Il primo selvaggio.
Quel _birgus latro_, come lo aveva denominato il capitano Hill,
quantunque sorpreso sulla terra, anzi sulla cima di una pianta di noci
di cocco, era un abitante del mare, un crostaceo dei più grossi, un
granchio gigante insomma.
Questi _birgus_, che gl’isolani del Pacifico chiamano granchi ladri,
hanno delle bizzarre abitudini che non si possono tacere. Quantunque
siano abitatori del mare, passano una buona parte della loro vita a
terra, cercando avidamente gli alberi delle noci di cocco che crescono
in quasi tutte le isole dell’Oceano Pacifico. Questi strani granchi,
sembrerebbe impossibile, vanno pazzi per le grosse noci e tutto
arrischiano per procurarsele.
Durante il giorno dormono nascosti nelle cavità delle rupi o sospesi ai
rami degli alberi più folti, ed allorquando la notte cala si mettono in
cerca delle loro frutta favorite. Trovato l’albero, lo scalano con la
massima facilità, rompono la scorza fibrosa della noce più grossa e la
lasciano cadere a terra.
Come si sa, queste noci sono tanto dure, che anche l’uomo si troverebbe
imbarazzato ad aprirle senza una scure, ma il granchio ladro non per
questo si sgomenta. Essendo dotato di potenti morse, ne introduce una
nel punto che si chiama _occhio_ della buccia, e girando su sè stesso
la rompe pezzetto per pezzetto, bevendo poi avidamente il latte e
mangiandosi la polpa bianca e delicata.
Si dice che uniscano al cocco anche la noce oleosa del _pandanus_ per
renderla più delicata, ma non sappiamo se ciò sia veramente esatto,
quantunque tutti gli isolani lo confermino.
Asthor ed i marinai, dopo di aver osservato con curiosità quel grosso
crostaceo, raccolsero parecchie bracciate di legna secche, accesero
sulla spiaggia un gran fuoco capace di arrostire un bue, e lo gettarono
sui carboni.
Mentre si cuoceva, Asthor e Grinnell si cacciarono nel bosco per far
raccolta di frutta. Posero mano alle scuri e si misero ad abbattere un
banano che aveva un grappolo di frutta del peso di cinquanta o sessanta
chilogrammi. Non contenti, fecero un’ampia provvista di fichi, di
_yambos_, frutta grossa come le pere d’Europa, tenere come il burro
e rinfrescanti, e di grosse mandorle e di _magnagne_, grosse radici,
dolci, farinose, che si cuociono sotto la cenere.
Stavano per ritornare, quando videro una specie di gallo, alto circa
quaranta centimetri, colle gambe armate di sproni, il becco rosso,
lungo e robusto, gli occhi grandi e neri e le penne bigie e rosse.
Saltellava sotto l’albero rizzando il suo ciuffo biancastro e cacciando
degli acuti _ka-ha_, _ka-hu!_...
— È un _kagù_, — disse Asthor. — Un arrosto eccellente, che merita un
colpo di fucile.
— Prendiamolo, pilota, — disse Grinnell.
Asthor puntò lentamente il fucile, mirò con profonda attenzione e fece
partire la scarica.
Il pollo fece una svolazzata in giro e cadde stecchito.
Grinnell stava per precipitarsi verso l’albero per raccogliere la
preda, quando fra i rami d’un vicino cespuglio si rizzò un essere
umano.
— Un negro! — esclamò il marinaio arrestandosi e armando rapidamente il
fucile.
— Un selvaggio! — esclamò Asthor impugnando la scure. — Corbezzole! Non
è tanto brutto come credevo. —
Infatti quell’uomo improvvisamente apparso era un selvaggio, un isolano
di Tanna. Come aveva giustamente osservato il pilota, non era brutto;
tutt’altro. Era di media statura ma robusto, di lineamenti abbastanza
regolari e la tinta bronzina; portava un semplice gonnellino di fili
d’erba intrecciati, così stretto alla cintura, da produrgli un forte
rigonfiamento sul ventre; aveva i capelli imbrattati di terra rossa
mescolata con olio, sostenuti da una specie di freccia, e al collo e
alle braccia portava ornamenti di scaglie di tartaruga e di denti di
porco selvatico.
Le sue armi consistevano in una scure di pietra ed in un arco.
Vedendo Grinnell, non parve sorpreso troppo, e si limitò ad esclamare:
— _Erramange_! (È un uomo!).
— Cosa vuole quel mangiatore di carne umana? — si chiese il pilota
perplesso.
Gli fece cenno di avvicinarsi. Il selvaggio che aveva ascoltato i loro
discorsi con profonda attenzione, come se cercasse d’indovinarne il
significato, fece alcuni passi innanzi dicendo:
— _Sir!_
— To’! — esclamò il pilota pieno di stupore. — Questo selvaggio conosce
l’inglese! Non l’hai udito, Grinnell? Mi ha chiamato signore!...
— Che sia un selvaggio incivilito?...
— Lo sapremo in breve. Vuoi venire con noi? — chiese il pilota.
L’isolano parve che studiasse il significato di quella domanda, poi
rispose in inglese:
— Yes, _sir_. (Sì, signore). —
Si passò nella cintura la scure di pietra e si gettò l’arco in ispalla
come se volesse, con quei due gesti, rassicurare i marinai, raccolse il
_kagù_ e si avvicinò al pilota strofinando il proprio naso con quello
di lui.
— Cosa fa? — chiese Grinnell.
— È un segno di amicizia, — rispose Asthor. — Vieni con me, amabile
selvaggio, che ti offrirò una lauta colazione. —
Si caricarono delle frutta e si posero tutti e tre in cammino. Grinnell
però, che era diffidente, si mise dietro all’isolano, pronto ad
accopparlo al primo atto offensivo.
Attraversato un lembo di foresta, in pochi minuti giunsero
all’accampamento, dove il capitano, allarmato da quel colpo di fucile
sparato contro il _kagù_ li attendeva in preda ad una viva ansietà.
— Signor Hill, vi conduco un invitato, — gridò il pilota da lontano.
— Un antropofago! — esclamò Anna con accento poco rassicurato, mirando
il selvaggio.
— Ma è gentile assai, miss. Avanti, signor.... come diavolo lo
chiamerò?... signor uomo-selvaggio. —
L’isolano si avanzò, senza manifestare alcuna sorpresa, verso
l’accampamento e andò a strofinare il suo naso con quello del capitano
Hill; poi preso da un vivo terrore fece due salti indietro guardando la
gran nave mezzo coricata sulle sabbie e impugnando la scure di pietra
come per difendersi.
Senza dubbio egli la scambiava per qualche mostro gigantesco e aveva
paura di venire assalito e mangiato; ma poi si rassicurò e sedette
dinanzi al fuoco.
Fulton ritirò l’arrosto, che mandava un profumo delizioso e le
_magnagne_ che erano state poste sotto la cenere, poi con due colpi di
scure spaccò il guscio mettendo allo scoperto una polpa biancastra che
prometteva di essere eccellente.
Il selvaggio fece molto onore al pasto, gradì assai i biscotti e
sorseggiò con avidità una colma tazza di vino. Tutti poi fecero un bel
vuoto nella provvista delle frutta, magnificando la delicatezza dei
banani, la fragranza delle pere e la dolcezza delle noci di cocco e
delle mandorle.
Accese le pipe e sdraiatisi sulle fresche erbette, all’ombra dei grandi
alberi, il capitano si provò a interrogare il selvaggio, in lingua
tonghese, che conosceva abbastanza bene, e cominciò con domandargli:
— Come ti chiami?
— Koturè, — rispose subito l’isolano nella stessa lingua.
— È lontano il tuo villaggio?
— Lassù, — rispose l’isolano, indicando la cima di una montagna coperta
di fitti boschi.
— Vorresti condurci?
— Si! sì!...
— Ci presenterai al tuo re?...
— Sì.
— Ci accoglierà bene?
— Sì, perchè è un tuo parente.
— Un mio parente!...
— Sì, perchè egli è un bianco come sei te e come sono i tuoi
compagni!... —