Poi che io v'ò discritto le terre e i reami inverso le parte di
settentrione, discendendo da la terra di Catai infino alla terra de'
cristiani, verso Prussia e verso Russia, io vi scriverò altre terre e
reami, iscendendo per questa costa verso la parte destra, infino al
mare di Grecia, inverso la terra di cristianità. E dipoi lo 'mperio
di Catai, è lo imperio di Persia, e minori reami. Io parlerò prima del
reame di Persia. Dua reami vi sono; il primo comincia di verso oriente
infino a la riva di Frison, e di setentrione infino al mare Caspio,
e verso mezzo dì infino a' diserti d'India. Questo paese è buono
e ben popolato, e evvi dua buone città principali; l'una Botrura e
Socvergant, la quale alcuni chiamono Sarmagant. L'altro reame di Persia
si stende per la riviera di Frison, verso la parte occidentale, infino
al reame di Media, e verso settentrione infino alla grande Arminia e
'l mare Caspio, e in verso mezo dì infino a la terra di India. Questo
si è buon paese e abondevole: ivi sono III. principali città, Neabor,
Saphaon e Carmasana: dapoi è Erminia, ove soleva esere IIII. reami.
Gli è un nobile paese, e abondevole di beni, e comunemente comincia
a Persia, e sì si stende verso occidente dilungi infino a Turchia:
da l'altra parte dura, dalla città chiamata Alessandria (da altri
chiamata Porta di ferro) sopra detta, infino al mare di Media; e in
questa Armenia son molte buone città; ma Taurissa è la più famosa. Di
poi è 'l reame di Media, il quale è molto buono, e non è men largo[46];
e comincia verso oriente, alla terra di Persia e alla minore India,
e sì si stende verso occidente, verso il reame di Caldea, e di verso
settentrione discendendo verso la piccola Armenia. In questa regione
di Media son molte grande montagne, e poca terra piana. Gli saracini
tengono questo reame, e un'altra maniera di gente, che sono cordiani.
Le due magior città che sieno in questo reame sono Serra e Carima.
Apresso a questo è il reame di Giorgia, il qual comincia verso oriente
a una montagna grande, chiamata Absor, ove stanno diverse gente e
diverse nazioni, e chiamono il lor paese Allano. Questo reame si
istende verso Turchia, e verso il gran mare, e verso il mezzo dì, e
confina colla grande Armenia.
DEL REAME DI GIORGIA, E DEL REAME DI ABTHAS, E DELLA PROVINCIA DI
BONAVISON, NELLA QUALE È UNA COSA MOLTO MARAVIGLIOSA, E DELLE GENTE CHE
IVI ABITONO.
In questo paese sono due reami, l'uno è questo Giorgia, e l'altro
è il reame di Abthas, e tutta via sono tuta duo e paesi cristiani,
ma quello di Giorgia è sotto posto al Gran Cane. Il reame di Abthas
è più forte paese, e àssi vigorosamente e fortemente sempre difeso
contro a qualunque l'à assalito e non fu mai sottoposto ad alcuno. In
questo reame di Abthas è una grande maraviglia, perchè v'è una certa
provincia, la quale circunda tre giornate, ed è chiamata Bonavison,
ed è tutta coperta di tenebre sanza alcuna chiarezza, sì che niun può
sapere che cosa vi sia, e niuno vi ardisce d'entrare; ma quegli del
paese dicono, che alcuna volta ànno udite voce di gente [gridare] e
cavagli anitrire, e galli cantare; e sassi bene di certo, che vi stanno
gente, ma non si sa che gente. E dicesi, che queste tenebre vennono per
divin miracolo, perchè fu già uno imperadore di Persia, malvagio uomo,
chiamato Sauro. Costui perseguitava tutti e cristiani per istringelli
e per fagli sacrificare agli suoi idoli, e cavalcava a oste bandito
per confondere tutti gli cristiani. In quello paese dimoravano molti
cristiani, i quali, lasciando i loro beni, volevano fuggire in Grecia.
Essendo pervenuti in un piano il qual è chiamato Imegon, ivi venne
incontro il malvagio imperadore coll'oste suo per una valle, per
distruger tutti questi cristiani. Li cristiani, vedendo questo, si
missono inginochioni, e feciono prieghi a Dio, e di subito venne una
nuvola tanto fonda e spessa, che coperse lo 'mperadore coll'oste suo
per sì fatto modo, che non poterono andare inanzi nè a dietro. E così
questi stanno fra le tenebre, che mai poi n'uscirono; e i cristiani
n'andorono dove a lor piacque, e li inimici loro stettono confusi sanza
fare colpo. E possono bene dire:_ A Domino factum est istud, et est
mirabile in oculis nostris_. Però che un grande miracolo fu questo, che
Dio fece per loro, sì come apare di presente per la cagione predetta;
sicchè tutti e cristiani doverebono per questo esser più divoti del
nostro Signiore che non sono; però che sanza dubbio, se non fussi la
malvagia gente e i peccati de' cristiani, egli sarebono signiori di
tutto el mondo; chè la bandiera di Giesù Cristo è sempre spiegata e
aparechiata per ogni uno suo buon cristiano e servidore per aiutarlo;
sì che per uno valente uomo amico di Dio, ne sconfondorebe mille
cattivi, come dice David nel Salterio: _Cadent a latere tuo mille et
decem millia a dextris tuis: Ad te autem non apropinquabit. Et in altro
luogo: Quoniam persequebatur unus, mille et duo fugarunt decem millia_
(_sic_). E come può essere, che uno ne cacci mille, David profeta dice:
_Sequendo quia manus Domini fecit omnia_ (_sic_). Il nostro Signior
dice per la bocca del profeta: _Si inimicis meis ambulaveritis super
tribulantes vos mississem manum meam_ (_sic_). Sì che noi vegiamo
apertamente, che se noi vogliamo esser buoni, niuno poterebe durare
contra di noi. Item, fuora di questa terra tenebrosa è una gran
riviera, la quale dimostra segniale, che dentro stanno gente, ma niuno
vi vuole stare, nè dimorare, nè entrare per vedere. E sapiate, che in
questo reame di Giorgia e di Abthas e della piccola Armenia, vi sono
uomini cristiani e ben divoti, perchè si confessono e comunicono ogni
settimana una volta o due; e molti vi sono, che si comunicono ogni dì,
e noi di qua non lo facciamo punto, quantunque San Paolo lo comandi,
dicendo: _Omnibus diebus dominicis ad comunicandum hoc est tempus_:
egli el custodiscono, e noi no.
DELLA TURCHIA E DELLE PROVINCE CHE VI SONO, E DI CALDEA, DI
MESOPOTAMIA, E DI MOLTE COSE CHE LÌ SI TRUOVONO.
Item, apresso questo paese di qua, è la Turchia, la quale confina colla
grande Armenia e colla piccola. La Turchia à molte province; Chomana,
Capadocia, Sarra, Bricca, Chessa, Chompitam, Gea, Comana, Nachi; e in
ciascuna città di queste province son molti buon cristiani. La Turchia
si distende infino alla città de Stachala, la quale siede sopra el mare
di Grecia, e confina con la Soria. Soria è gran paese e buono, come di
sopra è detto; e ancora dallato di sopra verso il Reame di Caldea, il
quale si distende dalle montagne di Caldea inverso oriente, infino alla
città di Ninive, che siede sopra alla riviera di Tigris; e di largheza
comincia verso Bissa a la città di Marga; e sì si distende fino mezzo
dì infino al mare occeano. In Caldea è il paese piano, e poche montagne
e fiumane vi sono. Da poi è il reame di Mesopotamia, il qual comincia
a li confini di Giorgia, a una città chiamata Mossella, e sì si stende
verso occidente infino al fiume di Eufrates, e poi sì si stende verso
una città chiamata Roais: di largo tien dal monte d'Armenia infino a'
diserti d'India minore. Questo è un buon paese e piano, ma son poche
riviere. In questo paese non sono se non due montagne, l'una chiamata
Simar, l'altra Lison, e confina questo paese col reame di Caldea e col
reame di Arabia. Ancora, verso le parti meridionali, sono molti paesi,
molte terre e molte regioni. Prima si è la terra di Etiopia, la quale
confina verso oriente con gli gran diserti, e verso occidente con gli
reami di Nubia, e verso mezzo dì col Reame de Mortagna, e verso Bisa
con lo mare rosso. In questo paese son molte genti con molti reami:
dipoi si è Mortagnia. Da Etiopia, infino a l'alta Libia, giace tutto
questo paese di lungo el mare occeano verso el mezzo dì; e in questi
paesi son molti reami, e confina da l'altra costa con Nubia, la quale
confina colle terre sopradette, e co' diserti d'Egitto: li nubiani sono
cristiani. Dopo Egitto, del qual di sopra ò parlato, è l'alta Libia e
la bassa Libia, la qual discende a basso verso il gran mare di Spagna,
ne la quale sono i reami di Seoth, Taramensa, Tunisi, Cartagine,
Buglia, Algarba, Bellamarina, Montefiore, e molti altri reami, e molte
altre diverse gente.
DEL PAESE DI CADISSA E DELLE COSE CHE IVI NASCONO, E DELLI MONTI CASPI,
NEI QUALI SONO RINCHIUSI E GIUDEI, E DI MOLTE ALTRE COSE.
Io v'ò iscritti di molti paesi che son di qua dallo grande reame
di Catai, i qua' molti paesi ubidiscono al Gran Cane; ora farò
discrizione, seguendo, d'alcuni altri paesi e d'alcune isole che sono
di là. E dicono, che passando tutta la terra di Catai, verso l'alta
India e verso Bacaria, si passa poi per una regione chiamata Cadissa,
la quale è paese molto grande e bello. E ivi crescie una region di
frutti a modo che carobe, ma assai più grossi: e, quando sono maturi,
si fendono pel mezzo, e truovasi dentro una bestiuola in carne e in
ossa e in sangue, a modo d'un piccolo agnello sanza lana, sì che si
mangia insieme col frutto: e questo frutto è di gran maraviglia e di
grand'opera di natura. Niente di meno io dissi ad alcuno del paese,
che io non tenevo questa opera per gran miracolo, però che son così
alberi (_sic_) nel nostro paese, de' quali e frutti sono uccegli; e
ancora ne sono in altre parte, che nelle nocciuole è il vermine, che
è animal sensitivo, benchè non abia ossa. Ivi son pomi di buono odore
e sapore, lunghi, de' quali ne sta insu nun ramo più di Cº., e tanti
insu un altro ramo; e ànno foglie grande e lunghe un piede e più, e un
altro piede e più larghe. In questi paesi e in altri, quivi intorno,
crescono molti alberi, che fanno chiovi di gherofani e noce moscade e
grosse noce d'India, e altre spezie. Ivi sono vigne che fanno grapoli
de uva sì grandi, che uno uomo arebe affanno a portare una palmetta[47]
co' grappoli. In questa medesima regione sono e monti Caspii, chiamati
Uber: alcuni di quegli del paese gli chiamono Gothet e Magoth. In
questi monti sono ancor serrati i X. tribi d'Israel co' loro Re, nè
uscir possono. Ivi furono rinchiusi per lo Re Alessandro con XXII. Re
di corona col popol loro, el quale sta ne le montagnie di Scizia; e
infra questi monti Caspii dal detto Re furono incalzati. Vedendo il Re
Alessandro che non gli poteva rinchiudere per opera degli uomini suoi,
come e' credeva, pregò lo Idio di natura, che gli volessi aempiere
quello che aveva cominciato; e quantunque non fusse degnio d'esere
esaudito, non dimeno Dio, per la sua grazia, chiuse e monti insieme, sì
che quivi stanno serrati intorno da altri monti; salvo che da uno lato,
dal quale è il mare Caspio. Potrebono domandare alcuni: poi che 'l
mare è da uno lato, perchè non escon egli, e vadino dove a lor piace?
A questo rispondo, che questo mare Caspio esce fuori di terra di sotto
a questa montagna, e corre pe' diserti da una costa di quel paese e
si stende infino a' confini di Persia; e quantunque sia chiamato mare,
non dimeno non è però mare, nè rocca d'altro mare[48], anzi è un lago
magiore del mondo. E quantunque e' si mettessino in questo mare, non
saperebbono dove arrivare; però che non sanno altro linguaggio, che
il loro propio; e però non si metterebbono a uscire. Ma non crediate
però, che siano quegli proprio che incalciò il Re Alessandro, ma
sonvi quegli che son discesi di loro, però che quegli non sarebbono
vissuti tanto tempo. E sappiate, che gli Giudei non ànno terra propria
in tutto el mondo, se non quella fra quegli monti; e anco di quella
rendono tributo alla Reina d'Amazonia, la quale fa molto ben guardare
quegli monti, acciò che non eschino, perchè la terra sua confina con
quegli monti. Alcuna volta aviene, che alcuno giudeo sale su per quegli
monti, ma la moltitudine non vi potrebe montare, nè dismontare, perchè
e monti sono sì aspri, forti e alti, che a malgrado loro vi possono
stare, perchè non ànno uscita da parte alcuna, salvo che per un piccolo
sentiero e stretto, el qual fu fatto a mano per forza, e dura forse
quatro leghe e è tutta terra diserta, dove per niuno ingegno si può
trovare acqua. Per la qual cagione non vi si può abitare; e sonvi
tanti dragoni e serpenti e altre velenose bestie, che non vi si può
passare, salvo per grande verno; e chiamasi questo passo Olirem: e
questo fa guardare la reina d'Amazonia. E se pure alcun ne esce, non
sanno altro linguaggio, che 'l suo, e non sanno parlare con altra gente
che si truovino; ma dicesi ch'egl'usciranno al tempo d'Anticristo. E
per questa cagione tutti e giudei che son dispersi per tutte l'altre
terre, imparano il parlare ebreo a speranza, che que' de' monti Caspi
escino fuori e egli si possino intendere co loro: e questi conduceranno
quegli per cristianità, per distruggere e cristiani; imperò che gli
giudei di qua dicono, che egli sanno per profezie, che quegli de' monti
Caspii usciranno e spargeransi pel mondo. E così, come e giudei sono
stati sotto posti a' cristiani, così e cristiani saranno sotto posti
a' giudei. E se voi volete sapere a qual modo e' troveranno uscita,
sicondo che io ò inteso, io vel dirò. Nel tempo d'Anticristo sarà una
volpe, la quale arà una tana in quel luogo, dove il Re Alessandro fece
fare una delle porte; e tanto anderà questa volpe cavando e perforando
la terra, che ella passerà oltre questa terra verso questi giudei; e
quando e' vederanno queste volpi, forte si maraviglieranno; però che e'
non vidono mai sì fatta bestia, e però che d'ogni bestia ànno con loro,
salvo che delle volpi. Allora cacceranno questa volpe e seguiteranla
tanto, che enterrà nella sua tana; e egliono v'anderanno drieto,
perseguitandola infino alla tana tanto, che egliono troveranno le
porte, che fece fare il Re Alessandro, di pietre grosse. Queste pietre
romperanno, e a questo modo troveranno uscita.
DELLA TERRA DI BACARIA, E DI CERTE ARBORE CHE FANNO LANA; E DELLA
GROSSEZA DEL GRIFONE, E D'ALTRE COSE CHE LÌ SONO.
Da questo paese si va verso la terra di Bacharia, dove sono malvage
gente e crudeli; e in questa terra sono alberi che fanno lana come
fanno le pecore, de le quale si fa drappi per vestire. In questo paese
son molti ipotami; altri gli chiamono centauri. Queste son bestie
che conversono alcuna volta in acqua, e alcuna volta in terra; e
sono d'uomo e di cavallo[49], e mangiono le gente, quando ne possono
pigliare. E ivi sono riviere che son tre volte più insalate del mare;
e ivi sono più grifoni che in altre parte. Alcuni dicono che i grifoni
ànno corpo di lione a dietro, e d'aquila dinanzi; dicono il vero,
perchè son fatti di così fatta forma. Ma il grifone à il corpo maggiore
e più forte, che non è otto lioni di qua, e à più grandeza e fortezza,
che cento aquile; imperò che porta al suo nido volando un gran cavallo
co l'uomo di sopra, se lo truova; o vero due buovi legati insieme,
almodo che si legono al carro; perchè egli ànno alie e unghie dinanzi
così grande e lunghe, come sono corna di bue e di vache; delle quali
si fanno vasegli per bere, a modo che di corna di bufoli; e delle coste
delle penne dell'alie, se ne fanno di grandi archi per saettare.
DELLA POSSANZA DEL PRETE GIOVANNI, E DELLE GENTE E NAZIONI E REAMI CHE
GLI SONO SOTTO POSTI, E DEL CAMINO CHE SI FA PER ANDARE IVI, E DELLE
RICHEZE E PIETRE PREZIOSE CHE SONO IN QUELLE PARTE.
Di là si va per molte giornate per le terre del prete Giovanni, el
grande imperadore d'india, a un reame, el qual si chiama Avison, o
vero la isola di Pontesoro. Questo Presto Giovanni à molte gran terre,
e molte buone città, e molte ville e buone isole, diverse, grande e
larghe, nel suo reame, perchè questo paese de India è tutto partito per
isole, per cagione de' gran fiumi che vengono dal paradiso terresto, e
quali partono la terra in molte parte: il simile in mare vi sono molte
isole. La migliore città dell'isola di Pontesoro è chiamata Nisa, la
quale è città reale molto nobile e molta rica. Il prete Giovanni à
sotto di lui molti Re, molte isole, e molte diverse gente; e il suo
paese è molto buono e rico, ma non però sì rico, come quel del Gran
Cane per li mercatanti che non vanno così là comunemente per comperare
mercatanzie, come fanno nella tera del Gran Cane, perchè il paese è
troppo lontano, e eziandio perchè egli truovono nell'isola di Catai
seta, spezie, drappi d'oro, e tuto quel che fa bisogno. E quantunque
egli avessino migliore mercato ne la città del prete Giovanni, non
dimeno e' dubitono de la lunga via e degli gran pericoli che sono in
quel mare, perchè in quel mare, in molti luoghi, sono molti scogli, e
assai sassi di calamita, che tira a sè il ferro co la sua propietà; e
per questo non passa nave dove sia chiovi o bandelle di fero. Questi
sassi di calamita, per sua propietà, tirono le nave e mai più di lì
non si posono partire. Io medesimo vidi in quel mare, di lungi a modo
d'una isoletta, ove erano alberi, spine e pruni in quantità; e dicevono
e marinai, che ciò erano nave, che quivi erono restate pei sassi de
la calamita; e perchè erono marcite, lì erono cresciuti questi alberi,
spine, pruni e altre erbe, che vi sono in gran quantità. Questi sassi
vi sono in molti luoghi in quele parte, e però non v'usano passare
mercatanti, se egliono non sanno molto bene la via, e se e' non ànno
buono guidatore. E ancora temono la via molto lunga, sì che adunque e'
vanno più presto a l'isola di Catai, e lì pigliono ciò che vogliono:
la quale è più presso; e non è però così presso, che non si peni
XI. o XII. mesi a andare da Vinegia, o da Genova insino a Catai. E
ancora la terra del prete Giovanni è più dilungi di molte giornate; e'
mercatanti, che vanno di là, passono per Persia, e vanno per una città
chiamata Hermopoli, perchè Hermes filosofo la edificò. Poi passono
un braccio di mare, e vanno a una gran contrada, o vero città, che
si chiama Cobach; e ivi truovono ogni mercatanzia e papagalli, e, a
modo che di qua, l'allodole. E se e mercatanti vogliono passare oltre,
e' possono andare sicuramente. In quel paese à poco fromento e orzo,
imperò mangiono riso, miglio, latte e formagio, o vero frutte. Questo
prete Giovanni piglia tutta via per moglie la figliuola del Gran Cane,
e 'l Gran Cane piglia tutta via per moglie la figliuola del prete
Giovanni. Ancora, ne la tera del prete Giovanni, sono molte diverse
cose, e molte pietre preziose, sì grande e sì grose, che ne fanno
vasegli, piattegli, scodelle, taglieri e molte altre maraviglie, che
sarebe cosa lunghissima a scrivere. Ma d'altre isole principale del suo
stato e delle sue legge iscriverò alcuna cosa.
Questo imperadore, prete Giovanni, è cristiano, e così è gran parte
del suo paese; ma tutta via non ànno gli articoli della fede che noi,
e credono nel Padre e nel Figliuolo e nello Spirito Santo. Egli sono
molti divoti e leali l'uno co l'altro, e non si curono di baratterie,
nè di cautele, nè d'alcune fraude. Egli à sotto lui LXXII. provincie,
che tutte gli dànno trebuto, e ciascuna provincia à uno Re. In suo
paese sono molte maraviglie: ivi è il mare arenoso, el quale è tutto
di rena e di granelle sanza gocciola d'acqua, e fa grande onde, fluendo
e refluendo, a modo che fa l'altro mare, e mai per niun tempo non posa
nè sta quieto. Niuno può passare questo mare nè con nave, nè con altro
ingegno; e però non si può sapere che terra sia oltra questo mare. E
quantunque non vi sia punto d'acqua, non dimeno si truova di molti
pesci alle fiumane d'altra maniera e d'altra fazione, che non sono
quegli dell'altro mare; e sono di buono gusto e dilicati a mangiare.
E, a tre giornate dilungi a quello mare, vi sono gran montagne, delle
quali escie fuori un fiume, il qual viene dal paradiso terresto; ed
è tutto di pietre preziose, sanza acqua, e corre a basso pel diserto
a grande onde, a modo che fa el mare arenoso, e finisce in questo
mare, e ivi si perde. Questo fiume corre a questo modo tre volte la
settimana, e mena seco di molte grosse pietre del monte, che fanno
gran romore: e subito, come sono entrate nel lor mare arenoso, più non
si veggono e perdonsi. Queste tre giornate che corre, niuno ardirebe
d'entrarvi, ma negli altri dì vi s'entra. Item, oltre a quel fiume, più
inanzi nel diserto, v'è un gran piano arenoso; e, tralle montagne, è
questo piano. Ogni dì, quando si leva el sole, cominciono a crescere
albucegli piccoli, e crescono infino a mezzo dì, e fanno frutti; ma
niuno s'ardisce a pigliare di questi frutti, perchè sono a modo di cosa
afatata; e, dopo mezzo dì, discrescono e entrono in terra, sì che al
calare del sole più non si veggono: e così fanno ogni dì; e questa è
una grande maraviglia. In questi diserti sono molti uomini salvatichi,
cornuti e spaventosi; e' non parlono, ma rughiano a modo che' porci.
Ivi è gran quantità di papioni, cioè cani salvatichi qui sono molti
pappagalli, che gli chiamono, in suo linguaggio, parsistat: ve ne
sono alcuni, che parlono di sua natura e salutono le gente che vanno
pe' diserti; e parlono così perfettamente, quanto se fussi un uomo:
quegli che parlono bene ànno la lingua larga, e ànno sei dita. Un'altra
ragione v'è, che non ànno altro che tre dita per piede: questi parlano
poco o nulla, e male s'intendono, e non fanno se non gridare.
DEL MODO CHE TIENE IL PRETE GIOVANNI QUANDO CAVALCA CONTRA' NIMICI, O
VERO PER LA TERRA; E DEL PALAZO SUO, E DE L'ORNAMENTO DELLA SUA CAMERA.
Quello imperadore, prete Giovanni, quando lui va contro al Gran Cane
in battaglia, o vero contra alcuno de' confinanti, egli non porta
stendardo nè bandiera innanzi a sè, ma fa portare XIII. croce grande
e alte d'oro fine e di pietre preziose. Ciascuna croce è posta in un
carro e guardata da più di cento mila uomini a piè[50]. A modo come
di qua si guardono gli stendardi. A tempo di guerra questo numero di
gente è sanza oste prencipale e sanza le schiere ordinate in battaglia.
E quando e' non fa guerra e cavalca con privata compagnia, non fa
portare innanzi a lui altro che una croce semplice, di legnio, sanza
dipintura, e sanza oro e pietre preziose, per memoria che Giesù Cristo
sofferì morte sopra a una croce di legnio. Il simile, fassi portare
innanzi un piattello d'oro, pieno di terra, a memoria, che la nobiltà
di sua persona e possanza delle sue carne diventeranno e torneranno in
terra; e fassi portare altri vasegli d'ariento, ne' quali sono gioegli
d'oro e di pietre preziose, in segnio della sua signioria e della
sua gentilezza e della sua possanza. E' dimora comunemente nella sua
città di Susa, e ivi è il suo principale palazzo, el quale è sì rico
e sì nobile, che non si poterebe dire nè istimare. E di sopra della
maestra torre del palazzo sono due pomi d'oro; in ciascun di quegli
sono due carbonchi grandi e larghi, che lucono molto chiaro di notte.
Le porte principali di questo palazzo sono di pietre preziose, che si
chiamano sardonio; e le ricamature delle porte d'intorno, e le sbarre
e le traverse sono d'avorio: le spere della sala e della camera sono di
cristallo. Le tavole dove mangiono, alcune sono di smiraldi, alcune di
matiste, e altre di pietre preziose; e sono ornate d'oro. E trespoli di
queste tavole sono di quelle medesime pietre; e' gradi, dove si saglie
al trono dove lui siede, l'uno è di onice, l'altro è di cristallo,
l'altro di diaspro verde, l'altro di amatiste, l'altro di sardonio,
l'altro è di cordellino; l'ultimo, sopra lo quale lui tiene i piedi, è
di grisolito; e tutti questi gradi sono d'oro fine, ornati e lavorati
di pietre preziose e di perle grosse d'oriente. Le parte della sedia
sono di smeraldo, e ornata d'oro molto nobilmente e d'altre pietre
preziose e perle grosse. Nella sua camera sono colonne d'oro fine con
pietre preziose e con molti carbonchi, e quali rendono di notte gran
chiarezza; e quantunque gli carbonchi luchino, non dimeno arde tutta
via uno vasello di cristallo pieno di balsamo, per dare buono odore,
e per cacciare l'aire cattivo. La forma del suo letto è tutta di fine
zaffiro bene adornato d'oro, però che el zaffiro fa bene dormire e
rifrena la lussuria, perchè non vuole giacere colle sue moglie altro
che quattro volte l'anno, sicondo le quattro stagioni; e questo fa
solamente per generare. E nella città di Nissa si è un bel palazo e
molto nobile, nel quale sta quando gli piace; ma quivi non è aere così
temperato, come a Susa. In tutto il suo paese non si mangia altro che
una volta el dì, come fanno a la corte del Gran Cane; e nella sua corte
mangiono ogni dì più di XXX. mila persone, sanza quegli che vanno e
vengono; ma quegli XXX. mila di suo paese e del paese del Gran Cane,
none spendono tanto bene, quanto farebono nel paese di qua XII. mila.
DELLI SERVIDORI DEL PRETE GIOVANNI, E DEL MODO CHE LORO TENGONO IN
SERVIRLO.
Questo prete Giovanni à sempre, insieme con lui, un Re per servirlo.
Gli Re si partono a mesi, e sì si mutano l'uno l'altro; e, insieme con
questo Re, sempre sono LXII. duchi e CCCº. XL. conti. Nella sua corte
mangiono ogni giorno XII. arcivescovi e XX. vescovi e il patriarca di
san Tommaso; e così, come el papa, li arcivescovi, vescovi e abbati
in quello paese son Re; e ciascuno de' gran signiori sanno ben di che
debon servire. L'uno è maestro dell'ostello, l'altro è camerieri,
l'altro serve di scodelle, l'altro di tazze, l'altro è siniscalco,
l'altro è maniscalco; e, gradati, ciascuno à l'uficio suo; e a
questo modo egli è molto nobilissimamente servito. La sua terra, per
larghezza, à quatro mesi di giornate; e dilungi, sanza misura; perchè
lui tien gran parte delle isole sotto terra, che noi diciamo, che sono
di sotto a noi.
D'UNA ISOLA CHIAMATA MILSCORACH, NELLA QUALE STAVA UNO UOMO MOLTO
CAUTO, CHE AVEVA FATTO UNO PARADISO; E DELLE COSE MARAVIGLIOSE CH'ERANO
IN QUESTO PARADISO, E COME FU DISTRUTTO COSTUI.
Item, allato a l'isola di Pontesoro, sì v'è una grande isola lunga e
larga, che si chiama Milscorach; ed è ubbidiente al prete Giovanni. In
questa isola è grande abundanzia di beni; ivi soleva essere uno ricco
uomo, non è molto tempo, el quale si chiamava Gatalonabos, uomo molto
liticoso e cauteloso[51]. Costui aveva una montagna con un castello
sì forte e sì nobile, quanto si potessi dire. Egli aveva fatto murare
tutta la montagnia nobilmente, e, dentro a questi muri, erono i più
begli giardini che si potessino trovare e avere. Quivi aveva fatto
piantare ogni cosa buona e odorifera, e tutti gli alberi e l'erbe che
fanno nobili fiori e che si posson trovare e avere; e sonvi ora molte
belle fontane allato, alle quali avevavi fatto fare molte belle sale
con belle camere, tutte dipinte d'oro e d'azzurro, e aveva fatto fare
molte e diverse truffe di istorie: quivi aveva uccegli, che si movevono
e cantavono con ingegni, come fussino vivi. In questo giardino aveva
posto d'ogni ragione di gente e di bestie, che aveva potuto avere,
i quali potessino piacere e dilettare a l'uomo per il tocare e per
guardare. Ivi aveva poste le più belle fanciulle di età di XIIII. anni,
che aveva potuto trovare, e i più begli giovinetti di simile etade;
ed erono tutti vestiti di drappi d'oro; e diceva, che erano angeli.
Costui aveva fatte fare tre belle fontane e nobile, tutte intorniate
di pietre preziose e di perle, con certi condotti sotto terra; sì che,
quando voleva, faceva per l'uno correre latte, e per l'altro vino,
e per l'altro mele: questo luogo lui lo chiamava paradiso. E quando
alcuni giovani valenti, prodi e arditi venivono a veder costui, gli
menava a vedere il suo paradiso, e mostravagli le diverse cose, gli
piaceri, e gli diversi canti degli uccegli, e le belle fanciulle, e le
belle fontane di latte, e di vino, e di mele, e faceva sonare diversi
strumenti musici e cantici in una alta torre, sanza veder quegli che
sonavono: e diceva, che quegli erono angeli di Dio, e che quel luogo
era il paradiso, che Idio aveva promesso alli amici suoi, dicendo:
_Dabo vobis terram fluentem, lac et mel_. Dopo che gli aveva mostrato
tutte queste cose, gli dava una bevanda; di che subito s'imbriacavono;
e così ubbriachi, gli parevono quelle cose più grandi. Allora costui
gli diceva, se egliono volevono murire per amor suo, che, dopo la
morte, e' verrebono in questo paradiso, e si troverebono della età
di queste fanciulle; e sempre sollazzerebono con quelle, e sempre si
troverebono quelle fanciulle pulzelle, e che poi gli metterebbe in un
altro paradiso più bello assai, dove vederebono visibilmente Idio di
natura, nella sua maestà e gloria. E allora questi giovani, che più
altro non sapevono, si offerivono a lui far tutti i suoi voleri. Da poi
lui gli diceva, che eglino andassono al tal signiore, il quale era suo
contrario, e confortavagli, che non temessino punto di farsi uccidere,
per lo amore di lui; imperò che gli metterebe, dipoi la morte loro,
in un altro paradiso, cento volte più bello; e ivi starebbono sempre
con le più belle damigelle. E per questo modo e giovani uccidevono gli
signiori del paese, e loro propii si lasciavono uccidere a speranza
d'andare a quel paradiso. E in tal modo quello vechione, con sue
cautele e sagacità, si vendicava degli aversari suoi. Quando gli
uomini possenti di que' confini si furono aveduti di ciò, e conobono
la malizia, e la cautela, e la cattività di quel vechione, sì lo
distrussono, e sì distrussono tutti i begli luoghi, e tutte le nobilità
che erono in quel paradiso. E luoghi vi sono ancora delle fontane e
delle altre cose, ma le richezze non vi sono rimase, e non è gran tempo
che il luogo fu distrutto.
DELLA VALLE PERICOLOSA, DOVE STANNO DIAVOLI, E DELLE COSE PAUROSE CHE
SI TRUOVONO IN QUESTA VALLE PERICOLOSA.
Allato a questa isola di Milscorach, dalla sinistra parte, verso la
riviera di Frison, si è una maravigliosa cosa, cioè una valle fralle
montagne, che dura circa a IIII. leghe. Alcuni la chiamono la valle
di montagnia[52], altri la chiamono la valle pericolosa. In questa
valle si vede e ode di gran tempeste e di gran voci e spaventevoli.
Ogni giorno e ogni notte è gran romore, e gran suoni di tamburini, di
nachere e di trombe, come sempre vi fusse nozze. Questa valle è tutta
piena di diavoli e stanno tutta via; e dicesi, che è una delle entrate
dello inferno. In questa valle è molto oro e molto ariento, per li
quali molti infedeli e cristiani entrono spesso, per pigliar tesoro;
ma pochi ne ritornono, e spezialmente degli infedeli più che dei
cristiani, chè per avarizia vi vanno; però che subito sono da' diavoli
strangolati. Nel mezzo di questa valle, sopra un sasso, v'è una testa
col viso d'un diavolo, orribile a vedere, e non si vede altro che la
testa insino alle spalle. Ma io non credo, che sia uomo al mondo, sia
chi si vuole, tanto ardito, nè tanto sicuro, che guardandolo, non abbia
tanta paura, che gli par venir meno, tanto è spaventoso a vedere, e sì
taglientemente[53] riguarda le persone! e à gli ochi tanto orribili
e sfavillanti, che per certo è gran maraviglia! e cambia e trasmuta
spesso la sua maniera e la sua continenzia, e per così fatto modo, che
niuno la può perfettamente riguardare una volta pure, o appresso o di
lungi. E da quella n'esce fuori fuoco e fiamma con tanta puzza, che a
pena niuno la può sofferire. Ma tutta via e buoni cristiani, e quali
sono in buono stato e fermi nella fede, v'entrono bene sanza pericolo.
Niente di meno non sono però sanza gran paura, quando e' vegono
visibilmente e diavoli d'intorno a loro; e egli gli fanno di molti
assalti e minacci, in aria e in terra, di colpi di tuoni e di tempesta;
e tutta via l'uomo teme che 'l nostro Signiore non faccia vendetta di
quel che è contro a la volontà sua. E sapiate che, quando io e li miei
compagni fumo in questa valle, noi entramo in gran pensieri, se noi
dovessimo mettere e corpi nostri in ventura, e entrare nella difesa di
Dio. Alcuni de' compagni s'accordavono, e altri erono al contrario, ma
dua valenti uomini, frati minori, che erono di Lombardia, dissono, se
v'era alcuno di noi che vi volessi entrare, che si mettessino in buono
stato, et egli enterrebono con loro. Quando questi frati ebono così
parlato, sopra la fidanza di Dio e di loro, noi gli facemo dir messa,
e sì ci confessamo e comunicamo e entramo noi e XIIII. compagni. Ma
allo uscire, non ci trovamo se non VIIII, nè mai più potemo sapere, se
i nostri compagni fussin perduti, o ritornassino indietro. Ma, fussi
come si volesse, noi non gli vedemo mai; ed erono due greci e tre
spagnuoli. Il resto de' compagni non volono entrare, anzi se n'andorono
per una altra costa, per esere inanzi, come furono. E in questo modo
noi passamo la detta valle; e ivi vedemo di molti beni, oro e ariento e
pietre preziose e molti gioielli in gran quantità di qua e di là, come
a noi pareva. Ma non sapiamo noi però, s'egli erono veri, però che 'l
diavolo è tanto sottile, che spesse volte fa parere quel che non è, per
ingannare la gente; e per questa cagione io non volli tocar cosa che
io vedessi, e perchè non mi volevo levare dalla mia divozione; imperò
che io ero in quela ora molto divoto per paura, perchè io vedevo molte
brutte figure, e per la moltitudine de' corpi morti, che io vedevo
giacere per tutta la valle; che se vi fussi stato una battaglia, non
vi doveva essere tanti morti quanti erano in quella valle, che certo
era una oribil cosa e spaventosa a vedere! Io mi maravigliai molto,
come e in che modo v'erono tanti corpi morti, e come e corpi erono
così interi; perchè pareva che di nulla fusson putrefatti. Io credo,
che e diavoli gli facessino parere così interi, però che, sicondo
el mio giudicio, non potrebe essere che tanti nuovamente vi fussino
entrati, nè che vi fussino cotanti morti, che non puzasono. Molti ve
n'erono in abito di cristiani: io credo che fussino ingannati, per la
troppa avarizia, perchè e' disideravono del tesoro che e' vedevono, o
vero perchè ebbono il quore debole, e non poterono soferire la puzza,
sì che per tanto noi eravamo più divoti. E questa valle à assai bella
entrata, ed è bella nel cominciamento, e va la via sempre calando infra
e sassi, torcendosi or qua e or là, ed è assai chiara infino a mezza
lega, e poi l'aria comincia a esere spessa, a modo che è tra giorno e
notte. E quando noi fumo caminati bene una gran lega, l'aria era tanta
spessa e scura, che noi non potavamo vedere, se non come di notte,
quando non lucon le stelle. Poi noi entramo in tutto ne le tenebre, le
quali durono bene una lega; e quivi avemo molto che fare e sofferire, e
credavamo certamente essere tutti perduti. In questo punto noi eravamo
tutti religiosi; e se alora ognun di noi fussimo fatti signori di
tutto el mondo e di tutta la terra, aremo ogni mondana cosa volentieri
renduta, pur che noi fussimo stati fuori di quegli pericoli; imperò
che veramente noi non credavamo mai portare novele al mondo di queste
tenebre. Fumo noi tutti abattuti più di mille volte, e in molte maniere
noi non eravamo così tosto ridirizati, che subitamente noi eravamo
riabbattuti. Ivi erono grande multitudine di bestie, ma non potavamo
vedere che bestie si fussono, ma istimavamo che fussino, al tocare, a
modo di porci neri e di molte altre bestie, le quali corevono fralle
nostre gambe, e sì ci facevono cadere una volta a ritto, l'altra volta
a rovescio, e ora da uno lato, l'altra da l'altro; e talvolta era, che
la testa andava giuso bassa, a modo che in una fossa. Alle volte noi
fumo abattuti a terra per tuoni, alcuna volta per folgore, e tal volta
per venti grandissimi: alcuna volta a noi pareva fussimo feriti nelle
reni, e ora per traverso. Noi trovamo molti corpi morti sopra e quali
noi passamo co' piedi; e quali, nel passare sopra loro, si lamentavano
e piagnevono che li passassimo per adosso; e era una cosa terribile e
spaventosa a vedere! Io credo certisimamente, che se noi non avessimo
riceuto il _Corpus Domini_, che noi saremo rimasi quivi tutti e
perduti. In questo luogo ebe ciascun di noi un segniale; perchè quivi
fu ferito ciascuno di noi duramente per sì fatto modo, che stemo tutti
strangosciati, a modo che morti, lungamente. Io non so come si fussi,
ma in quela angoscia noi vedavamo spiritualmente molte cose, delle
quale io non ardisco parlare, perchè e monaci, che rimasono insieme
con noi, proibirono a noi, che non parlassimo di ciò cosa alcuna. salvo
che di quelo che noi avavamo veduto corporalmente, per celare i grandi
segreti del nostro Signiore Giesù Cristo. Noi fumo feriti in diversi
luoghi, e in questi luoghi delle ferite, ognuno di noi aveva una tacca
nera, di largheza d'una mano; l'un nel viso, l'altro nel petto, tale
da un costato, e altri dallato. Io fui ferito nel collo per così fatto
modo, che io mi credetti che 'l collo mi fussi separato dal corpo; e
io n'ò portato il segniale, nero come carbone, più di XVIII. anni,
e molte persone l'anno veduto. Ma poi che io mi sono ripentito de'
miei peccati, e che io mi son posto a servire a Dio, sicondo la mia
flagellità, questo segnio mi s'è convertito in niente, e ò in questo
luogo la pelle più bianca che altrove; ma tutta via vi pare il colpo,
e del continovo vi sarà, infino che l'anima nel corpo durerà. Per la
qual cagione io non consiglierei alcuno che mai v'entrasse, però che,
al parer mio, al nostro Signiore non piace punto che alcun v'entri. E
quando noi fumo nel mezo di queste tenebre, noi vedemo quela spaventosa
figura sotto a un sasso profondo: una volta pareva presso, e un'altra
da lunga; e così ardenti e sfavillanti erano le fiamme del fuoco
che gittava, che gli erano d'intorno, ch'era una cosa spaventosa a
vedere. Ma noi non eravamo tanti arditi che 'l potessimo ben guardare;
lui tutta via guardava noi: e ivi noi avemo gran paura, tal che
noi venavam meno quasi in tutto, e poco vi mancò che totalmente non
fossimo istinti. E così passamo oltre con gran fatica, tanto che abiamo
passato queste tenebre. Quando noi rivedemo la chiareza, quantunque noi
fossimo infino lì tormentati e tribulati da' nimici, e quali in ogni
guisa ci avevono tribulati, pur noi ci consolamo assai. Io non saprei
punto scrivere tutto quel che noi vedemo, perchè io ero molto atento a
pregare per divozione, perchè fui molte volte battuto per venti, tuoni
e per tempeste, ma tutta via ci aiutava Dio colla sua grazia e pietà:
e in questo modo, per sua misericordia, noi passamo questa valle sanza
danno di noi, che n'uscimo.
DI DUE ISOLE, NELLE QUALI ABITANO GIGANTI DI GRANDE STATURE, E FEMMINE
TERRIBILE COME EL BASILISCO.
Appresso, oltre a questa valle, è una grande isola, che v'è giganti
lunghi XXVIII. o vero XXX. piedi. Questi non portono altri vestimenti
che di pelle di bestie sabatiche, le quali e' pongono sopra loro come
si levano da dosso alle bestie, e non ànno pane, e mangiono carne
cruda, e beono sangue; però che ànno assai bestiame; e non ànno case;
e mangiono più volentieri carne umana che altra carne. In questa
isola niuno v'entra volentieri, nè vi si apressa, però che se eglino
vedessino una nave con gente dentro, e' mangerebono bene quelle genti.
In un'altra isola di là da questa, sicondo che ci dicevono le genti
di quel paese, v'erano assai giuganti magiori, come di grandeza XLV. o
vero L. piedi, e altri vi sono lunghi L. gomiti; ma noi non gli vedemo
punto, nè volontà avavamo d'aprossimarsi a quel luogo; imperò che niuno
entra in quel paese, nè in altro, che non sia divorato. Fra questa
gente son pecore così grande come sono buoi di qua, e ànno la lana
grossa rispondente della grandeza. Io ò ben veduto di queste pecore
molte volte, e molti sono stati veduti di questi giuganti pigliare
la gente in mare, e portarne dua in ciascuna mano e andarli mangiando
crudi. Un'altra isola è verso austro, dove sono molte crudele femine
e malvage, le quale ànno pietre preziose negli orechi, e sono di tal
natura, che se riguardono alcuna persona con ira, egli la uccidono
solamente del guardare, a modo che fa il bavalischio.
D'UN'ALTRA ISOLA, E DELLA USANZA CHE TENGONO IN ISPOSARE LE LOR MOGLIE,
E PERCHÈ NON DORMONO LA PRIMA NOTTE CON LORO, MA E' VI DORME UN ALTRO.
Un'altra isola v'è molto grande e molto buona e bene popolata, nella
quale è usanza, che, la prima notte che lo sposo debe giacere co la
moglie, e' fanno giacere un altro uomo con lei per dispulzellarla[54],
e di ciò gli donono buon salario: e, per questo mistiero, in ogni
villa sono certi valletti o vero servidori, i quali non fanno altro
che questo; e chiamono questi in suo linguaggio cadeberia, e suona in
nostra lingua, matto, disperato; però che quegli del paese riputono
questo così gran cosa, e tanto pericolosa, cioè ispulzellare una
femina, ch'a lor pare, che quegli che la dispulzellano si mettino a
dubio di murire; e se la seconda notte e mariti non truovono le moglie
dispulzellate per alcuna cagione, egli si lamentono del valletto,
el quale non à fatto el suo dovere, non altrimenti che 'l servidore
l'avessi voluto uccidere. Ma oltra la prima notte, da poi che sono
dispulzellate, egli le guardano strettamente, che non ànno tanto
ardimento che ardischino a parlare ad alcuno. Noi gli dimandamo per
qual cagione e' tenevono sì fatta usanza: e' risposono, che, per
dispulzellare femine, anticamente alcuni ne sono morti; però che eglino
avevono serpi nel ventre. Per questa cagione e' mantengono questa
usanza ancora; tutta via si fanno fare credenza del passo, prima che
egli si menino alla ventura.
D'UN'ALTRA ISOLA, E DELLA USANZA CHE ÀNNO QUANDO NASCE UNO E QUANDO
MUORE, E DEL RE DI COSTORO, E DELLA BUONA GIUSTIZIA CHE S'OSSERVA IN
QUESTO PAESE.
Apresso è una grande isola, dove le femine fanno gran dolore quando
nascono e figliuoli; e quando e' muoiono fanno grande allegreza e gran
festa; e così morti gli gittono in un gran fuoco ardente. E quelle
che amono i lor mariti, se gli lor mariti muoiono, egli si gittono nel
fuoco con loro e li figliuoli, e dicono, che 'l fuoco gli purgherà da
ogni immondizia e da ogni vizio, e puro e netto se n'anderà nell'altro
mondo, e i mariti loro gli meneranno seco. E la cagione perchè lor
piangono, quando e figliuoli nascono, e che fanno alegreza quando e'
muoiono, si è, che dicono, che quando e figliuoli nascono, e' vengono
nel mondo a la fatica, al dolore e a tristizia; e quando e' muoiono
e' vanno al paradiso, dove ànno fiume di latte e di mele, e vivono
in allegreza e in abundanza di beni, sanza dolore e sanza fatica. In
questa isola si fa un Re per elezione, e non si elegge il più nobile,
nè il più rico, ma tutta via si elege colui che è stato di buoni
costumi e di virtù dotato, e che è di grande etade, e che non abia
alcun figliuolo. In questa isola sono gl'uomini molto leali e molto
diritti, e fanno diritto giudicio a ciascuno, così del grande come
del piccolo, sicondo il delitto commesso. El Re di questa isola non
può giudicare l'uomo a morte sanza el consiglio de' suoi baroni, e
conviene che tutta la corte se n'accordi. E se 'l Re, lui medesimo fa
omicidio, o vero commetta cosa da morte, conviene che muoia così bene,
come farebe una spezial persona; non però che a lui sia messa mano,
nè toccato, ma è divietato che niun sia tanto ardito che gli faccia
compagnia, nè che gli sia parlato, nè che gli sia donato, nè venduto
alcuna cosa, nè che uomo gli ardisca a servire, nè che li sia dato
mangiare e bere; e in cotal modo gli conviene murire in miseria. Egli
non perdonono ad alcuno che abia fallito, nè per amore, nè per favore,
nè per richeza, nè per grandeza: a ognuno è fatto giustizia, secondo
el loro delitto. Tra quelle isole v'è un'altra isola, dove è grande
abundanzia di gente, le quali per cosa alcuna non mangerebono carne
di lepre, nè di gallina, nè d'oca; e nondimeno molte ne notricono per
vendere e solamente raguardare; e mangiono carne d'ogni altra bestia,
e beono latte. In questa isola e' pigliono i lor figliuoli, le sorelle
sue, li lor parenti per moglie; e se in una casa sono X. o XII. uomini,
tutte le moglie loro sono comune a ognuno, sì che ogni uno dorme
con chi gli piace, ma per una notte con una, e l'altra coll'altra; e
il figliuolo è dato a colui che prima giace colla madre; e a questo
modo non si sa di chi si sia il figliuolo. E per questo modo ànno un
proverbio, che dice, che se egli notriscono e figliuoli d'altrui, e
altri nutricono i suoi. In quella isola, e per tutta India, è gran
moltitudine di coccodrilli, e quali sono una ragione di serpi, come
ò detto di sopra, che abitono di notte nell'acqua, e di dì sopra la
terra nelle grotte, o vero nelle cave di sassi, e non mangiono per
tutto verno, e stanno in questo tempo freddo tra due terre (_sic_)
umide, a modo che fanno l'altre serpi. Queste serpe, mangiando, muovono
le mascelle di sopra, e non quelle di sotto, perchè in esse non ànno
giunture.
COME NASCE EL COTONE, E DI MOLTE ALTRE COSE MARAVIGLIOSE E STUPENDE CHE
SONO IN QUESTI PAESI.
In quello paese, e in più altri di là, eglino mettono a opera la
semenza del cotone, e seminono ogni anno; e di quela nascono piccoli
albucegli, e quali portono el cotone, del quale ànno grande abundanzia
per tutto il paese. Per questo paese tutto, e in molti altri, v'è una
ragione di legnio duro e forte, e carboni del quale accesi, sotto
la cenere durerebono vivi uno anno e più. E questo albero chiamono
ginepre, e somiglialo alquanto: à le foglie e à ogni propietà come
el ginepro. Ivi sono ancora molti alberi di ebeno, e quali non posono
per alcun modo ardere nè marcire. Ivi sono nocellari che portono noci
grosse come el capo di un uomo. Ivi son molti oraflos in alberi: egli
gli chiamono giefaris, o vero girifalchi. E ivi è una bestia alta a
modo che un corsiero, e à el collo lungo circa XX. cubiti, e la groppa
e le corna a modo che cervio. Questa bestia guarderebe sopra il tetto
d'una casa, e chiamasi giraffa. In questo paese son molti camalioni,
i qua' son piccoli a modo che chierons salvatichi, e vanno tutta via
colla gola aperta per pigliare l'aere, imperò che e' vivono solamente
de l'aere, e non mangiono nè beono alcuna cosa, e cambiono colore
spesse volte, perchè alcuna volta si vegono d'un colore, e un'altra
volta d'un altro, e si possono mutare d'ogni colore che vogliono,
salvo che in rosso nè in bianco. Quivi sono serpenti grandi, grossi
e lunghi 100. e 200. piedi; e sono serpi di molti e diversi colori,
rossi, gialli, verdi, neri, tutti maculati; e son lunghi, qual cinque
torse, tal IIIIº. E altre serpi ivi sono, che ànno le creste sopra 'l
capo e vanno sopra piedi, alquanto diritti; e son ben lunghi quatro
torse o più, e sono grossi e abitono tutta via nelle caverne de' sassi,
e sempre stanno colla gola aperta, della quale a ogni ora li gocciola
veleno. E ivi son porci di molti colori salvatichi, così grandi, come
sono di qua e nostri buoi, e sono tacchellati, o vero traversati a modo
che un cinghiale. Ivi sono spinosi, o ricci, grandi come di qua, e sono
e nostri porci salvatichi. Ivi sono leoni bianchi tutti. Ivi sono altre
bestie grandi come destrieri o più, gli quali chiamono toncherons, e
quali ànno la testa nera e tre lunghe corna nella fronte, tagliente
a modo d'una spada, e 'l corpo fievole; e cacciono e uccidono gli
elefanti. Ancora vi sono altre bestie molto cattive e crudele, che non
sono magiore che come è un vermine[55], e ànno la testa a modo ch'un
cinghiale, e ànno sei piedi, e per ciascuno piede unghie larghe e
tagliente, e ànno el corpo come el vermine, e la coda come lioni. Ivi
sono oche tre tante magiori che le nostre di qua, e son rosse, e ànno
la testa e 'l collo e il petto nero tutto. In questo paese, e altrove
intorno, son molte altre ragione di bestie e molti diversi uccegli, i
quali, volendo tutti iscrivere, sarebe cosa lunghissima.
DELL'ISOLA DI BRAGMANI, E DE LA LOR BUONA VITA, E D'UNA LEGIADRA
LETTERA, LA QUAL MANDORONO AD ALESSANDRO MAGNIO.
Oltr'a questa isola è un'altra isola grande e buona e abondevole,
ne la quale è buona gente e divota e di buona vita, sicondo la fede
loro. E quantunque e' non sieno perfetti cristiani, e che e' non
abino la lege compiuta, come noi, nondimeno egli di legge naturali
son pieni e d'ogni virtù, e fugono ogni vizio e ogni malizia e ogni
peccato, però che non son punto superbi, nè avari, nè accidiosi, nè
invidiosi, nè golosi, nè lussuriosi. Egli non ànno alcun peccato, e
fanno ad altrui quelo che e' vogliono che sia fatto a loro, e egliono
adempiono tutti e X. comandamenti. Egliono non ànno cura d'avere, nè
di richeza: egliono non dicono bugia per alcuna cagione, ma dicono
semplicemente sì e no, perchè dicono, che quegli che dicono bugia e
giurono, vogliono ingannare il suo prossimo, e però egli favellono e
parlono sempre sanza giuramento. Questa isola si chiama terra di fede,
e alcuni la chiamano l'isola Bragmani. Per mezo di questa isola corre
una grande riviera, la qual si chiama Theba; e generalmente tutta la
gente dell'isola, ivi intorno a questi confini, sono più leali e più
diritti che non sono in alcuna parte del mondo. In questa isola non è
ladroni, nè assassini, nè meritrice, nè mai vi fu morto uomo. Ivi son
le gente così caste, e mantengono buona vita, come potrebe fare alcuno
religioso: ogni dì digiunono; e perchè e' sono così leali e così pieni
di buone condizione, e' non furono mai gravati di tempesta, nè di fame,
nè di pestilenzia, nè di niuna altra tribulazione, come siamo noi di
qua molte volte per li nostri peccati. Per la qual cagione e' pare
che Dio gli ami, e abi a grado la lor fede e le lor buone operazione.
E' credono bene in Dio, il qual fece e criò ogni cosa, e lui adorono,
e non aprezono niuno onore terreno; e sono così diritti, e vivono
così ordinatamente e così sobriamente nel mangiare e nel bere, che e'
vivono molto lungamente, e molti di lor muoiono sanza che abino auto
malizia alcuna; però che la natura gli viene a meno per vechieza. El
Re Alessandro anticamente gli mandò a disfidare, perchè lui voleva
guadagnare il lor paese; e e' mandorgli imbasciadori, e quali portorono
lettere per parte del paese, che dicevono così: Re Alessandro, che cosa
poterebe assai essere a colui, a chi tutto el mondo non basta? tu non
troverai in noi quella cosa, per la quale tu ci debbi guerreggiare,
perchè noi non abbiamo richezze alcune, nè disideriamo, perchè tutti
e beni del paese qui sono comuni tra noi, e il mangiare e 'l bere è
per lo sostenimento de' nostri corpi e la nostra richeza; e, in luogo
di tesoro e d'oro e d'ariento, noi facciamo tesoro di concordia e
pace e amore l'un coll'altro: in luogo di belle vestimenta pei nostri
corpi, noi usiamo d'un cattivo panno per inviluppare le nostre carne,
solamente quanto basta a difenderci dal freddo e coprire le segrete
membra del corpo; e le nostre donne, o sia moglie, non si adornono per
piacere, anzi terrebono per grande tristizia ogni aparechiamento che
si facessi per abellire e per adornare el corpo, a ciò che paresse più
bello, che Idio non l'à fatto di sua natura: elle non sanno e non si
curono d'altra belleza, che di quella che Idio dette a la natura loro.
La terra n'è aparechiata per due cose; la prima, per sostentazione,
mentre che noi viviamo: e per la nostra sepultura dopo la nostra morte.
Noi abiamo sempre avuto pace fin qui perpetuamente, della qual voi
ne volete discacciare. Noi abiamo un Re, non già per fare giustizia,
perchè fra noi non si truova chi commette pecato, ma noi l'abiamo per
mantenere nobilità, e per mostrare, che noi siamo ubidienti; però che
non à a fare, nè adoperare giustizia fra noi, perchè noi non faciamo
cosa altrui, che non vogliamo che sia fatta a noi; sì che adunque a
noi non potete voi torre alcuna cosa, salvo che la nostra buona pace,
la quale è durata sempre fra noi. Quando el re Alessandro ebe letto
questa lettera, si pensò, che tropo gran male sarebbe, se gli turbassi;
e allora gli mandò una buona pace, e che e' non si dubitassino punto di
lui, e che e' mantenessono la lor buona usanza e modo che usati erono.
DI DUE ALTRE ISOLE, CIOÈ MESIDRATA E GENOSAFFA, NE LE QUALI FU
PROFETIZATO LA INCARNAZIONE DEL FIGLIUOL DI DIO; E D'UNA GENTIL
RISPOSTA QUAL FECIONO AD ALESSANDRO MAGNO.
Due altre isole vi sono; una si chiama Mesidrata, l'altra Genosaffa,
nelle quali sono così buone genti, leali e piene di gran fede, e
mantengono el costume de l'isola sopra detta. In queste isole entrò
Alessandro; e quando lui vide la lor buona fede e la loro lealtà,
disse, che non gli graverebe punto che gli domandassono richeze o
altre cose, che gli donerebe volentieri. E' risposono, che egli erono
assai richi, poi ch'egli avevono da mangiare e da bere per sostenere
il corpo, e che le richeze e' tesori in questo mondo nulla vagliono,
nè vogliamo; ma se lui ci potessi donare, che noi non morissimo, e che
fussimo inmortali, di ciò gli renderebono grazia e mercè. Re Alessandro
rispose, questo non potrebe fare, chè lui era così mortale come erono
loro. Egli dissono: per qual cagione dunque, se se' mortale, se' tu
così rigoglioso e fiero e di vani pensieri, che vuoi sottomettere tutto
el mondo a modo che tu fussi Dio inmortale? In termine alcuno non ài
vita, nè ora, nè meza; e tu vuoi ragunare tutto l'aver del mondo, il
quale in brieve tempo tu lascerai, almeno quando tu morrai; e in cotal
modo quelo ch'è stato d'altrui prima che tuo, sarà d'altrui dapoi ch'è
stato tuo, però che teco non porterai alcuna cosa, e come nascesti
nudo, così nudo ritornerai in terra, de la qual fusti criato. Tu debi
pensare e sapere, che niuno è inmortale, salvo che Idio, che ogni cosa
criò: tu non debi disiderare quel che a te non può rimanere. Per questa
risposta il Re Alessandro fu sbigottito, e partissi da loro sanza
alcun male. E quantunque questa gente non abino gli articoli della fede
totalmente, come noi abiamo, non dimeno per la loro buona fede naturale
e per la loro intenzione buona, io mi penso e rendomi certo, che Dio
gli ama, e ch'egli piglia e lor servigii a grado, a modo che fece di
Iob, che fu pagano; e benchè fusse pagano, pure Idio lo tenne pel suo
leale servo. E, benchè sieno assai più leggi diverse per lo mondo,
io credo che Iddio ami tutti quegli ch'amano e servono lui, cioè in
verità, lealtà et umilità, e che dispregiano la vita di questo mondo
a modo che fanno quelle genti, e come Iob faceva. E questo diceva el
nostro Signiore per la bocca de Osea profeta: _Scribam ei multiplices
leges meas_. E altrove dice la Scrittura: _Qui totum subdit suis orbem
legibus_ (_sic_). Per lo simile dice il nostro Signore nello Evangelio:
_Alias oves habeo, quae non sunt ex hoc ovili_; ciò è a dire che aveva
altri servi, che [son] quegli che sono sotto la lege di natura, [non]
cristiani. E con questo si concorda la visione che ebe santo Petro
al Giaffo, quando l'agniolo discese dal cielo e recogli inanzi molte
ragioni di bestie, di serpi e altri rettili della terra in grande
quantità, e disse a san Pietro: piglia e mangia. E san Piero rispose:
io non mangiai mai di cotal bestie immonde. E l'angiol disse: _Non
dicam immunda quae Deus mandavit_ (_sic_); ciò è a dire, che non si
dee avere in odio e a dispetto alcuna gente cristiana per la diversità
della lege loro, nè alcuni di loro giudicare; anzi si dee pregare Idio
per loro, perchè noi non sappiamo quelli che Dio ama, nè quegli che
abia in odio; imperò che Dio non odia creatura che abbia fatto; e però
disse san Piero, che seppe la significazione di quella visione: _In
veritate comperi, quia non est acceptor personarum Deus, nec discernit
inter judeos et gentiles, sed omnis[56] qui timet eum, et operatur
iustitiam acceptus est illi_. E per cotale esemplo, quando io dico _De
profundis_ per le anime passate, io lo dico, congiugnendo [tutti] con
li cristiani insieme, cioè per le anime di tutti e morti _pro quibus
sit orandi_; però che io dico, che Idio ama questa gente per la lealtà
e per la umilità loro, perchè tra loro tutta via sono perfetti molto.
Ve ne sono stati di continuo in questa isola, che ànno profetezato la
incarnazione del nostro Signiore Giesù Cristo, come e' doveva nascere
di vergine, bene tremila anni o più imprima che nascesse. Egli credono
la incarnazione perfettamente, e non sanno in qual modo sofferisse
morte per noi, nè non sanno li Evangeli suoi, nè la sua operazione così
bene, come sappiamo noi.
DE L'ISOLA DI FRACAN, DOVE LE GENTE VIVONO DEL SOLO ODORE DE' POMI
SALVATICHI, E D'UNA ALTRA ISOLA, OVE SONO LE GENTE PILOSE.
Tra queste isole v'è[57] una gran città chiamata Fracan, e à il nome
dell'isola. La gente di questa isola non coltivano nè lavorono la
terra, però che egliono non mangiono alcuna cosa, e sono di buon colore
e di buona fazione, sicondo la lor grandeza; però che sono piccoli; ma
non però così piccoli come li pigmei. Costoro vivono d'olore di pomi
salvatichi; e quando vanno in alcuna parte dilungi, portono seco de'
pomi; però che, se sentissino male odore e non avessino seco di questi
pomi, subito morrebono; e non sono molti ragionevoli, ma sono tutti
semplici e bestiali. Dopo questa isola è un'altra isola, dove le genti
son tutte pilose, salvo che 'l viso e le palme delle mani. Queste genti
vanno così per mare come per terra, e mangiono carne e pesci tutti
crudi. In questa isola v'è una gran riviera, la quale è larga circa due
leghe e mezo, e chiamasi Lebuermar.
DEGLI ARBORI DEL SOLE E DELLA LUNA, E DELLA CAGIONE PERCHÈ SI CHIAMA
PRETE GIOVANNI.
Da questa riviera, a XV. giornate dilungi, si va pe' diserti, e sonvi
gli alberi del sole e della luna, e quali parlarono ad Alessandro
Re e predicerono a lui la morte sua. E dicono che 'l prete Ianni, e
gl'altri che guardono questi alberi, e mangiono di lor frutto e del
balsamo, el quale ivi crescie, e' vivon bene CCCCº. e CCCCCº. anni, per
la virtù del balsamo; perchè dicono, che ivi in que' diserti crescie
gran quantità di balsamo, e altrove no, salvo che in Babillonia, ove
di sopra scrissi. Noi saremmo andati volentieri verso le parte di
quegli arbori, se a noi fussi stato pussibile, ma io non credo che Cº.
uomini potessino a salvamento passare questi diserti, per le grande
multitudine di bestie salvatiche e di grandi dragoni, e gran serpenti,
e quali uccidono e divorono quanti ne giungono in questi paesi. Vi
sono elefanti bianchi e bigi sanza numero, et unicorni e altre bestie,
le quali ho inanzi scritte; e molte altre bestie assai orribile e
spaventose. E molte altre isole sono nella terra del Presto Giovanni, e
sonvi molte maravigliose cose, le discrizioni delle quali sarebe cosa
lunghissima; però ò lasciato. Molte richeze vi sono e nobile città,
e magnificenzie; fra l'altre cose v'è grande abundanzia di pietre
preziose. Io credo che voi sappiate bene, o vero abiate udito dire, per
qual cagione questo imperadore si chiama Prete Giovanni; ma ancora, per
quelli che non sanno, io iscriverò la cagione.
Fu già uno imperador valente e animoso, il quale, avendo in sua
compagnia cavalieri cristiani a modo che à costui che è al presente,
gli venne voglia di vedere la maniera e modo degli ufici divini, e
altri costumi di cristiani. In quel tempo durava la cristianità di
là dal mare per tutta Turchia, Armenia, Soria, Gierusalem, Arabia,
Allape e per tutta la terra d'Egitto. Questo imperadore venne con poca
compagnia, e andò un dì di sabato a una chiesa d'Egitto, e fu propio
il sabato presso a la Pentecosta, ne l'ora e punto, che 'l vescovo
d'Alessandria faceva l'ordine della messa. Lo imperadore ascoltò e
risguardò l'ordine dell'ufficio; poi domandò, chi doveva esere quella
gente che era innanzi al vescovo, o vero prelato, i quali avevono a
fare così grande misterio. Questi erono preti, diacani e soddiacani
e altri, solennemente apparati al modo che s'usa di qua nelle nostre
parti occidentale. Un cavaliere rispose, che quegli erono preti. Allora
lo imperadore disse, che non voleva essere imperadore, nè re, ma voleva
esser prete e avere el nome del primo che uscirebe fuora dell'uscio
di quella chiesa. Allora il vescovo con gli altri preti partendosi
per uscire fuori, venne per sorte, che il primo che uscì di fuori ebbe
nome Giovanni, benchè noi, corrompendo il nome, lo abbreviamo, dicendo,
Ianni; e però quello Imperadore de India dipoi è stato chiamato Prete
Ianni. Nella terra di questo prete sono buon cristiani, di buona fede e
di buona legge, e spezialmente quegli del suo paese propio. Egli ànno
comunemente i suo cappellani che canton la messa e fanno i sacramenti
di pane, a modo de' greci, ma e' non dicono tante cose quanto fanno di
qua; però che egli dicono solamente quelle che gl'insegniò san Tommaso
apostolo, a modo che cantorono gli apostoli, dicendo el Pater Nostro
e le parole colle quali si consacra il corpo del nostro Signiore: ma
noi abiamo molte addizioni, che ànno dappoi fatte li papi, le qua' cose
egli non sanno.
DELL'ISOLA TABROBANA, DOVE SONO DUE STATE E DUE VERNI, DOVE I LOR
GIARDINI SEMPRE SONO VERDI.
Verso le parti orientali, di là dalle parte delle terre dello Prete
Giovanni, vi è una grande isola e buon reame, el quale è chiamato
Tabrobana. Questa isola è un paese molto buono e notabile e fruttuoso.
Il Re di quella è molto ricco: quegli del paese fanno sempre un Re
per elezione, ma tutta via questo re ubidisce il Prete Giovanni. In
questo paese sono due state e due verni, e ivi si semina due volte
l'anno biade ed ogni altre ragione cose; e i giardini son sempre verdi
e fioriti. Ivi istanno buone genti e ragionevoli tra loro. Ivi sono
molti cristiani, che sono tanto richi, che non sanno quanto abbino.
Anticamente, quando nelle nave antiche s'andava da la terra del Prete
Giovanni a questa isola, si penava a passare XXXIII. giornate e più,
ma nelle loro nave moderne si passa da una parte a un'altra in VII.
giornate, e vedesi el fondo dell'aqua in più parti, imperò che non è
profondo.
DELL'ISOLA ORILLA, E DI ARGUTA, NE LE QUALI SON GRANDI TESORI E BEN
GUARDATI, E DEL MODO CHE SI TIENE A AVER DEL DETTO TESORO.
Dallato a questo reame son due altre isole; la prima si chiama
Orilla, e l'altra Arguta. Tutta la terra di quelle è di minera d'oro
e d'ariento. Queste due isole sono là dove il mare rosso si parte
dal mare occeano. In quelle isole non si vede quasi alcuna stella
che paia chiaramente, salvo che una, la quale è molto chiara, ed è da
loro chiamata canopos. Ivi in ogni lunazione non si vede mai se none
el sicondo quartieri della luna. In queste isole son montagne grande
d'oro, le quale sono dalle formiche molto ben guardate e custodite
curiosamente. Queste formiche separano l'oro puro dallo impuro e
naturalmente bene affinandolo; e sono grandi come cani grandi[58];
onde la gente non usa aprosimarsi alle montagne, perchè le formiche
gli assalterebono e da quello non si poterebono difendere, sì che e'
non possono sanza ingegno aver di questo oro; e però al tempo caldo,
quando le formiche sono sotto terra nascose, dall'ora di terza infino
a bassa nona, le genti vanno con cammegli e dormedarii e carregiono
pian piano, e poi si fugono inanzi che le formiche escin fuori della
terra. Ma nell'altro tempo, quando non è tanto caldo, e che le formiche
non s'ascondono, e' s'ingegniano per altro modo, e pigliono giumente
ch'ànno i puledri piccoli, e sì gli mettono a dosso duo vasegli per
uno, a modo che due cesti, neri e aperti di sopra, pendenti infino
appresso a terra, e mandono queste giumente a pasturare al contorno di
queste montagne, e gli puledrini ritengono legati. Quando le formiche
veggono questi vasegli, e' vi montono suso, et entranvi dentro; e ànno
per natura, che non si lasciano alcuna cosa d'intorno, nè in caverna,
nè sotto terra, nè in altra parte dove stanno, e sempre vanno rimovendo
e rimutando or qua, or là; onde loro stesse empiono questi vaselli,
d'oro. E quando, le gente che aspettono, pensono che le giumente siano
assai cariche, e' menono inverso loro e puledri e fannogli rughiare,
e subito le giumente tornono verso loro, e egliono le scaricono, e
ànno l'oro per cotal maniera in gran quantità; però che le formiche
conoscono gl'uomini dalle bestie, e comportono bene che le bestie
vadino tra loro, ma non vogliono patire l'andare degl'uomini.