_Delle Consuetudini della città di Napoli e di Bari, e d'alcune altre
città del Regno._
Fra gli altri beneficii finora noverati, onde al Re Carlo II piacque di
favorire ed innalzar cotanto questa città, non inferiore deve riputarsi
quello della compilazione delle nostre Consuetudini. Prima che quelle
si fossero ridotte in iscritto, li cittadini erano in continue liti e
discordie, per cagion dell'incertezza delle medesime: ciascuno allegava
per se la Consuetudine, e per provarla produceva i suoi testimonii, e
secondo quelle pruove era deciso il litigio. Occorreva in caso simile,
che commettendosi la pruova al detto de' testimonii, in un altro
giudicio si pruovava il contrario, e contraria perciò ne seguiva la
determinazione; onde avveniva, che sempre stassero incerti, dubbii ed
in perpetui litigii e contese. Per togliere disordine sì grave Carlo II
pensò di darvi rimedio.
Avea egli un esempio assai recente di ciò, che ai tempi del Re Carlo
suo padre si fece nella città di Bari, e di quel che ivi avea fatto
prima di lui il famoso Ruggiero I Re di Sicilia. Pure in quella
città, che stata lungamente sotto la dominazione de' Longobardi, si
reggeva colle loro leggi, eransi tratto tratto stabilite particolari
Consuetudini conformi per lo più alle leggi longobarde. I Baresi
perchè non inciampassero in quella confusione, nella quale si vedea
ora Napoli, le fecero ridurre in iscritto, e presa la lor città da
Ruggiero, le presentarono al medesimo, il quale (come si legge nel
proemio di quelle) _et laudavit et servavit illaesas: imo potius
suo inclyto favore firmavit, et eis perlectis, demum robur suae
constitutionis indulsit_[571]. Ma ne' tempi di Carlo I ebbero più
felice successo, perchè trovarono due celebri Giureconsulti baresi, che
in un picciol volume con la maggior brevità ed eleganza, che comportava
quel secolo, le restrinsero, e con istile certamente non insulso le
tramandarono ai posteri: ed è quel volume, che oggi corre per le mani
d'ognuno; il qual avrebbe meritato altro più culto Scrittore, non
_Vincenzo Massila_, che ignaro delle leggi longobarde, donde trassero
la loro origine, con istile assai goffo e pieno di puerilità nell'anno
1550 commentolle.
Que' due Giureconsulti, che in quella guisa, che ora le vediamo, le
compilarono, furono il Giudice _Andrea di Bari_, ed il famoso Giudice
_Sparro_, o sia _Sparano_, parimente barese. Fu questi uno de' maggiori
Giureconsulti, che fiorisse a' tempi di Carlo I, da questo Principe
molto ben veduto, e in sommo pregio avuto; poichè, oltre essere stato
prima da lui creato Giustiziere di Terra di Bari, e poi M. Razionale
della G. C., dopo la morte di Roberto da Bari fu fatto G. Protonotario
del Regno. Ebbe ancora la suprema preminenza ne' Tribunali de' Contadi
di Provenza e di Forch'Alquir, ed il titolo di _vir nobilis_, solito
darsi in que' tempi a' Titolati, ed a persone d'esquisita nobiltà:
creollo di più Cavaliere, e l'arricchì di molti Feudi.
Il Giudice _Andrea_ in quel libro, che compilò, tenne quell'istesso
ordine e metodo, per quanto gli fu permesso, del Codice di Giustiniano,
ed in alcuna parte seguitò quello delle Pandette. Comincia perciò dopo
un non disprezzevol proemio, ad imitazione di Giustiniano, dal titolo
_de Sacrosanctis Ecclesiis_, ove tratta delle cose attinenti alla
cattedral chiesa di Bari e dell'altra di S. Niccolò. Finisce la sua
compilazione ad imitazione di Triboniano nelle Pandette col titolo:
_de Regulis juris_, seguitando ancora l'esempio de' Compilatori delle
Decretali.
Il Giudice _Sparano_, che con non minor eleganza aggiunse alla costui
compilazione un altro libro, tenne altro metodo. Conoscendo, che quelle
Consuetudini in gran parte derivavano dalle leggi longobarde, stimò più
a proposito seguitar quell'istesso ordine, che tennero i Compilatori
di quelle leggi: e perciò comincia da' delitti, siccome da questi si
dà principio al primo libro delle longobarde. Narrasi ancora di questo
Giureconsulto, che componesse altre opere, ma due sole sono di lui
rimase a' posteri: questa compilazione, ed un libretto, che intitolò:
_Rosarium virtutum et vitiorum_: che fu da poi nell'anno 1571 stampato
in Venezia con la giunta dell'Abate Paolo Fusco da Ravello.
Carlo II adunque, avendo innalzata Napoli a tanta sublimità, non
permise, che in ciò Bari la superasse. Per ciò non trovandosi le sue
Consuetudini ridotte in iscritto, onde derivavano que' disordini
accennati di sopra, diede prima incombenza all'Arcivescovo di
questa città, e gli prescrisse, che chiamati a se dodici uomini di
sperimentata probità, e ben istrutti de' costumi della loro patria,
desse principio all'opra. Era allora Arcivescovo di Napoli _Filippo
Minutolo_, quello stesso, che per la sua saviezza e dottrina fugli dal
padre destinato per primo Consigliere, quando lo rimise in Napoli per
suo Vicario, onde l'opera era degna di lui, da chi poteva sperarsi
felice successo[572]. Ordinò nell'istesso tempo, che l'Università
di Napoli eleggesse quegli uomini che fossero non meno integri, che
informatissimi delle costumanze della loro patria, i quali dovessero
ricercare tutte le Consuetudini della città, ma le più vere, le più
antiche, le più concordi e le più approvate ne' giudicii: e dopo averle
ben esaminate con legittima testimonianza d'uomini probi ed integri, le
riducessero in iscritto in un volume: il quale riveduto ed esaminato
dall'Arcivescovo, e da queste dodici persone a ciò destinate, lo
dovessero presentare a lui, perchè quelle solo dovesse confermare ed
approvare con sua Costituzione, e riprovar tutte l'altre: in maniera,
che nè in giudicio, nè fuori avessero forza e vigore alcuno.
L'Arcivescovo, e gli uomini a ciò deputati adempirono la loro
incombenza, ed in nome di tutti i cittadini presentarono il libro
al Re, perchè lo confermasse. Nè a questi tempi erano entrati gli
Ecclesiastici in quella pretensione, che fortemente sostennero da poi,
d'essere da quelle liberi e sciolti. Carlo lo fece poi rivedere da
Bartolommeo di Capua, ch'era allora Protonotario del Regno, il quale
levate alcune cose, ed aggiuntene alcun'altre, ed in miglior modo
dichiarate, le dettò in quello stile che ora leggiamo. Il che fatto,
furono dal Re approvate, e vietato che toltone quelle ch'erano scritte
in quel volume, non fosse lecito per l'innanzi ne' giudicii o fuora,
allegarne altre: ciocchè accadde nell'anno 1306 morto già l'Arcivescovo
Minutolo.
Se vogliamo far paragone tra le Consuetudini di Napoli con quelle di
Bari, non vi è dubbio alcuno che i Giudici Andrea e Sparano con maggior
eleganza dettarono quelle che i Baresi presentarono al Re Carlo I, che
non fece Bartolommeo di Capua di queste, che i Napoletani presentarono
a Carlo II. Lo stile di quelle non fu cotanto insulso ed intrigato,
come può esser noto a chi leggerà l'une e l'altre: se non vogliamo
difendere il Capua con quel che leggesi nel proemio di Carlo, il quale
dice, che piacque a quel Giureconsulto di non mutare lo stile, ed i
vocaboli proprii del paese, per maggior intelligenza di que' cittadini:
_In stilo dictaminis eorudem civium, ut magis proprie illarum usualia
verba remaneant_[573].
Scorgesi eziandio un'altra differenza tra l'une e l'altre; perchè
quelle di Bari, per essere state lungamente de' Longobardi, per la
maggior parte traggono origine dalle costoro leggi. All'incontro Napoli
che non riconobbe mai il dominio de' Longobardi, ma, se si riguardano
i suoi principii, fu città greca, o se il dominio che n'ebbero in que'
medesimi tempi, che i Longobardi dominarono l'altre province del Regno,
fu ella sotto la dominazione de' Greci, e degli ultimi Imperadori
d'Oriente: quindi le sue Consuetudini dalle leggi di quella Nazione
derivano.
Fu chi credette che chiamando il Re Carlo queste Consuetudini
antichissime, fossero reliquie di quelle antiche leggi, colle quali si
governava in tempo de' suoi Arconti e Demarchi, come dicemmo nel primo
libro. Altri, apponendosi più al vero, senza ricorrere ai tempi tanto
lontani e remoti, credettero che dalle Novelle degl'ultimi Imperadori
greci derivassero, di che ne potrebbe esser argomento i tanti riti e
costumi degli ultimi Greci che ancor si ritengono, e l'analogia ed i
molti vocaboli ancor ritenuti di quella Nazione.
L'ordine ancora ed il metodo tenuto da Bartolommeo di Capua fu tutto
altro da quello che tennero Andrea e Sparano. Questi, almeno per
quanto si potè, imitarono Giustiniano ed i Compilatori delle leggi
longobarde, come si è detto: il Capua di suo arbitrio ne formò un altro
nuovo. Trattò in prima l'ordine della successione _ab intestato_, ed
indi quella _ex testamento_: della potestà che in vigor di queste
Consuetudini hanno i figli di famiglia di poter testare e di quali
beni: delle donne maritate, le quali uscendo dalla patria potestà,
potendo testare delle loro doti, in che quantità possano farlo o in
altra maniera disporne: degli alimenti che devono i padri e le madri
prestare a' loro figliuoli, e su di quali robe. Passa poi a trattar
delle doti e della quarta alla donna dovute su i beni del marito. De'
contratti tra i mariti e le mogli. Degl'istromenti soliti in questi
tempi farsi da' Curiali e della lor fede; e da poi, di tutto ciò che
s'attiene alla materia dotale e della quarta.
Prima di passar agli altri contratti, intermezza otto titoli, uno ove
tratta de' casi, ne' quali per propria autorità possa alcuno pignorare
la roba altrui: l'altro della ragion del congruo: nel terzo esamina
di che forza sia il detto del Colono parziario: nel quarto della
testimonianza de' rustici, e quanta fede meriti: nel quinto tratta
delle Servitù, e nelli tre seguenti di cose a quelle appartenenti.
Torna poi a' contratti, e parla delle locazioni e condizioni, de'
pegni, delle compre e vendite, e delle arre da darsi: ma vengono questi
titoli framezzati con altri, come della nunziazione della nuova opera:
_Communi dividundo_, e _de Glande legenda_.
Finalmente chiudono il libro il titolo _de ripa, vel efrico_, e
l'altro, ch'è l'ultimo _de restituitone in integrum_. Quest'ordine
tenne Bartolommeo di Capua in questa sua compilazione delle
Consuetudini di Napoli, la quale ebbe il suo compimento e confermazione
del Re a' 20 di marzo dell'anno 1306, come si legge nella loro data:
_Data Neapoli per manus ejusdem Bartolomaei de Capua militis Logothetae
et Prothonotarii Regni Siciliae. Anno Domini 1306 die 20 martii 4
Indict. Regnorum nostrorum anno 22._
Furono queste Consuetudini dal Re Carlo fatte riporre nel suo regale
Archivio, affinchè i Napoletani, essendo ridotte in iscritto, e
roborate dalla sua autorità, non fossero più intrigati in tante
dispute, e sapessero dove ricorrere per terminarle[574].
I nostri Dottori cominciarono poi a commentarle, e non passarono 44
anni da che furono da B. di Capua compilate, che surse _Napodano_
Sebastiano di Napoli, il quale fu il primo ad impiegar intorno a quelle
i suoi talenti nel Regno di Giovanna I, pronipote di Carlo nell'anno
1350. Fiorì egli ne' tempi di quella Reina, ed era riputato per uno
de' bravi nostri Professori: era egli Nobile napoletano, della famiglia
Sebastiana, e non meno di Matteo d'Afflitto, che tirava la sua famiglia
da S. Eustachio ed il Sannazaro da S. Nazario, ebbero i suoi la vanità
d'ostentare che la sua parimente dipendesse da S. Sebastiano Maestro
de' Soldati dell'Imperadore Diocleziano, ovvero, se questo fallisse,
da quell'altro Sebastiano Pretore a' tempi dell'Imperadore Zenone; o
pure quando tutto altro mancasse, da' Signori di _Sebaste_, città di
Samaria[575]. Essendo Cancelliere il Vescovo di Fiorenza, Lettore degli
Studii Lorenzo Poderico e Vice Protonotario del Regno Sergio Donorso,
ebbe egli nel Collegio di Napoli pubblico esame; e datosi allo studio
legale riuscì il primo della sua età. Si pose egli a commentar prima
le Costituzioni e Capitoli del Regno: da poi per quella mortifera
pestilenza che accadde in Italia nell'anno 1348, descritta con tanta
vivezza ed eloquenza dal Boccaccio, avendo perduti tutti i figliuoli,
per dar qualche conforto al suo dolore, ritirossi in una villa presso
Napoli ed in quella solitudine si pose a commentar queste Consuetudini,
e terminò le sue fatiche a' 5 aprile dell'anno 1351 come e' dice nel
fine de' suoi Commentarii. Testifica Scipione di Gennaro[576], il qual
fece alcune addizioni al Commento di Napodano, che aveva inteso da'
loro più antichi che quella villa, ove ritirossi Napodano a far questo
Commento, era quella appunto che a' suoi tempi si possedeva da D. Luisa
Rossa vedova del Dottor D. Paolo Marchese, ch'è posta nel principio
della strada, onde vassi a S. Martino.
Il Commento, che questo Giureconsulto fece alle Consuetudini, acquistò
tanta autorità presso i nostri Dottori che tiene ora non inferior forza
e vigore del testo medesimo delle Consuetudini, e non meno di quello
venne da poi da' nostri Professori esposto e commentato o da alcune
note illustrato. Undici anni dopo queste sue fatiche, propriamente
a' 20 agosto dell'anno 1362 trapassò di questa mortal vita ed il suo
cadavere giace sepolto nella Chiesa di S. Domenico Maggiore di Napoli,
ove se n'addita il sepolcro[577].
Dopo Napodano, illustrarono queste Consuetudini o con note, o con
addizioni ovvero con varie decisioni del S. C. della regia Camera e
della G. C. della Vicaria, altri insigni Giureconsulti che fiorirono
ne' seguenti secoli. I primi furono Antonio d'Alessandro Presidente,
che fu del S. C. Viceprotonotario del Regno: Stefano di Gaeta: il
celebre Matteo d'Afflitto: li Consiglieri Antonio Capece e Marino
Freccia: il Consigliere e Presidente della regia Camera Diomede
Mariconda: Antonino di Vivaya, e nell'anno 1518 Scipione di Gennaro;
il quale avendo riscontrato l'esemplare ch'egli avea coll'originale di
Napodano, le fece imprimere in Napoli colle addizioni, che nell'anno
precedente avea fatte su 'l Commento di quello, ed è la più antica
edizione che si trovi di queste Consuetudini.
Seguirono da poi altre edizioni con nuove Chiose e Giunte, come quelle
fatte da' Consiglieri Vincenzo de' Franchis, Camillo Salerno, Antonio
Barattucci, Bartolommeo Marziale, e Cesare Vitelli: da Coluccio
Coppola, Gaspare di Leo, e Gio: Angelo Pisanello: da' Consiglieri
Felice Scalaleone, Giacomo Anello de Bottis e Felice de Rubeis:
dal Presidente della regia Camera Scipione Buccino, dal Reggente
Francesco Revertero, da Tommaso Nauclero, da Provenzale, da Caputo, ed
ultimamente da Carlo di Rosa, il quale in un volume raccolse quasi che
tutte le costoro note ed addizioni.
Oltre a costoro, sursero pure nel passato secolo altri Scrittori, li
quali, o per via di controversie, o di decisioni, o di consiglj, ovvero
con trattati, largamente scrissero sopra queste nostre Consuetudini,
fra' quali porta il vanto il celebre _Molfesio_, che più d'ogni altro
in più volumi trattò di quelle, tanto che oggi ai nostri Professori il
diritto appartenente a queste Consuetudini, si è reso una delle parti
più necessarie per la disciplina forense, la quale non meno che l'altre
ha le sue sottigliezze, ed i suoi intrighi, dove il numero di tanti
Scrittori l'han posta, e richiedesi perciò somma dottrina, e perizia
per ben maneggiarla.
L'esempio di Bari e di Napoli seguirono l'altre città del Regno:
_Aversa_ volle anche ridurre in iscritto le sue Consuetudini, che
girano per le mani d'ognuno col Commento di _Nunzio Pelliccia_. _Capua_
tiene pure le sue commentate da _Flavio Ventriglia_ Gentiluomo capuano.
_Gaeta_ similmente ha particolari Consuetudini e Statuti. _Amalfi_ e
suo Ducato ebbe anche le sue particolari Consuetudini, le quali furono
compilate dal Giudice _Giovanni Agostaricci_, che morì in Amalfi l'anno
1281 dove nell'antico Chiostro di San Andrea si vede il suo tumulo
ed iscrizione[578]. Catanzaro tiene eziandio le proprie Consuetudini
spiegate dal suo cittadino _Giovan Francesco Paparo_. E così di mano
in mano l'altre città del Regno, delle quali non accade far qui un più
lungo e nojoso catalogo.
In tanta grandezza avendo il Re Carlo II posta la città ed il Regno
di Napoli, finalmente giunto al sessantesimoterzo anno di sua vita,
soprapreso da febbre acutissima, dopo aver regnato anni 25 trapassò a'
5 di maggio dell'anno 1309 nel palagio chiamato Casanova fuori Porta
Capuana, ch'egli avea fatto edificare lungi da Napoli 200 passi, ove
abitar solea d'estate, per l'opportunità dell'acque del Sebeto, che
entrando nella città, passavano per quello, il qual luogo divenuto
poscia grandissima villa, ritiene sin a' nostri dì il medesimo nome,
ancorchè dell'antico palagio non ne sia rimaso alcun vestigio.
(_Carlo II_ un anno prima di morire fece in Marsiglia il suo testamento
a' 16 Marzo 1308, nel quale istituì erede del Regno Roberto Duca
di Calabria, chiamandolo suo primogenito, ed a _Carlo_ suo nipote
figliuolo del Re d'Ungheria, che fu suo primogenito, gli lasciò
solo duemila once d'oro da pagarsegli per una sol volta dal Regno.
Si elesse per sepoltura del suo corpo la chiesa del monastero di S.
Maria di Nazaret in Provenza, e fece molte altre disposizioni intorno
agli Stati del Contado di Provenza, di Forcalquer e di Pedemonte, ne'
quali per non poter succedere le femmine in mancanza de' discendenti
maschj di _Roberto_ chiamò _Filippo_ Principe di Taranto e di Acaja suo
figlio e suoi discendenti maschj, sostituendo a questi altri maschj di
primogenito in primogenito. Il suddetto testamento estratto dal real
Archivio di Provenza fu impresso da _Lunig_[579]).
Non è memoria, come scrive il Costanzo, che fosse mai pianto Principe
alcuno tanto amaramente, quanto costui, per gran liberalità, per
gran clemenza, e per altre virtù, ond'era egli adorno. Per la sua
liberalità fu comparato ad Alessandro M. e quanto nelle cose militari
fu inesperto, altrettanto nelle cose civili e pacifiche fu eminente. Fu
con regal pompa seppellito il suo cadavere nella chiesa di S. Domenico
e non molto da poi fu trasferito in Provenza, e nel monastero delle
Suore dell'Ordine de' Predicatori di S. Maria di Nazaret, edificato da
lui in Arles, fu collocato[580]; ma il suo cuore, per ordine di Roberto
suo figliuolo, fu fatto conservare in una Urna d'avorio e riporre in
quella medesima chiesa in Napoli, dove oggi giorno da que' Monaci,
memori d'aver questo Principe arricchito quel Convento, con molta
religione e riverenza vien custodito.