CAPITOLO III.

_Spedizione d'INNOCENZIO IV sopra il Regno._

Composte in cotal maniera queste bisogne, il Marchese andossene

in Puglia, promettendo a Manfredi di colà mandargli ogni soccorso

di denaro, e di gente; ed intanto Manfredi cominciò a preparare, e

disporre l'esercito per poter fronteggiare a quello del Pontefice, che

a grandi giornate se ne calava nel Regno. Presidiò a questo fine San

Germano con buon numero di Tedeschi, e fortificò Capua con tutte le

vicine terre, che cominciavano a fluttuare, per contenerle nella sua

ubbidienza.

Ma dall'altra parte Innocenzio avea fatti progressi grandi per

facilitar l'impresa, avea mandati suoi messi in Sicilia a Pietro

Ruffo di Calabria, che dal Marchese di Honebruch era stato lasciato

Balio della Sicilia e della Calabria, perchè disponesse que' popoli

ad alzar le bandiere della Chiesa[23]; ed in fatti Pietro da Messina

spedì al Papa Folco suo nipote, ed altri Ambasciadori sopra due galee

a significargli, che tanto la Sicilia, quanto la Calabria s'andavan

disponendo ad abbandonar Manfredi, e darsi dalla parte sua.

S'aggiungeva ancora, che Riccardo di Monte Negro per l'odio ed

inimicizia, che teneva col Marchese Bertoldo, s'era dato già nel

partito del Pontefice, col quale erasi confederato, e promise voler

dar libero passo all'esercito papale per le sue terre, che teneva ne'

confini del Regno. Molti altri Baroni ancora aveano nascostamente

mandato dal Papa a giurargli fedeltà, ed a ricevere da lui la

rinnovazione dell'investiture de' loro Feudi che possedevano[24];

ed altri ottennero con facilità dal Pontefice nuove investiture,

siccome Borrello di Anglono, che fu da Innocenzio in questi tempi

prima d'entrar nel Regno investito del Contado di Lesina, ancorchè

s'appartenesse a Manfredi, come pertinenza del Contado di Monte S.

Angelo. Anzi Innocenzio avea conceduta l'investitura del Contado

di Lecce a Marco Ziano figliuolo di Pietro Duca di Venezia, a cui

dichiarò appartenere come discendente del Conte Tancredi suo avo,

non ostante le ragioni, che vi teneva il Conte Tigrisio de Mudignana,

ovvero i di lui figliuoli, per ragione d'Alberia sua moglie, che dovea

nella successione a tutti preferirsi; e non per altra cagione, se non

perchè il Conte Tigrisio e' suoi figliuoli aderirono all'Imperadore

Federico contro la Chiesa, ed ancora non tralasciavano d'offenderla,

onde Innocenzio gli reputava affatto indegni della sua grazia; e la

carta di questa investitura spedita da lui in Perugia l'anno 1252 vien

rapportata dall'Ughello[25], che dice averla riscontrata nel registro

vaticano. Siccome nell'istesso anno 1252 a' 21 gennajo dimorando per

anche in Perugia, investì O. Frangipane del Principato di Taranto,

ancorchè fosse di Manfredi, con tutta la terra d'Otranto: sotto

pretesto, ch'era stato prima dato dall'Imperadrice Costanza I normanna

ad O. suo zio, come appare per privilegio dato in Perugia, rapportato

da Rainaldo[26]; ed in cotal maniera Innocenzio gratificandogli s'avea

resi suoi ligi, e dependenti i migliori Baroni del Regno, e ridotti

molti personaggi di conto al suo partito.

Di vantaggio erasi penetrata una congiura, che si ordiva a Capua

contro Manfredi, con deliberazione, subito che l'esercito papale si

fosse accostato al Regno, con impeto grande dar sopra quel Principe

per imprigionarlo, o ucciderlo. Erasi ancora scoverta la poca fede

del Marchese Bertoldo, il quale violando tutte le promesse fatte

a Manfredi di mandargli dalla Puglia denaro e gente, non solo non

adempieva alle promesse, ma discorrendo per Puglia badava solo al suo

utile, gravando que' sudditi d'eccessive taglie, ed i suoi Tedeschi,

per la loro rapacità gli aveano alienati dalla fede che doveano al

Re, e desideravano il dominio del Papa; ed ancorchè Manfredi avesse

mandato Gualvano Lancia suo zio, a narrargli le angustie, nelle quali

si trovava per moverlo a dargli ajuto, fu però inutile la missione,

niente curando de' suoi pericoli.

Vedutosi perciò il Principe Manfredi in così gravi angustie, nelle

quali era, più per gli occulti, che per li palesi nemici, reputando

inutile ogni suo sforzo di voler colla forza contrastare al Pontefice,

bisognò cedere al tempo, e ricorrere per vincer l'inimico alle

simulazioni ed agl'inganni. Erasi il Pontefice Innocenzio, per

accalorare l'impresa, disposto di venir egli di persona a conquistare

il Regno: e fermato in Anagni era tutto inteso al grande apparecchio,

e perchè non si tralasciasse strada per agevolarne l'impresa, avea

mandati più Messi a tentare l'istesso Manfredi, affinchè lasciasse il

governo del Regno, e quello ponesse in mano della Chiesa. Manfredi

con somma accortezza andava differendo la risposta; ma ora vedutosi

in queste angustie, deliberò fargli tornare al Pontefice con risposte

tutte umili e riverenti, dicendogli, che rapportassero al Papa,

ch'egli fidando al suo gran zelo e pietà, che aveva verso il Re

pupillo suo nipote, e reputando esser proprio della Sede Appostolica

di proteggerlo, e riceverlo nel suo seno con paternal amore e grazia,

non ripugnava abbandonar il governo del Regno, e ponerlo in mano della

Chiesa madre pietosa di tutti, e più de' pupilli; e che sperava che

con ciò si fossero adempiuti i voti di Corrado padre del fanciullo

Re, che nel suo testamento avea ardentemente desiderato, che la Santa

Sede ricevesse sotto la sua protezione e grazia l'innocente fanciullo:

che egli non solo non contrasterebbe, ma darebbe ogni ajuto alla sua

entrata, e possessione del Regno, senza però, che dovesse recarsi con

tal atto alcun pregiudicio alle ragioni sue, e del Re pupillo[27].

Il Pontefice ricevuta questa risposta con indicibile allegrezza,

si lodò tanto di Manfredi, che quando prima tenne quel Principe per

iscomunicato, e niente cattolico, ora lo ricevè in sua grazia ed in

quella della Sede Appostolica, dimenticando ogni offesa; ed avendogli

fatto animo, che fidasse in lui che con porsi il Regno in mano

della Chiesa, non si sarebber punto pregiudicate le ragioni del Re

pupillo, e sue; e che quando sarebbe quegli venuto alla età maggiore,

la Sede Appostolica gli avrebbe renduta sua ragione, si dispose

ad entrare nel Regno col suo esercito. Inviò intanto Manfredi, per

maggiormente assicurarlo della sua fedeltà, Gualvano Lancia suo zio ad

Anagni ad umiliarsi col Pontefice; e, se deve riputarsi vera quella

Bolla rapportata dal Tutini, si vede che Innocenzio per mostrargli

all'incontro ugual corrispondenza, a' 27 settembre di quest'anno

1254 in Anagni gli confermò l'investitura, colla quale per mezzo

dell'istesso Gualvano investì, e confermò a Manfredi il Principato di

Taranto (del quale prima avea investito O. Frangipane), il Contado di

Gravina, e di Tricarico, con l'onore del Monte S. Angelo, con tutte

le supreme regalie ed onori e preminenze, colle quali l'Imperador

Federico suo padre gliel'avea conceduto, e che Corrado gli avea tolte.

E per mostrargli maggior benevolenza, possedendosi allora il Contado di

Montescaglioso dal Marchese Bertoldo, in iscambio di quello gli diede

il Contado d'Andria, investendone in pubblico Concistoro in suo nome

il sopraddetto Gualvano Lancia, dandogli in segno dell'Investitura

un anello, come si legge nella Bolla dell'investitura, rapportata dal

Tutini nel libro de' Contestabili del Regno[28].

Il Principe Manfredi, ancorchè dal tenore di questa investitura,

e da altri fatti comprendesse, che l'animo d'Innocenzio era non di

governare come Balio il Regno insino all'età maggiore di Corradino,

ma supponendolo devoluto alla Sede Appostolica, dominarlo con

assoluto, ed indipendente imperio, nulladimanco con mirabile astuzia

dissimulava il tutto; e per maggiormente farlo cadere nelle sue reti,

vie più mostravasi di lui tutto umile ed ubbidiente; anzi per segno

di maggior venerazione, essendosi Innocenzio già incamminato, volle

andare ad incontrarlo, insino a Cepperano, e quivi incontratolo, volle

inginocchione adorarlo, e prendendo da poi il freno del suo cavallo,

lo servì in cotal maniera per un pezzo di strada insino che passasse il

ponte di Garigliano[29].

Innocenzio gradì tanto queste umili dimostrazioni, che ancorchè

vecchio, e per esperienza prudentissimo, si lasciò ingannare, in

guisa, che oltre aver conferito con lui quasi tutti i suoi più riposti

pensieri, credendo, che conserverebbe la più sopraffina divozione

alla Sede Appostolica, volle cumularlo di maggiori onori; poichè

oltre avergli dato il primo luogo fra tutti i Baroni, lo creò Vicario

del Regno, dal Faro insino al fiume Sele, e per tutto il Contado di

Molise, e terra Beneventana, eccettuatone il Giustizierato d'Abruzzo,

costituendogli ottomila oncie d'oro l'anno di mercede; e la carta di

questa concessione la rapporta ancora il Tutini[30]; ed essendosi già

sparsa fama per tutto il Regno, che il Papa con accordo e permissione

di Manfredi era entrato nel Regno per amministrarlo, i popoli, che

stavano infastiditi de' trattamenti, che ricevevan da' Tedeschi, erano

già tutti disposti per riceverlo, riputando in cotal guisa poter uscire

dalla loro servitù, ed esser fuori di periglio d'esser più interdetti

dagli Ufficiali sacri[31]. E questo fu cagione, che Manfredi con

grandissime astuzie consigliò il Papa, che compartisse il suo esercito

per le più ricche province del Regno: dal quale consiglio ne avvenne,

che i Capitani tedeschi, parte per timore dell'esercito del Papa, parte

per la mala volontà, che conosceano ne' popoli, i quali ricusavano di

pagare a' Tedeschi cos'alcuna, si partirono dal Regno, e tornarono in

Germania delusi da Manfredi, con lasciarne solo in Puglia, ed in terra

d'Otranto alcuni, i quali appena potendo vivere, non avendo paghe,

andavano sempre più mancando di numero. Così Manfredi toltisi dattorno

i Tedeschi, i quali gli davano maggior sospetto, che i nemici palesi,

e tratto tratto acquistando forza in quelle province, ove era egli

stato creato Vicario dal Papa, cercava ora opportunità, come potesse

discacciarne i costui soldati, che compartiti in più luoghi, infra di

loro divisi, credeva con più facilità debellare.

Intanto il Pontefice entrato nel Regno, prima fermossi a Teano per

picciola indisposizione, e poi giunse in Capua, ove fu ricevuto con

molta pompa e celebrità[32]; e quivi fermatosi, era tutto inteso ad

unire sotto il dominio della Sede Appostolica tutte le altre province

del Regno di Puglia e di Sicilia, come avea fatto dell'Abruzzo, di

Terra di Lavoro, parte della Puglia, e d'alcune altre. Avea egli

fatto Legato della Sede Appostolica sopra il Regno il Cardinal di

S. Eustachio, suo nipote, al quale avea data tutta la sua autorità

e potere per amministrarlo. Questi essendo giovane, e congiunto

ad Innocenzio[33], cominciò con alterigia a governarlo, non come

Governadore, ma come assoluto padrone, ed obbligava i Conti, i Baroni

e tutti gli altri a dargli il giuramento di fedeltà, _nullo jure Regis,

et Principis salvo_ (come dice l'Anonimo) ma assolutamente a lui, come

Legato della Sede Appostolica, a cui era il Regno devoluto. Per questa

cagione pretendeva ancora, che il Principe Manfredi, siccome avean

fatto gli altri Baroni, dovesse prestar a lui consimil giuramento di

fedeltà.

Allora fu, che Manfredi opportunamente cominciò pian piano a togliersi

il velo della simulazione, ed a resistere apertamente al Legato con

dirgli, che le convenzioni avute col Pontefice erano state, che si

lasciasse in mano della Chiesa il governo del Regno, salve però le

sue ragioni e quelle del nipote, ed infino a tanto che il pupillo

non sarà fatto pubere, non dovesse mutarsi cos'alcuna dello stato,

nel quale era il Regno: per la qual cosa non volle dar il ricercato

giuramento, non ostante le moleste dimande del Legato. Non fu però,

come dice l'Anonimo, che per tali contese Manfredi non venisse a

perdere molto della sua stima presso gli altri Baroni del Regno:

poichè questi vedendo, che il Legato niente riguardando alla sua regale

stirpe, voleva trattarlo di pari, e nell'istessa guisa che gli altri,

cominciarono a perdere quella riverenza ed ossequio, che prima gli

portavano.

Per questa cagione avvenne, che avendo Borrello di Anglono ottenuto dal

Pontefice Innocenzio, prima che entrasse nel Regno, l'investitura del

Contado di Lesina, perchè abbandonasse le parti Regie, e seguitasse

quelle della Chiesa, siccome avea fatto con molti altri Baroni, per

tirargli al suo partito, pretendeva egli in vigor di tal investitura,

che quel Contado a lui appartenesse; ma Manfredi pretendendo

giustamente, che essendo quello tra le pertinenze del suo dominio,

non dovesse in quello esserne turbato, gli fece prima amichevolmente

intendere, che se ne astenesse; anzi di certa altra terra, che teneva,

appartenente al Contado di Monte S. Angelo, gli fece sentire, che la

godesse pure, ma che almeno ne ricevesse da lui l'investitura, con la

ricognizione, e con dargli il solito giuramento della assicurazione,

altrimenti, che la lasciasse[34]. Borrello insuperbito per lo favore

del Papa, disprezzando l'ambasciata di Manfredi, con molta arroganza

gli rispose, ch'egli non era nè per lasciar il Contado, nè per

riconoscer lui per quella terra, nè per dargli giuramento alcuno.

Manfredi ancorchè acerbamente ricevesse tal risposta, non volendo

contendere col disuguale, dissimulò l'ingiuria: ed avendo inteso, che

Borrello avea mandata molta gente ad invadere il Contado di Lesina, con

aver già occupate due terre di quel Contado, non volle usar la forza,

ma ebbe ricorso al Pontefice Innocenzio, ch'era allora a Teano, al

quale espose il torto fattogli dal Borrello, che sotto pretesto d'aver

avuta da lui la concessione di quel Contado, voleva appropriarselo,

quando, come appartenente a quello del Monte S. Angelo, era di

suo dominio: pregava perciò il Papa, che vi riparasse, perchè non

sortissero inconvenienti maggiori.

Il Pontefice, secondo le solite ambiguità di quella Corte, gli rispose

a guisa d'oracolo in tal maniera: _Se praefato Burrello nihil de

Juribus Principis concessisse_[35]. Manfredi ben intese da questa

risposta, che l'animo del Pontefice era per favorire Borrello, con

tutto ciò premendo sempre, che gli fosse renduta sua ragione, gli fu

risposto che, giunto a Capua avrebbe fatto esaminare per termini di

giustizia quest'affare.

Intanto s'ebbe notizia, che il Marchese Bertoldo da Puglia erasi

incamminato per Capua per inchinarsi al Pontefice, onde Manfredi, per

non incontrarsi col medesimo, prese commiato dal Papa per tornarsene;

e mentr'era in cammino, ecco che da lungi videsi Borrello, che con

molta gente armata era in agguato per assalire ad un luogo angusto

il Principe. Dicchè avvedutisi que' della comitiva di Manfredi, gli

diedero sopra, e postolo in fuga, rimase in quel rumore ucciso Borrello

dalle genti del Principe, niente sapendo Manfredi intanto della sua

morte.

Essendo arrivato il Papa a Capua, tosto i suoi emuli variando il fatto,

facevano reo di questo delitto Manfredi; ed ancorchè per mezzo del

Marchese Bertoldo proccurasse purgarsi col Papa, con dire, che attorto

ciò se gl'imputava, nulladimanco, avendo scoverto che il Marchese in

vece di difenderlo proccurava la sua prigionia, mandò nella Corte del

Papa, ch'era allora in Capua, Gualvano Lancia suo zio per difendersi;

ed egli intanto nell'Acerra in casa di quel Conte suo cognato

ricovrossi.

Il Papa pretendeva che Manfredi si presentasse avanti di lui per

conoscere della di lui inquisizione; Manfredi non ripugnava venire,

purchè se gli fosse promessa sicurtà della sua persona; ma Gualvano

Lancia, avendo penetrato, che il Papa voleva imprigionarlo, nè voleva

dargli sicurtà, ma che si fosse presentato avanti il suo Legato; avvisò

a Manfredi, che tosto partisse dall'Acerra, non stando ivi sicuro,

e che proccurasse andarsene in Puglia, ove coll'intelligenza dei

Saraceni, ch'ivi erano suoi partigiani, proccurasse entrar in Lucera,

e quivi afforzarsi[36]. Manfredi avuto quest'avviso partì di notte, e

seco portossi due fidati giovani Nobili napoletani, che con se avea,

i quali furono Marino Capece, e Corrado suo fratello. Questi furono i

suoi fidi compagni, che non l'abbandonaron mai in tutto quel pericoloso

e disagevol viaggio.

Passati molti pericoli e disagi, finalmente Manfredi giunse in Lucera,

ove coll'ajuto de' suoi Saraceni, che erano dentro, infrante le porte,

entrò ivi pien di gloria, e da tutta la città fu acclamato, e gridato

per lor Principe e Signore, a' quali esponendo le cagioni per le quali

erasi allontanato dalle parti del Pontefice, che non come Governadore,

ma come Signore voleva usurpare il Regno al Re pupillo suo nipote,

dichiarò, la volontà sua non essere altra, che _jura Regis nepotis

sui, et sua, et libertatem, bonumque statum Regni, et Civitatis ipsius

viriliter manutenere, atque defendere_, come scrive l'Anonimo. Per la

qual cosa tutti gli prestarono giuramento di fedeltà, e d'omaggio, _pro

parie Regis, et sua_.

Il Marchese Bertoldo, Odone suo fratello ed il Legato del Pontefice,

udita la sorpresa di Lucera, tosto uniti insieme s'afforzarono colle

loro truppe in Troja per resistergli; ma Manfredi, essendosi indi a

poco impadronito di Foggia, avanzava alla giornata di forze, e reso

formidabile il suo esercito, dopo varie vicende, ruppe finalmente il

Legato e l'esercito Papale, prese Troja, disperse le genti d'Odone e

del Marchese Bertoldo; e sopra di esse ottenne rimarchevol vittoria.

Allora fu, che Manfredi scrisse a' Baroni del Regno suoi partigiani

quella lettera, che si legge presso il Summonte[37], avutala da

Pier Vincenti di Brindisi, nella quale minutamente descrivesi questa

vittoria, che bisogna averla per vera, siccome per tale l'ebbe Rainaldo

ne' suoi Annali: giacchè è conforme a quel, che di tal vittoria

diffusamente ne scrisse l'Anonimo.

§. I. _INNOCENZIO abbandona il Re d'Inghilterra, ed invita il fratello

del Re di Francia alla conquista del Regno: se ne muore in Napoli, e

svaniscono i suoi disegni._

Innocenzio sin dal mese di giugno dell'anno 1253 erasi colla sua

Corte portato in Napoli, dove sentendo i progressi di Manfredi fatti

in Puglia, temè non finalmente dovesse discacciarlo da tutte l'altre

province del Regno, ch'erano nell'ubbidienza della Chiesa: e vedendo

essere inutile ricorrere in Inghilterra, avendo avuta contezza in

quel tempo che fu in Francia del valore e prudenza di Carlo d'Angiò

Conte della Provenza, fratello del S. Re Lodovico di Francia, spedì

a quello Maestro Alberto da Parma suo Cappellano e Segretario, per

trattare la sua venuta in Regno, offerendogliene l'investitura. Ma

per trovarsi il Re Luigi in Oriente implicato nella guerra Sagra, non

potendo dargli ajuto, non potè niente conchiudersi: rimase non perciò

Alberto in Francia, e trattò quest'affare sotto i Pontefici successori

d'Innocenzio per quattordici anni a fin di ridurre il trattato ad

effetto, siccome sotto il Pontificato d'Urbano IV fu ridotto[38].

Vi è anche chi scrisse che, infermatosi Innocenzio in Napoli, avendo

intesa la novella della vittoria ottenuta da Manfredi, se ne morisse di

cordoglio a' 7 o, come altri rapportano, a' 13 dicembre di quest'anno

1254[39]. Giace sepolto questo Pontefice nel Duomo di Napoli, ove

ancor oggi s'addita il suo tumulo. Pontefice, che potè darsi questo

vanto, d'essere stato il primo, che unisse alle pretensioni, che han

tenuto sempre i Pontefici romani sopra questo Reame, l'attual possesso

di quello. Tutte le spedizioni degli altri Pontefici per conquistarlo

furono, o infelicemente terminate o appena mosse dissipate e spente;

d'Innocenzio IV può solamente dirsi che per più mesi ne avesse avuto

il corporal possesso, e che per altri tanti lo tramandasse al suo

successore Alessandro IV. Perciò si leggono di lui tante investiture

concedute a molti nostri Baroni, delle quali si è fatta memoria.

Pontefice ancor egli intendentissimo di ragion civile, e che ornò la

nostra giurisprudenza di molti trattati e volumi.

Fioriva in Italia in questi anni l'Accademia di Bologna sopra tutte

le altre; dove Innocenzio essendo giovane apprese la disciplina

legale, e nelle leggi civili ebbe per Maestri Azone, Accursio e

Jacopo Balduino; siccome nel jus canonico Lorenzo Spagnuolo, Giovanni

Teutonico, Jacopo d'Albasio ed Uguccione, principali Dottori di quella

età; onde ne divenne un dei più perfetti legisti del suo tempo[40].

E volendo emulare Innocenzio III pur famoso Giureconsulto de' suoi

tempi, in mezzo alle cure di quel turbolento ed inquieto Pontificato,

non tralasciò questi studj, perchè stando in Lione, scrisse sopra i

cinque libri de' Decretali gli _Apparati_, di che tanto i Canonisti si

servono: fondando il principio sopra l'autorità d'Ezechiel profeta:

della qual Opera scrivendo S. Antonino dice, ch'ella è di maggior

autorità, che la lezione di ciascun libro degli altri Dottori, onde ne

venne chiamato padre e monarca delle divine ed umane leggi.

Scrisse le Costituzioni, che fece nel Concilio di Lione, parte delle

quali s'hanno nel _Sesto_ libro dei Decretali. Compose un libro, che

Ostiense nella sua Somma chiama _Autentiche_. Ed un altro intitolato

_Apologetico_, contro a Pietro delle Vigne, intorno alla giurisdizione

dell'Imperio ed autorità del Papa; e compose anco i _Commentarj_ del

vecchio e del nuovo Testamento.

Ebbe in molto pregio gli uomini virtuosi, e letterati, fra' quali

Alessandro d'Ales di nazione inglese, ch'essendo già vecchio prese

l'abito de' Frati Minori; dal quale fece comporre la _Somma_ della

Teologia, ed altre grandi opere, onde ebbe il cognome di Dottore

_Irrefragabile_. Spinse _Bernardo_ da Parma, ed il _Compostellano_,

ch'erano suoi Cappellani, perchè scrivessero sopra il _Decretale_, e

componessero altre opere.

Amava molto le religioni, e fra le altre quella di _S. Benedetto_, e le

due di _S. Domenico_, e di _S. Francesco_, le quali a guisa di novelle

piante allora fiorivano. Riformò la Regola a' Frati _Carmelitani_,

dandone la cura al Cardinal Ugo. Ordinò, che tutti i Romiti viventi

senza Regola, e particolarmente quelli ch'erano per la Toscana, ed

anche molti Religiosi di S. Agostino, uniti sotto un Generale, si

chiamassero _Eremitani_. Rinovò in Francia, ed anche in Italia la

Religione de' _Cruciferi_, ch'era quasi spenta; tal che in Italia

si rifecero alcuni Monasteri di nuovo, ed in Napoli particolarmente

ebbero poi quello di S. Maria delle Vergini fuori della Porta di S.

Gennaro, dato loro dalla famiglia Carmignana, e da' Vespoli. Concesse

a' Cavalieri de' SS. Maurizio e Lazaro autorità d'eleggere il Gran

Maestro nella religion loro; e concesse a' Canonici dell'Arcivescovado

di Napoli l'uso della Mitra bianca, quando l'Arcivescovo celebra; ed al

Clero le franchigie, che insino ad oggi gode per tutto il Regno.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 5 · 第 6 / 49 题