PICCINI (Nicolò), nato a Bari nel 1728, studiò la musica in Napoli sotto

il famoso Leo da prima, e quindi sotto il cel. Durante, che lo distinse

sempre con una particolare affezione in mezzo al gran numero de' suoi

allievi, e palesogli tutti gli arcani dell'arte. _Gli altri sono miei

scolari_ diceva egli alle volte, _ma questi è mio figlio._ Dopo dodici

anni di studio sortì Piccini finalmente dal Conservatorio nel 1754,

sapendo tutto quello ch'è possibile di sapere in musica, e pieno di un

fuoco, e d'un caldo d'immaginazione, che erano impazienti di fare la

loro esplosione. Il principe di Ventimiglia palermitano fu il primo a

produrlo in Napoli, lo propose al direttore del teatro de' Fiorentini,

ove lungamente regnato aveva il Logroscino, e gli fece comporre l'opera

_Le donne dispettose_. I partigiani dell'antico maestro formarono contro

il nuovo una così possente cabala, che senza la fermezza e la generosità

di quel principe, l'opera non si sarebbe rappresentata. Egli pagò

anticipatamente al direttore una somma di 2000 ducati, per ristoro del

danno che avrebbe ricevuto, se l'opera non sarebbe incontrata, ma fu

essa molto bene accolta dal pubblico, e Piccini datosi animo di quel

primo successo, compose negli anni seguenti _le Gelosie_, e _il Curioso

del proprio danno_, che furono non meno della prima applaudite, e

quest'ultima fu rimessa in iscena con nuovi applausi per quattro anni di

seguito, il che non si era mai fatto in Italia. Il suo genio acquistava

sempre delle nuove forze; e levossi ben tosto al genere serio nella

_Zenobia_, ch'egli compose nel 1756, per il gran teatro di S. Carlo.

Essa ebbe un incredibile incontro, che si è sostenuto tutte le volte che

è stata replicata. _L'Alessandro nell'Indie_, e la sua famosa

_Cecchina_, ch'egli scrisse in Roma, eccitò un'ammirazione che giunse

sino al fanatismo. Non v'ha esempio d'un successo più di questo

brillante, più meritato, più universalmente sostenuto. In tutti i teatri

d'Italia venne eseguita _la Cecchina_, e produsse da per tutto lo stesso

entusiasmo. In Roma contro all'usato, era questa da più mesi ancora in

teatro, e Roma era per così dire tutta in romore per il suo successa,

allorchè vi si trovò Jommelli che tornava da Stuttgard per venire in

Napoli. Al suo arrivo, non sentì parlare che della _Cecchina_, e del suo

autore: egli nulla ancora aveva inteso di lui, e quando era partito per

la Germania, Piccini era ancora nel Conservatorio. Infastidito di tutto

quel fracasso, _sarà_, disse egli in tuono di disprezzo, _qualche

ragazzo, e qualche ragazzata_: andò la sera al teatro, ascoltò dal

principio sino alla fine con somma attenzione, senza profferir parola,

nè fare un sol cenno. All'uscita, una calca di giovani e di dilettanti

il fermarono chiedendo il suo parere su quella musica: postosi in

serietà, _ascoltate_, disse loro, _la sentenza di Jommelli: questo è

inventore._ Egli compose nello spazio di venticinque anni 133 opere, di

cui la più parte sono de' capi d'opera: vi si ammira un vigore, una

varietà, una nuova grazia, e soprattutto uno stile brillante, animato, e

l'unione sì rara di tutte le qualità, che dar possono la natura e l'arte

al più sublime grado: egli ebbe il raro vantaggio di produrre molto, e

di produrre sempre delle cose eccellenti. Piccini ammirato sì dagli

esteri, che da' suoi compatriotti, era gagliardamente desiderato in

tutte le Capitali d'Europa. Parigi ebbe la fortuna di possederlo per

mezzo del marchese Caracciolo, quivi ambasciadore di Napoli, che molto

amava Piccini, assicurandogli nell'invitarlo una sorte vantaggiosa per

la sua numerosa famiglia. Le prime opere ch'egli scrisse in Francia, gli

mossero dei nemici molto accaniti, e gli valsero degli elogj forse

esaggerati: i francesi si divisero tra Gluck e Piccini, convenendo

frattanto che e l'uno e l'altro aveva disteso i confini dell'arte, ed

accresciuto i loro piaceri. Si sa con quale animosità sostennero i due

partiti l'opinion loro. Alla testa de' partigiani del compositore

tedesco distinguevasi l'ab. _Arnaud_, detto perciò il gran Pontefice de'

Gluckisti: e _Marmontel_ era il capo dei Piccinisti. Questa guerra fu

tutta d'epigrammi e di motteggi: ma quel che fu più disgustoso per

Piccini, si è che essa suscitogli degli intrighi imperdonabili: venne

criticato della più odiosa maniera, e se gli fece finalmente aborrire il

soggiorno di Parigi. Prese dunque il partito di tornare al suo paese, e

partì per Napoli nel 1791. Il nostro Sovrano fecegli la più lusinghevole

accoglienza, ordinogli tosto di scrivere pel teatro di S. Carlo, e gli

accordò una pensione. Egli compose l'oratorio di Gionata per la

quaresima del 1792, ed ebbe il più grande successo, ma avendo avuto

l'imprudenza di palesare in Napoli i suoi principj sulla rivoluzione

francese, rimase quivi perseguitato e in uno stato di abbandono, di

oppressione e d'indigenza, ch'egli sopportò da uomo di coraggio e da

filosofo. Allora fu ch'ei pose in musica un gran numero di salmi

tradotti dal Mattei per alcuni monasteri, dove sono rimaste le partiture

originali, l'autore non avendo l'agio di farseli copiare. Dopo che il re

accordogli un passaporto, tornò finalmente in Parigi. Le inquietudini, i

disagi provati nel lungo viaggio, alterarono la di lui salute. Dopo

avere prodigiosamente faticato, la sua fortuna non era molto brillante;

le sue pene morali accrebbero i suoi mali fisici; infermo e colpito di

paralisia, non tardò a soccombere a' suoi dispiaceri. Egli morì a Passy

nel 1800 di 72 anni. Piccini era dotato d'uno spirito vivace, esteso, e

culto. La letteratura latina ed italiana eragli familiare allorchè venne

in Francia, e pochi anni dopo non conosceva meno il fiore della

letteratura francese. Parlava e scriveva con gran purità l'Italiano, i

suoi principj della musica erano severi, avvengachè avesse egli

contribuito più che verun altro compositore a dar loro dell'estensione e

della flessibiltà. Qualunque ricchezza sapesse spargere al bisogno nella

sua orchestra, disapprovava non pertanto il lusso d'armonia, di cui

oggidì con troppa prodigalità si fa uso. Egli avrebbe voluto conservar

sempre alla voce il suo primato, e che i disegni figurati

degl'istromenti avessero sempre per iscopo di esprimer quello che le

parole, o l'azione de' personaggi, o il luogo della scena stessa

dinotano, e che la voce non può dipingere. Quegli accompagnamenti

caricati senza necessità, senz'oggetto, come oggigiorno si usa, non gli

sembravano che de' contrassensi ed abusi dell'arte. L'impiego simultaneo

di varj stromenti, i continovi effetti d'orchestra, le masse indigeste

d'armonia, ed una eterna affettazione di dissonanze, che sono oggi in

gran moda, erano a suo parere una vera mostruosità. “Se a ciascuno degli

istromenti, egli saviamente diceva, si riserbasse l'impiego, che la

natura stessa gli assegna, si produrrebbero degli effetti variati, si

giungerebbe a tutto dipingere, e a variare continuamente i suoi quadri;

ma si getta tutto alla rinfusa, tutto ad una volta e sempre. Si

stempera, s'indurisce così l'orecchio, nulla si dipinge al cuore, nulla

allo spirito.” Chi bramerebbe più distinte notizie sulla vita, i

sentimenti e le produzioni di questo illustre compositore, potrà

consultar con profitto la biografia che pubbliconne nel 1801 il di lui

amico M. Ginguené.

PICCINI (Luigi), figlio ed allievo del precedente nato in Napoli, venne

con lui in Parigi, e scrisse la musica di due drammi burleschi in

francese che ebbe degli applausi. Nel 1791 tornò in Napoli con suo

padre, e compose quivi _Ero e Leandro_, cantata per Mad. Billington;

_Gli accidenti inaspettati_, e _la Serva onorata_, in Venezia nel 1793;

_l'Amante statua_, in Firenze; _la notte imbrogliata_, in Genova; _Il

Matrimonio per raggiro_. Dopo aver passato sei anni come maestro di

cappella alla corte di Svezia, tornò in Parigi nel 1801, dove si è fatto

onore con varie sue composizioni per teatro, che sono più conosciute in

Francia che in Italia. _Alessandro Piccini_ di lui figlio è nato in

Parigi circa 1780; dall'età di 18 anni è professore di forte-piano.

Studiò la composizione sotto il celebre M. Lesueur, ed ha scritto la

musica di più drammi francesi: egli è ripetitore de' spettacoli della

corte ed accompagnatore dell'Accademia di Musica.

PICHL (Vincislao), compositore e direttore della musica dell'Arciduca

Ferdinando a Bruxelles, ed accademico-filarmonico, nel 1790 ha fatto

imprimere in Amsterdam sino a 16 opere, contenenti concerti per violino,

di cui è un ottimo professore, sinfonie, quartetti ec. Egli dimorò lungo

tempo in Italia e dal 1780 sino al 1790 era in Milano; fu allora ch'egli

propose al dotto P. Sacchi di risolvere la questione delle _quinte

successive_, non trovandosi contento delle ragioni che da' maestri sono

state prodotte. La lettera in risposta del Sacchi è diretta a M. Pichl,

e stampata in Milano nel 1780.

PIGEON DE SAINT-PATERNE (M.), interprete delle lingue orientali a

Parigi, è autore d'un'erudita _Memoria intorno alla musica degli Arabi_,

1790. (_V. Arteaga t. 2_)

PINDARO nacque a Tebe nella Beozia sei secoli prima dell'era cristiana.

Ebbe le prime lezioni di musica da suo padre, che suonava per

professione il flauto, studiò quindi sotto Mirti la poesia e la musica.

Questa donna distinta pe' suoi talenti si rese più famosa ancora per

avere annoverato fra' suoi discepoli Pindaro e Corinna (_V. il suo

artic. t. 2_). Si sa che i Beoti avevano molto gusto per la musica:

quest'arte fu da Pindaro posseduta coll'estensione della poetica,

essendo entrambe all'età sua unite insieme. Non bastando alla feconda

sua vena gli antichi metri, ne inventò de' nuovi con altri nuovi ritmi

eziandio per cantarli. Lo stromento, di cui si prevalse, fu il _magade_

di corde immobili: egli riuscì abilissimo nella lira e nella cetra. (_V.

Requeno t. 1_). Tutte le nazioni della Grecia lo ricolmarono di onori,

ed egli riportò più volte il premio ne' conflitti di poesia e di musica.

_Pausania_ racconta, come in tempo dei giuochi pitici a Delfo egli si

poneva a sedere coronato d'alloro sopra una scranna elevata, e dando di

piglio alla sua lira faceva sentire quei suoni che rapivano, ed

eccitavano da ogni parte grida d'ammirazione, e d'applausi (_lib. 10 c.

24_).

PISTOCCHI (Franc. Ant.) di Bologna, ottimo compositore del suo tempo è

principalmente riguardato in Italia come il fondatore della moderna

scuola di canto: essa si è resa celebre pel metodo d'insegnare, per la

varietà degli stili, e pel numero de' primarj maestri e cantanti che ne

sono sortiti. I più famosi allievi del Pistocchi, che divennero tanti

Capiscuola in Italia, nel sec. 18º furono il Bernacchi, il Pasi, il

Minelli, il Fabri tutti di Bologna, ed il Bartolino di Faenza. Tra i

scolari del primo basta rammentare Guarducci, Amadori, Raff, e Mancini,

che si è anche distinto fra i letterati pel suo bel libro intitolalo

_Riflessioni pratiche sul canto_. “I cinque allievi di Pistocchi, dice

il sullodato _Mancini_, benchè instruiti dal medesimo maestro,

differivano tra loro per il metodo e per lo stile, ciascuno di essi

essendo stato regolato secondo la naturale sua disposizione; e questo

esempio basta per dare a divedere che un buon maestro non dee limitarsi

ad un solo metodo co' suoi scolari, ma che per formare de' perfetti

cantanti, egli deve, profondamente sapere le diverse maniere di

dirigerli, e praticarle con giudizio. Chiunque avrà questo talento, sarà

sempre apprezzato dalle persone dell'arte, ec.” Pistocchi fiorì sul

principio del p. p. secolo, tra le sue composizioni è molto pregevole la

sua opera 3, pubblicata in Bologna nel 1707, che contiene dieci duetti e

due cantate a 3 voci.

PITAGORA nacque a Samo cinque secoli innanzi l'era cristiana: intraprese

lunghi viaggi presso le più culte nazioni, e dopo essersi arricchito di

vaste conoscenze, andò a stabilirsi a Crotona in Italia, e vi formò una

scuola, che si è resa celebre per i grand'uomini che produsse, sotto il

nome di _Setta Italica_. Non volle Pittagora arrogarsi, come gli altri,

il fastoso titolo di _Savio_, ma usò il primo il modesto nome di

_Filosofo_, cioè amatore della Sapienza. In riguardo alla musica, che

era da' Greci con ispezial cura coltivata, Pittagora vi si applicò

profondamente, ed a lui generalmente si attribuisce l'averla ridotta a

calcolo con qualche apparenza di scienza esatta. La sua teoria musicale,

diversa da quella che formarono in appresso i di lui seguaci i

Pittagorici, può vedersi bene sviluppata dal dotto ab. Requeno nella

seconda parte de' suoi Saggi t. 1, e nella quarta al 2º t. p. 189, egli

dà a divedere che questo grand'uomo, benchè senza pretenderlo, desse

origine ad un nuovo sistema armonico, non si discostò in nulla

dall'antichissima musica degli anteriori greci, nella quale fu

abilissimo; che egli non fu, come da tutti gli scrittori moderni si

vocifera, l'inventore del sistema armonico de' posteriori pittagorici:

ma che co' suoi calcoli altro non fece che scoprire nell'antico sistema

aritmetico gl'intervalli consoni, e notare le distanze della

fondamentale, in cui si trovavano. “Era Pitagora assai grande filosofo,

egli dice, per innalzare un sistema armonico da' pochi fatti scoperti e

verificati nell'antico sistema, fin allora applaudito nella nazione. Le

ragioni delle consonanze, da lui comunicate a' suoi scolari, e da questi

malamente intese, furono generalizzate e prese in astratto da' medesimi,

ed a poco a poco co' calcoli, senza fondamento di sperienze armoniche,

si allontanarono dall'antico sistema aritmetico di modo tale che ne

crearono un altro pieno di errori e di supposizioni, le quali fanno poco

onore a' loro seguaci” (_p. 199 t. 2_). Il racconto de' suoni armonici

trovati da Pitagora da' pesi diversi de' martelli d'un ferrajo, e del

gran numero delle maraviglie, che si pretende aver operato questo

filosofo per mezzo della musica, per quanto sia stato ricevuto da' Greci

e Latini, dagli antichi e moderni, dee nondimeno riporsi fra le favole

greche, e riggettarsi come privo di verisimiglianza, non che di verità.

Il Montucla, lo Stillingfleet, e M. Chladni hanno osservato non essere

conforme alla natura il formare un'armonia sensibile co' martelli

battuti su l'incudine, e molto più colle corde tese da tali pesi,

essendo i suoni piuttosto come le radici cubiche inverse de' pesi, e

come le radici quadrate della tensione (_Acustiq. p. 100_).

PITAGORA (Zacinto), diverso dell'antecedente fu capo d'una setta di

musici secondo ciò che ne riferisce Aristosseno (_Harmonic. p. 36_). Da

costui si rileva altresì ch'egli abbia scritto sulla musica, e secondo

Ateneo (_Lib. XIV_) fu inventore di un nuovo strumento musico detto

_Tripode_, _l'uso del quale_, egli dice, _durò per breve tempo, o perchè

era difficile a maneggiarsi, o per qualche altra ragione. Questo

instrumento, che fu in tanta ammirazione, subito dopo la di lui morte,

passò in disuso e in dimenticanza_. Pittagora fioriva circa cinque

secoli prima di G. C.

PLANELLI (cav. Antonio), letterato napoletano, _uomo fornito di ottime

cognizioni, di gusto delicato, e dolcissimi costumi_, come dice il

Mattei (_Nuovo sist. d'interpret. i trag. Greci_), pubblicò in Napoli un

eccellente libro intitolato: _Dell'opera in Musica_, in 8vo, 1772. Nella

Sezione 1 dimostra egli che s'intenda per opera in musica, fa la storia

de' suoi progressi e perfezione, e tratta assai dottamente delle belle

arti in generale. La Sez. 2 tratta del Melodramma. Nella 3, Sezione

della musica teatrale, dello stile proprio di ciascuna passione, e di

ciascuna parte di questa musica, della differenza tra la musica antica e

la moderna. La Sez. 4 si occupa della Pronunziazione dell'Opera in

musica. Le sez. 5 e 6, trattano della Decorazione e della Danza

dell'opera in musica; e l'ultima della Direzione, e Necessità, che ha

l'opera in musica del buon ordine, e come vi vada procurato il pubblico

costume. Questo trattato è ben scritto, e molto interessante: da per

tutto vi regna una non ordinaria erudizione, e buona lettura d'Autori

antichi, de' quali l'A. ha saputo fare uso ove bisognava, e ben

giudiziosamente. “Egli abbraccia, dice l'ab. Arteaga, in tutta la sua

estensione il suo oggetto. Le sue osservazioni circa le belle arti in

genere, e circa la musica, e direzione del teatro in particolare sono

assai giudiziose e proficue, e da pertutto respirano l'onestà, la

decenza e il buon gusto.” (_Disc. prelim._)

PLATONE, il celebre filosofo; nato in Atene passò la sua giovinezza

nello studio della musica e delle belle arti compagne: confessa egli

stesso, che prima che entrasse nella scuola del pitagorico Archita,

aveva egli imparata la musica degli antichi greci in iscuola, e nel

tempio ove con gl'altri suoi pari concorreva al canto delle leggi di

Solone ne' giorni festivi: onde è che ne' libri della Repubblica si

dichiara egli a favore di quest'arte per l'educazione. Platone, già

filosofo e calcolatore di sublime e audace ingegno per l'invenzione,

osservando la dissonanza degli stromenti accordati da' Pittagorici, e la

concorde melodia di quegli, che i greci antichi avevano lasciati per

l'uso de' tempj e della giovanile educazione; per non iscreditarsi co'

filosofi e per farsi nome con gli ignoranti pratici suonatori, stabilì,

che la musica pitagorica co' suoi calcoli dovesse destinarsi allo studio

della natura, e l'antica allo studio della religione e del costume. Per

far valere questa sua maniera di pensare, ci descrisse nel Timeo con le

armoniche proporzioni de' pitagorici la formazione dell'universo, e ne'

libri della Repubblica si dichiarò contro tutte le novità introdotte

nell'arte più severa degli antichi greci; e sì nell'una che nell'altra

opera mostra, non essere egli ignorante, anzi eruditissimo in ambidue i

sistemi di musica antico e moderno. Sentì egli sì bene l'insufficienza

del calcolo armonico ne' suoni degli instromenti, e quindi relegò

l'armonia pitagorica alle sfere, ove con le leggi de' tetracordi

potessero spiegarsi i loro movimenti, e la loro formazione con l'altra

dell'universo da non falsificarsi mai cogli stromenti armonici. Platone

fu tre volte in Sicilia, ed ebbe quivi lezioni di musica da Metello

d'Agrigento (_v. Requeno t. 1_). Morì finalmente in Atene circa 347 anni

prima di G. C.

PLAYFORD (John), mercante di musica, ed abile pratico in Londra è autore

di una buona opera intitolata: _Introduction to the skill of music_,

ossia _Introduzione all'arte della musica_, la di cui terza edizione è

del 1697. Il suo ritratto si trova nella storia di Hawkins.

PLEYEL (Ignazio), nato in Austria nel 1757, studiò la composizione sotto

il grande Haydn in Vienna, e fu il solo allievo ch'egli avesse fatto di

proposito. Nel 1786, Pleyel viaggiò in Italia, e fu da per tutto accolto

della più distinta maniera: scrisse _l'Ifigenia_ opera seria italiana,

la di cui musica ebbe grandissimo incontro in quella patria

dell'armonia. Nel 1787, venne egli chiamato a Strasburgo come maestro di

cappella, coll'onorario di quattro mila franchi, e dopo alcuni anni si è

stabilito in Parigi come mercante di musica e di cembali a piano-forte.

La più parte delle sue composizioni sono state impresse a Offenbach

presso il maestro di cappella André, autore del Giornale di musica per

le dame. Pleyel benchè abbia preso l'Haydn per _archetipo_ della sua

musica strumentale, ha cercato nondimeno di semplificare la melodia

collo scemare gli accordi e scarseggiare di transizioni, onde i suoi

lavori sono meno di quelli del suo maestro dignitosi e robusti: ma in

compenso la sua armonia ha una chiarezza, una grazia, che penetra

facilmente e contenta l'orecchio degli ascoltanti. Egli ha composto di

recente due opere di quartetti d'uno stile più forte, e d'un'armonia più

piena e robusta degli antecedenti.

PLINIO il seniore, nato in Verona, benchè abbia servito nelle armate di

più Imperatori, trovò da per tutto il tempo di darsi allo studio più

profondo della natura. Perì egli nella famosa eruzione del Vesuvio

l'anno 79 di G. C. allorchè restaron sepolte sotto le sue ceneri

Ercolano, Pompeja e molte altre città della Campania. La sua storia

naturale in 37 libri è una delle più importanti opere che ci

sopravanzino dell'antichità. Nel libro XI c. 51 tratta egli della voce e

del canto, e nel lib. XVI c. 36, rapporta in qual maniera costruivansi

le differenti specie di tibie o di flauti. (_V. Forkel, Hist. de la Mus.

t. 1_)

PLOTINO, filosofo della scuola de' posteriori Platonici, di cui

riferisce nella di lui vita Porfirio suo discepolo, ch'egli era

profondamente instruito in tutte le scienze, come ancora nella musica,

benchè esercitato non si fosse nella pratica. Che Plotino fosse versato

nella teoria della musica facilmente rilevasi dalle sue opere, ove ad

esempio di Pitagora e di Platone spiega col mezzo delle leggi

dell'armonia le cose naturali, come per esempio i movimenti de' corpi

celesti, e quelli della nostr'anima. (_V. Fabric. Bibl. Gr. t. 4_)

PLUTARCO, nato a Cheronea nella Beozia, uomo di una erudizione

universale, fiorì dall'impero di Nerone sino a quello di Adriano, e dopo

essere stato più volte in Roma morì in sua patria circa l'anno 120 di G.

C. Benchè in molte delle sue opere parli egli della musica, due

lascionne frattanto che trattano espressamente della medesima. L'una di

queste può considerarsi come un compendio benchè oscurissimo della

musica teorica, ed è il suo _Comento sul Timeo di Platone_: l'altra è

puramente istorica, ed è il suo _Dialogo sulla musica_, che M. Burette

ha tradotto in francese con lunghi comentarj e note, come veder si può

in più volumi, delle Memorie dell'Accad. delle Inscrizioni. Gli

interlocutori di quel dialogo sono _Lisia_ puro pratico, e _Soterico_

letterato di Alessandria; questi non danno che una mal digerita storia,

dell'origine e de' progressi dell'antica musica e dell'utilità

dell'armonia. Plutarco per bocca di Soterico (_dice l'ab. Requeno_)

“vuole spiegarci i tre generi di musica diatonica, cromatica ed

enarmonica: lo fa però così superficialmente e con tanto disordine

d'idee, che si scuopre ignorante del piano e de' precetti, su de' quali

ragiona; e solamente si rende stimabile per mostrarci lo stato, in cui

era allora questa famosa arte.” (_Tom. 1, pag. 284_)

POISSON (Leonardo), curato di Marcangis, diocesi di Sens, morto in

Parigi nel 1753, è autore d'un'eccellente opera intitolata: _Nouvelle

méthode, ou Traité théorique du plain-chant_, Paris 1745 in 8vo, vi si

trovano de' fatti curiosi, delle preziose ricerche e delle nuove

dottissime osservazioni.

POISSON (M.), professore di geometria nella scuola Politecnica, è autore

di una _Memoria sulla teoria del suono_, che si trova nel t. VII du

Journal ec. Chladni loda le sue ricerche come assai dotte (_V. Acoustiq.

p. 293_).

POLLUCE (Giulio) di Naucrate nell'Egitto, fu in Roma per la sua

erudizione, assai caro all'Imperatore Commodo, e per di lui ordine diè

scuola di umane lettere in Atene, ove morì in età di 58 anni. Tra le sue

opere una ve n'era intitolata _Certamen musicum_, di cui fa menzione

Suida, e che si è perduta; nel suo _Onomasticon_, ossia Vocabulario in X

libri, che tuttora ci rimane, vi ha molte notizie intorno agli

istromenti di musica in uso presso gli antichi, delle quali molto ne ha

profittato il Requeno trattando della divisione degli stromenti, tom. 2,

p. 404.

PONCE (Niccolò), celebre incisore, non che distinto letterato in Parigi,

nel 1805 diè al pubblico una memoria molto interessante _Sur les causes

des progrès et de la décadence de la musique chez les Grecs_. (_V. les

Quatre Saisons du Parnase p. 264_)

PONZIO (Pietro), nato in Parma nel 1532, abbracciò lo stato

ecclesiastico. Dotato delle più felici disposizioni per le scienze, e le

arti, e con ispezialità per la musica, fu chiamato circa 1550 a Bergamo

per maestro di cappella della cattedrale, donde passò in Milano, e

quindi fè ritorno in Parma, ove morì nel 1596. Abbiamo di lui

_Ragionamento di musica_, Parma 1588, dedicato al conte Bevilacqua di

Milano, gran partigiano della musica. _Dialogo, ove si tratta della

teoria e pratica di musica_, dedicato all'accad. filarmonica di Verona,

Parma 1595. Egli è diviso in quattro libri, e sono gli interlocutori il

conte Alessandro Bevilacqua, il conte Sarego, ed il conte Marco Verità:

opera pregevolissima per la dottrina di quel tempo.

POPE (Alessandro), celebre poeta inglese del secolo 18, di cui vi ha

un'_Ode sulla musica_, per la festa di S. Cecilia, che è un'imitazione

di quella di Dryden sullo stesso soggetto: M. Hennet nella sua _Poétique

Anglaise_ (3 vol. in 8, Paris 1806), e M. de Valmalète nel 1808, ne

hanno data la traduzione francese.

PORFIRIO, filosofo nato a Tiro l'anno di G. C. 223, dimorò per alcun

tempo in Sicilia, donde passò in Roma, ove morì sul cominciare del 4.º

secolo. Egli scrisse molto sulla musica, alla maniera de' nuovi

platonici, ne' suoi _Commentarj sugli Armonici di Tolomeo_, che il Dott.

Wallis pubblicò il primo, benchè imperfetti, a Oxford nel 1699.

Dizionario storico-critico degli scrittori di musica e de' più celebri artisti, vol. 3 Di tutte le nazioni sì antiche che moderne · 第 12 / 18 段