Poi va di nuovo in cerca del fattore; non si fida altro che del
fattore, quando vuol essere ben sicura per la posta. Gli consegna la
lettera e il telegramma e gli parla del cane da caccia come gli aveva
raccomandato suo marito.
— E la signora Giovanna?... Oh, ecco, appunto, la buona signora
Giovanna!... — Ed Emma saluta allegramente, con affabilità ed
espansione cordiale la timida fattoressa che non ha osato presentarsi
la sera innanzi per paura d'incomodare la signora padrona, e fa
molte feste a tutta la nidiata dei figlioletti grandi e piccini; ma
specialmente all'Emmina che bacia, ribacia, che si stringe fra le
braccia con trasporto:
— Com'è bellina! Com'è carina!... Tesoro! Adesso, quanto ha?...
— Quasi tre anni, signora padrona.
— Com'è grande e grossa! Che begli occhioni!... Ha cominciato
prestissimo, mi ricordo, a camminare?
— A otto mesi, camminava da sè.
— Cara! E non è mai stata ammalata, mai?
— Mai; ha sofferto un po' per il latte, ma l'ho divezzata presto e dopo
è sempre stata bene.
EMMA (_diventando seria_) Soffrono tutti, soffrono molto i bambini per
il latte?
La fattoressa risponde di no, e dà tutte le spiegazioni che desidera
Emma, la quale continua a farle mille domande sopra ognuno dei suoi
figliuoli.
Intanto il signor Formenti, che ha già mandato la lettera e il
telegramma alla stazione, ritorna dalla padrona.
— È stato tutto spedito in piena regola. Ha altri comandi da darmi? Ho
già fatto aprire le casse e i bauli del signor commendatore, come la
signora mi ha ordinato ieri sera.
— Benissimo! Bravo, signor Formenti! Fa freddo fuori!... Così ho
qualche cosa da fare in casa!... Venga ad aiutarmi, signora Giovanna!
Prima che Emma partisse da Roma, Giordano, fra tante raccomandazioni,
le aveva detto ancora, replicatamente, di ricordarsi bene che al suo
arrivo all'Argentera voleva trovar pronto il suo studio da lavoro e i
libri messi a posto. In quanto all'altra roba, le casse, i bauli degli
abiti e della biancheria, mandasse tutto in qualche stanzone a parte,
o nel solaio. Lui, poi, con suo comodo, ne avrebbe fatto uno spoglio da
regalare al fattore e ai suoi servitori.
EMMA. Venga ad aiutarmi, signora Giovanna! Venga a vedere! Ci sarà
forse qualche cosa, della roba ancora buona, che le potrà servire...
per i bambini! (_Rivolgendosi ai ragazzi_) Venite tutti! (_Prende per
una manina la piccola Emma: corre innanzi con lei, facendo in fretta i
passettini corti, imitando la voce, il cinguettare della bimba, ridendo
e scherzando_) Corri, corri, corri!... Piglia, piglia cavallin!...
Appena di sopra, i ragazzi si spingono innanzi tutti insieme per
spalancare l'uscio dello studio.
— Non c'è altro, signora Giovanna? — domanda Emma alla fattoressa. — È
tutta qui la roba del padrone che è stata mandata da Padova?
— Sì, signora. Due casse, un baule grande ed uno più piccolo.
EMMA. Quando arriva il padrone, signora Giovanna, deve trovar tutto
pronto: anche le due camere da letto, i gabinetti di _toilette_, tutto,
tutto!
Emma comincia allegramente a vuotare una cassa di vestiti e di
biancheria:
— Questa è roba per lei!... Questo è per lei! — e così via, carica
le braccia della signora Giovanna e dei ragazzi di abiti vecchi e di
biancheria stinta, sdrucita, per quanto bene lavata e bene stirata.
EMMA (_fra sè_) È strano! Mio marito, tanto elegante, quand'era a
Padova portava le camicie di lana coi solini e i polsini staccati!
(_Forte_) Prenda, signora Giovanna! Questa è tutta roba che può
ridurre, che può esser buona per i suoi figliuoli!
— E per mio marito!... È una provvidenza! Una vera provvidenza, signora
padrona! Scusi!... Guardi. Su questa giacca, è puntata una carta.
Prenda!
Emma prende, con due dita appena, il mezzo foglio di cartaccia grossa,
ordinaria, da cucina — la nota, evidentemente, di tutti gli abiti
contenuti nella cassa — e si affatica, studia per poter decifrare quel
carattere inintelligibile, quelle parole lunghe, storte, che sembrano
sgorbi. Finalmente incomincia a capire qualche cosa.
EMMA (_legge a stento, compitando_) «Nota di tuti li vistiti del
Nano...» (_ha una scossa: s'interrompe e continua a leggere sottovoce;
poi rilegge ancora tutto da capo, ma sempre sottovoce_) «Nota di
tuti li vistiti del Nano ricivudi in con segna da la Veronica»... Del
Nano?... (_Pensa, ripensa, diventando a mano a mano sempre più seria_)
Del Nano?... (_La nota corrisponde esattamente cogli abiti levati
dalla cassa e gli abiti sono di Giordano_) Dunque: Giordano... Nano.
Dev'essere un soprannome. A Padova, suo fratello, tutti lo chiamano
Nano! È bruttissimo!... «da la Veronica...»? Questa Veronica dev'essere
la vecchia cameriera di sua madre, la governante, di cui mi ha parlato.
«Li vistiti del Nano...»?
Ma poi, infilata sopra un paio di calze a mano, trova un'altra nota
simile alla prima:
«Nota di tuti li e feti di biancaria del Nano.»
EMMA (_alla signora Giovanna_) Per oggi, basta. Sono stanca. Domani;
continueremo domani.
La fattoressa se ne va, ringraziando, colla roba e coi figliuoli, ma
la signora non risponde, non bada nemmeno alla piccola Emmina che le si
era avvicinata aspettando un altro bacio.
— Vieni! Andiamo! Presto! — E la signora Giovanna deve tirarsi dietro
la bambina, pigliandola per un braccio.
EMMA (_rimasta sola, dopo aver girato gli occhi pensierosi su quella
cassa, su quella roba, su quelle due noticine della Veronica che tiene
ancora in mano: fra sè_) Mi prenderò un libro per leggere stasera...
(_e ripete macchinalmente a sè stessa ciò che ha già detto prima alla
signora Giovanna_) Poi basta, per oggi; sono stanca...
Si avvicina al baule più piccolo: alza lentamente il coperchio: è pieno
di libri, di manoscritti, di carte. Essa guarda, osserva, chinandosi un
po', appoggiandosi al coperchio alzato. Vede subito, dalla copertina,
rossa, alcune dispense della _Revue des Deux Mondes_, e, dalla
copertina gialla, molti libri francesi.
EMMA (_s'inginocchia per terra, dinanzi al bauletto, e cerca fra i
libri_) _Lavisse_... _Boissier_... _De Roberty_... _Paul Sabatier_,
_Vie de St-François d'Assise_... Roba troppo seria per me!... Oh, ecco!
Un volume del famoso Taine!... _Ippolito Taine_! Oh, che cosa c'è?...
(_Dal libro è caduta una lettera e un piccolo mazzolino di fiori
secchi_) Oh! Oh! Povero Taine, a che cosa serve! (_Prende in fretta
la lettera: ha riconosciuto, sull'attimo, il carattere della signora
Simonetti_).
Restando sempre inginocchiata, tiene la lettera alzata fra le due
dita e legge e rilegge l'indirizzo, scritto con quel bel caratterino
inglese, lungo, aristocratico:
_Signor Giordano Mari_
_Hôtel Bella Venezia._
La busta è stracciata in un angolo e scorge due o tre paroline color
violetto...
— Che tentazione! No! No!... Proibito!
Ma pure quella letterina se la mette in tasca. La consegnerà lei, colle
sue proprie mani, a suo marito. Vuol vedere che faccia farà!... Chi
sa!... Chi sa, quell'antipatica!... Quante frasi infocate!... Poi pensa
al gran mutamento e alla nuova virtù di donna Fanny e sorride:
— Se questa letterina, la leggesse l'arcivescovo!... E sempre
inginocchiata per terra, appoggiandosi con un gomito al bauletto,
continua a pensare a Fanny, e a sorridere... e l'acuto profumo d'ambra,
che esala da quella letterina elegante, le fa dimenticare, per un
istante, le camicie di lana senza i polsini del Nano e le note della
Veronica.
— Ci sono anche i fiori!... I fiori appassiti sul cuore!... Questi, per
altro, non glieli dò! Basta la lettera! I ricordi del dolce peccato, si
distruggono!
Ma guardando bene il mazzolino, guardando bene, sopra tutto, quel
piccolo nastro azzurro e oro... non c'è dubbio, lo riconosce... è
suo!... È suo!
— I miei fiori! I primi fiori che gli ho dato, cacciati... dimenticati
in un libro qualunque, insieme ad una lettera... una lettera di
_quell'altra_!
Subito gli occhi le si velano di lacrime, ritorna seria, scrolla il
capo tristemente e sospira. Ormai conosce suo marito!
— In quel momento ci sarà stato un bell'articolone da leggere, o avrà
dovuto vestirsi in fretta per qualche gran pranzo o qualche visita ad
un personaggio illustre e intanto i miei fiori e la letterina amorosa
sono stati cacciati insieme, in fretta e furia, dove capita capita...
e dimenticati! Ah, Dio mio!.. Mah!... Quello era il sogno, l'incanto...
e la vita, la realtà, si sa bene, è sempre diversa... e brutta.
Continua a scrollare il capo, continua a sospirare e continua a
guardare nel bauletto e a leggere svogliatamente i titoli delle opere
e dei varii volumi che le vengono tra le mani.
— _Ugo Foscolo_!.. Un altro grand'uomo che in genere «donne» deve
averne fatte di grosse!... «Opere edite e postume di Ugo Foscolo»;
«Epistolario»; Le lettere (_vivamente, contenta, ammirando il
volume_) Le lettere di Ugo Foscolo!.. Ho sempre avuto tanta smania di
leggerle!.. Devono essere bellissime, assai interessanti... (_Guardando
l'indice_) «Alla contessa d'Albany», «Alla donna gentile», «A Silvio
Pellico», «Alla marchesa Bartolomei... (_Fa per voltare una pagina e
il volume si apre da sè nel mezzo_) Che c'è? Un'altra lettera di donna
Fanny?... Ah no, meno male!... È il conto dell'albergo. «Milano: Hôtel
Bella Venezia». Che disordinato! Proprio che disordinato! Invece di
conservare tutti i conti in regola di data, come il babbo, li caccia
dentro i libri per segno... come i miei fiori e i bigliettini amorosi!
(_Scorre qua e là coll'occhio sulle due pagine del volume aperto: a un
tratto, rimane colpita da alcune parole che non le sembrano nuove, che
ha già lette: rilegge tutto il periodo più attentamente_):
«... Se l'infermità, se gli anni, se gli accidenti vi rapiranno la
beltà e gli agi; se sarete padrona di voi, se sarete disgraziata; se
vi mancasse nel mondo un marito, un amico, io volerò a voi; io vi sarò
marito, padre, amico, fratello...»
— Che combinazione!... Quasi le stesse parole!
Emma torna indietro, guarda l'intestazione della lettera:
«Alla giovane signora F. Giovio.»
Allora rilegge tutta la lettera, col cuore sospeso, senza batter
ciglia, senza respirare...
— No, no! Che sospetto stupido, cattivo!... Eppure... qua e là... sì...
Che combinazione strana, strana, strana...
E nella sua mente, quasi parola per parola, essa ripete quell'altra
lettera, la prima lettera di Giordano, quella lettera che aveva letta,
riletta cogli occhi pieni di lacrime, che aveva baciato, ribaciato,
ch'era stata il suo tesoro, la sua ricchezza, la sua felicità, la sua
vita... che per tante notti aveva dormito con lei, sul suo cuore, e che
per obbedire a Giordano aveva distrutta, bruciata, in quei giorni in
cui stava tanto male... in quei giorni in cui aveva creduto di morire.
— No! No!... È un'idea cattiva... È un sospetto cattivo. È tutta la mia
cattiveria. Sono cattiva! cattiva! cattiva!
Ma adesso è con ardore, con ansia, colla febbre che cerca, che fruga
fra quelle carte, fra quei libri... Non lo dice, non vuol confessarlo
a se stessa, ma è una prova che cerca, è una prova che domanda, che
invoca, che implora al suo Dio, alla sua fede, a tutto ciò che l'ha
sempre protetta, benedetta nella vita!... Una prova dell'amore di
Giordano, una prova che riesca a calmare il suo cuore, a cancellare, a
distruggere tutte quelle cattive, quelle tristi impressioni!
— La scrittura di Carlo?.. Che cos'è? Che cos'è?.. La scrittura di
Carlo? Ma perchè la scrittura di Carlo?
Sono alcuni fogli manoscritti: i primi capitoli del _Sant'Ambrogio_.
EMMA (_leggendo_) «Teodosio», «Sant'Agostino», «Ambrogio e Marcellina»,
«La verità e la leggenda nelle lotte di Sant'Ambrogio cogli ariani».
Ma Emma ormai non pensa più al Borghetti; i fogli manoscritti le son
caduti dalle mani; il suo viso è diventato pallido come la morte. Ella
fissa immota un piccolo pacchetto di lettere, avvolte da una striscia
dell'istessa cartaccia mezzo sudicia, adoperata dalla Veronica per le
sue note, con su scritto con un carattere grosso, rotondo:
«Cambiali e lettere della moglie consegnate alla Veronica e da
restituirsi al fratello Nano».
Emma si è cacciata macchinalmente una mano sul cuore; ma il cuore
non lo ha più; non lo sente più! Soltanto la testa... la testa che le
brucia... le tempia che le martellano violentemente.
— Dio! Dio! Io divento matta! Io sento che divento matta!
E rilegge, deve rileggere per forza, per forza, ciò che è scritto su
quella striscia, su quella cartaccia...
«Cambiali e lettere della moglie consegnate alla Veronica e da
restituirsi al fratello Nano».
Sono, infatti, le lettere di Emma; Giordano Mari, nel rinnovare le
cambiali, le aveva pagate per un terzo e la Veronica aveva imposto al
signor Tancredi quella restituzione.
— È una vergogna!... Adesso lei è sicuro dei suoi denari!... Gli
restituisca le lettere... È suo fratello!... Vergogna!...
E il signor Tancredi ha restituito le lettere di Giordano, il quale
non le aspetta che all'estinzione totale del debito, e, per risparmiare
le spese di posta, le ha date alla Veronica da mettere nel baule colle
altre carte di affari e di famiglia che appartengono al fratello.
«... Cambiali e lettere della moglie consegnate alla Veronica e da
restituirsi al fratello Nano...»
Emma, ad un tratto, afferra quel pacchetto e d'un balzo si alza in
piedi stracciando l'involto... Non ha più scrupoli, non ha più timori,
non ha più riguardi:
— Sono le mie lettere! Sono le mie lettere! Sono le mie lettere!... E
questi altri fogli sudici, pieni di cifre, di bolli, di timbrature, che
cosa sono? Ma che cosa sono?... — «Caro Nano?...»
Emma si ferma ancora un istante, esitando, tremando. «Caro Nano?...»:
poi gli occhi le cadono sulle parole «tua moglie» e allora legge tutto
ciò che il signor Tancredi ha scritto al fratello dietro una cambiale
estinta:
«Il Finardi mi ha assicurato che quegli altri possono presentemente
accontentarsi della tua firma senza bisogno di garanzia o pegno, e
perciò ti rimando le lettere di tua moglie. Ciao e sta sano.