III.

Il dottore che avrebbe voluto essere un ottimista, quella sera pareva

poco disposto a vedere il mondo color di rosa, e perciò finì il suo

monologo sospirando.

Speranza che dormicchiava sulla sedia, avendo tra le zampe Camuffi,

sorse, e, tendendo gli orecchi, guardò il padrone. Posato in sulle

zampe di dietro, là sulla sedia, egli ricordava, al fiero e vigile

atteggiamento, il leone marmoreo della Repubblica fiorentina, quale si

vede a Palazzo Vecchio.

Forse, chi sa, erano i disgusti della giornata trascorsa quasi senza

parole con persone tutt’altro che amiche; era quel tempo gelato con

cui già s’annunziava il lungo rigore invernale; erano le impressioni

ingrate di quel notturno vagabondaggio sulla neve per la cittaduzza

squallida, senza incontrare una faccia amica; il fatto sta che il

dottore quella sera non era, come avrebbe voluto essere, un ottimista

giocondo, ma un uomo disposto alle conclusioni più sconfortanti. Le

avrebbe volute bandire dal suo pensiero perchè non credeva neppure ad

esse, ma giudicava che dipendessero da circostanze tutte inerenti ai

suoi sensi impressionati da quella sera sì muta e sì triste. Egli non

era certo di nulla. Sentiva pesare sopra di sè la propria, dirò così,

subiettività, quale ella era per indole naturale, e quale i casi, più

avversi che favorevoli, gliel’avevano fatta; e questa subordinare e

chiudere i suoi giudizi in un àmbito così relativo e così limitato,

che tali suoi giudizi gli apparivano miseramente vani, presuntuosi e

dubbiosi. Si ricordava d’aver veduto quel giorno, appesa allo sportello

d’una botteguccia, una gabbia, con dentro uno scoiattolo inquieto che

girava girava sempre sul medesimo pernio, sperando sempre di trovare

un’uscita; e quello gli pareva l’immagine del pensiero che va e viene

sempre per la medesima ruota delle sue vane illusioni attorno un

piccolo barlume sperduto nella miseria e nell’ignoranza infinita.

Tali pensieri noiosi provocarono dal suo petto un altro lungo sospiro.

Allora Speranza s’accertò proprio che il suo padrone, in quel

momento, aveva qualche afflizione; e quasi obbedendo ad un sentimento

inconsapevole e superiore alla sua natura di cane, scese, con una certa

titubanza, giù dalla sedia, e s’avvicinò rispettoso, la coda bassa e

gli occhi pietosi, alla poltrona dove sedeva il dottore; gli posò le

due zampe sul ginocchio sinistro, e restò così un poco incerto se gli

doveva leccar la mano; ma sapendo che il dottore non lo gradiva, leccò

invece due o tre volte il bracciuolo della poltrona.

Il dottore gli accarezzò la testa e sorrise.

«Speranza, egli disse, ne può su di me più d’un teologo morale; mi fa

quasi ritornare ottimista e credente; mi fa quasi toccare il fondo

sincero della bontà; una bontà fedele, delicata, cortese, che non

s’insegna e che perciò non si finge, e di cui egli, certo, dandomi

ora una prova così singolare, non crederà d’aver fatto troppo, nè che

io gli debba un obbligo eterno per tanta sua degnazione... E dire

che io, uomo frivolo e cattivo, più volte l’ho disprezzato questo

povero cane, perchè non è bello! perchè col suo musetto aguzzo di

volpe senza malizia, il suo ruvido pelo color cannella, le sue zampe

tozze e meschine, i suoi orecchi mezzani ricadenti sul ciglio come

due netta-penne; egli ha tutta l’aria d’un cane povero e disgraziato.

L’ebbi da un lustrascarpe fiorentino per una lira, se no l’affogava

in Arno, e ora io non l’avrei qui mio unico amico e compagno. Ah,

perchè io non posso mutarlo in uomo, o meglio in donna, mantenendogli

il suo cuore di cane!... «Tutt’al più, mi diceva l’altro giorno un

barbassoro, codesto è un cane buono per la casa d’un contadino.» Già,

che poi lo lasci morir di fame, e lo fucili, o lo impicchi a un fico

perchè la povera bestia affamata è ricorsa all’uva del campo!...

Tanto è difficile anche ai cani, bestie così irragionevoli, e che

vogliono irragionevolmente mangiare, viver con gli uomini, diciamo

coi contadini, che hanno tanto l’uso della ragione!... Bel consiglio

mi dette una giovane e gentile signora! «Che se ne fa di cotesto

cane tanto brutto? — mi disse — lo porti via in treno con sè, lo

lasci a qualche stazione, e buona notte!» Come si sbrigan presto,

dei loro incomodi, le signore!... E dire che un musino graziosino e

soave come quello, sarebbe stato capace di farlo, senza un rimorso

al mondo! Io dunque, per il consiglio d’Eva, lo dovevo abbandonare

e tradire!... Brutto?... non è vero. Pare che in certi momenti egli

abbia il presentimento d’un male che non comprende, e allora i suoi

occhi esprimono una pietà sì triste, sì spirituale, sì bella! mentre

poi basta un nulla a farlo brillare e balzar di gioia: un sasso che io

gli scaglio perchè lo buschi, o il verde aprico dei prati pei quali

corre come una lepre inseguita, abbaiando ai buoi pascolanti. Que’

grossi animaloni alzano lentamente il muso dall’erba, e lo guardano

come se lo volessero compatire... Che mistero immenso è contenuto anche

dentro questa pelle di cane, animata! Se io lo potessi comprendere, ne

saprei più d’un professor di Liceo, e forse anche d’Università. Invece

io non so altro se non che ha il cuore perfetto, come ha perfetto

l’odorato e l’udito. Quando devo rimproverare alla serva la sua

smemorataggine, la sua menzogna, il suo sudiciume, Speranza le salta

intorno e, a ogni salto, le arriva una leccatina sulla guancia, o sul

mento. Dunque la compassione è un sentimento innato nei cani, a cui

non la insegna nessuno. Speranza non ha fatto neppure le tre classi

obbligatorie, nè ha mai visto uno di quei tanti libercoli elementari

dove, tacendosi di Dio, o ricordandolo appena, come la cosa meno

necessaria all’ordine morale del mondo, s’insegnano poi a freddo tante

belle virtù e scienze, ai ragazzi... Quanto all’udito, vorrei sapere

per quale mirabile struttura e disposizione de’ suoi nervi acustici,

fra due campanelli vicini e di suono eguale, quello di casa e quello di

camera mia, Speranza distingue subito se ho suonato io, o se suonano

all’uscio. Se ho suonato io, corre zitto zitto ad avvisare la serva,

e se suonano all’uscio, ecco subito la bestia domestica mutarsi in

feroce, e, latrando e abbaiando, fogarsi come un’eroica sentinella,

contro il nemico... E l’impressione dei suoni, e l’atto che ne consegue

immancabilmente, come sono diversi in Speranza e in Camuffi! Camuffi

si desta e accorre soltanto al rumore dei piatti, e a quello dei topi.

Speranza dei topi non se ne cura, non è affar suo; ma basta un sospiro

del suo padrone a renderlo attento; basta il più lieve ed ignoto

scalpiccìo sulla scala, il più piccolo suono di campanello, a farlo

abbaiare e accorrere come un lampo. Che differenza d’organismo fisico e

morale in questi due quadrupedi maravigliosi della casa dell’uomo!...

L’uno è l’amico buono, aperto, verace, il custode fedele della soglia;

l’altro non è che l’ospite freddo, ingordo, ipocrita, indifferente,

insidioso: qualità, del resto, come occorrevano a un sì grazioso

animale destinato a chiappare i topi, e divertirsi, così perfidamente

e inconsciamente, con la loro agonia. Ma in queste qualità appunto, o

disposizioni così individuali, così costanti, e assolutamente diverse,

apparisce un intento così ordinato ad un fine, che io mi domando se è

mai possibile che l’abbia potuto avere soltanto il cieco fenomeno, o

il cieco caso!... Vorrei sapere chi l’ebbe... Chi l’ebbe?... Camuffi e

Speranza non lo sanno, e io lo so meno di loro.»

Il peccato del dottore · 第 7 / 53 题