PAESIELLO (cav. Giovanni), nacque a Taranto nel 1741, e studiò per

cinque anni la musica in Napoli sotto il cel. Durante nel conservatorio

di S. Onofrio. Nel 1763 scrisse la sua prima opera per il teatro di

Bologna, e quindi molte altre e serie e buffe per quelli di Venezia, di

Roma, di Napoli, di Milano, e finalmente nel 1766, partì per la Russia

al servigio di Caterina II, con quattro mila rubbli di appuntamento, ed

altri nove cento come maestro della gran duchessa, l'attuale

imperatrice. Oltre a più composizioni per teatro, fece egli imprimere a

Pietroburgo le sue _Regole per l'accompagnamento sul forte-piano_, per

servigio di quella principessa. Di ritorno in Napoli, il Sovrano

Ferdinando III lo nominò suo maestro di cappella, con 1200 ducati

d'annuo stipendio. Dopo la rivoluzione in Napoli del 1799, venne egli in

Palermo, e dopo alcun tempo col permesso della corte si portò in Parigi,

dove era stato chiamato con le più magnifiche offerte, e dove fu

direttore della cappella, ch'egli provide de' più celebri artisti, e per

la quale scrisse sedeci gran messe, mottetti, ec. Dopo due anni e mezzo

di soggiorno in Francia, gli fu d'uopo tornare in Napoli, non

confacendosi il clima di Parigi alla sua salute; e tosto fu nominato

membro di quell'Accademia delle Belle-Arti, presidente della direzione

musicale del R. Conservatorio, con 1800 ducati d'onorario, e maestro

della cattedrale di Napoli. Egli è anche membro di più dotte società,

come dell'Accademia italiana residente in Livorno, di quella di Lucca,

della società detta _des Enfans d'Apollon_ di Parigi, e nel 1809 è stato

adottato onorario dell'Istituto Nazionale di Francia. Le sue

composizioni sono innumerabili sì per teatro, che per chiesa. “Il genere

del suo talento, le qualità che caratterizzano la sua musica, sono una

gran fertilità d'invenzione straordinaria, ed una facilità felicissima

nel trovare de' motivi pieni di naturalezza insieme e di originalità, un

talento unico a svilupparli per via della melodia medesima, e ad

abbellirli di dettagli sempre interessanti; una condotta piena sempre di

estro e di saviezza: un gusto, una grazia ed una freschezza di melodia,

per le quali ha sorpassato di molto gl'altri compositori, ed ha servito

di modello a tutti coloro, che han dopo di lui faticato. Il suo stile,

semplicissimo e senza alcuna affettazione di scienza, è sempre corretto

insieme ed elegante: i suoi accompagnamenti nitidi sempre e chiari sono

ad un tempo stesso brillanti e pieni d'effetto. In riguardo

all'espressione, comechè la soavità sembri essere il tratto principale e

dominante del suo carattere, sa egli tuttavia variare perfettamente i

suoi tuoni, abbracciare tutti i generi, e passare dal burlesco, dal

semplice, dal ridicolo al grandioso, al serio, ed anche al terribile,

senza perder mai nulla non pertanto della grazia e dell'eleganza, da cui

par che non si sappia dipartire. Tali sono le qualità, che hanno riunito

tutti i suffragi a suo pro, sì quelli del pubblico e degli amatori, come

quelli de' dotti e degli artisti: e che gli hanno assicurato gli omaggi

del suo secolo, e quelli della posterità” (_Choron, elog. de

Paesiello_). Il cel. Paesiello, dice Carpani, quando aveva disposta la

tessitura di una composizione, soleva dire come _Cornelio_ stesso, che

avesse lo scheletro d'una tragedia: _L'opera è fatta: non mi resta che a

scriverla._ Egli inculcava a' suoi scolari _che tutto sta nella

condotta, e che nelle sue composizioni nulla gli costava più di essa_.

L'artificio di scegliere da principio un passo gradevole, ed adottarlo

come caratteristico di tutta la composizione, è divenuto a lui tanto

proprio, che quasi forma la base del suo stile. “Questa ripetizione

dello stesso passo serve a dare un'unità, una tinta, un'armonia tale

all'opera, sia sacra, sia profana, che l'orecchio e il buon senso ne

restano ugualmente appagati.” (_Lett. 9_). Ho voluto a bello studio

riferire questa dotta riflessione del Carpani, perchè molti ho inteso io

lagnarsi scioccamente di tali ripetizioni del Paesiello, come di un

difetto. Graziosa è in oltre la maniera usata da questo grand'uomo nello

scrivere secondo lo stesso Carpani. “Il Paesiello, egli dice, non

saprebbe staccarsi dal suo letto componendo, e nacquergli fra le

lenzuola la _Nina_, _il barbier di Siviglia_, _la Molinara_, e

tant'altri capi d'opera di quel genio inimitabile” (_Lett. 13_).

PALESTRINA (Gian Pierluigi), il più rinomato maestro della scuola

Romana, nacque nel 1529 nella piccola città di Palestrina, che è

l'antica _Preneste_. Dopo di avere studiata la musica, sarebbe egli

rimasto nell'oscurità e nell'indigenza, se il suo genio non fosse

concorso a metterlo nel primo rango dei compositori. Ecco quale ne fu

l'occasione. Era allora la musica un vero arzigogolo, privo di

significato intelligibile, un dottissimo romore che nulla diceva

all'anima, e nulla poteva dirle: un armonioso problema acustico

inestricabile per l'orecchio. Tutto era fuga, canoni, intrecci; nè vi

era musica che nelle chiese. I compositori trascuravano assolutamente

l'espressione, e non si occupavano che in quelle sole ricerche d'onde

altro non risultavane che fracasso e buffonerie molto indecenti. Questi

abusi eccitato avevano da gran tempo le lagnanze delle persone di pietà,

e più volte si erano proposte di bandire interamente la musica dalle

chiese, e ridurla al canto fermo. Finalmente, Papa Marcello II circa

1555 venne al punto di fulminare il decreto dell'abolizione, quando il

Palestrina, cantore allora della cappella pontificia, il quale aveva

certo fatta riflessione su i vizj della musica di quel tempo, e

concepito aveva l'idea di un genere più convenevole alla maestà del

luogo, chiese il permesso al Papa di fargli sentire una Messa da lui

composta. Avendoglielo questi concesso, la di lui messa sembrò così

bella e così nobile, che il Papa rinunziò al suo progetto, confermò la

cappella pontificia purchè si cantasse su quel gusto del Palestrina. A

questo genio immortale, dice il Carpani, devesi l'odierna melodia, fu

egli che scosse il giogo della barbara scuola de' maestri fiamminghi,

che solo signoreggiava in tutta l'Europa. “Profondo com'era nella sua

scienza, semplificò, purgò, ingentilì l'armonia, ed introdusse nel

contrappunto una cantilena, grave sì, ma sensibile, continuata e

naturale. Il suo esempio fu seguito da altri, ed avvenne allora la

felice rivoluzione della musica di chiesa, che in parte dura tuttora. Il

vero bello non invecchia mai. Ho sentito io stesso in S. Pietro di Roma

della musica sacra del Palestrina, che incanta e par fatta jeri.”

(_Letter. 9_). Palestrina nel 1562 divenne maestro di cappella di S. M.

Maggiore, e dopo la morte dell'Animuccia nel 1571, della chiesa di S.

Pietro, che egli arricchì di un gran numero de' suoi capi d'opera. “La

semplicità e naturalezza della modulazione colla giusta e varia distanza

delle voci per rendere chiara e varia l'armonia sono le proprietà

singolari, che faranno eterne le opere del Palestrina.” (_Eximen. l. 3.

c. 8_). Morì egli a dì 2 febbrajo del 1594 e gli si fece l'onore d'esser

sepolto nella chiesa medesima di S. Pietro con l'epitafio _Musicæ

Princeps_. I più gran maestri han fatto somma stima delle di lui opere,

Burney, Reichardt, Marpurg, Choron, Eximeno hanno di recente fatto

imprimere alcune delle sue composizioni, e viene eziandio assicurato che

un eccellente contrappuntista di Roma si occupa al presente di raccorre

e pubblicare tutte le opere del Palestrina.

PALIONE (Giuseppe), nato in Roma nel 1781, applicossi alla musica sin

dal 1792. Fontemaggi in Roma, e Finaroli a Napoli furono i suoi maestri

di canto, di forte-piano e di composizione. Egli scrisse _La Finta

amante_ in Napoli; _le Due rivali_; _la Vedova astuta_; e _la Villanella

rapita_ per il teatro del principe Aldobrandini in Roma, che

incontrarono moltissimo. Attualmente egli trovasi in Parigi, dove sin

dal 1810 ha composto molta musica sì vocale, che stromentale.

PALMA, compositore napoletano, di cui Martinelli racconta il seguente

aneddoto. Un usurajo, al quale doveva egli una ragguardevole somma,

essendo venuto per farlo arrestare, Palma gli si mise a cantare dinanzi

accompagnandosi al cembalo. Il suo canto produsse tal effetto sul cuore

del creditore, che in vece di riscuotere il pagamento della somma,

consentì a prestargliene un'altra. Ciò che reca maggior maraviglia, come

osserva il Martinelli, si è che Palma fè quel prodigio tuttocchè fosse

infreddato: che non avrebbe egli fatto se avesse avuta la voce libera?

il che prova abbastanza il potere della musica. Costui fioriva nella

medietà dello scorso secolo. Vi ha vivente tuttora un altro cel.

compositore, Silvestro _Palma_, che verso il 1802 scrisse la musica del

dramma burlesco _La Pietra Simpatica_, nel quale si distingue una

graziosa polacca _Sento che son vicino_: vi ha ancora di lui una farsa:

_la Sposa contrastata_.

PAOLUCCI (P. Giuseppe), scolare del Martini in Bologna, era come costui

minor conventuale; fu dapprima maestro di cappella in Venezia e poi del

suo convento in Assisi, dove morì nel 1775. Egli è autore dell'_Arte

pratica di contrappunto_, 2 vol. in fol. Venezia 1765; che si ha in

conto d'una eccellente opera: rapporta degli esempj cavati da' migliori

maestri d'armonia, e vi unisce de' dotti comentarj. Eximeno, Sacchi, e

Martini lo citano con elogio.

PARENTI (Francesco), nato in Napoli nel 1764, studiò il contrappunto

nel conservatorio _della Pietà_ sotto Sala, l'ideale con Giac. Tritta, e

l'accompagnamento col maestro Tarantina. Egli ha scritto in Italia della

musica sopra drammi serj e burleschi, che ha avuto del successo,

principalmente in Roma dove si giudica a tutto rigore dei Compositori:

_Antigono_; _il Re pastore_; _la Nitteti_, e l'_Artaserse_; _la

Vendemia_; _il matrimonio per fanatismo_; _i Viaggiatori felici_. Nel

1790 egli portossi in Parigi, e dopo avere scritto per il teatro

dell'Opera Comica, nel 1802 ne divenne il maestro di cappella e direttor

della musica. Egli dà quivi lezioni di canto secondo il metodo di _la

Barbiera_, detto _il Siciliano_ e maestro della Pietà.

PARRAN (Antonio), gesuita, diè al pubblico _Traité de musique, contenant

les préceptes de la composition_, Paris in 4º, 1746. Quest'opera, male

ideata e peggio compilata, non ebbe che un'efimera riputazione.

PASQUALI (Niccolò) nel 1762 pubblicò in Amsterdam una mediocre

istruzione sull'accompagnamento, col titolo: _La Basse-continue rendue

aisée_. Lustig dopo dieci anni ne diè una seconda edizione con

aggiungervi molti esempj, in francese ed in olandese. Comparve anche in

Londra col titolo: _The thorough Bass made easy, by Pasquali_, in fog.

1780.

PASSERI (Giov. Battista) nacque in Farnese nel 1694, fu discepolo del

cel. Gravina in Roma; ed intimo amico del Metastasio, del Rolli, e

d'altri de' primi ingegni, che fiorivano in que' tempi in Roma. Egli è

celebre per le sue opere, noi non faremo menzione che di quella ch'egli

pubblicò in Roma nel 1770, _De Musicâ veterum Etruscorum_. Tra gli altri

suoi manoscritti lasciò un _Lexicon musicum_: fu anche l'editore delle

opere di musica del cel. Giambattista Doni, stampate in Firenze nel

1763; _absoluta studio et operâ Io. Bapt. Passerii._ Morì in Pesaro nel

1780.

PAU (Monsign. Felice). Vescovo di Tropea nella Calabria, di cui abbiamo

alcune eruditissime lettere sull'antica musica dirette al Sig. Saverio

Mattei, nelle quali impugna la costui opinione sulla superiorità degli

antichi in quest'arte su i moderni. Anche il celebre Metastasio,

tuttochè amicissimo del Mattei, mostrò in alcune sue lettere le

difficoltà che aveva di abbracciare il suo sentimento. Questo carteggio,

nel quale da tre singolari ingegni viene discussa tal questione, si

trova nel tom. 8 delle opere del Metastasio dell'edizione di Napoli

1782. Nelle lettere di Mons. Pau e nelle risposte del Mattei oltre alla

pulitezza con cui vien agitato quel punto, si trova immensa erudizione e

dottrina. “Sommamente mi son dilettato, scrive il Metastasio al Mattei,

attentamente considerando il musico-filosofico carteggio, che si è

compiaciuta comunicarmi. Ho ammirate ed invidiate le forze di due

valorosissimi atleti, che non meno nell'assalire, che nello schermirsi

mostrano il lor magistero nell'arte. Mi hanno obbligato ad ondeggiar

lungo tempo fra le opposte loro sentenze: ciascuna di esse mi avrebbe

rapito sola ma avendomi assalito unite, l'una mi ha difeso dalla

violenza dell'altra: onde senza aver cambiato di sito, mi trovo tuttavia

fra le stesse antiche dubbiezze, ec.” Era necessaria la sveltezza

d'ingegno e la somma erudizione del savio Mattei per sciogliere le

difficoltà proposteli da due sì potenti contradittori, dice a questo

proposito l'Eximeno, presso il quale può vedersi dottissimamente

trattata la medesima questione. (_V. P. II. L. 1, p. 353._)

PAVESI, maestro di cappella vivente in Milano ha scritto molte opere,

che hanno avuto gran successo in diversi teatri d'Italia. Nel magazino

del Ricordi vi ha di lui _I Cheruschi_; _Elisabetta d'Inghilterra_,

drammi serii. _La festa delle rose_; _L'Incognito_; _Ser Marcantonio_,

buffi. _L'Avvertimento ai gelosi_; _L'Amante anonimo_; _L'accortezza

materna_; _La forza de' Simpatici_, farse.

PELLEGRINI (Anna Maria Celoni). Romana, donna assai culta ha fatti de'

profondi studj sulla musica: nel 1810 pubblicò ella in Roma

_Grammatica_, o _siano Regole di ben cantare_, dedicata a S. A. S. il

principe Federico di Saxe-Gotha, alla quale gli Editori hanno fatto

precedere il di lei ritratto inciso in rame dove viene rappresentata in

atto di cantare accompagnandosi al clavicembalo con l'epigrafe tratta da

Virgilio, _Cantu vocat in certamina Divos_. Quest'opera porta seco

l'approvazione di tre bravi maestri, del Guglielmi allora maestro della

cappella Giulia in S. Pietro, del Caruso maestro della cappella di

Perugia, e del Nicolini, dandole tutti e tre l'elogio di avere trovate

regole perfette in tutte le sue parti, ed atte a formare un bravo

cantante. La prefazione, che essa ha posto in fronte del libro è assai

ben pensata e scritta, eccone un saggio. “Innumerabili sono i cantanti,

essa vi dice, ma i Timotei sono rarissimi. Da due ragioni credo io, che

dipenda la scarsezza de' buoni cantanti: la prima dall'essere eglino la

maggior parte sforniti di quelle generali nozioni, le quali fanno

discernere ciò, che si canta: e l'altra dalla non sana maniera, che

tiensi da molti, i quali impunemente si arrogano il dritto d'insegnare

l'arte divina del canto, alla quale una volta si dedicavano solo i

filosofi ed i Poeti di non volgar nome dotati. Potrebbesi all'anzidette

ragioni aggiungere ancora la terza, ed è la sensibilità di cuore, la

quale non è certamente uno de' più frequenti doni, che fa la natura ad

un essere. Ciò posto sarà di mestieri, che in uno, che canta riuniscansi

le tre qualità succennate cioè _buon senso_, _buona maniera_, _e cuore

sensibile_, ec.”

PENNA (Lorenzo) da Bologna, carmelitano della congregazione di Mantova,

si applicò con successo allo studio della musica, e divenne membro della

società filarmonica di Bologna. Nel 1674, pubblicò quivi _Gli primi

albori musicali_, in 4.º di cui vi ha la quinta edizione del 1696.

L'opera è divisa in tre libri, contiene il primo 21 capitoli, ne' quali

tratta del canto figurato. Il secondo di 24 abbraccia la dottrina della

composizione. Il terzo in 17 capit. tratta del basso-continuo. Nel 1689,

pubblicò ancora in Modena il suo _Direttorio del canto_, in 4.º (_V.

Notizie sugli Scrittori di Bologna, tom. 6_).

PEREZ (David), figlio d'uno spagnuolo stabilito in Napoli, nacque colà

nel 1711, e studiò la musica nel Conservatorio di Loreto sotto i maestri

Gallo e Mancini. Terminati i suoi studj musicali con molto successo, il

suo protettore Naselli, nobile palermitano ed intendentissimo anch'egli

di musica (_V. suo art._), lo condusse seco in Palermo, ove fu tosto

eletto maestro della real cappella palatina, ch'egli arricchì di sue

egregie composizioni. Tra queste distinguonsi particolarmente i

Responsorj della settimana santa alla palestrina, dove si ammira la

singolare espressione delle parole, e la vera musica di chiesa. Scrisse

eziandio per il teatro di Palermo dal 1741 sino al 1748. Tornò in

Napoli, ove la sua _Clemenza di Tito_ ebbe il più gran successo nel

teatro di S. Carlo; la riputazione ch'egli si stabilì, lo fece chiamare

in Roma e in diversi teatri d'Italia. Nel 1752 fu invitato dalla corte

di Lisbona al servigio del re Giuseppe. Il _Demofoonte_ fu la prima

opera, che egli vi compose: il celebre Gizziello era il primo uomo, e il

gran Raff il tenore, la di lui musica ebbe gli applausi universali.

Scrisse ancora molta musica di chiesa per quella cappella reale, che è

rimasta celebratissima e con ispezialità i suoi Responsorj de' morti pei

funerali di quel monarca, che incisi superbamente in rame furono

pubblicati in Londra con in fronte la di lui effigie, dei quali egli

stesso ne mandò in dono una copia a mio padre.

PERGOLESI (Giambattista), detto così, perchè era di Pergoli nella Marca,

ove nacque nel 1707, il suo vero nome di famiglia era _Jesi_. In età di

14 anni venne in Napoli, e studiò la musica nel Conservatorio di

Sant'Onofrio. Gaetano Greco, che ne era allora il maestro, trovato

avendo in lui delle grandi disposizioni presene una particolar cura, e

fecegli fare particolarmente un profondo studio del contrappunto, e

della composizione. Secondo il gusto di que' tempi imparato egli aveva

dal maestro a non discostarsi in nulla dalla severità delle regole, ma

questo genio nudrito dalle Grazie e dalle Muse ebbe il raro talento di

trovarne a tempo le eccezioni. “Niuno meglio di lui ha saputo ottenere i

fini, che dee proporsi un compositore: niuno ha fatto miglior uso del

contrappunto, ove l'uopo lo richiedeva. Simile al Raffaello egli non

ebbe altra guida, che la natura, nè altro scopo, che di rappresentarla

al vivo, _l'arte che tutto fa, nulla si scopre_. Simile a Virgilio, ei

maneggiò con felicità incomparabile i diversi stili, de' quali si fa uso

nella musica, mostrandosi grave, maestoso, e subblime nello _Stabat

mater_; vivo, impetuoso, e tragico nell'_Olimpiade_, e nell'_Orfeo_;

grazioso, vario, e piccante nella _Serva Padrona_.” (_Arteaga tom. 2)_.

Si può dire che Pergolesi niente abbia lasciato che migliorare a'

successori, e che da quell'epoca in poi abbia piuttosto la musica

perduto, che acquistato vigore. Egli in breve tempo dal mediocre stato,

in cui trovò la musica teatrale, la ridusse al sommo, al perfetto. Si

riformò il gusto universale a quell'incanto, si cominciò a distinguere

l'accento, il metro, la continuazione delle melodie, e il popolo corse

presso ad un giovine, lasciando i vecchi più accreditati, da' quali

perchè _turpe putant parere minoribus_, gli fu mossa un'orribile

persecuzione, la quale giunse a tanto, che si è creduto, esser egli

morto di veleno preparatogli da' suoi malevoli (_Mattei, elog. di

Jomm._). Quel ch'è certo si è, ch'egli morì di consunzione piuttosto

dopo quattro anni d'uno sputo di sangue, per cui era andato a Pozzuoli,

in età di 33 anni. Tuttavia è ancor certo, dice Arteaga, che Pergolesi

fu il bersaglio della invidia, e che sembra essersi avverata nella sua

persona quella severa e incomprensibil sentenza, che la natura in

creando gli uomini singolari ha, come dice un poeta francese,

pronunciato contro di loro: _Sois grand'homme, et sois malhereux_. Il

suo _Stabat mater_, ammirato in tutta l'Europa come un capo d'opera di

espressione e di sentimento, non invecchia mai, e finchè vi sarà musica

sarà sempre immortale. Tutte le sue composizioni sono tuttora i modelli

del buongusto, e della buona scuola, esse dovrebbero essere tra le mani

di tutti i giovani studiosi, se aspirar vogliono al sublime ed al

grande.

PERI (Jacopo) da Firenze, uno di quei letterati musici su i principj del

sec. 17.º, che radunandosi presso il conte Giovanni de' Bardi molto

contribuirono con le loro ricerche, co' loro lumi, e con le loro

composizioni eziandio, al miglioramento dell'arte (_Veggansi gli

articoli Bardi, Caccini, Corsi ec._) dopo che il Caccini ed il Peri

posto avevano in note la _Dafne_ del Rinuccini con incredibil successo,

fu dal Peri medesimo con più accuratezza modulata l'_Euridice_, altra

tragedia per musica di quel poeta, rappresentata in Firenze nel 1600

nell'occasione delle nozze di Maria de' Medici col re di Francia Arrigo

IV. Questa può dirsi l'epoca nella quale ebbe origine in Europa la

musica drammatica: trovansi nel dramma del Peri il recitativo, le arie,

i cori, come si usano al presente, e benchè non fosse possibile in sul

principio di trovar nella sua musica la perfezione dell'arte, vi regna

tuttavia una certa semplicità preferibile a molti riguardi alla

sfoggiata pompa della nostra. Nella prefazione a questa musica

dell'Euridice, che fu impressa nello stesso anno, possono leggersi con

profitto i principj filosofici che stabilisce il Peri ragionando sulla

sua arte (_V. Arteaga t. 1_).

PEROLLE (M.), professore di medicina della università di Monpelieri, e

membro dell'Accademia delle scienze di Torino, è autore di più

dissertazioni sull'Acustica, nelle quali ha fatto parte al pubblico di

molti importantissimi sperimenti sulla propagazione del suono. La prima

è del 1783, col titolo di _Dissertation anatomico-acoustique_, Paris in

8.º; l'altre possono leggersi nel Journal de Physique, e sono — _Sur les

vibrations totales des corps sonores_, 1789, t. 37; _Sur les experiences

acoustiques de Chladni et de Jacquin_, 1799, t. 48; _Recherches

physiques sur le son, contenant des experiences rélatives à la

propagation du son dans diverses substances tant solides que fluides_;

_et un essai d'experiences qui tendent a déterminer la cause de la

résonnance des corps_, 1799 t. 49. Chladni assicura che gli esperimenti

di M. Perolle intorno a questa materia sono i migliori (_de l'Acoustica

p. 321_).

PEROTTI (G. A.) di Vercelli, accademico filarmonico di Bologna, e primo

maestro di cappella di S. Marco di Venezia, è autore di una

_Dissertazione sul progresso e la decadenza della musica italiana_,

Venezia 1813. La società Italiana di Scienze, Arti, e Belle-lettere

avendo proposto un premio per la miglior memoria su quell'argomento,

questo premio venne aggiudicato al Sig. Perotti.

PERRAULT (Claudio), dell'Accademia delle Scienze, e cel. architetto ne'

suoi _Comentarj_ a _Vitruvio_ da lui tradotto in francese ragiona a

lungo sulla musica degli antichi, ed in oltre alla fine del secondo

volume de' suoi Saggi di fisica vi ha di lui _Dissertation sur la

Musique des Ançiens_, Paris 1680, nella quale sostiene che i Greci non

ebbero cognizione della musica a più parti.

PERTI (Giac. Antonio) da Bologna, fu uno de' più gran professori

dell'antica scuola di quella città, ed uno degli autori classici per la

musica di chiesa, le sue opere ne son modelli. Una maschia e ben fondata

armonia, un'intelligenza ammirevole nelle disposizioni delle parti di

un'arte, tanto più grande, quanto è più nascosta, ecco i tratti che

dipingono quest'illustre maestro. Dopo di essere stato al servigio dei

gran duchi di Toscana, passò a quello dell'imperatore, dove è restato

quasi tutto il tempo di sua vita. Leopoldo e Carlo, che avevano molta

stima per lui, e che intendentissimi eran di Musica, lo colmarono di

onori e di considerevoli beni. Se questo compositore non si fosse reso

molto celebre per le sue belle produzioni, lo sarebbe divenuto solo per

essere stato il maestro del dotto P. Martini, il di cui merito, le

conoscenze, la dottrina, le opere, e la riputazione formano l'elogio del

Maestro. Perti morì in Venezia nel 1723.

PETRI (Giovan Samuele), precettore di musica alla scuola normale di

Halle, e professore nel ginnasio di Baudissin, racconta egli stesso come

cominciò i suoi studj dal frequentare le pubbliche lezioni di canto, _il

che far dovrebbero_, egli dice, _tutti i giovani che ne hanno il

comodo_. Bach ne' suoi trattenimenti spiegogli quello, che sino allora

aveva trovato d'oscurità nelle partiture di Telemann, di Graun, e del

Sassone, o quello ch'era sfuggito alle sue osservazioni. Petri pubblicò

quindi in tedesco la sua _Introduzione alla musica pratica_, Lauban

1767, ed essendosene spacciate prestamente tutte le copie, ne diede una

seconda edizione più accresciuta e corretta nel 1782, in tre vol. in 4º.

In quest'opera, che servir può di modello dello stile didattico, tratta

della musica in generale, del basso continuo, e di tutti gl'instromenti

in uso oggidì. A questo precede un'istoria breve sì, ma precisa e chiara

della musica, dalla sua origine sino al sec. 18º.

PFEFFINGER (Giacomo), mostrato avendo sin dall'infanzia gran

disposizione per la musica, i suoi primi passi in quest'arte furono

diretti in Strasburgo sua patria da Fil. Schmidt, letterato, musico, e

filosofo. Con la guida di un sì abile maestro, fece de' rapidi progressi

sul forte-piano, e nella conoscenza dell'armonia. Alla morte di

Schænfeld nel 1790, il senato di Strasburgo lo nominò maestro di

cappella della città e direttore della musica del Tempio-Nuovo. Fu a

quest'epoca ch'egli cominciò a far della musica uno studio più

particolare ed esatto; unissi allora col cel. M. Pleyel che era in quel

tempo maestro di cappella della cattedrale, e confessa egli stesso

dovere in gran parte il suo talento per la composizione a quell'insigne

artista, che gli facilitò lo studio di questa bell'arte di appresso i

principj di Fux. Intraprese nel 1791 insieme con Pleyel un viaggio in

Londra, ove restò sei mesi, e quivi ebbe occasione di unirsi in amicizia

coll'immortale Haydn, e di formare il suo gusto con lo studio e la

perfetta esecuzione degli oratorj di Hendel, che a giudizio de' veri

intendenti sorpassano ogn'altra composizione in questo genere in

subblimità e bellezza musicale. Pfeffinger ha pubblicato circa a 18

opere, sì per il forte-piano che per il canto. Le di lui composizioni

sono generalmente d'uno stile severo, ed annunziano della profondità di

cognizioni nell'armonia. Il suo gusto è deciso esclusivamente per gli

antichi.

PFEIFFER (Federico), bibliotecario dell'università di Erlang, e

professore di lingue orientali, pubblicò quivi una dissertazione nel

1779 _Sulla musica degli Ebrei_, in 4.º, la più compita e la più

perfetta opera che vi sia intorno a questa materia.

PIANTANIDA (l'Abate), scolare di Fioroni milanese ha composto molta

musica di chiesa, come mottetti, messe e vespri; il suo _Miserere_, _il

Credo_ sono in ispezialità molto pregiati. Quest'abate risiede

attualmente in Milano.

Dizionario storico-critico degli scrittori di musica e de' più celebri artisti, vol. 3 Di tutte le nazioni sì antiche che moderne · 第 11 / 18 段