle carte... allorchè vide a piè di pagina, solcate dall’unghia,

queste parole d’un senso sì funebre e sì pietoso:

«Achille, tu mi dimentichi... più non ti ricordi di me... Dammi la

mano, io te ne supplico piangendo, perchè non tornerò più dall’Ade...

non ci confideremo mai più l’uno all’altro...»

«Oh illusione!» esclamò il dottore «questa voce dell’ombra di Patroclo

mi risuona ora nel cuore come se Angioliera me la inviasse!... E mi

sembra averla vicina, e che un’aura di lei mi sospiri intorno... Ma io

sospiro; non lei, fredda e muta! Così viene il giorno, indicibilmente

penoso, della cessazione, della separazione inevitabile anche per

quelli che si sentirono con il vincolo più forte, e più spontaneo,

congiunti; e più non rimane che il suono terribile di quelle tre

sillabe inesorabili, fredde, brevi: Mai più!... Ma dopo che la morte

le ha pronunziate, come tutto diviene pio, religioso, silenzioso!...

Divengono candide, o soltanto compassionevoli, tutte le anime

umane, e tutte le colpe. Quale universale perdono, significato dal

più alto silenzio, si diffonderà un giorno sull’immenso campo ove

saranno adunate tutte le ceneri di questo enorme vulcano di passioni,

d’insidie, di bassezze, di cupidigie: triste vulcano su cui impera la

Morte... E però taccia il rancore, e parli solo l’affetto buono e pio.

Io ti perdono, Angioliera: il tuo impuro fuoco ti spense. Ti perdono, o

fiore caduto, se concedesti anche ad altri le grazie del tuo profumo, e

poi lo strazio de’ tuoi tradimenti!... Ti perdono il male, per il bene

che mi volesti; te lo perdono per Maria, l’innocente e pura Maria, che

non ho più riveduto... buona Maria, di cui non ho avuto più nuova...»

Donna Angioliera era morta da molti anni.

Il peccato del dottore · 第 8 / 53 题