CAPITOLO III.

_Nuova Nobiltà franzese introdotta da CARLO I in Napoli; e nuovi Ordini

di Cavalieri._

Nel Regno de' _Normanni_, siccome si vide ne' precedenti libri di

quest'Istoria, molti Signori franzesi capitarono in queste nostre

parti adorni di militari posti, de' quali, come Capitani in guerra

espertissimi, si valsero que' Principi, che dalla Normannia, paese

della Francia, ci vennero: furono in premio delle loro lunghe e

gloriose fatiche lor conceduti molti Feudi, ed aggranditi co' maggiori

Ufficj della Corona: essi per ciò introdussero appo noi un nuovo modo

di succedere ne' Feudi, detto _jus Francorum_; e molte altre usanze e

riti vi portarono. Ma questi Baroni non in Napoli si fermarono: molti

in Sicilia, e particolarmente in Palermo, allora Sede regia, fecero

permanenza. Altri ne' loro Stati, de' quali erano investiti, altri

seguendo la persona de' loro Principi, decorati di varii Ufficj ivi

residevano, dove era la persona regale, ovvero dove ricercava il lor

posto, facevano residenza. Ma que' Capitani, e que' guerrieri franzesi

e provenzali, che seguirono Re Carlo nell'impresa di questi Regni,

residendo, dopo avergli conquistati, per lo più egli in Napoli, in

questa città si fermarono, ove dalla munificenza del Re riceverono i

premj delle loro sofferte fatiche; poichè Carlo, dopo essere entrato

in Napoli, con magnifico apparato, e con allegrezza ricevuto, avendo

passati molti dì in festa con la Regina Beatrice sua moglie, e con

gli altri Signori franzesi, volle premiar tutti coloro, che l'aveano

servito; e fatto scrutinio de' Baroni, che aveano seguitato la parte di

Manfredi, confiscati i loro beni, cominciò a compartirgli a costoro,

principiando da Guido Monforte, ch'era stato Capitan generale di

tutto il suo esercito, e da Guglielmo Belmonte, che oltre averlo

fatto Grand'Ammiraglio, l'investì del Contado di Caserta, e donò

molte città e castelli a moltissimi altri. Furono premiati Guglielmo

Stendardo, Gugliemo di Clinetto, Ridolfo di Colant, Martino di Dordano,

Bonifacio di Galiberto, Simone di Belvedere, Pietro di Ugoth, Giovanni

Galardo de Pics, Giordano dell'Isola, Pietro di Belmonte, Roberto

Infante, Beltrano del Balzo, Giacomo Cantelmo, Guglielmo di Tornay,

Rinaldo d'Aquino, ed altri moltissimi rapportati dal Costanzo, e dal

Summonte[271], e più diffusamente da Pier Vincenti nel Teatro dei

Protonotari del Regno, dove favella di Roberto di Bari, per le cui

mani, come Protonotario del Regno passavano allora queste donazioni.

Ed oltre aver premiato anche i Romani e gli altri Italiani, che lo

seguirono, ebbe particolar cura di que' Cavalieri franzesi, che di

Provenza e di Francia condusse seco, a' quali donò città, terre,

castelli, dignità ed ufficii eminenti nel Regno; tra' quali furono

più chiari quelli di casa Gianvilla, d'Artois, d'Appia, Stendardi,

Cantelmi, Merloti della Magna; que' di casa di Burson, di Marsiaco,

di Ponsico detti Acclocciamuri, di Chiaramonte, di Cabani, ed altri.

Potè Napoli pertanto, oltre l'antica, per la nuova e numerosa Nobiltà

franzese quivi stabilita con tanti Feudi, preminenze ed ufficii,

rendersi sopra ogni altra città del Regno più illustre e chiara;

ond'è, che poi meritamente acquistonne il titolo di _nobile_, ovvero di

_gentile_.

§. I. _Cavalieri armati da CARLO in Napoli._

Ma quello che sopra ogni altro rese illustre questa città, fu averla

questo Principe arricchita d'infinito numero di Cavalieri, con avere

ornati d'Ordine di cavalleria moltissimi cittadini, oltre molti altri

del Regno, nel quale per ciò introdusse in tanta frequenza l'esercizio

militare, che quelli, che sotto la disciplina sua e de' suoi Capitani

erano esercitati nelle guerre, non cedeano punto a' veterani, ch'egli

avea condotti di Provenza e di Francia.

L'ordine de' Cavalieri fu presso i Romani in tanta stima e riputazione

ch'era uno de' tre Ordini, dei quali si componeva quella Repubblica:

_Martia Roma triplex, Equitatu, Plebe, Senatu_, dice Ausonio. Cioè

di Senato, Cavalieri, e minor Popolo. Il Senato per lo consiglio: li

Cavalieri per la forza: il minor Popolo, per somministrare e fornire,

ovvero ridurre a perfezione le cariche della Repubblica.

Prima l'Ordine de' Cavalieri era come un Seminario di Senatori:

poichè, come dice Livio, da quest'Ordine si pigliavano, e si facevano

i Senatori; ma da poi che i grandi Ufficii furono comunicati al minor

Popolo, li Senatori erano scelti da que' ch'erano stati Magistrati.

Prima i Romani davano il cingolo militare a coloro ch'erano abbondanti

di beni di fortuna; onde nacque, che chi avea molti _sestertii_ poteva

aspirare ad entrar in quest'Ordine, siccome a quello di Senatori

ancora. In tempo poi degli Imperadori era dato con solennità alle

persone di merito, e più frequentemente a quelle, che non aveano

ufficio o carica pubblica, ma dimoravano per lo più, come semplici

gentiluomini nella Corte dell'Imperadore; e perchè erano di più sorte,

perciò l'Imperadore in una sua Costituzione, che ancor leggiamo nel

Codice di Giustiniano[272], volle stabilire le loro precedenze, e dopo

quelli che tengono esercizio per qualche ufficio o carica, mette in

secondo luogo que' Cavalieri, a' quali essendo in Corte avea egli dato

il cingolo militare: nel terzo luogo, quelli a' quali non essendo in

Corte, ma assenti, avea l'Imperadore mandato il cingolo: nel quarto,

quelli a' quali questo cingolo non era stato dato in tutto, ma a'

quali essendo in Corte, l'Imperadore avea semplicemente concedute

le lettere di dignità: e nel quinto ed ultimo luogo, quelli a' quali

avea semplicemente mandate queste lettere in loro assenza. Precedevano

perciò secondo quest'ordine; da che ne seguiva, che questo cingolo dato

a coloro che non aveano ufficio o carica pubblica, attribuiva loro il

dritto di portar continuamente la spada, e conseguentemente di godere

de' privilegi delle genti d'arme; e ch'era più onore averlo dalle mani

dell'Imperadore, che mandato in assenza: e più avere il cingolo, che le

lettere di dignità.

Ruinato l'Imperio romano, e dalle sue ruine surti in Europa nuovi

Reami e dominii, i Re di Francia, per quanto si sa, furono i primi,

che vollero rinovare sì bello istituto[273]; i quali al medesimo modo,

coloro, che conoscevano di grande merito, o almeno ch'essi volevano

elevare a dignità, allora che non aveano ufficio o carica pubblica da

conferir loro, gli facevano _Cavalieri_, cioè a dire, gli dichiaravano

gente d'arme onorarie per godere de' privilegi militari, ancorchè

non fossero arrolati tra le genti di guerra. Ed in fatti la maggior

parte degli antichi Scrittori franzesi chiamano in Latino il Cavaliere

_Militem_ e non _Equitem_. Ond'è, che quando volevano armarlo Cavaliere

di _cavallo_, spezialmente essi lo dichiaravano per gente d'arme di

cavallo, perchè in Francia costoro sono molto più stimati, che quelli

a piedi. Ed in segno di ciò, che gli facevano gente d'arme, essi davan

loro il cingolo militare ne' dì più segnalati e rimarchevoli, e sotto

cerimonie le più illustri e magnifiche che si potessero. Ciò che fu

da poi imitato da' nostri Re _Normanni_, da Ruggiero I e dagli altri

seguenti Re, anche _Svevi_, ma sopra tutti da Carlo d'Angiò e dagli

altri Re _Franzesi_ suoi successori.

I giorni destinati per tal cerimonia erano per lo più quelli della

loro incoronazione: ne' primi ingressi che facevano nelle città: ne'

dì d'alcune festività grandi, ed in particolare della Vergine Maria;

ovvero in occasione di qualche pubblica allegrezza[274]. Era ancora

antica usanza di fargli Cavalieri, o avanti una battaglia, o quando

doveano dar qualche assalto ad una Piazza, affin d'incoraggire i bravi

gentiluomini a portarsi valorosamente; ovvero dopo la battaglia, o

presa della Piazza, per ricompensar quelli, che s'erano portati con

valore, ed ardire[275]. Si facevano ancora in tempo de' maritaggi de'

Re, o loro figliuoli, o per la natività del Principe, per onorare i

Tornei, che vi si facevano.

I nostri Re prima d'ogni altra cosa, per mezzo di un general editto

solevano pubblicar per tutto il Regno il giorno destinato, nel quale

doveasi far tal cerimonia, affinchè, chi voleva prendere il cingolo,

s'accingesse a portar i requisiti, che secondo le nostre Costituzioni

erano ricercati; poichè il nostro Ruggiero I Re di Sicilia avea fatta

una costituzione[276], colla quale ordinava, che senza licenza del

Re, e senza che discendessero da Cavalieri, niuno potesse aspirare

al cingolo militare: ciò che fu confermato da Federico II nella

Costituzione[277] che siegue, la quale non a Ruggiero, come con errore

leggesi nelle vulgate, ma a Federico deve attribuirsi, così perchè in

quella, intendendo di Ruggiero, lo dice _Avi nostri_; come anche perchè

della medesima fece menzione nella sua Cronaca Riccardo da S. Germano,

che dice essersi pubblicata da Federico in un Parlamento generale, che

tenne in S. Germano nel mese di Febbraio dell'anno 1232.

I Re angioini vi aggiunsero altri requisiti, ricercando non solo: _Quod

nullus possit accipere militare cingulum, nisi ex parte patris saltem

sit miles_, come si legge nel Registro di Carlo II dell'anno 1294

rapportato dal Tutini[278]: ma che esso, ed i suoi maggiori avessero

contribuite le collette, e sovvenzioni coi Nobili e Cavalieri. Ma da

una postilla di _Bartolommeo di Capua_ nella riferita Costituzione di

Ruggiero, par, che a' tempi del Re Roberto, ne' quali egli scrisse, non

si ricercasse più la pruova della discendenza da Cavaliere, e che solo

in Francia era ciò richiesto, come sono le sue parole: _Non potest quis

militare qui non est de genere militum ex parte patris. Hoc in Regno

Siciliae non servatur, sed bene audivi servari in Regno Franciae._ Ed

in effetto leggiamo essersi dato il cingolo a molti del minor Popolo,

che non potevano mostrare essere stati i loro maggiori Cavalieri, e

molti del Popolo, così di Napoli come del Regno, armò Carlo II suo

figliuolo, e Roberto, che possono vedersi presso Tutini[279], ch'e'

chiama per ciò _Cavalieri di grazia_, perchè ebbero tal onoranza senza

le suddette condizioni.

Ricercavasi ancora, che il candidato fosse di età adulta. I Romani

secondo riferisce Dione[280], armavano Cavalieri da' diciotto anni in

su, e l'Abate Telesimo[281] ne' fatti del Re Ruggiero, descrivendoci

l'avvenenza, e l'età de' figliuoli di quel Re, dice, che ambedue erano

capaci di prendere il cingolo, essendo già adulti: _Habebat autem Rex

Rogerius et alios duos liberos adolescentiores, forma speciosissimos,

morumque honestate praeclarissimos; nec non ad suscipiendum militiae

cingulum jam utrosque adultos_.

A questo fine coloro, che volevano armarsi Cavalieri, dimandavano, che

si prendesse informazione dei loro requisiti, ed il Re commetteva,

o al Capitano di Napoli, se eran Napoletani, ovvero a' Giustizieri

delle province, se Regnicoli, che ne formassero il processo: e presa

l'informazione, costando de' requisiti, erano nel giorno destinato

ammessi ad armarsi: e costoro prima di ricevere il cingolo erano

chiamati in linguaggio franzese _Valletti_, che nel nostro suona

_Paggi_. Comparivano essi nel giorno della celebrità tutti adorni di

vaghi e ricchi abiti e nella maggior chiesa della città, ove dovea

farsi la cerimonia, s'alzava un gran palco ben adorno, dove s'ergeva un

altare, ne' cui lati si ponevano la sedia del Re e 'l faldistorio del

Vescovo, e quivi vicino un'altra sedia inargentata coverta di drappo

di seta. Sopra l'altare, come narra Giovanni Sarisberiense[282], si

ponevano le spade, che doveano cingersi a' fianchi de' nuovi Cavalieri.

Venuto il Re e la Regina con tutta la lor Corte, Cavalieri, ed altri

Nobili in chiesa, s'introducevano coloro, che doveano armarsi, e si

facevan sedere nella sedia d'argento. Da poi, da alcuni Cavalieri

vecchi erano esaminati se fossero sani, e ben disposti di corpo a poter

adoperarsi nelle battaglie, e ricevuto il loro esame, erano poscia

condotti in presenza del Vescovo, il quale sedendo nel suo faldistorio

vestito da Diacono, teneva il libro de' Vangeli aperto, ed avanti

di esso inginocchioni, chiamandogli per nome diceva loro[283]: _Già

che volete ricevere il cingolo militare, e farvi Cavalieri, avete da

giurare sopra questi Santi Vangeli, che in verun conto non verrete mai

contra la Maestà del vostro Re qui presente, e de' suoi successori,

e volendo voi partirvi dalla fedeltà del vostro Re (che Iddio non

permetta) il quale vi dovrà crear Cavalieri, dovrete prima restituirgli

il cingolo, del quale or ora sarete ornati, e da poi potrete far guerra

contro di esso, e niuno vi potrà riprendere di fellonia; altramente

sarete riputati infami, e degni di morte. Avrete ancora da esser

fedeli della Chiesa cattolica, riverenti a' Sacerdoti, difensori della

Patria, dell'Onor delle donzelle, vedove, orfani, ed altre miserabili

persone[284]._

Rispondevan quelli, che confidati nella divina grazia sarebbero stati

fedeli e leali al loro Re, e avrebbero osservato quanto promettevano,

e toccando con le mani il libro de' Santi Evangeli, così giuravano.

Poscia da due Cavalieri veterani venivan condotti alla presenza

del Re, ed ivi inginocchiati, il Re prendeva la sua spada, e con

quella toccando leggiermente a ciascuno il capo diceva: _Iddio ti

faccia buon Cavaliere_. Altri, come il Mennio[285], dicono, che il

Re percuoteva colla sua spada gli omeri, non il capo. Allora, senza

che i valletti si movessero davanti il Re, comparivano sette donzelle

della Regina vestite a bianco, le quali portando i cingoli nelle loro

mani, offertigli prima al Re, gli cingevano ne lombi de' Cavalieri.

Si prendevano poi da su l'altare le spade, come narra Pietro di

Blois[286], e dalle medesime donzelle erano attaccate a' lati de' nuovi

Cavalieri. Venivano appresso alcuni Cavalieri, e lor calzavano gli

sproni, e poscia ponevano loro una sopravvesta di panno di lana verde

foderata di pelle di vajo. La Regina poi dalla sua sedia lor porgea la

mano, ed alzatisi, s'andavano a sedere nella lor sedia. Venivan allora

tutti i Cavalieri e Nobili quivi presenti a rallegrarsi con loro della

dignità ricevuta, e datasi una colazione di cose inzuccherate, si

finiva la festa.

D'allora in poi non più valletti, ma _Messeri_, o _Militi_ erano

appellati, e come gente di guerra godevano de' militari privilegi,

e di quelli ancora, che hanno i semplici Gentiluomini, cioè d'essere

esenti dalle tasse: di portar la spada sino al gabinetto del Re: goder

il privilegio della caccia: essere esenti dalle pene degli ignobili; e

non esser tenuti battersi in duello con gli ignobili. Ne' loro tumuli

perciò si scolpivano vestiti d'arme, col cingolo, con la spada e con

gli sproni ai piedi, sotto i quali erano due cani per simbolo della

fedeltà, ciò ch'era l'impresa de' Cavalieri; e di ciò infiniti marmi

si veggono in varie chiese di Napoli; nè era permesso ad altri, che

non fosse Cavaliere, farsi scolpire in cotal modo nelle sepolture;

poichè i Dottori ne' loro tumuli si scolpivano con la toga lunga, e

col cappuccio su 'l capo, come si vede nella chiesa di S. Domenico

Maggiore di Napoli nel sepolcro di Niccolò Spinelli da Giovenazzo,

detto di Napoli ed in altre chiese ancora; e que' del minor popolo,

come i mercatanti e gli artefici, si facevano scolpire con una vesta a

mezza gamba, con maniche larghe, e con uno involto di tela su 'l capo,

siccome si veggono i loro tumuli in varie chiese di questa città[287].

Per questo era necessario, che si ritornasse il cingolo, quando si

voleva far guerra al Principe, da cui erano stati armati Cavalieri,

perchè altrimenti sarebbero stati reputati felloni ed infami, siccome

de' Principi di Bisignano e di Melfi, del Duca d'Atri e del Conte di

Maddaloni rapportano l'Engenio ed il Tutini[288], i quali essendo stati

onorati da Luigi XII Re di Francia della collana di S. Michele, quando

occupò il Regno, essendo quello poi ricaduto a Ferdinando il Cattolico,

restituirono la collana a Luigi.

Queste cerimonie per essersi rese le più segnalate e rimarchevoli, si

facevano con tale magnificenza e dispendio, che si vede così in più

Costumanze di Francia, come nelle nostre leggi del Regno, che i Baroni

aveano dritto d'imporre dazi su i loro vassalli, e dimandar sovvenzioni

da essi per le spese, che si avean da fare in tal funzione, quando essi

o i loro figliuoli primogeniti dovean armarsi Cavalieri, non altrimente

che quando maritavano le loro figliuole primogenite[289]. Noi ne

abbiamo una Costituzione di Guglielmo sotto il titolo _de adjutoriis

exigendis_[290], che parla de' figliuoli, _pro faciendo filio Milite_.

Federico II l'ampliò poi al fratello, come si legge nella Costituzione

_Comitibus_ sotto il titolo _de adjutoriis pro militia fratris_.

E tra l'epistole di Pietro delle Vigne[291] ne leggiamo una di

quell'Imperadore dirizzata ad un Giustiziero, affinchè faccia esigere

il solito _adjutorio_ da' vassalli d'un certo Barone, il cui figliuolo

dovea prender l'onoranza di Cavaliere: _Idem Justitiarius a Vaxallis

praefati Baronis juxta Constitutionem Regni nostri subventionem fieri

faciat congruentem_.

Così ancora nel Regno di Carlo di Angiò e del suo figliuolo leggiamo

ne' regali Archivi molti di questi ordini; e nel Registro dell'anno

1268[292], se ne vede uno spedito a favore di Filippo Brancaccio:

_Scriptum est Justitiario Terrae Laboris, ec. Quod Philippo Brancaccio,

qui nuper se fecit militari cingulo decorari, subventionem per hoc

congruam a Vaxallis suis faciat exhiberi._ E nel Registro dell'anno

1294[293] un altro a beneficio di Lionardo S. Framondo: _Quod Vaxalli

Leonardi de S. Framundo, praestent eidem congruam subventionem juxta

Regni consuetudinem, pro militari cingulo accipiendo_. Simil ordine

ottenne Adinolfo d'Aquino per Cristoforo suo fratello, quando da

Carlo primogenito del Re, mentr'era in Francia, fu cinto Cavaliere:

_Adenulphus de Aquino petit subventionem a vaxallis pro Christophoro

ejus fratre militari cingulo decorato a Carolo primogenito in

partibus Franciae_[294]. E poichè per la celebrità e magnificenza,

che si usavano nella creazione de' Cavalieri, s'introdusse, che non

solamente i semplici Gentiluomini, ma anche i Principi, i fratelli e

sino i figliuoli del Re volevano avere quella dignità di Cavaliere,

perciò nella creazione de' figliuoli, o fratelli del Re, poteva questi

dimandar la sovvenzione da' suoi vassalli per tutto il Regno; ed Andrea

d'Isernia rapporta, che tra' Capitoli di Papa Onorio venga anche ciò

dichiarato, che possa il Re imponere una taglia nel Regno, quando, o

volesse egli armarsi Cavaliere, o suo figliuolo, o fratello, pur che

però non eccedesse la somma di dodici mila once[295].

Tante belle e sì magnifiche cerimonie, che si facevano nella

creazione de' Cavalieri, furono cagione, che non solamente i semplici

Gentiluomini, e que' che non aveano ufficio o carica pubblica, ma

ancora i Signori, i Principi e fino i figliuoli de' Re vollero armarsi

Cavalieri, riputando, che questo fosse non solamente un onore, ma

ancora un buon presagio, e parimente un impegnamento al valore ed alla

generosità il ricevere la spada dalle mani del loro Principe. Ciò che

frequentemente, ed in Francia, e presso noi da' nostri Re costumavasi.

Negli Annali di Francia vediamo, che il Re Carlo M. cinse la spada a

Luigi il Buono suo figliuolo, essendo in procinto d'andare alla guerra.

E Luigi medesimo fece il simile a Carlo il Calvo suo figliuolo. Il

Santo Re Luigi armò Cavaliere il suo figliuolo primogenito Filippo III,

e Filippo tre altri suoi figliuoli. E l'Istoria nota, che in queste

funzioni, il Re avea la sua corona in capo, la Corte era piena, ed in

quel giorno era tavola aperta per tutti.

I nostri Re normanni ed angioini, che punto non si discostarono

dall'usanze de' Re di Francia, solevano praticar il medesimo. Così

leggiamo di Adelasia Contessa di Calabria e di Sicilia, la quale prima

che Ruggiero suo figliuolo fosse Conte, e poi primo Re di Sicilia,

volle che s'armasse Cavaliere; onde è, che prima questo Principe ne'

diplomi si nominasse Cavaliere, e poi Conte, come si osserva in più

carte rapportate da Pirro[296], in una delle quali si legge così:

_Ego Adelais Comitissa, et Rogerius filius meus Dei gratia jam Miles,

jam Comes Siciliae et Calabria, etc._ Ruggiero istesso, narra l'Abate

Telesino[297] che fatto Re, _duos liberos suos ad militiam promovit,

Rogerium Ducem, et Tancredum Bagensem Principem, ad quorum videlicet

laudem et honorem quadraginta Equites cum eisdem ipsis militari cingulo

decoravit_; e Paolo Pansa nella vita d'Innocenzio IV[298] rapporta

ancora, che l'Imperador Federico II essendo nell'anno 1245 passato a

Cremona, creò Cavaliere Federico suo figliuolo Principe d'Antiochia,

che quivi era, e cinsegli di sua mano la spada al lato.

Ciò che fu da poi imitato da' Re angioini, ed infra gli altri da Carlo

II il quale, innanzi di dar altri titoli a' suoi figliuoli, gli volle

prima crear Cavalieri: così nell'anno 1289 dopo un general parlamento

volle, prima di crearlo Re d'Ungheria, ornar Cavaliere, insieme con

molti altri, Carlo Martello suo primogenito. Il simile fece a Filippo

Principe di Taranto suo quartogenito, il quale fu da lui ornato del

cingolo militare prima d'esser creato Principe di Taranto. A Roberto

suo terzogenito, che poi gli successe nel Regno fece il medesimo;

poichè trovandosi egli nell'anno 1296 in Foggia scrisse a Filippo

suo figliuolo, che pubblicasse per mezzo de' soliti editti, come a' 2

Febbrajo giorno della Purificazione, voleva cinger Cavaliere Roberto;

e tutti que' gentiluomini, che desideravano armarsi, comparissero in

Foggia, ove insieme con Roberto avrebbero ricevuto il cingolo militare.

Il mentovato Re Roberto volle anch'egli nella città di Napoli cinger

Cavaliere nel dì della Purificazione Carlo Duca di Calabria suo

unigenito, e di ciò nell'anno 1316 ne diede parte a tutto il Regno,

scrivendone a' Giustizieri delle province, come dal diploma, che

rapporta il Tutini[299] insieme con gli altri esempi sopra riferiti.

Da questo costume, che tenevano i Re d'armare Cavalieri i loro

figliuoli, che dovevano succedere nei loro Reami, nacque il dubbio,

se essendosi ciò tralasciato di farsi, coloro che succedevano al Regno

essendo Re, fossero Cavalieri, ancorchè non avessero ricevuto l'Ordine.

E da quello ch'essi praticavano si scorge, che pare non s'avessero

per tali, già che essendo Re volevan esser cinti Cavalieri. Così

osserviamo nel libro dell'epistole di Pietro delle Vigne[300] dove si

legge una lettera, che scrisse il Re Corrado figliuolo di Federico II

agli abitanti di Palermo, nella quale loro scrivea aver voluto cingersi

Cavaliere: _Licet_, dic'egli, _ex generositate sanguinis qua nos natura

dotavit, et ex dignitatis officio una duorum Regnorum nos in solio

gratia divina praefecit, nobis militaris honoris auspicia non deessent;

quia tamen militiae cingulum, quod reverenda sancivit antiquitas,

nondum serenitas nostra susceperat, prima die praesentis Mensis Augusti

cum solemnitate tyrocinii latus nostrum eligimus decorandum, etc._

Parimente leggiamo in Sigeberto, che Malcolmo Re di Scozia volle esser

fatto Cavaliere dal Re di Francia Errico I. E narra Ottone Frisingense,

Guglielmo Rufo Re d'Inghilterra essersi fatto cingere Cavaliere da

Lanfranco Arcivescovo; poichè in que' tempi ancor durava il costume,

che non pure i Principi, ma anche i Vescovi e Prelati armavano

Cavalieri: ciò che fu poi lor proibito nel Sinodo _Westmonasteriense_

celebrato nel 1102[301]. Così ancora Errico II si fece armare dal

Maresciallo Bisense[302]: ed Odoardo IV Re d'Inghilterra ricevè

l'onoranza di Cavaliere dal Conte di Devonia. Errico VII ricevè il

cingolo dal Conte d'Evadolia: ed Odoardo VI dal Duca di Somersette.

Giovanni Villani[303] ancor rapporta, che Luigi di Taranto secondo

sposo della Regina Giovanna I ricevè il cingolo militare dalle mani

d'un Capitano tedesco; e negli annali di Francia si legge, che dopo la

giornata di Marignano il Re Francesco I fu fatto Cavaliere da Capitan

Bajart, che gli cinse la spada[304]; e Luigi XI si fece ancora armar

Cavaliere dal Duca Filippo di Borgogna[305].

Ma quantunque l'istorie abbondino di questi e di molti altri esempi,

dove si vede, che non avendo preso il cingolo nella loro adolescenza,

fatti Re, se n'han voluto ornare; non è però, come saviamente notò

Loyseau[306], che ne avessero avuto bisogno, e non fossero senza

quello Cavalieri: essi lo facevano per maggiormente onorare l'Ordine

de' Cavalieri, e per metterlo in maggior lustro e splendore. I Re come

Oceano d'ogni dignità e d'ogni onore, e come Sole onde deriva ogni

splendore, contengono in se medesimi tutte le dignità e tutte le più

alte prerogative e preminenze.

Quest'Ordine reso sì illustre da' Franzesi e da' nostri Re angioini in

maggior numero ristabilito in Napoli, ed in queste nostre province, per

li molti Cavalieri, che creavano, pose in tanta riputazione l'esercizio

militare, che non vi era gentiluomo, che non proccurasse quest'onoranza

e s'esercitasse perciò nella milizia; onde venne il Regno a fornirsi di

bravi e valorosi Capitani.

Non è, che Carlo I d'Angiò fosse stato il primo ad introdurgli in

Napoli e nel Regno; cominciarono sin da' tempi di Ruggiero I Re di

Sicilia; ma egli fu che esaltò quivi tal Ordine, e specialmente a

Napoli, in maggior elevatezza, e lo rese più numeroso e florido.

Ruggiero I Re di Sicilia fu il primo ad introdurlo a Napoli, e

fu allora, quando entrato pien di trionfo, e vittorioso in questa

città, si narra, che nel primo ingresso che vi fece nell'anno 1140

armò 150 Cavalieri[307]. E quando diede il cingolo al Duca Ruggiero,

ed a Tancredi Principe di Bari suoi figliuoli, ne creò quaranta

altri[308]. Il di cui esempio imitò poi _Tancredi_, il quale essendo

stato nell'anno 1189 coronato in Palermo Re di questi Regni insieme

con Ruggiero suo figliuolo, in questa solennità cinse molti Cavalieri,

dell'uno e l'altro Reame.

Il Re Manfredi, narra Matteo Spinello da Giovenazzo[309], coronato che

fu Re in Palermo, essendosene passato in Calabria, creò per quelle

città molti Cavalieri, e poscia venendo in Napoli, nell'ingresso

solenne, che vi fece, armò trentatrè Cavalieri, tra' quali vi furono

Anselmo e Riccardo Caracciolo Rossi. E portatosi poi nell'anno 1253 in

Civita di Cheti, nelle feste di Natale cinse molti Cavalieri di varie

città di Abbruzzo.

Ma niuno altro de' nostri Principi usò tanta magnificenza e profusione

in armar Cavalieri in Napoli e nel Regno, quanto Carlo I d'Angiò.

Non vi occorreva pubblica solennità, che Carlo con sontuose feste non

volesse crearne. Nell'anno 1272 nel dì di Pentecoste ne cinse in Napoli

moltissimi tutti nobili Napoletani, fra' quali Bartolommeo dell'Isola,

Landolfo Protonobilissimo, Marino Tortello, Liguoro Olopesce, Filippo

Falconaro, Bartolommeo d'Angelo, Marino del Doce, Marino Pignatello,

Tommaso Pignatello, Gualtieri Falconaro, Lorenzo Caputo, Bartolommeo

Gaetano, Gualtieri Caputo, tutti nobili Napoletani. De' Nobili poi del

Regno, armati da Carlo Cavalieri, ne sono pieni i Registri, siccome

in quello dell'anno 1269 ove ne sono notati infiniti, e fra gli altri

Pietro di Ruggiero da Salerno, Bernardo di Malamorte, Raimondo di

Brachia, e Pietro di Penna d'Abbruzzo: creò ancora Cavaliere il Giudice

Sparano da Bari, che poi innalzò ad esser G. Protonotario del Regno,

ed altri infiniti sotto questo Re se ne trovano. Nè la munificenza di

questo Re si restrinse a' soli Nobili, ma ammise anche a quest'onoranza

que' del Popolo di Napoli e del Regno, che s'erano distinti, o per

il loro valore o per altra prerogativa: così nel suddetto Registro

dell'anno 1269 se ne leggono moltissimi[310], tanto che adornò questo

Principe Napoli ed il Regno di tanti Cavalieri, che la disciplina

militare e l'esercizio dell'arme si rese di gran lunga mano superiore a

quello delle lettere; e siccome a' tempi nostri il presidio delle Case,

ed il loro istituto è di applicar i figliuoli alle lettere ed alle

discipline, e sopra tutto alla legale; così allora per quest'Ordine

di Cavalleria cotanto da Carlo pregiato, non vi era famiglia, non

istruisse i figliuoli all'esercizio della guerra e delle armi.

Ad esempio di Carlo, fecero lo stesso tutti gli altri Re angioini

suoi successori, come Carlo II suo figliuolo, che nell'anno 1290

coll'occasione dell'incoronazione di _Carlo Martello_ in Re d'Ungheria,

armò in Napoli più di 300 Cavalieri[311], e negli anni 1291, 1292,

1296 e 1300 altri moltissimi[312]. Così Roberto suo nipote, dopo

la sua coronazione diede il cingolo a molti Napoletani e del Regno

ancora, siccome nell'anno 1309 ad alcuni d'Aversa, nell'anno 1310 a

molti di Salerno, di Capua e d'Isernia; e circa il 1312 trovandosi

egli nell'Aquila fece molti Cavalieri di quella città. E così fecero

gli altri Re della seconda stirpe d'Angiò, come Carlo III, Luigi

III, Ladislao ed altri, avendo tutti calcate le vestigie di Carlo il

Vecchio. Quindi si fece poi, che fosse tanto cresciuto nel Regno il

numero de' Cavalieri, che per cagione della moltitudine, e del poco

merito d'alcuni, che n'erano ammessi, cominciava già l'Ordine della

Cavalleria a cadere in disprezzo, e di non esser molto stimato.

Nè ciò avvenne presso noi solamente, ma anche in Francia, e negli

Reami degli altri Principi, pure a cagion della moltitudine ch'essi

ne facevano: poich'era la facilità di fare Cavalieri giunta a tanto,

che i Re tanti ne facevano, quanti in qualche pubblica festività

se ne presentavano avanti. E negli Annali di Francia si legge,

che il Re Carlo V all'assedio di Burges in un giorno solo ne fece

cinquecento[313]. E di Carlo V Imperadore pur si legge, che quando

fu incoronato Imperadore in Bologna da Clemente VII fece Cavalieri

tutti quelli, che trovò ragunati avanti la Chiesa di S. Giovanni,

toccandogli, senz'altra solennità, leggiermente con la sua spada su gli

omeri.

§. II. _Particolari Ordini di Cavalleria._

Da questa facilità e dal disprezzo, che poi ne avvenne, nacque

l'origine de' particolari Ordini di Cavalleria; poichè da tanta

moltitudine se ne sottrassero i più principali, e segnalati Cavalieri,

e si ridussero ad una piccola banda, o truppa; per la qual cosa si

inventarono certi nuovi Ordini o Milizie di Cavalieri, ne' quali si

ritennero solamente quelli di più merito, o per valore o per legnaggio,

non ricevendosi coloro che non avevano altra prerogativa o titolo, che

di semplici Cavalieri.

E per rendere questi nuovi Ordini più augusti, e venerabili,

s'astrinsero a certe cerimonie di religione, riducendogli in forma di

Confrateria; ed ancora, affin di rendergli rimarchevoli e distinti

sopra li semplici Cavalieri, loro si fa portare un collare d'oro, o

altra insegna, che il Re dà loro, e pone in conferendogli l'Ordine

nel luogo della collana degli antichi Cavalieri. Ed erano questi

Ordini diversi e distinti da que' di S. Giovanni di Gerusalemme,

de' Teutonici, de' Templari, de' Cavalieri di Portaspada, di Gesù

Cristo, de' Commendatori di S. Antonio, di S. Lazaro, ed altri

rapportati da Polidoro Virgilio: perchè questi erano dell'Ordine

ecclesiastico, compreso sotto i Regolari; e per ciò erano chiamati

_Fratelli Cavalieri_, i quali anche s'astringevano a certi voti, come

di castità ed ubbidienza, ed a certe regole mescolate di vita monastica

e secolaresca.

In Francia il primo Ordine, ch'è stato di durata (poichè quello della

_Gennetta_ istituito da Carlo Martello, non accade annoverarlo, perchè

non durò guari) fu quello de' Cavalieri della Vergine Maria istituito

nell'anno 1351 dal Re Giovanni; e poichè essi portavano una _Stella_

nel loro cappuccio, e poi nel mantello dopo essersi abolito l'uso de'

cappucci, si chiamarono perciò Cavalieri della _Stella_. Di questa

compagnia furono presso di noi molti Cavalieri napoletani, e siccome

rapporta l'Engenio[314] fuvvi Giacomo Bozzuto, ed alcuni della famiglia

Zurla ed Aprana, siccome si vede ne' loro sepolcri.

Il secondo, fu l'Ordine di _S. Michele_, istituito in onore dell'Angelo

tutelare della Francia dal Re Luigi XI il quale per annientare il primo

Ordine, ed innalzare il suo, diede l'insegna della Stella a' Cavalieri

della sentinella di Parigi, ed a' suoi Arcieri. I nostri Cavalieri

pure ne furon decorati da' Re di Francia, siccome Troiano Caracciolo

Principe di Melfi; Berardino Sanseverino Principe di Bisignano, Andrea

Matteo Acquaviva Duca d'Atri, e Gio. Antonio Carafa Duca di Maddaloni,

li quali da poi (come si è di sopra rapportato) ricaduto il Regno al Re

Cattolico, resero la collana al Re di Francia.

Finalmente Errico III grande inventore ed amatore di nuove cerimonie,

oltre aver istituito l'Ordine militare della _Vergine del Monte

Carmelo_, al quale Paolo V concedè molte prerogative[315], istituì

l'Ordine e Milizia di _San Spirito_, in memoria, che nel dì della

Pentecoste era nato e stato fatto Re. E questi Cavalieri oltre

l'insegne del loro Ordine, che portano sopra i loro mantelli, ne

portano un altro ad una fascia di color turchino.

Ad esempio de' Re di Francia hanno per l'istessa cagione altri Principi

istituiti nuovi Ordini di Cavalleria, ed i nostri Re _Angioini_ ne

furono i più pronti imitatori. Odoardo III Re d'Inghilterra, essendo

caduta ad una Dama, la quale egli amava, una becca della gamba, che

gl'Inglesi in lor lingua chiamano _Garter_, egli alzolla, ed alla

Dama cortesemente la rendè: di che si levò romore tra la Corte, che il

Re con quella avesse amorosa pratica; onde il Re in sua scusa, e per

onorar quell'accidente, istituì l'Ordine, detto tra noi volgarmente

della _Giarrettiera_; aggiungendo alla becca quelle parole franzesi:

_Honni soit, qui mal y pense_, che in nostra lingua vuol dire, _mal

abbia, chi mal pensa_[316]. I Re di Castiglia ne istituirono un

consimile detto della _Banda_, ovvero _Fascia_. I Duchi di Borgogna

l'altro del _Toson d'oro_. I Duchi di Savoja quello dell'_Annunziata_.

I Duchi di Toscana l'altro di _S. Stefano_. I Duchi di Orleans quello

dell'_Istrice_; e sotto gli ultimi Re di Spagna, e Portogallo quelli

d'_Alcantara_, di _S. Giacomo_, di _Calatrava_, di _S. Benedetto de

Avis_, ed altri.

Ma i nostri Re della casa d'_Angiò_ istituirono ad imitazione di quelli

di Francia più Ordini. Luigi di Taranto Re di Napoli, secondo marito

della Regina Giovanna I nell'anno 1352 nel giorno della Pentecoste

ordinò una festa in memoria della sua coronazione, nella quale istituì

l'Ordine, e la Compagnia del _Nodo_ di sessanta Signori e Cavalieri i

più valorosi di quella età, sotto certa forma di giuramento e perpetua

fede; ed insieme col Re vestivano ognun di loro la giornea usata a que

tempi della divisa del Re, con un laccio di seta d'oro e d'argento,

il quale si annodava dal Re al petto, come il Costanzo[317], ovvero

al braccio, come vuol l'Engenio[318], di quel Cavaliere, ch'entrava

in questa Compagnia. Di questo Ordine furono il Principe di Taranto,

fratello maggiore del Re Luigi, benchè scriva Matteo Villani, che

quando il Re gli mandò la giornea riccamente adornata di perle e di

gioje, col Nodo d'oro e d'argento, egli ch'era di maggior età, e che

s'intitolava Imperadore, sdegnato di ciò, disse ridendo a quelli,

che la presentarono, ch'egli avea il vincolo dell'amor fraterno col

Re, e però non bisognava più stretto nodo. Il mandò anche Re Luigi a

Bernabò Visconte Signor di Milano, il quale l'accettò molto volentieri.

Il diede a Luigi Sanseverino, a Guglielmo del Balzo Conte di Noja,

a Francesco Loffredo, a Roberto Seripando, a Matteo Boccapianola, a

Gurrello di Tocco, a Giacomo Caracciolo, a Giovanni di Burgenza, a

Giovannello Bozzuto, a Cristofano di Costanzo, a Roberto di Diano,

ed altri. E fu loro istituto, che quando un Cavaliere faceva qualche

pruova notabile, per segno del valor suo, portava il nodo sciolto: ed

alla seconda pruova tornava a rilegarlo, siccome avvenne a Giovannello

Bozzuto, il qual portandosi valorosamente in una battaglia, meritò

sciogliersi il nodo, ed in Gerusalemme poi tornò a rilegarlo; ond'è,

che nel suo tumulo nel Duomo di Napoli si veggono due nodi da' lati del

suo cimiero: e nel sepolcro del Costanzo nella Tribuna di S. Pietro

Martire, si vede un nodo legato, e l'altro sciolto. Quest'Ordine di

Cavalleria, crede il Costanzo, che fosse stato il primo istituito in

Italia: seguirono da poi gli altri istituiti da' seguenti nostri Re.

Carlo III ad emulazione di Luigi, istituì da poi nell'anno 1381 un

nuovo Ordine, il quale l'intitolò la compagnia della _Nave_, alludendo

alla Nave degli Argonauti, affinchè i Cavalieri che da lui erano

promossi a quell'Ordine, s'avessero da sforzare d'esser emuli degli

Argonauti[319]. Volle lo stesso Re esser Capo di questa compagnia,

eleggendo per protettore S. Niccolò Vescovo di Mira, al qual dedicò la

chiesa appresso il Molo, ed ordinò, che da' Cavalieri di quest'Ordine

ciascun anno si celebrasse la sua festa. Portavano costoro nelle

sopravvesti, e negli altri militari ornamenti dipinta una Nave in

mezzo l'onde alla divisa de' colori del Re, con alcuni interlacci

d'argento[320], e di questa compagnia furono i più pregiati e valorosi

Cavalieri di que' tempi, e fra gli altri Giannotto Protoiudice di

Salerno creato da Carlo Conte dell'Acerra, e G. Contestabile del

Regno[321], Gurrello Caracciolo detto Carafa Marescalco del Regno (i

sepolcri dei quali con l'insegne si veggono nella chiesa di S. Domenico

di Napoli), Errico Sanseverino Conte di Melito, Ramondello Orsino Conte

di Lecce, Angelo Pignatello, Gianluigi Gianvilla di Luxemburgo Conte di

Conversano, Tommaso Boccapianola, Giovanni Caracciolo ed altri.

Dopo la morte del Re Carlo III la Regina Margherita sua moglie col Re

Ladislao suo figliuolo nel 1388 fuggirono a Gaeta, rimanendo Napoli

a divozione del Re Luigi d'Angiò; e travagliando allo spesso li

vascelli della Regina le Marine di Napoli, alcuni Nobili del Seggio di

Portanova con altri Napoletani armarono i loro navili per contrastare

le galee della Regina; ed acciocchè con maggior ardire ed amore fra di

lor andassero, istituirono la compagnia dell'_Argata_, e per insegna

portavano nel braccio sinistro un'Argata ricamata d'oro in campo

azzurro, simile a quelle argate di canna, delle quali si sogliono

servir le donne ne' loro femminili esercizi[322]. Di quest'Ordine

furono molti Cavalieri di diversi Seggi e famiglie, come di Costanzo,

Caracciolo del Lione, di Dura ed altri[323].

Fu istituita da poi in Napoli la compagnia della _Leonza_, e l'insegna

era una Leonessa d'argento legata con un laccio nelle branche e ne'

piedi; e li Cavalieri di quest'Ordine furono quasi tutti del Seggio

di Portanova, cioè della famiglia Anna, Fellapane, Gattola, Sassona,

Ligoria e Bonifacia, e ve ne furono degli altri Seggi ancora[324].

Da poi, Giovanni Duca d'Angiò figliuolo di Renato Re di Napoli,

essendo giunto nel Regno coll'armata di suo padre ad assaltarlo, per

cattivarsi gli animi de' Cavalieri napoletani, e fra gli altri di

Roberto Sanseverino, cercò all'uso di Francia istituire una nuova

compagnia che chiamò della _Luna_, a cagion che per impresa di questa

sua milizia portava la Luna cornuta, e ciascun de' suoi compagni la

portava d'argento legata nel braccio. Furon molti di quest'Ordine, e

fra gli altri Roberto figliuolo di Giovanni Conte di Sanseverino[325].

Finalmente Ferdinando I Re di Napoli, essendo scampato dall'insidie

e tradimenti di Marino Marzano Duca di Sessa e marito d'una sua

sorella, ed avendolo fatto incarcerare, era consigliato da alcuni di

farlo morire; ma il Re non volle acconsentirvi, reputando atto crudele

imbrattarsi le mani nel sangue di un suo cognato, ancorchè traditore.

Volendo poscia dichiarar questo suo generoso pensiero di clemenza,

figurò per impresa un _Armellino_, il qual pregia tanto il candor

della sua politezza, che per non macchiarla si contenta più tosto

morire. Si portava perciò dal Re una collana ornata d'oro e di gemme

coll'Armellino pendente, e col motto: _Malo mori, quam foedari_[326].

Fu di questa Compagnia, fra gli altri, Ercole da Este Duca di Ferrara,

al qual il re Ferdinando mandò la collana per Gio. Antonio Carafa

Cavalier Napoletano[327].

Fu veramente nel Regno degli _Angioini_ per questi Ordini di Cavalleria

la milizia tenuta in sommo pregio: onde la Nobiltà di Napoli seguendo

questi generosi costumi, stese l'ale della sua fama per ogni parte

della Terra abitata: poichè molti Cavalieri napoletani impazienti

dell'ozio, e spinti da studio di gloria, si congregavano in diverse

Compagnie, e sotto diverse insegne; ed a guisa di Cavalieri erranti,

mentre il Regno era in pace, andavano mostrando il lor valore per

diverse parti del Mondo, dove sentivano, che fosse Guerra; ed avevano

tra loro alcuni obblighi di fratellanza con molta fede e cortesia

osservati; ed il Costanzo[328] rapporta, non esservi memoria, in tanta

emulazione d'onore, che l'invidia o malignità avesse tra loro suscitata

mai briga o discordia alcuna.

Ma in decorso di tempo avendo perduto Napoli ed il Regno il pregio

d'esser Sede regia, per la lontananza de' nostri Re, non solo l'Ordine

de' Cavalieri rimane oggi affatto estinto; ma anche sono estinti tutti

questi altri nuovi Ordini di Cavalleria, e solo il nome di _Milite_

è rimaso agli Ufficiali perpetui di toga del Re, come a' Reggenti

della Cancelleria, al Presidente del Consiglio, al Luogotenente della

Camera ed a tutti i Consiglieri e Presidenti di Camera, i quali dal

Re nella loro creazione sono decorati di questo titolo, come quelli,

che militano ancor essi[329]. E siccome i primi eran cinti di spada,

così questi sono ornati di toga; alla qual milizia sono ammessi non

pur i nobili, ma anche que' del Popolo di Napoli e dell'altre città

del Regno, pur che siano Dottori; ond'è, che siccome ne' tempi di

Carlo e degli altri Re angioini suoi successori tutti erano intesi

all'arte della guerra, così oggi tutti alla milizia togata drizzano

i loro desiderii; ed il di lor numero non pur pareggia, ma è di lunga

mano maggiore di quello de' Cavalieri, che fiorivano a' tempi de' Re

dell'illustre Casa d'Angiò.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 5 · 第 25 / 49 题