DEL PARADISO TERRESTE E DE' FIUMI CHE ESCONO DI QUELLO.

Oltre alla terra e l'isole del Prete Giovanni, andando verso oriente,

non si truova altro che gran montagnie e regione tenebrose, dove non si

potrebe vedere nè di giorno nè di notte, sì come testimoniano quegli

del paese. Queste montagnie diserte, e questi luoghi tenebrosi durono

da una costa (_sic_) infino al paradiso terreste, dove Adamo nostro

padre ed Eva furono in prima posti, e quali non molto vi rimasono. Il

paradiso è verso oriente a cominciamento della terra; ma quelo oriente

non è già il nostro oriente di qua quando el sole si leva a noi; però

che, quando el sole si leva all'oriente verso el paradiso terresto,

allora è meza notte tra le parte di qua, per cagione della ritondità

della terra, sì come io ò scritto di sopra. E perchè il nostro Signore

fece la terra tutta ritonda nel mezo del firmamento, bene che vi sia

monti e valli, questo non è naturalmente, ma venne per ragion del

diluvio, che fu al tempo di Noè, el quale guastò la terra molle; e la

dura terra, e e sassi rimason montagnie.

Io non saperei propiamente parlare del paradiso, che io non vi fui

mai, e ciò mi duole; e penso, che io non fu' degno, ma quel che io

ò udito dire a' più savi di là, io volentieri lo discriverrò. E'

dicon che il paradiso terresto è la più alta terra del mondo, e è in

oriente al cominciamento della terra, e così alto, che tocca quasi

el cerchio della luna: per lo quale cerchio, o vero spera, la luna fa

il suo torno. Il paradiso è tant'alto, che il diluvio di Noè coperse

di sotto e di sopra e intorno tutta la terra, salvo che questa del

paradiso. Questo paradiso è serrato intorno di mura, e non si sa di

che cosa sia murato, e non vi par pietre, nè anche altra materia della

quale siano le mura. Questi muri si distendono da mezo dì verso Bissa.

Una sola entrata v'è, che sta serrata di fuoco ardente per modo, che

niuno uom mortale no può entrare per diritto. Nel mezzo de la più

alta terra del paradiso è il fonte, el quale getta li quattro fiumi,

e quali corrono per diverse terre. Il primo fiume si chiama Phison, e

corre per India, nel qual sono molte pietre preziose, e molto legnio

aloes e molti granelli d'oro; l'altro si chiama Gion o vero Nilo,

quale passa per Etiopia e per Egitto; l'altro si chiama Tigris, el

quale corre per Soria e per la grande Armenia: e 'l quarto si chiama

Eufrates, il qual passa per Media e per Persia e per Armenia. E dicono

gl'uomini di quel paese, che tutte l'acque dolce del mondo, di sopra

e di sotto, pigliono origine da quel fonte, e da quello tutte l'acque

dolce escono. El primo fiume si chiama Phison, che vuol dire in nostra

lingua, ragunanza, o vero congregazione, perchè molti altri fiumi si

ragunono e vanno in questo fiume: altrove si chiama Ganges per uno

che fu Re in India, chiamato Ghangores, però che correva per la sua

terra. Questo fiume è in alcun luogho torbido, in alcun chiaro, in

alcun caldo, e in alcun freddo. El sicondo fiume, che si chiama Gion, o

vero Nilo, è detto, però che sta sempre torbido, e Gion, nella lingua

di Etiopia, vuol dire torbido. El terzo fiume si chiama Tigris, ciò è

a dire, tosto, corrente; imperò che corre più presto degli altri, e a

similitudine di questo, v'è una bestia chiamata tigris, la qual corre

molto velocemente. El quarto fiume si chiama Eufrates, ciò è a dire,

ben portante, perchè molti beni crescono sopra questo fiume, frutti,

biade e altre cose. E sapiate, che niuno uomo mortale può andare,

nè aprosimarsi al detto paradiso per la moltitudine delle bestie

salvatiche che sono in quegli diserti, e per l'alteza di quele montagne

e per l'aspreza de' sassi e quali niuno poterebe passare[59]. Molti

gran signori ànno voluto molte volte isprementare e andare per questi

fiumi verso el paradiso, con gran compagnia, ma mai non poterono trovar

la via; anzi molti di loro murirono per la foresta e per lo navicare,

e molti altri rimasono orbi, e altri sordi per lo strepito della acqua,

e altri son morti e perduti nell'onde. Sì che pertanto niun mortale vi

si può approssimare, salvo che per ispezial grazia di Dio. E di questo

luogo io non saperei discriver più; e pertanto tacendo, ritornerò a

quel che io ò veduto.

Chiunque avessi grazia di sapere tener la via diritta, sì poterebe

passare per queste isole sopradette della terra del Prete Giovanni, le

qua' sono sotto terra, quanto a noi di qua, e per altre assai isole più

inanzi, e circundare la terra e poi ritornare dirittamente alle parte

de le quale si fussino mossi; e arebono circundato tutto el corpo della

terra. Ma perchè vi converrebe gran tempo, e molti pericoli vi sono nel

passare, parte per le isole diverse, parte per li gran mari e parte per

dubio di smarrir la via, pochi uomini si mettono a farlo, quantunque si

possa fare, tenendo la diritta via in modo, che io ò detto di sopra: e

per questa cagione si ritorna da queste isole sopradette, costegiando,

nella terra medesima del Prete Giovanni.

DELL'ISOLA DI CAISAM, CH'È MOLTO GRANDE E BUONA, E DE LA USANZA CHE

TIENE IL FIGLIUOL, MORTO IL PADRE, IN QUESTO PAESE.

Dipoi, ritornando, si viene a un'altra isola, chiamata Charsam, la

quale isola tiene di lungo 60. giornate e di largo 50. o più. Questa è

la magiore isola e 'l migliore reame del mondo, eccetto Cataim. Questo

paese è così bene abitato e così pieno di città e di ville e di gente,

che, quando e' s'esce fuora d'una città per andare in qualunche parte

si voglia, si vede un'altra città inanzi a sè. In questa isola è una

grande abundanzia di vino e di spezie. Il Re di questa isola è molto

possente e gran ricco, ma nondimeno riconosce la sua terra dal Gran

Cane e ubidisce lui; però che questa isola è una de le XII. province

che 'l Gran Cane à sotto di sè, sanza la sua propia terra e de le isole

migliore, de' le quali n'à molte. In questo paese son gran boschi di

castagneti, e se e mercatanti usasino così in questa isola, come fanno

ne l'isola di Catai, ella sarebe asai migliore che Catai. Da questa

isola si viene, ritornando, a un altro reame, chiamato Riboeh, che è

sotto posto al Gran Cane, ed è un buon paese e abondevole di biade e di

vino e d'altri beni. Le gente di questo paese non ànno case, ma stanno

nelle tende e padiglioni fatti di feltro nero. La lor città principale

o reale è tutta murata di pietre preziose, cioè nere e bianche, e

tutte le strade di questa son ben lastricate di queste simile pietre.

In questa città non è uomo che ardisca spander sangue d'uomo nè di

bestie per riverenza d'uno idolo ch'egli adorono. In questa città

istà il Papa della fede loro, il quale e' chiamono Sabasi, e concede

tutti e benifici e tutte l'altre cose, che apartengono agl'idoli. E

tutti quegli che riconoscono alcuna cosa de le lor chiese religiose,

e altri ubidiscono a lui, al modo che fanno qua le genti di santa

chiesa al Papa. In questa isola è una usanza, che, volendo el figliuolo

grandemente onorare el padre, quando e' muore, manda per tutti gli

amici e' parenti suoi, religiosi e preti e pifferi in gran quantità, e

portono il corpo del padre sopra a una montagnia, facendo gran festa

e solennità. Poi che l'ànno lassù portato, il maggior prelato sì gli

taglia el capo e sì lo ripone in uno piattello grande d'ariento dorato:

dipoi lo dà al figliuolo. Allora el figliuolo o gli altri il pigliano e

portano, cantando e dicendo molte orazioni. Poi gli preti e religiosi

tagliano el troncone del busto per pezzi, dicendo orazioni; e gli

uccelli del paese, che sono usitati a quella usanza per lungo tempo,

vengono, e sì si apresentono di sopra, volando come fa tra noi il

nibbio a la carogna; e i preti gittono e pezzi de la carne, e gl'ucegli

gli pigliono e vanno alquanto dilungi, e sì la mangiono. E poi gli

preti cantano a modo che di qua per gli morti, e dicono l'uficio in

loro linguaggio ad alta voce. Dipoi dicono: Riguardate come era valente

uomo costui, il quale gli angioli di Dio son venuti a trovare e portare

in paradiso. Alora pare al figliuolo che sia molto onorato, quando gli

ucegli ànno mangiato il suo padre. E colui, a chi viene maggiore numero

d'uccelli, è quello che gli pare abbia avuto maggiore onore più che

gli altri. Da poi il figliuolo rimane a casa cogl'amici e co' parenti

suoi e fagli gran festa; e gl'amici racontono tra loro qual mente

gli uccegli gli vennono a torre; e così ragionando, in questo molto

si gloriano. E quando sono raunati a casa, il figliuolo fa cuocere

la testa del padre, e alquanto della carne dà in luogo di guazzetto;

e danne a ciascuno de li suoi più speziali amici; e dell'ossa del

craneo se ne fa fare una tazza, colla quale lui e i parenti beono con

gran divozione a memoria del santo uomo, mangiato dagl'uccegli; e il

figliuolo serba questa tazza; e tutto 'l tempo della vita sua bee con

quela per memoria di suo padre.

D'UNO UOMO MOLTO RICO, E DE LO STATO SUO, E DELLA CONCLUSIONE DEL LIBRO

CHE FA L'AUTORE.

Da questa isola, ritornando per X. giornate per mezo la terra del Gran

Cane, è una grand'isola e buona e buon reame, nella quale è uno rico e

potente Re. Fra gli altri di questo paese v'è uno uomo richissimo, el

quale non è principe nè amiraglio nè duca nè conte, ma sono molte gente

a lui suggette che tengono terre da lui; e à costui una grandissima

entrata ogn'anno, e è troppo ricco, perchè à continuamente più di tre

mila cavagli caricati di biada e di riso, anno per anno. Costui fa

molto nobil vita: sicondo l'usanza di là, lui ha cinquanta damigelle

vergini, le quali tutta via lo servono quando mangia. E quando egli

è assettato a tavola, tutte quelle vergini gli portano insieme una

maniera di vivande, e sempre la portano cantando una canzona. Poi gli

tagliano innanzi quella vivanda, e di quella lo imboccano, però che lui

non fa alcuna cosa, se non tenere le mani sopra alla tavola e mangiare

le vivande che gli danno quelle damigelle; imperò ch'egli ha l'unghie

tanto lunghe, che non potrebbe colle mani nè tenere nè pigliare alcuna

cosa; e quando si va a coricare, quelle damigelle lo spogliano, e così

quando si leva lo rivestono. La nobilità degli uomini di quello paese

è lasciarsi crescere l'unghie quanto possono; e sono molti nel paese,

che, tanto se le lascion crescere, che circundano tutta la mano: e

questo è tra loro gran gentilezza. E la nobilità delle donne loro si è

aver piccoli piedi: e per questo, come son nate, legono e piedi così

stretti, che non crescono la metà di quelo che doverebbono. Sì che

queste fanciulle cantono canzone mentre che e' mangia; e quando lui

à mangiato quela vivanda, ne portone un'altra, cantando a modo che di

prima; e così fanno per insino che à mangiato, e ogni dì fanno a questo

modo. E in tal modo usa costui la sua vita, come ànno fatto i suoi,

e come fanno gl'uomini dati all'ozio e al ventre e alla gola, e quali

sempre disutilmente vivono sanza fare alcuno bel fatto o altre opere

degne di laude e di virtù. O quanti ne sono oggi a lui simiglianti che

disiderano la vita solo per stare a riposo a grattarsi el ventre, come

fa el porco nella grassa! Egli ha molto bello palazzo e ricco, dove

si sta; del quale le mura circundano due leghe. Dentro vi sono be'

giardini: le sue camere e sale sono d'oro e d'argento, e nel mezo d'un

bel giardino si è uno monticello, ove è uno piccolo praticello, nel

quale è uno munisterio con torri e pinacoli tutti d'oro. Molte volte va

costui a questo munisterio, che non è fatto per altra cagione, se non

per diletto di costui.

Da questo paese si ritorna indietro per la terra del Gran Cane,

della quale io ò detto di sopra, però non bisogna c'un'altra volta

vi discriva, nè di quale si tenga conto. E sapiate, che di tutto quel

paese e di tutte quell'isole e diverse gente e diverse legge e fede,

ch'egl'ànno, le quali io ò scritto, niuna gente non è lì, la quale,

pur che abia ragione e intelletto, che non abia alcuno articolo della

nostra fede e alcun buon punto di ciò che noi crediamo, e che eglino

non credino in Dio, il qual fece il mondo, el quale egli chiamono

Hiretarze, ciò è a dire: Dio di natura, sicondo che dice il profeta:

_Et intuentur omnes fines terrae_; e altrove: _Omnes gentes servient

ei_ etc. Ma egli non sanno però perfettamente parlare di Dio padre, nè

del figliuolo, nè dello Spirito santo; nè sanno parlare della Bibbia,

e spezialmente del Genesis e degl'altri libri di Muises, de l'Esodo

e degli profeti, però che non ànno chi gl'insegni; sì che non sanno

se non di loro intelletto naturale. E' dicon bene, che le criature

ch'egliono adorono, non son punto Dio, ma egli le adorono per le gran

virtù che sono in quelle, le quali non vi poterebono esser sanza grazia

di Dio. Dei simulacri e idoli e' dicono, che non v'è alcuna gente, che

non abino idoli; e questo dicono, perchè noi abiamo le immagine e le

figure della nostra Donna e di molti altri santi che adoriamo noi; ma

e' non sanno, che noi non adoriamo punto le immagine di legnio, nè di

pietre, anzi e santi, a memoria de' quali son fatte; perchè, a modo

che la lettera dimostra a' litterati che è come si dee credere, così le

immagine e le pitture dimostrono alla idiota gente a pensare e adorare

e santi, a nome de' quali son fatte; però che 'l pensare umano ispesse

volte è invilupato per molte cose, per le quali e' dimenticherebono

di pregare Dio e nostra Donna e gl'altri santi, se le figure, fatte

a lor nome, non gli rendesson memoria. E dicono, che gli angioli di

Dio parlono a loro ne' loro idoli, e che e' fanno di gran miracoli:

e di ciò dicono vero, perchè negli idoli loro ve ne sono, ma sono due

ragione d'angioli, buoni e cattivi, come dicono e greci; _chalo bono

e caccho malo_, cioè: _chalo_ vuol dire _buono_, e _chacho_ vuol dire

cattivo; sicchè gli buoni angioli non sono negli idoli loro, anco vi

sono i malvagi e cattivi, per mantenergli nel loro errore.

Molti altri paesi diversi, e molte altre maraviglie sono di là, le

quali non ò già tutte vedute; e di quelle che io non ò vedute, non

saperrei propriamente discrivere; e nelli paesi propii, dove io

sono stato, molte cose diverse sono e strane, delle quali io non fo

menzione, perchè sarebe cosa lunghissima a ricontare il tutto, perchè,

se io iscrivessi tutto ciò che è ne le parte di là, chiunque poi si

afaticassi e travagliasse la persona per andare per le parte di là

cercando i lontani paesi, volendo racontare, o vero iscrivere delle

cose strane, si troverebe impacciato per la mia discrizione; però che

non poterebe nè dire nè contare cosa novella, della quale gli auditori

si potessino dilettare. E ancora dicesi: _Omnia nova placent_, ciò è a

dire, che tutte le cose nuove piacciono; sì che pertanto io farò fine,

sanza più ricontare delle cose strane e diverse che si truovono nelle

parte di là. E ciò che io ò scritto d'alcun paese, è tanto, che debbe

bastare. E sapiate, che quello che io ò scritto, si è la propia verità,

come se fussi il santo Evangelio, benchè saranno molti, che non lo

crederanno, ma lascio il giudicio ad altrui che voglia andare di là;

però che loro molte altre cose troveranno da scrivere, e vederanno se

io dico il vero o no[60].

FINITO IL LIBRO BELLISSIMO DI GIOVANNI MADIVILLA, RIDOTTO IN LINGUA

TOSCANA. Laus Deo omnipotenti. Amen[61].

Io Giovanni de Mandavilla sopradetto, il quale mi partì di nostro

paese, e passai el mare nell'anno di grazia 1322; e dipoi ho ricercato

molte terre e molti paesi, e sono stato in molta buona compagnia, et

ho veduto molti begli fatti, benchè io nonne faciessi mai alcuno nè

altro bene, del quale io debbi parlare, et ora al presente io sono

allo stanco riposo ritornato oltre a mia voglia, per cagione delle

gotti antiche. E per prendere alcun sollazzo nel mio tristo riposo,

ricordandomi del tempo passato, ho compilato e messo in iscritto le

sopra dette cose, secondo el meglio che ho potuto ricordarmi, nell'anno

di grazia 1357, nell'anno tregesimo quinto che io mi parti' di nostro

paese. E priego tutti quegli che qui leggieranno, se a loro piace,

voglino pregare Iddio per me, che io pregherrò per loro; e tutti

quegli che per me diranno uno Pater nostro, acciò che Iddio mi faccia

remissione degli miei peccati, io gli faccio tutti participevoli, e sì

gli conciedo parte di tutti gli miei peregrinaggi e di tutti gli buoni

fatti, e quali io feci e farò insino alla fine mia. E priego Iddio,

dal quale ogni bene discende e ogni grazia, che tutti quegli cristiani

che qua leggono o odono leggiere, che gli voglia adempiere tanto della

grazia sua negli corpi e anime loro, salve fare (_sic_), alla gloria e

laude di lui; il quale è trino et uno sanza cominciamento e sanza fine;

senza equalità buono, e senza quantità grande; in ogni luogo presente,

e in sè ogni cosa continente; il quale niuno bene può migliorare, il

quale è in trinità perfetta [e] vive e regna per ogni seculo e per ogni

tempo. Amen.

I viaggi di Gio. da Mandavilla, vol. 2 · 第 13 / 18 题