Il dottore che avrebbe voluto essere un ottimista, quella sera pareva
poco disposto a vedere il mondo color di rosa, e perciò finì il suo
monologo sospirando.
Speranza che dormicchiava sulla sedia, avendo tra le zampe Camuffi,
sorse, e, tendendo gli orecchi, guardò il padrone. Posato in sulle
zampe di dietro, là sulla sedia, egli ricordava, al fiero e vigile
atteggiamento, il leone marmoreo della Repubblica fiorentina, quale si
vede a Palazzo Vecchio.
Forse, chi sa, erano i disgusti della giornata trascorsa quasi senza
parole con persone tutt’altro che amiche; era quel tempo gelato con
cui già s’annunziava il lungo rigore invernale; erano le impressioni
ingrate di quel notturno vagabondaggio sulla neve per la cittaduzza
squallida, senza incontrare una faccia amica; il fatto sta che il
dottore quella sera non era, come avrebbe voluto essere, un ottimista
giocondo, ma un uomo disposto alle conclusioni più sconfortanti. Le
avrebbe volute bandire dal suo pensiero perchè non credeva neppure ad
esse, ma giudicava che dipendessero da circostanze tutte inerenti ai
suoi sensi impressionati da quella sera sì muta e sì triste. Egli non
era certo di nulla. Sentiva pesare sopra di sè la propria, dirò così,
subiettività, quale ella era per indole naturale, e quale i casi, più
avversi che favorevoli, gliel’avevano fatta; e questa subordinare e
chiudere i suoi giudizi in un àmbito così relativo e così limitato,
che tali suoi giudizi gli apparivano miseramente vani, presuntuosi e
dubbiosi. Si ricordava d’aver veduto quel giorno, appesa allo sportello
d’una botteguccia, una gabbia, con dentro uno scoiattolo inquieto che
girava girava sempre sul medesimo pernio, sperando sempre di trovare
un’uscita; e quello gli pareva l’immagine del pensiero che va e viene
sempre per la medesima ruota delle sue vane illusioni attorno un
piccolo barlume sperduto nella miseria e nell’ignoranza infinita.
Tali pensieri noiosi provocarono dal suo petto un altro lungo sospiro.
Allora Speranza s’accertò proprio che il suo padrone, in quel
momento, aveva qualche afflizione; e quasi obbedendo ad un sentimento
inconsapevole e superiore alla sua natura di cane, scese, con una certa
titubanza, giù dalla sedia, e s’avvicinò rispettoso, la coda bassa e
gli occhi pietosi, alla poltrona dove sedeva il dottore; gli posò le
due zampe sul ginocchio sinistro, e restò così un poco incerto se gli
doveva leccar la mano; ma sapendo che il dottore non lo gradiva, leccò
invece due o tre volte il bracciuolo della poltrona.
Il dottore gli accarezzò la testa e sorrise.
«Speranza, egli disse, ne può su di me più d’un teologo morale; mi fa
quasi ritornare ottimista e credente; mi fa quasi toccare il fondo
sincero della bontà; una bontà fedele, delicata, cortese, che non
s’insegna e che perciò non si finge, e di cui egli, certo, dandomi
ora una prova così singolare, non crederà d’aver fatto troppo, nè che
io gli debba un obbligo eterno per tanta sua degnazione... E dire
che io, uomo frivolo e cattivo, più volte l’ho disprezzato questo
povero cane, perchè non è bello! perchè col suo musetto aguzzo di
volpe senza malizia, il suo ruvido pelo color cannella, le sue zampe
tozze e meschine, i suoi orecchi mezzani ricadenti sul ciglio come
due netta-penne; egli ha tutta l’aria d’un cane povero e disgraziato.
L’ebbi da un lustrascarpe fiorentino per una lira, se no l’affogava
in Arno, e ora io non l’avrei qui mio unico amico e compagno. Ah,
perchè io non posso mutarlo in uomo, o meglio in donna, mantenendogli
il suo cuore di cane!... «Tutt’al più, mi diceva l’altro giorno un
barbassoro, codesto è un cane buono per la casa d’un contadino.» Già,
che poi lo lasci morir di fame, e lo fucili, o lo impicchi a un fico
perchè la povera bestia affamata è ricorsa all’uva del campo!...
Tanto è difficile anche ai cani, bestie così irragionevoli, e che
vogliono irragionevolmente mangiare, viver con gli uomini, diciamo
coi contadini, che hanno tanto l’uso della ragione!... Bel consiglio
mi dette una giovane e gentile signora! «Che se ne fa di cotesto
cane tanto brutto? — mi disse — lo porti via in treno con sè, lo
lasci a qualche stazione, e buona notte!» Come si sbrigan presto,
dei loro incomodi, le signore!... E dire che un musino graziosino e
soave come quello, sarebbe stato capace di farlo, senza un rimorso
al mondo! Io dunque, per il consiglio d’Eva, lo dovevo abbandonare
e tradire!... Brutto?... non è vero. Pare che in certi momenti egli
abbia il presentimento d’un male che non comprende, e allora i suoi
occhi esprimono una pietà sì triste, sì spirituale, sì bella! mentre
poi basta un nulla a farlo brillare e balzar di gioia: un sasso che io
gli scaglio perchè lo buschi, o il verde aprico dei prati pei quali
corre come una lepre inseguita, abbaiando ai buoi pascolanti. Que’
grossi animaloni alzano lentamente il muso dall’erba, e lo guardano
come se lo volessero compatire... Che mistero immenso è contenuto anche
dentro questa pelle di cane, animata! Se io lo potessi comprendere, ne
saprei più d’un professor di Liceo, e forse anche d’Università. Invece
io non so altro se non che ha il cuore perfetto, come ha perfetto
l’odorato e l’udito. Quando devo rimproverare alla serva la sua
smemorataggine, la sua menzogna, il suo sudiciume, Speranza le salta
intorno e, a ogni salto, le arriva una leccatina sulla guancia, o sul
mento. Dunque la compassione è un sentimento innato nei cani, a cui
non la insegna nessuno. Speranza non ha fatto neppure le tre classi
obbligatorie, nè ha mai visto uno di quei tanti libercoli elementari
dove, tacendosi di Dio, o ricordandolo appena, come la cosa meno
necessaria all’ordine morale del mondo, s’insegnano poi a freddo tante
belle virtù e scienze, ai ragazzi... Quanto all’udito, vorrei sapere
per quale mirabile struttura e disposizione de’ suoi nervi acustici,
fra due campanelli vicini e di suono eguale, quello di casa e quello di
camera mia, Speranza distingue subito se ho suonato io, o se suonano
all’uscio. Se ho suonato io, corre zitto zitto ad avvisare la serva,
e se suonano all’uscio, ecco subito la bestia domestica mutarsi in
feroce, e, latrando e abbaiando, fogarsi come un’eroica sentinella,
contro il nemico... E l’impressione dei suoni, e l’atto che ne consegue
immancabilmente, come sono diversi in Speranza e in Camuffi! Camuffi
si desta e accorre soltanto al rumore dei piatti, e a quello dei topi.
Speranza dei topi non se ne cura, non è affar suo; ma basta un sospiro
del suo padrone a renderlo attento; basta il più lieve ed ignoto
scalpiccìo sulla scala, il più piccolo suono di campanello, a farlo
abbaiare e accorrere come un lampo. Che differenza d’organismo fisico e
morale in questi due quadrupedi maravigliosi della casa dell’uomo!...
L’uno è l’amico buono, aperto, verace, il custode fedele della soglia;
l’altro non è che l’ospite freddo, ingordo, ipocrita, indifferente,
insidioso: qualità, del resto, come occorrevano a un sì grazioso
animale destinato a chiappare i topi, e divertirsi, così perfidamente
e inconsciamente, con la loro agonia. Ma in queste qualità appunto, o
disposizioni così individuali, così costanti, e assolutamente diverse,
apparisce un intento così ordinato ad un fine, che io mi domando se è
mai possibile che l’abbia potuto avere soltanto il cieco fenomeno, o
il cieco caso!... Vorrei sapere chi l’ebbe... Chi l’ebbe?... Camuffi e
Speranza non lo sanno, e io lo so meno di loro.»