DEL MODO DEL SACRIFICARE LORO, E DE' NOMI DEI FIGLIUOLI DEL GRAN CANE.

Costoro credono in uno Dio, il quale criò e fece ogni cosa, e non

dimeno egli ànno idoli d'oro e d'ariento e gli offeriscono sempre latte

di bestie loro; così delle vivande e del vino prima ch'egli mangino; e

ispesse volte oferiscono cavagli e altre bestie, e chiamono, lo Idio

di natura, Iroga; e il loro imperadore, abia il nome come si voglia,

egli lo chiamono Cane. Quando io fui in quel paese, il loro imperadore

aveva nome Tinth Cane, e 'l suo figliuolo aveva nome Cosuc, e quando

sarà fatto imperadore si chiamerà Cosuc Cam. Questo imperadore aveva

XII. figliuoli, sanza quello, e nomi de' quali son questi: Cahadai,

Vinim, Neag, Vocab, Cadi, Sida, Tuie, Soalac, Rabi, Cam, Gare,

Gan[41]; e aveva tre moglie; la prima e principale fu figliuola del

prete Giovanni, e aveva nome Serocam, e l'altra Heracam. Queste genti

cominciono a fare ogni cosa a luna nuova, e molto onorono la luna

e il sole, e spesso s'inginochiono verso di quegli. Egli cavalcono

comunemente sanza isproni, ma portono sempre una sferza in mano, colla

quale isferzono il cavallo.

DELLE COSE CHE E' TENGONO PER PECATO E DELLA PENITENZIA CHE GLI

CONVIENE FARE PER QUESTI PECCATI, E DEL MODO CH'EGLI TENGONO A

PRESENTARE IL GRAN CANE.

Egli tengono molto contro a cuscienzia e a gran peccato a gittare un

suo coltello nel fuoco, e a tagliare col coltello la carne, e apogiarsi

colla sferza colla quale si sferza el cavallo, e a percuotere il

cavallo col suo freno, e a rompere uno osso con un altro osso, e a

recare[42] un piccolo fanciullo sopra porpora. Un grandissimo peccato

tengono a pisciare ne la casa dove stanno; e, chi vi pisciasse,

certo l'ucciderebbono; e di ciascuno di questi peccati è bisogno che

si confessino al lor prete, e pagare una gran somma d'ariento per

penitenzia; e conviene, il luogo dove è stato pisciato, sia lavato e

benedetto, e altrimenti, niuno vi ardirebe stare, nè entrare. E quando

egli ànno pagato la lor penitenzia, egli gli fanno passare pel mezzo

del fuoco e pel mezzo di due porte, per nettarlo di quel peccato. E

quando alcun viene a presentare o a fare imbasciata a lo 'mperadore,

è di bisogno, che lui, e il presente, e lo portatore passi per due

fuochi ardenti per fagli purificare, a ciò che non vi sia veneno, o

cosa cattiva che nuoca a lo 'mperadore. L'uomo preso in fornicazione

è ucciso. Egli uccidono qualunque ruba cosa alcuna; e' sono tutti

buoni arcieri, e corrono così bene le femine come gl'uomini. Le femine

fanno tutte le cose, come drappi, tele, e altre arte, e menono carri e

carrette: universalmente fanno ogni mestiero, salvo che archi, saette

e armi[43], le quali fanno gl'uomini. Tutte queste femine portono le

brache, come gl'uomini: tutte le genti di questo paese sono ubidienti

molto ai lor signori e supriori. Egli non sono contenditori, nè fanno

quistione l'un co l'altro, e nel paese non è alcuno rubatore: molto

si onorono l'un l'altro, ma non portono onore a gente strana nè a

forestieri, quantunque fussino principali. Egli mangiono cani, gatti,

lupi, volpi, giumenti, puledri, asini, topi e ogni altra bestia grande,

e salvatica privata; e mangiono tutte le bestie dentro e di fuori,

e non gli cavono alcuna cosa, se non la feccia. Poco pane mangiono

e usono, salvochè nelle corti de' gran signiori; e in molti luoghi

del paese non fanno altro per minestra che brodo. Quando eglino ànno

mangiato, eglino si nettano le mani a' gironi, perchè eglino non ànno

tovaglie, se non alle corti de' gran signori, come è detto di sopra.

E li signiori usono spesso pelle di bestie in luogo di tovaglie, e

così la comune gente. E quando egli ànno mangiato, e' rimettono le

scodelle non lavate nel lavegio[44], o vero nella caldaia del brodo,

infino a tanto che vogliono mangiare un'altra volta. E richi uomini

beono latte di cavalla e d'altre bestie, ed un'altra bevanda, che fanno

d'acqua e di mele cotto insieme, perchè non ànno nel paese nè vino nè

cervogia, e vivono molto cattivamente; e, come io ò detto, non mangiono

se none una volta el die, e anche poco. Uno uomo di nostro paese

più mangerebe in un dì, che loro in tre; e a' messaggi forestieri,

che vengono dallo imperadore, gli dànno mangiare una volta el dì e

poco. Egli guerreggiono molto saviamente, e sempre si studiono di

confondere e nimici: ciascun di loro à due archi o tre, e delle saette

in grandissima abundanzia, e una grande accetta in mano. Li gentili

uomini ànno spade larghe e tagliente da uno lato, e ànno piastre e

elmi di coiame pulito, di pelle di dragoni; e il simile le coperture da

cavallo: e se alcun di loro fugge dalla battaglia, egliono l'uccidono.

Egliono usono una gran malizia quando sono a uno assedio ad una terra

murata, promettendo loro ogni cosa che sanno adimandare, oro e ariento,

e ogni altra cosa, se s'arendono. Ma quando si sono arenduti, tutti

gl'uccidono e sì gli tagliono gli orechi, e sì gli fanno quocere, e di

questo mangiono a modo d'insalata: di questo fanno ancora guazzetto per

li gran signiori. E' ànno intenzione di sottomettere tutte le criature,

e dicono, che sanno bene per profezia, che saranno vinti per gente

arcieri, e sì si convertiranno alla legge di quegli che gli vinceranno;

e però sostengono pacientemente, che ogniuno, di qualunque legge si

sia, abiti nel paese. Quando vogliono fare e loro idoli, o vero alcuna

immagine in memoria d'alcuno amico morto, li fanno sempre nudi, e le

immagine tutte ignude sanza segnio di vestimenta, perchè egli dicono,

che nel buono amore non è coperta alcuna, e che e' non si debe amare

per nobil vestimento, nè per nobile apparamento, ma solo amare pel

corpo, il quale naturalmente è dotato di virtù, e non per vestimenti,

che non son dote di natura. Item, un gran pericolo è a seguire e

tartari quando fugono in battaglia, perchè, fugendo, tragono indietro,

uccidendo gl'uomini e' cavagli. E quando s'aparechiono e aconciono per

combattere, e' sono sì serrati insieme, che dua milia non paiono uno, e

guadagnono molto bene le terre altrui, ma non le sanno guardare; però

che sono più usi a stare nella campagna in tende e in padiglioni, che

in ville e in castella. Egli non aprezono alcuna cosa nè 'l saper de

l'altre nazione. Egliono apreziono e vendono molto olio d'ulive, però

che dicono, che è una nobile medicina. Tutti e tartari ànno piccoli

ochi e poca barba e chiara, e sono sì falsi e sì malvagi traditori,

e tanto fraudolenti, che niun si dè fidare nè nelle parole nè nelle

promesse loro: e' sono assai durissima gente e possono sofferire molta

pena e sinistro, molto più che altra gente; però che egli ànno molto

bene imparato nel propio paese. Nulla spendono quando alcuno debe

murire per malattia: e' mettono una lancia apresso del malato, e quando

_laborat in extremis_, ciascuno fugge fuori della casa, tanto che sia

morto; poi lo sotterrono nei campi.

DEL MODO CHE SERVONO QUANDO MUORE LO IMPERADORE IN SOTTERRARLO, E DEL

MODO CHE TENGONO QUANDO NE FANNO UN ALTRO, E DELLE PAROLE CHE LUI DICE

ALLA ELETTA.

Quando lo 'mperadore muore, egli lo mettono in una catedra[45] a sedere

nel mezzo della tenda sua molto onorevolmente, e inanzi a lui una

tovaglia con carne e con vivande e uno nappo pieno di latte, innanzi

a lui, di cavalla; e mettongli apresso il suo puledro e una cavalla

sellata col suo freno, e, sopra alla cavalla, oro e ariento; e empiono

la tenda di strame; poi fanno una gran fossa e larga: con tutte queste

cose il sotterrono, e dicono, che, quando e' sarà nell'altro mondo,

e' non sarà sanza stanza, nè sanza cavallo, nè sanza oro, nè sanza

ariento, e la cavalla gli darà latte e gli farà altri cavalli, tanto

che sarà ben fornito nell'altro mondo. Alcuni de' suoi cavalieri e

uficiali si mettono nella fossa con lui per servirlo nell'altro mondo,

però che credono, che a l'altro mondo si viva in sollazo con femine,

a modo che fanno di qua. Ancora molte volte egli lo fanno sotterrare

secretamente di notte nel più salvatico luogo che possono; e sopra la

fossa vi rimettono l'erbe e gli roghi, acciò che niuno lo truovi mai

più, e che più non venga in memoria a niuno degli amici suoi. Allora

dicono, che si troverà vivo nell'altro mondo e che lui è magiore

signore di là che non era di qua. Dopo la morte dello imperadore e

sette lingnaggi si ragunono e elegono il suo figliuolo maggiore, e

sì gli dicono: noi laudiamo (_sic_), ordiniamo, e vi preghiamo, che

voi siate nostro Signiore, e nostro imperadore, e nostro governatore.

E lui risponde: se voi volete, ch'io regni sopra di voi, ciascun

di voi faccia ciò che io gli comanderò, e tutto quello che io dirò

sia compiuto. Egli rispondono tutti a una boce: tutto ciò che voi

comanderete, sarà fatto. Poi dice a loro lo imperadore: sappiate che da

ora inanzi la mia parola sarà tagliente come ispada. E poi l'assettono

sopra nel feltro nero, e poi il mettono nella sua sedia, e sì gli

mettono la sua corona. Poi il paese gli manda tutti a presentarlo in

modo, che in quel dì à più camegli carichi d'oro e d'ariento, sanza

e gioielli de' gentili uomini, d'oro e di pietre preziose, che sono

sanza estimazione; e sanza i cavagli, sanza i drappi di porpora e di

camosciati di Tartaria, che sono sanza numero.

Questa terra di Catai è nella profonda Asia, e poi di qua è Asia

maggiore, e confina col Reame di Tarsia dallato verso occidente; el

qual Reame di Tarsia fu d'uno de' Re, che venne a trovare e presentare

il nostro Signiore in Bethlem; e quegli che sono del linguaggio di

quel Re, son tutti cristiani. In Tarsia non mangion carne, nè beono

vino. Di qua dal Reame di Tarsia, da lato, verso occidente, è il reame

di Turcquestem, el qual si stende verso occidente infino al reame

di Persia, e di verso settentrione, infino al reame di Corasina. In

questo paese di Turcquestem sono poche buone città: la migliore città

di quello reame si chiama Ottorai. Ivi sono grande pasture e poche

biade, e però son eglino tutti pastori, e giaciono nelle tende, e beono

cervoge fatte di miglio.

I viaggi di Gio. da Mandavilla, vol. 2 · 第 10 / 18 题