A Roma, col bel sole e le tepide giornate, Emma si era sempre figurata
l'Argentera fiorita e ridente e col desiderio avvicinava e affrettava
l'ora in cui l'avrebbe rivista, mentre le più care memorie abbellivano
quel momento, e il suo cuore salutava ogni punto ben noto della via
maestra. Le cime verdeggianti, su cui si era arrampicata nelle sue
passeggiate con Giordano, le folte boscaglie, le lunghe e tortuose
stradicciuole fra le rive dall'ombra deliziosa...
Invece, prima per la nebbia, sempre la nebbia uggiosa, interminabile,
poi per la sera oscurissima, Emma arriva all'Argentera, senza
nemmeno averla veduta. Vi arriva stanca, intirizzita dal freddo,
coll'anima desolata e la mente ingombra da tristi pensieri, da tristi
presentimenti.
— Carlo, Carlo! Povero Carlo!... Una tisi? «Spedito?...»
Ma come mai Emma non ci aveva pensato? Era stata sempre leggera,
distratta, lo aveva sempre dimenticato... E lo aveva creduto guarito...
Le avevano scritto che era guarito, poi che stava ancora poco bene, ma
ammalato così gravemente, no! Una tisi, no!
Appena è smontata dalla carrozza, il signor Formanti le consegna due
dispacci arrivati da mezz'ora. Uno era della mamma che le inviava mille
tenerezze, l'altro di Giordano:
«Sempre teco: ansioso notizie: tutti miei baci».
Dopo tante ore di viaggio, sola, in mezzo alla nebbia, quei due
dispacci le fanno piacere. Si sente correre nelle vene intirizzite come
un senso di calore:
— Com'è buono il mio Nino! Com'è stata buona anche la mamma! — E
risponde sul momento piena d'affetto, commossa:
«Verrò presto», alla mamma, — «Vieni subito», a suo marito.
Fa in fretta cinque minuti di _toilette_, poi scende per il pranzo e fa
chiamare di nuovo il signor Formenti. In quella sala così ampia e così
vasta e che dopo la illuminazione sfarzosa e gaia dei _restaurants_
affollati e delle splendide sale dei palazzi di Roma, pare mezzo al
buio, il posto vuoto di suo marito, e il servitore lontano che non si
vede quasi, perduto nell'ombra, infondono in tutta la sua sensibilità
eccitata un senso strano di malinconia.
Il signor Formenti (_sempre un po' curvo per essere pronto a
inchinarsi_) La signora si sentirà stanca del viaggio?
EMMA. Un po'; ma più del viaggio mi ha stancata la nebbia. Non credevo
di trovar tanta nebbia!
Il signor FORMENTI. È il raccolto più importante di questi paesi! E non
hanno ancora pensato di metterci la tassa.
Emma, sempre pronta a variar d'umore, ride alla spiritosità del signor
Formenti; poi gli domanda conto della signora Giovanna, sua moglie, dei
figliuoli e sopra tutto della piccola Emmina, ch'essa aveva tenuta a
battesimo e che aveva promesso di tenere anche a cresima.
EMMA. La mobilia nuova è tutta di sopra?
— Sì, signora: la mobilia delle due camere da letto e dello studio.
— E anche le casse, i bauli del padrone?
— Sono nello studio nuovo del signor commendatore, come la signora
padrona mi ha ordinato nella sua lettera.
— Domani le faccia aprire; si sono perdute le chiavi.
— Sì, signora; sarà fatto. — E il fattore rimane in piedi, immobile,
senza più aprir bocca, aspettando nuovi ordini.
EMMA (_dopo un momento, quando il servitore è uscito per andare a
prendere un'altra portata_) Da qui a Val d'Olona, quanto tempo ci si
mette in carrozza?
— Un'ora, un'ora e un quarto; coi due sauri anche meno.
— Domattina presto, prestissimo, manderà a prendere notizie del signor
Borghetti.
— Manderò alle sette; appena giorno. Ho sentito dire che il signor
Borghetti sta molto male. È vero?
Emma non risponde, ma il sangue le fa un tuffo. Sente di nuovo la
stessa impressione angosciosa: una mano che le stringe il cuore e la
gola. E il fattore continua colla voce che gli diventa cupa, cavernosa:
— Dicono che c'è la minaccia di una tisi! È un gran peccato! Così
giovane, bravo, ricco! Pareva il ritratto della salute e aveva tutto
per essere felice a questo mondo!
... Non finisce mai!... Non finisce mai di parlare!
EMMA (_nervosissima_) Adesso le darò un biglietto che farà consegnare
al signor dottore.
— È a Val d'Olona, dal signor Borghetti?
— Sì. E manderà anzi il cocchiere colla vittoria a prendere le notizie
per il caso che il signor dottore volesse venire all'Argentera. Può
andare, signor Formenti. Favorisca dire alla Carolina che mi prepari
subito la camera. Buona sera.
Prima di andare a letto, stanca, svogliata, triste, col pensiero di
Carlo che l'addolora e l'opprime, passa dalla biblioteca per prendersi
qualche cosa da leggere: guarda...
— Non c'è niente di nuovo. Non c'è niente di bello!... Cercherò domani,
fra i libri di Giordano.
E va a letto senza più dire una parola, nemmeno colla Carolina, e si
addormenta, sospirando, bagnando di lacrime il guanciale... E sogna di
Carlo ammalato... lo vede morto nel suo letto... le fa paura, vorrebbe
fuggire, ma non può muoversi, non può fare un passo. Poi non è più
Carlo il morto, è suo marito... la faccia di suo marito, la faccia
stanca, livida, la bocca storta, come nel viaggio da Napoli a Roma.
Si risveglia molte volte nella notte, di soprassalto, poi si
riaddormenta; è sempre quell'agonia, quello stesso sogno. Ma, poi, ad
un tratto, sente dentro di sè un movimento, un urto... come un piccolo
colpo...
È stata un'illusione, forse?...
Emma spalanca gli occhi e ascolta, ascolta.... aspetta ansiosamente e
non pensa più che a quella vita, che si è mossa, che si è agitata in
lei la prima volta... il buio le si riempie di stelle... e, a poco a
poco, si addormenta placidamente e sogna gli angeli.
La mattina dopo:
Emma scende in giardino, avvolta in una gran pelliccia. Il Monterosa,
tutto bianco, immerso nel cielo azzurro, sembra vicinissimo; il sole,
non ancora alto, fa scintillare come cristalli vaghi e striati i rami
degli alberi coperti di ghiaccio e gli steli lunghi, sottili, diritti
all'aria, dondolanti.
EMMA (_al giardiniere_) Il fattore ha mandato a Val d'Olona?
— Sì, signora. È andato il cocchiere colla vittoria, poco dopo le sette.
Il giardiniere conduce la padrona in giro pel giardino; le vuol far
vedere certi lavori, certi scavi per la conduttura dell'acqua, ordinati
dal signor commendatore. Poi la conduce nella serra, dove le ha
preparato una improvvisata: una grande fioritura di lillà bianchi.
Emma, alla vista di quei fiori, si entusiasma. Per un momento è tornata
bambina. Che bellezza! Che bellezza! Ne manderà subito alla mamma,
al babbo, ne manderà un grosso mazzo a Carlo!... Poi pensa fra sè:
«A Carlo, subito, no». La felicità che le danno tutti quei fiori la
rende ancora più buona, più amorosa, più innamorata. E se il povero
Nino fosse geloso?... Manderà a Carlo un bel mazzo di lillà, quando
suo marito sarà all'Argentera. Ma, intanto, se Carlo guarisse! Come si
sentirebbe sollevata! Come respirerebbe felice, contenta, se non avesse
quel rimorso, se Carlo guarisse... Oh, allora, come potrebbe godersi in
pace i suoi fiori, il suo giardino, l'Argentera, e amare il suo Nino
senza rimorsi e non pensare ad altro, ad altro che a quella sua gioia
grande, immensa che la rende beata.
— Un _baby_, un _baby_, un _baby_ mio! Dio, Dio, che felicità!
Il signor Formenti che corre?... Che c'è di nuovo?
Il signor Formenti, vedendo la padrona che si ferma per aspettarlo, si
leva il cappello e corre ancora di più:
— Natale, il cocchiere, ha incontrato il signor dottore in carrozza,
che veniva da Val d'Olona e andava alla stazione. Era stato chiamato a
Milano da un telegramma, per un ammalato gravissimo. Ha detto a Natale
di riverire la signora e di dirle che verrà, spera, domani mattina, o
domani sera al più tardi, all'Argentera.
— E il signor Borghetti?
— Ha detto il signor dottore che da un paio di giorni è quasi senza
febbre e che oggi potrà alzarsi per un'oretta o due.
— Dio, Dio, vi ringrazio! — esclama Emma con un gran sospiro di
sollievo. Pensa che il babbo, e specialmente la marchesa Gonzales e il
Barbarani devono, certo, aver esagerato colle loro previsioni. — Hanno
esagerato, certamente!
In quella mattina piena di sole, col cielo così limpido e le montagne
così chiare, nitide, vicine vicine, essa ritrova l'Argentera cara dei
suoi ricordi, il nido amoroso, avventuroso, di tutte le sue gioie.
— Ho un _baby_ mio, tutto mio, il mio sangue, il mio respiro, le mie
viscere, fatto da me!... Fatto da me!
Scrive una lettera lunga lunga a Giordano. Una lettera con tutto il
racconto del suo viaggio, delle notizie ultime del caffè Cova; colle
descrizioni e le impressioni dell'Argentera. Una lettera affettuosa e
birichina in cui ogni parola, ogni scherzo è una carezza, è l'invito,
la preghiera, lo stimolo di venir presto, e di venir subito. Chiude
nella lettera un piccolo ramettino di lillà e nel far l'indirizzo,
ripensandoci, con una delle sue astuzie di donna innamorata, invia la
lettera a Bologna, sperando così di farlo partire più presto da Roma e,
in pari tempo, gli manda un telegramma all'_Albergo Milano_:
«Ho scritto Bologna: fa presto. _Ti aspettiamo_.