Il naufragio.
L’isola di Tanna è una delle più belle e delle più pittoresche del
gruppo delle Nuove Ebridi. È la più meridionale di tutte, ma è la
più conosciuta, o lo era a quel tempo, essendo già stata visitata dal
navigatore Quiros nel 1606, da Bougainville nel 1768 e più tardi da
Cook.
È un’isola di natura essenzialmente vulcanica, e si calcola che la sua
lunghezza non superi le sette leghe su tre di larghezza. È montuosa per
la maggior parte e coperta da fitti boschi, ha un vulcano che spesso
è in attività, molte sorgenti termali e certe parti del suolo esalano
vapori sulfurei.
Se gode fama di essere una delle più belle dell’intero arcipelago,
dicesi che sia pure una delle più fertili, quantunque il suo terreno
sia composto di varie specie di lave, di strati d’argilla mescolata
a terra alluminosa, di massi di tripolo e di strati ricchissimi di
zolfo. Le sue montagne si inalzano ad anfiteatro, e danno a quel lembo
di terra, perduto sul Grande Oceano, un aspetto non solo ridente, ma
interessante.
Gli abitanti, il cui numero si faceva allora ascendere a tre o
quattromila, non sono nè peggiori nè migliori di quelli dell’arcipelago
intero, ma non certo perfidi come gli isolani di Tonga-Tabù e delle
Figii, non avendo i navigatori che la visitarono, avuto mai da lagnarsi
di loro. È bensì vero che al tempo del viaggio della _Nuova Georgia_
erano ancora antropofagi, ma non divoravano che i nemici uccisi in
battaglia ed i prigionieri.
Fra le tante isole, che si trovano disperse su quell’immenso Oceano,
era ancora una delle migliori a cui potevano approdare i poveri
superstiti dell’equipaggio della _Nuova Georgia_.
Disgraziatamente minacciavano di toccare quella terra, che per loro
rappresentava la salvezza, in tristissime condizioni. Infatti la caduta
dell’albero di mezzana, avvenuta proprio nel momento in cui scoprivano
l’isola, metteva in gran pericolo la sicurezza del vascello, che ormai
si poteva considerare come un vero rottame in balia delle onde.
Erano però tanto abituati alle disgrazie, che nessuno si spaventò
troppo, quantunque corressero il pericolo di naufragare sulle scogliere
dell’isola. Solamente Anna era impallidita, ma si era subito rimessa,
fidando nell’abilità del padre suo.
— Asthor! — gridò il capitano, vedendo l’albero cadere attraverso il
cassero. — Tieni salda la ribolla del timone e cerca di guidare la nave
verso l’isola, e voialtri gettate in mare l’albero. —
I tre marinai assalirono l’albero a colpi di scure a fine di staccarlo
completamente dal troncone; poi lo spezzarono sotto la crocetta essendo
troppo pesante per le loro forze, indi lo spinsero nelle onde.
La _Nuova Georgia_, che piegava sul babordo a causa del peso, si
risollevò, e trasportata dal vento navigò verso l’isola ma andando
attraverso alle onde, non avendo ormai più stabilità per mancanza di
vele.
Il capitano salì sul castello di prua e guardò attentamente. L’isola
non era che a tre o quattro gomene, e da quel lato mostrava una
spiaggia dolcemente inclinata e che pareva priva di quella corona
di scogliere corallifere che circondano ordinariamente le terre
dell’Oceano Pacifico. Vi era quindi la speranza di poter approdare,
senza che la nave si sfracellasse, o per lo meno di arrenarsi senza
troppa violenza. Le onde spingevano il disgraziato legno, il quale si
sollevava penosamente, essendosi riaperta la falla ed avendo quindi
cominciato a imbarcare acqua in grande quantità. Talvolta la violenza
della risacca, che causava delle immense e spumeggianti contro-ondate,
lo arrestava e lo trascinava al largo; ma poi riprendeva la corsa verso
la costa, la quale di quando in quando si tingeva di rosso pei riflessi
del vulcano che in quel momento eruttava con grande violenza, con sordi
boati.
— Ah! — esclamò il capitano. — Se potessi scoprire la baia della
Risoluzione, che Cook ha descritto così bene! Ma chi sa da qual parte
si trova, e poi.... per mille boccaporti! E se questa non fosse l’isola
di Tanna!... Se ben mi ricordo, più al sud si trova un’altra isola,
quella di Anatton!... Ma e il vulcano?... Anatton non ne ha, che io
sappia. —
La _Nuova Georgia_ continuava ad avanzare sprofondando nei cavi delle
onde o dondolandosi spaventosamente sulle creste. Gemeva tutta come se
presentisse la sua prossima fine, si rovesciava con crescente violenza
sui fianchi come si dibattesse per non venire trascinata contro quella
costa, ma i marosi la spingevano sempre e con maggior rapidità.
Alle tre del mattino non era più che a due gomene dall’isola. Il
capitano che osservava attentamente le onde per indovinare se il fondo
era cosparso di roccie o di punte corallifere, gridò ad un tratto:
— Giù le àncore!... —
Mariland, Fulton e Grinnell strapparono le funicelle e le due àncore
precipitarono nell’acqua facendo sparire rapidamente le catene
attraverso alle cubie di prua. La nave filò innanzi per alcuni metri,
poi si arrestò bruscamente virando di bordo. Quasi nell’istesso momento
un urto violentissimo avveniva a poppa, facendo stramazzare sul ponte
l’intero equipaggio.
— Abbiamo toccato? — chiese Asthor risollevandosi lestamente.
— La poppa si è arrenata! — gridò il capitano.
— Nulla di rotto?
— Non mi pare, — rispose Grinnell, che erasi precipitato sul cassero.
— Ma l’acqua entra! — gridò Fulton.
— Dove? — chiese il capitano.
— La sento precipitare nella cala.
— Che una punta rocciosa abbia sfondata la carena? — chiese Asthor.
— È possibile, — rispose, il capitano. — Ma non importa; siamo su di un
banco. —
L’Oceano, sollevato furiosamente dal vento, non faceva segno di
cessare. Enormi ondate assalivano da prua la _Nuova Georgia_ passando
sopra le murate e il castello, e rompendosi in coperta. Gli ombrinali
erano insufficienti a sfogarla, e correndo verso poppa precipitava
nella profondità della stiva col fragore di una cateratta.
La povera nave si agitava sotto quei colpi vigorosi e continui,
scricchiolava e a poco a poco veniva respinta sempre più verso la
costa, ma non vi era pericolo che la risacca la riportasse in alto
mare. L’enorme massa si era incastrata fra le scogliere e le sabbie, e
nessuna forza sarebbe stata capace di toglierla dal suo letto.
Ciò bastava per rassicurare l’equipaggio, il quale ormai più nulla
temeva, avendo la terra così vicina. Anche se l’Oceano l’avesse
demolita, non si sarebbe trovato imbarazzato a porsi in salvo,
nonostante le violentissime ondate.
Finalmente verso le quattro cominciò ad albeggiare. Attraverso uno
squarcio delle nubi passò un fascio di luce, la quale permise ai
naufraghi di osservare l’isola che stava dinanzi a loro.
La costa correva dall’est e all’ovest per un tratto di parecchie
miglia, quasi in linea retta, senza un porto, una baia o una piccola
rada, coperta da una folta vegetazione di alberi di cocco, di banani,
di fichi di tutte le specie e di palme con le immense foglie disposte
a ventaglio. Più oltre si alzavano parecchie montagne verdeggianti
disposte ad anfiteatro, e in mezzo ad esse spiccava un vulcano dal
cui cratere sorgeva una immensa colonna di fumo rossastro, la quale
lasciava cadere, su una zona immensa, della cenere nerastra. Enormi
massi incandescenti salivano alti e ricadevano sui fianchi della
fumante montagna, scomparendo fra i boschi o rimbalzando fra le rupi.
Cosa davvero strana, e in aperta contraddizione colle teorie degli
scienziati: quel vulcano invece di dominare l’isola era più basso, e
d’un bel tratto, delle vicine montagne!
Il capitano, Anna, il pilota e i tre marinai esaminarono attentamente
la costa temendo di veder raggruppati dei selvaggi pronti ad assalire
il rottame, ma non videro nè un abitante, nè una capanna.
— Sbarchiamo? — chiese Anna. — Farei volentieri una passeggiata sotto
quei boschi.
— Una lingua di terra lasciata scoperta dalla bassa marea si spinge
fino sotto la poppa della nave, — disse Fulton. — Lo sbarco è
facilissimo. —
Si armarono tutti delle carabine, si misero alla cintola una scure,
si empirono le tasche di polvere e di palle, raccolsero dei viveri, e
calata una scala di corda, scesero sulla lingua di terra che la bassa
marea aveva lasciata scoperta.
Nonostante che le ondate di tratto in tratto l’attraversassero, dopo
pochi minuti i sei naufraghi della _Nuova Georgia_ mettevano piede
sull’isola, dinanzi ai grandi boschi.
Il luogo non poteva essere più pittoresco. Dinanzi a loro una
moltitudine di alberi, d’ogni specie e d’ogni dimensione, si estendeva
a perdita d’occhio, coprendo interamente la costa.
Si vedevano enormi _banian_, alberi venerati dagli abitanti dell’India,
sorretti da centinaia di tronchi disposti come tante colonne;
bellissime piante di noci di cocco che si piegavano sotto il peso
delle frutta; vecchi fichi coi tronchi nodosi e lucenti, che mostravano
certe frutta lanuginose; dei _catappa_, specie di mandorli che danno
nocciuole due volte più grosse di quelle d’Europa e più delicate, e
bellissimi banani, le cui foglie gigantesche dovevano spandere un’ombra
deliziosa, durante le ore più calde della giornata.
Un numero infinito di colombi, di pappagalli neri o con penne
variopinte e di uccelletti, garrivano in mezzo ai rami, senza
spaventarsi della comparsa di quegli uomini, che certo dovevano forse
vedere per la prima volta.
— È un vero Eden, — disse Anna che aspirava l’aria profumata di quei
boschi, sotto i quali crescevano in gran numero bellissimi fiori
cremisini. — Che disgrazia che questo paradiso terrestre sia abitato da
mostruosi mangiatori di carne umana!
— To’! — esclamò Grinnell. — Cosa vedo su quell’albero di cocco? —
Tutti guardarono nella direzione indicata dal marinaio e scorsero su
di un albero, quasi nascosto fra il fogliame, uno strano animale che
pareva gli spiasse, aspettando forse che non facessero attenzione a lui
per discendere e fuggire.
— È un _birgus latro_! — esclamò il capitano.
— È roba che si mangia? — chiese il pilota, impugnando la scure.
— Una colazione succulenta, vecchio mio.
— Allora il furbo non ci scapperà. A me, marinai! —
Il pilota, Fulton, Grinnell e Mariland si slanciarono verso il cocco e
abbracciatolo si misero a scuoterlo con tanto vigore da far precipitare
al suolo lo strano animale, se si può chiamarlo così, il quale allargò
tosto le sue numerose e magre zampe tentando di fuggire verso il mare,
ma i marinai, che già contavano sulla colazione, in un lampo gli furono
addosso e con due colpi di scure lo distesero senza vita sulla sabbia.