«Dopo i viaggi delle nostre dive», comincia il _Corriere romano_, «e
dopo quelli dei nostri commendatori... all'estero, v'è qualcos'altro
che minaccia di diventare ricorrente, opprimente, schiacciante:
le conferenze, o, meglio, la conferenza-_carillon_ dell'illustre
professore — professore di che? di che cosa? — Giordano Mari. Io ho
avuto la sorte invidiabilissima di trovarmi a Napoli, a Milano e a Roma
nel medesimo tempo del conferenziere _omnibus_, e ho dovuto godermi
nei tre centri intellettuali, la ripetizione fonografica dello stesso
frammento, istrionicamente rimpolpettato, della prosa maravigliosa...
del Taine.»
E un altro:
«Il signor Giordano Mari, arrivato a Roma preceduto dalla fama di
pensatore, di filosofo e di prosatore illustre, ha dato prova soltanto
di memoria, di polmoni... e di molta disinvoltura. Ippolito Taine è
davvero un grande filosofo, un grande pensatore e un grande prosatore,
ma il signor Giordano Mari non è altro che un conferenziere di grido...
anzi, _di grida_.»
Poi c'era il _per finire_:
«Da Aragno, a mezzanotte:
« — Sei stato alla conferenza di Giordano Mari?
« — Ne vengo via... sei mesi fa.
« — ?...
« — Ero a Torino lo scorso inverno. Cantava lo stesso pezzo... del
Taine. Che bella voce!»
I giornali della sera prendono la conferenza sul serio e versano
lacrime:
«Più ancora della dedizione di una coscienza è triste l'asservimento
di un ingegno. Noi ricordiamo di esserci — caso raro! — sinceramente
commossi allorchè udimmo Giordano Mari, a Genova, gittare ad un
pubblico di anime giovani la parola fiera e ribelle della ragione
in conflitto col dogma, la sfida audace dell'avvenire al passato e
giudicammo quell'oratore fervido e appassionato, un uomo di convinzioni
e di battaglia. Lo abbiamo udito ieri sera svolgere lo stesso
argomento, o, per meglio dire, parafrasare quella che a noi era parsa
una splendida improvvisazione lirica e scientifica. Uscimmo dalla
sala, scrosciante di applausi, ancor più fragorosi forse della prima
volta, coll'animo addolorato. L'uomo si era per noi demolito: le sue
parole costituivano la più docile, la più utile, la più ammirabile
delle abiure filosofiche ed estetiche. Il formidabile razionalista
aveva inzuppata la sua prosa (e un maligno aggiungerebbe anche quella
del Faguet, del Taine e persino della Sand) nell'acqua benedetta, e
la chiave della brutta sciarada la trovammo ricordandoci dei nuovi
vincoli che il filosofo opportunista ha accettato di stringere colle
Eccellenze più clericaleggianti, più _conciliantiste_. E, dopo tutto,
perchè rattristarci? Invece di uno spostato, uno di più che si è messo
a posto, e che farà carriera.»
Soltanto il _Popolo_ di Pietro Schiavino è rimasto muto. Non ha aperto
bocca nè prima, nè dopo la conferenza. Non l'ha annunziata e non ne
ha riferito l'esito, nemmeno in cronaca. E, anche di questo contegno,
Giordano Mari non sa bene se godersene o dolersene. «Ricordatevi», gli
aveva scritto l'Amodei, l'editore, per confortarlo, «i giornali, il
maggior male lo fanno col silenzio.»
— Nemmeno una riga dopo che, in fine, gli ho fatto l'onore di una mia
visita! — E, non potendo pigliarsela col direttore del _Popolo_, ne
tiene il broncio al Cogoleto. Egli ha bisogno di sfogarsi. I primi
giornali gli hanno fatto rabbia; adesso, gli ultimi, lo avviliscono.
— Se tutti si mettono d'accordo per buttarmi giù, precipito!
Infatti, Giordano Mari non è salito sulla vetta a poco a poco,
faticosamente, come l'alpinista che prima di fare un passo si scava
da sè stesso, nella roccia, il posto sicuro dove mettere il piede,
graffiandosi, scorticandosi, insanguinandosi le mani. No, egli è
stato portato su, e adesso lo buttano giù. Prima, tutti i giornali,
uno dopo l'altro, come le pecore, scoprono in lui il grande oratore
e «l'illustre pensatore». Adesso, sempre come le pecore, uno dopo
l'altro, fanno la scoperta del Taine. E il povero conferenziere,
coll'angosciosa e ingenua maraviglia di una prima donna che, diventata
vecchia, si sente fischiare, domanda a sè stesso:
— Ma perchè questo cambiamento? Perchè tanta ferocia? Io non ho mai
fatto male a nessuno!
Giordano soffre; diventa invidioso, sospettoso, velenoso, e del suo
insuccesso e di «tutta quella grande congiura montata contro di lui»,
quasi quasi non accusa altri che sua moglie:
— Non mi lascia lavorare! Non mi lascia studiare! Mi ha fatto perdere
il tempo, la testa, l'ingegno, la memoria ed anche la popolarità con
quel bel regalo dello zio Eccellenza! (_sospirando_) Mi han fatto
venire fino a Roma per far che? Per pagare col mio nome, colla mia fama
il portafogli dell'onorevole Albertoni! Emma, Emma! Tutta colpa sua.
Non vede niente, non capisce niente, non pensa a niente altro che a
far _toilette_! E mentre io soffro, mi rodo e mi ammalo, sembra che lo
faccia apposta, diventa ogni giorno più fresca e più (_sta per dire_
bella, _ma cambia perchè è troppo arrabbiato_) e più grassa.
Ormai egli non ha che una speranza: ottenere una rivincita col suo
volume, la sua monografia, la sua «opera colossale» _Ambrogio vescovo
nella civiltà de' suoi tempi_.
GIORDANO (_fra sè_) Ma, e quell'altro? il cugino? Il malinconico e
antipatico signor Borghetti, diventato l'eroe del giorno, l'eroe di
moda, il primo amoroso della compagnia, per aver preso un colpo d'aria
in montagna? Ecco un uomo fortunato e che sa farsi la _réclame_ colle
signore! Perchè mo' non è rimasto a Villach?
Giordano Mari, ormai, si era abituato a questo pensiero, cioè che il
Borghetti dovesse rimanere a Villach per sempre, e aveva già ordinato
telegraficamente al direttore della tipografia di sopprimere la dedica.
Invece, dopo tanto chiasso e tanto spargimento di lacrime, il Werther
meneghino si è rimesso, sta quasi meglio di prima e ritorna in Italia!
E a Giordano Mari pareva che ci venisse apposta per intromettersi tra
lui e sua moglie, fra lui e il _suo «Ambrogio»._
Il primo telegramma del dottore da Villach, era stato un po'
inquietante, ma tutti gli altri, a mano a mano, si erano fatti sempre
migliori e l'ultimo annunziava appunto il prossimo ritorno di Carlo a
Milano.
«Andamento regolare — prosegue periodo lento miglioramento — anche dopo
secondo consulto professor Klebers preferibile stato attuale trasporto
Milano fermandosi Tarvis, Udine, Verona.
EMMA (_a Giordano: appena letto il dispaccio_) Facciamo trovare a Carlo
un nostro telegramma a Tarvis. Vuoi?
GIORDANO (_con un sorriso che mostra troppo i denti_) Volentieri, cara.
EMMA (_siede e scrive in fretta_) «Lietissimi felici tuo ritorno ti
abbracciamo teneramente — Emma Giordano».
GIORDANO (_studiando il dispaccio_) O «lietissimi» o «felici». In un
telegramma basta uno dei due. (_Cancella: «felici»_). Invece di «ti
abbracciamo», «salutiamoti fraternamente». Non si vanta sempre di
essere tuo fratello? (_mentre suona al cameriere e gli consegna il
dispaccio, declama ironicamente a fior di labbra_) «... ti chiamerò col
nome dolcissimo di sorella, e mi parrai cosa di cielo...»
Emma sorride, ma il sorriso dei begli occhi innamorati ha qualche cosa
di diverso nell'espressione. Vi comincia forse a trasparire un primo
barlume di quell'indulgente umorismo ambrosiano, così pieno di acutezza
e di buon senso. Resta l'amore, ma l'orgasmo, lo stordimento della
passione si calma ed Emma osserva, studia suo marito, non più dal basso
in alto, tenendolo sollevato fra le nubi, ma guardandolo vicino, faccia
a faccia.
— È geloso, gelosissimo, sì; ma perchè soltanto di Carlo? E perchè
diventa tanto più geloso dopo che i giornali hanno detto male dei
_Precursori_? — I giornali? — ha detto il Mari a sua moglie fin
dal primo giorno dopo la conferenza. — Tutti d'accordo! Mi fanno
scontare... tuo zio! — Ti prego, e se non basta, ti comando di non
leggerli.
Ed Emma, sdegnosa e orgogliosa dell'ingegno e della fama di suo marito,
non se n'è curata, disprezzandoli; ma poi viene a saper tutto lo
stesso, dal Cogoleto che, furibondo, le riporta i punti più salienti,
soffiando come un gatto e schizzando bile dagli occhietti bigi e dai
baffi verdi incerati, e dallo zio Albertoni che ne ride scetticamente.
E pensa fra sè:
— Io gliel'ho detto: «Siamo a Roma e non si scherza. Se non ti senti,
se non sei ben sicuro, se ti manca il tempo necessario, rispondi
di no. Prima o dopo non importa. Ma per Roma devi preparare una
conferenza nuova e bellissima: la più bella di tutte». Ha voluto
ostinarsi, e adesso si arrabbia anche con me perchè la chiamano la
conferenza-_carillon_!
Emma è sempre buona, cara, affettuosa, amorosa, innamoratissima...;
pure succede adesso questo fatto curioso: che il grand'uomo le sembra
più grande quanto più è lontano, e che suo marito torna ad essere il
suo «Nino» dell'Argentera soltanto quando egli non è presente. Tutta
la poesia, tutto l'incanto sembrano dileguarsi e tutto lo slancio del
suo cuore sembra arrestarsi di colpo, appena si trova dinanzi a quel
suo viso preoccupato, torbido, imbronciato. Si sente intimidita, si
sente oppressa, si sente stanca. Giordano non sorride più coi bei denti
bianchi, scintillanti fra i baffi biondi; ma sogghigna soltanto. Quando
parla, non è più la sua voce bella, dolce, armoniosa, insinuante,
penetrante: è una voce dura, aspra, ironica. E poi... arrabbiarsi
e predicare; niente altro! Predica la mattina, in letto, appena si
sveglia; predica a tavola appena ha finito d'ingozzarsi di rosbiffe
e di bile, e continua qualche volta a predicare anche quando dorme.
Predica contro la musica di Mascagni e contro l'espansione africana,
contro la Duplice, la Triplice e la guerra greco-turca; contro
«l'asservimento» della magistratura e il «turpiloquio» della stampa
venduta; contro la malafede, l'ignoranza «di una critica sgrammaticata»
e contro il Taine: sopra tutto contro il Taine!
Un dopo pranzo:
Emma e Giordano sono stati invitati dallo zio nel suo quartierino
elegante e lussuoso dei ricevimenti ufficiali. Giordano Mari, che ci
ha presa confidenza, e che in buona fede lo crede l'origine di tutti
i suoi guai, predica, s'intende, e tanto di più anche dinanzi al
ministro Albertoni, il quale, durante le sfuriate, guarda sospirando la
bella nipotina, per farle capire che le sopporta per amore di lei. E,
infatti, egli diventa tutti i giorni più paziente, più tollerante, più
arrendevole.
GIORDANO (_rosso, invasato: hanno pasteggiato collo sciampagna_) Il
Taine! Sempre il Taine! Come se io fossi un ammiratore del Taine!
Altro favolista! Secondo la sua teoria dell'ambiente, io dovrei
essere... un rigattiere! E, secondo la sua politica, dovrebbe esserci
ancora la Repubblica di San Marco! Egli disprezza nei popoli latini
precisamente tutte quelle doti che sono le mie. Già, Robespierre è uno
scrivano di notaio, Danton un facchino e Bonaparte è la reincarnazione
spiritica di Cesare Borgia! E costoro, questi supercritici, a corto
di sintassi, ammirano l'_Intelligence_: un libro bellissimo... perchè
non si capisce. E il Taine, che trovava i precursori a Shakespeare e a
Michelangelo, non ne ha mica avuto lui dei precursori? Hanno letto il
Taine... questi imbecilli: ma se sapessero un po' l'inglese! Che cosa
avrebbe potuto fare il Taine se non avesse saputo l'inglese?...
Emma, in gran _decolleté_, per fare onore a Sua Eccellenza, ridente e
rosea, colle gemme che le sfavillano sul collo e fra i capelli, e lo
sciampagna che le brilla negli occhi, sta imparando — è lo zio che le
dà lezione — a fumare le sigarette e a farle da sè. Ciò le occupa il
dopo pranzo, la diverte e le fa piacere.
GIORDANO (_continua masticando un grosso avana_) E adesso, quando
uscirò col «mio» Ambrogio, mi par già di sentirli: diranno roba da
chiodi! Tutti contro! Quasi che, per aver la disgrazia di essere nipote
del ministro dell'istruzione pubblica, non si possa più, non dirò aver
diritto, ma nemmeno aspirare ad una cattedra!
_Sua Eccellenza_ (_sorridendo_) Consolati: uno zio ministro è un male
che dura poco. Piuttosto... (_s'interrompe: prende una sigaretta,
che Emma è riuscita finalmente ad arrotolare colle piccole dita
inesperte, l'accende: poi, dopo una boccata di fumo deliziosa, ripiglia
lentamente, facendo l'occhiolino alla nipote e inviandole sospiri e
tenerezze dietro una nebbietta leggera, vagante, odorosa_) piuttosto...
dimmi la verità: questa volta... sei ben sicuro?
— Di che?
— È tutta roba tua?
GIORDANO (_offeso_) Credo bene!
— E allora... chi sa? Potremo fare qualche cosa anche da ministro.
(_Sua Eccellenza, colla punta del piede, cerca il piedino di Emma e
lo trova, ma Emma gli sfugge subito e, pur continuando a sorridere, si
alza e va a sedersi più lontana sul canapè_).
L'Albertoni ha inteso il latino senza aversene a male, e continua a
parlare con Giordano, occhieggiando sempre la bella nipotina attraverso
il fumo della sigaretta:
— E poi... Perchè questo _Ambrogio_? Questo Ambrogio _vescovo_?... Non
capisco.
GIORDANO (_scattando_) Ambrogio _vescovo nella civiltà de' suoi tempi!_
È uno splendido titolo!
— Ma non capisco il perchè di tante circonlocuzioni! Di tante ipocrisie!
GIORDANO (_alzando la voce: sporgendo il petto impetuoso e maestoso_)
Ma io sono sopratutto sincero...
_Sua Eccellenza_ (_con un risolino pieno di arguzia_) E allora chiamalo
_Sant'Ambrogio_ e che la sia finita! I titoli a chi vanno, ti dirò
con... come appunto, con quel famoso personaggio del nostro grande
Alessandro! E poi... lasciati guidare da me. Adesso è troppo presto;
bisogna star quieto quieto, farsi dimenticare. L'Italia è il paese del
genio, delle arabe fenici; però si rinasce facilmente dalle proprie
ceneri. A suo tempo, ti darò io qualche buon consiglio. (_Si rivolge
ad Emma per essere ringraziato da un sorriso de' suoi occhi_) I
giornalisti poi, generalmente, bisogna trattarli come le belle donnine.
Quelli che non si vendono, bisogna comperarli facendo loro un po' di
corte.
.... Ma l'Albertoni, che ha fatto la pelle dura in mezzo
all'accanimento della politica, è troppo insensibile, è troppo
scettico. I giornali, colle loro botte e i loro morsi contro la
conferenza e il conferenziere, hanno prodotto un grave effetto: non
tanto sull'opinione pubblica, quanto certo sulla salute di Giordano
Mari.
Il dolore, la rabbia, le continue irritazioni e, per conseguenza, le
cattive digestioni gli hanno guastato il sangue. Comincia un fignoletto
sul collo, poi un secondo, poi un terzo dietro la nuca, più grosso e
più maligno, che gli mette la febbre e non viene a suppurazione nemmeno
cogli empiastri e le pappe di lino.
— Bisogna chiamare il chirurgo! Bisogna tagliare.
Giordano Mari ha un po' di febbretta, ma, per non perdere nemmeno
questa occasione, finge il male anche maggiore. Sfoga contro sua
moglie il dispetto e la rabbia per il fiasco della conferenza, tiene
il broncio allo zio ministro e geme, piagnucolando, coll'onorevole
Cogoleto:
— Vedete come mi ha ridotto quella gente?... Ditelo voi, ai vostri
amici della stampa!... Se, proprio, me l'hanno giurata, se per partito
preso vorranno straziare, dilaniare a questo modo anche il mio povero
_Ambrogio_, finiranno coll'ammazzarmi!
Il Cogoleto, strizzando gli occhietti vividi sotto le sopracciglia
aggrottate, lunghe come mustacchi, gira, borbottando, le redazioni
dei giornali e torna all'_Albergo Milano_ recando proteste di stima
e promesse di articoli. L'Albertoni raccomanda il _Sant'Ambrogio_ ad
uno de' suoi segretari particolari, il solito che si tiene in contatto
colla stampa.
L'Eccellenza di _Destra_ e l'onorevole dell'_Estrema_ sono più che
mai presi dalla bellezza giovane e gaia, dalle grazie affascinanti
della moglie, e per amore di lei prendono sul serio anche i fignoli
del marito, tanto più poi che donna Emma, buona e in buona fede,
seconda, a meraviglia, il giuoco di Giordano. Essa è inquieta, turbata,
addolorata:
— Giordano ha la febbre! Smania, soffre orribilmente! Bisogna chiamare
il chirurgo!... Bisognerà tagliare!
La poveretta non sa, non pensa più ad altro. Il lieve umorismo, la
punta di critica è scomparsa; l'idolo risale al terzo cielo. Il suo
Nino colla febbre, che aspetta il chirurgo, il suo Nino caro, sempre
buono, anche quando strapazza e brontola; il suo Nino che ha sempre
ragione, anche quando ha torto; che è sempre bello, affascinante, anche
col _foulard_ delle pappe di lino attorno al collo! Essa raddoppia le
carezze ed i baci; lo veglia giorno e notte, non lo lascia un minuto.
La Carolina non c'entra, non deve farsi nemmeno vedere!... La tenerezza
della donna innamorata è gelosa di quelle cure. È lei stessa, Emma,
colle sue piccole mani ingemmate, così bianche e così morbide, quelle
piccole manine che Sua Eccellenza bacia sospirando, e il Cogoleto
arrossendo fin sotto il velo dei peli irti, è lei stessa che gli fa
le pappe ben calde, che le distende sulla tela, sotto la garza, che ne
sente il tepore prima sulla guancia delicata, e che poi lieve lieve gli
avvoltola intorno al collo.
— Povero Nino mio, ti fo male?
— Bene no, cara; grazie.
E, tra un _grazie_ e un _cara_, Giordano si fa curare e si fa servire,
senza riguardi, senza scrupoli, non lasciando a sua moglie nemmeno il
tempo di vestirsi, di dormire, di respirare.
— Fa presto, cara; ti ho chiamata già due volte!... Grazie.
E così, sempre con una parola amara sotto la dolcezza della
intonazione, come una bacca di tossico sotto una gelatina di zucchero
candito, egli diventa ogni giorno più fastidioso, più permaloso, più
sospettoso, più geloso. Geloso di una gelosietta acuta, certe volte,
come una punta di spillo, ma senza collere, senza impeti, a estri,
piena di rancori, di ironie, di bizzarrie. È geloso di un cappellino,
di un vestito di Emma, soltanto perchè le stanno bene:
— Non hai altro in mente: tutto il tuo studio è di piacere... agli
altri.
— Vieni via, cara, da quella finestra: tu vuoi farti vedere, si
capisce, ma io piglio freddo!
— Non scherzare, non rider sempre così forte! Io, cara, ho passati i
vent'anni... e anche tu!
E, nello stesso tempo, si gode, si diverte alla corte che fanno ad
Emma l'Albertoni e il Cogoleto. L'uno, Sua Eccellenza, amabilmente
e allegramente, con grande spreco di dolci e di fiori; l'altro, il
vecchio colonnello garibaldino, furiosamente, mangiandola cogli occhi e
coll'aria di volerla mangiare anche coi denti, e mettendo in fuga con
le punte irte dei baffi verdi gli adoratori del seguito, il «coro di
donna Emma», che si affollano al Pincio attorno alla sua carrozza, e a
teatro ne riempiono il palchetto.
E si gode, si diverte alle spalle di quei due assidui e fedeli
spasimanti, sfoggiando tutta la sua vanità di marito amato, adorato:
— Quella mia cara Emma, così docile, così sottomessa, così amorosa!
Non vive altro che per prevenire i miei desiderii. In mezzo ai
miei dispiaceri, ho almeno sempre una parola dolce, una carezza, un
bacio!... È così bella! diventa ogni giorno più bella! La mattina
appena mi desto.... salta in camera mia... e vi entra il sole! Ed è
innamorata più ancora del primo giorno!... — Troppo. — Non glielo dite,
non scherzate con lei in proposito, perchè se ne avrebbe a male. Ma...
volete sapere sin dove arriva la pazzia di quella creatura?... È gelosa
della Carolina!
Giordano Mari sente, per altro, una gelosia vera, profonda, una gelosia
esosa come l'invidia, atroce come l'odio, per Carlo Borghetti. Sempre
e soltanto per Carlo Borghetti.
Adesso, quando arrivano lettere da Milano dirette ad Emma, egli
dimentica le solite professioni di delicatezza; le apre, le legge
per il primo e ne riferisce alla moglie quel tanto appena che gli
accomoda. Donna Fanny scrive a lungo «dell'interessante architetto»;
e Giordano, subito, impone ad Emma di troncare quella corrispondenza e
quell'amicizia.
— Te ne prego, cara, assolutamente. E mi farai il preciso favore, a
Milano, di non salutarla nemmeno più. Col suo Guido Bardi, e compagnia,
è diventata una donna, ormai, troppo, moralmente, avariata.
Ed egli sta in guardia, e ancora più attento, alle lettere del dottore.
Una, anzi, la fa sparire.
Il buon dottore annunziava appunto in questa lettera la partenza di
Carlo da Milano per Val d'Olona, la campagna del Borghetti, non molto
distante dall'Argentera e, dopo una lunga e fitta pagina di storia
e di minuta diagnosi della malattia, concludeva «che il lentissimo e
saltuario miglioramento era, pur troppo, da ritenersi più che altro
apparente e momentaneo, senza il concorso di nessuna risultanza, di
nessun dato favorevole che inducesse ad un pronostico soddisfacente.»
Emma, finchè Giordano è ammalato, non s'arrischia nemmeno di scrivere
al suo povero cugino. Gli scriverà subito, dopo, appena Giordano sarà
guarito... e non avrà più tante idee così strane per la testa.
— Adesso non bisogna inquietarlo; soffre, ha la febbre.
E Giordano ne approfitta per dire tutto il male possibile «di quel
Borghetti» e per mettere in ridicolo anche il dottore:
— Credi, mia cara, il tuo illustre e straordinario cugino non è
altro che un erudito. E gli eruditi, sai che cosa sono?... I nostri
rigattieri. Gli ho letto qualche capitolo del mio _Sant'Ambrogio_, e
ho fatto male. Per aver ascoltato il suo consiglio ho troppo abusato di
note, di documenti, di erudizione. Di primo getto mi era riuscito molto
più agile! Mah! a Milano fate presto a inventare i genii!... Come,
per esempio, anche quel noioso e interminabile funerale del vostro
Esculapio a ripetizione!
EMMA (_supplichevole, colle lacrime_) Il dottore, no! Il nostro buon
dottore, no! Ti prego, ti prego!... Ma, pensa, quanto ha fatto per
noi!... Devi voler molto bene anche tu al nostro buon dottore!
GIORDANO. Per noi?... Per te. Si sarebbe prestato ugualmente volentieri
se invece di me si fosse trattato (_strizzando l'occhio_) di Nino o
di Carlino. Un matrimonio è quel che preme!... Per far moltiplicare i
clienti!... Ma poi questo non toglie, cara, che anche il tuo dottore,
per quanto di moda, non sia un grande esagerato. Tu, per esempio, a
voler dar retta a quel Torquemada, dovresti esser morta e sepolta!
Invece sei una bellezza! la mia bellezza cara!... La mia gioia! Vieni,
dammi un bacio.
Spariscono le lacrime. Emma, ridente, salta sulle ginocchia del
«suo povero Nino ammalato», e per quel bacio ch'egli le chiede essa
abbandona allo strazio dei suoi epigrammi il povero Carlo e il buon
dottore.
GIORDANO. Del resto, se non sono diventati tutti imbecilli, e se
non mi vogliono veder morto per la solita invidia nazionale, — dàgli
addosso a quel cane che si è innalzato sugli altri!... accoppalo!...
— se non è, dico, per questo, il _mio Sant'Ambrogio_ avrà un successo
straordinario. Me lo scrive l'Amodei.
EMMA. _Sant'Ambrogio_?... Dunque, hai cambiato il titolo?
_Sant'Ambrogio vescovo_, come vuole lo zio?
— No, come voglio io. _Sant'Ambrogio_, e basta. Io sono sopra tutto
sincero e aborro i bigotti di tutte le chiese, specialmente delle
chiese nuove: i più fanatici e i più ipocriti. — _Santo_, sicuro. Sai
che cosa vuol dire _Santo_? — Uomo giusto; nient'altro. È l'ignoranza,
gioia mia, gioia cara, che impone la doppia servitù del pensiero e
della parola!
I fignoletti sono scomparsi affatto, da parecchi giorni, e Giordano
Mari alle dieci del mattino è già uscito, ed è già stato alla posta,
ufficio _Pacchi postali_, nella speranza di ricevere da Milano le prime
copie della sua opera.
— Ancora niente.
— Niente.
Torna all'albergo brontolando contro la poca sollecitudine dell'Amodei
ed entra subito al numero 31.
— Buon giorno, cara. È più tardi del solito e non hai ancora finito di
vestirti?
EMMA (_come sempre, appena lo vede all'improvviso, correndo ad
abbracciarlo con un grido di gioia_) Sei già stato fuori?
— Sì. A comperarmi dei sigari.
— E il libro è arrivato?
— Che libro?
— Il _Sant'Ambrogio_!
GIORDANO. Non seccarmi sempre col _Sant'Ambrogio_! Arriverà... quando
arriverà.
EMMA (_ancora colle braccia attorno al collo del marito,
indietreggiando a un tratto per guardarlo, per osservarlo bene_) Ma
tu, scusa... (_gli tocca leggermente una guancia colla punta del dito_)
Sicuro!... Sei gonfio!
GIORDANO. Gonfio! (_corre a guardarsi nello specchio_) Che mi venga
qualche diavolo anche in faccia?
EMMA. No, no! È un po' di gonfiezza, soltanto. Apri la bocca! Lasciami
vedere in bocca!
GIORDANO (_opponendosi vivamente_) Ma no, non seccarmi! Mi secchi!
(_Cambiando tono, sorridendo_) Bambina!... Pare impossibile!... Sempre
il mio tesoro di bambina che giuoca! Adesso ti diverti a giocare con me
«al signor dottore». (_Avviandosi verso il numero 30_) Per te i dieci
anni non saranno ancora passati, nemmeno quando ne avrai quaranta!
EMMA (_per seguirlo_) Vengo io!... Hai un po' di tintura d'iodio o di
laudano?
GIORDANO (_con fermezza_) Ti prego: c'è la Carolina per gli unguenti
e per gli empiastri. Fammi il piacere di sonare e di chiamare la
Carolina. Grazie.
EMMA (_suona mortificatissima e facendo il broncio_).
GIORDANO (_ritornandole vicino, accarezzandole una mano_) Per un
po', sta bene; ma adesso, basta. Le tue manuzzole sono troppo belle e
desidero baciartele... senza sentir l'odore di seme di lino!
La CAROLINA (_precipitandosi in furia_) Sua Eccellenza! Il signor
ministro! L'ho visto adesso entrare nell'_ascenseur_!
GIORDANO (_ad Emma_) Ricordati che io sono ammalato e che dormo! Già,
non viene per me, ma per te! (_Passa colla Carolina nel numero 30, e
chiude a chiave l'uscio di comunicazione_).
Emma, in un attimo, finisce di vestirsi.
_Sua Eccellenza_ (_in frak, decorazioni e un grande scatolone di dolci
sotto il braccio: fermandosi sull'uscio_) Troppo presto?
EMMA. No, no, zio! Avanti!
_Sua Eccellenza_. Vengo presto perchè più tardi, oggi, non posso.
(_Sospirando_) E poi dicono che non si lavora per il nostro paese! Alle
dieci del mattino, come vedi, sono già in abito di fatica!
EMMA (_ammirandolo_). Sei magnifico!
_Sua Eccellenza_ (_avanzandosi_) Tuo zio, dunque, ti piace?
EMMA (_birichina_) Moltissimo... colla commenda!
— E allora, perchè sei brava, eccoti il premio. (_Le dà la scatola dei
dolci e il solito bacio, paterno, sui capelli_).
Suo marito le ha ripetuto tante volte che «non c'è pericolo!» Ed
Emma, ormai, chiude un occhio, e lo zio continua a prendersi qualche
piccola confidenza. Suo marito le ha sempre predicato che non bisogna
disgustarlo, anche per un riguardo alla mamma, ed Emma ha finito per
lasciarsi fare un po' di corte, ricambiandola con molta civetteria
graziosa, briosa, spiritosa. Del resto, con una lezioncina di tanto
in tanto, Richelieu si tiene nei limiti, e la sua corte non ha che un
eccesso di espansione in fiori, in dolci, in ninnoli. Sua Eccellenza è
amabile, galante e di buon umore. È un innamorato che sospira ridendo.
Ride anche donna Emma e comincia a divertirsi della corte dello zio,
come si diverte e ha preso piacere alla sigaretta. L'una e l'altra, due
cose che da ragazza non avrebbe nemmeno potuto provare; due passatempi
da maritata e che si risolvono in un po' di fumo, che non dà la tosse
a nessuno.
EMMA (_sdraiandosi sul canapè nel suo cantuccio solito e cominciando a
rosicchiar dolci_) Sai che Giordano sta poco bene?
_Sua Eccellenza_ (_con un'occhiata verso il numero 30_) Sempre a
cagione del Taine?
EMMA (_seria_) Non scherzare; questo te lo proibisco. Scherza sul
Cogoleto quanto vuoi, ma non su mio marito. (_Ad alta voce_) Ha una
guancia un po' gonfia.
— È a letto? Dorme?
— Credo.
Sua Eccellenza si allunga sul canapè, avvicinandosi colla faccia,
fissando Emma.
EMMA. Vuoi... un cioccolatino?
_Sua Eccellenza_ (_tenendo strette le dita che gli offrono il piccolo
dolce, lo avvicina alle labbra di Emma_) Metà per uno.
EMMA (_finge di non capire, libera la mano e spezza il cioccolatino_)
Ecco, prendi.
— Tutti i giorni sempre più... cattiva!
— Proibito parlare sottovoce!
_Sua Eccellenza_ (_forte_) Allora vengo a prenderti colla carrozza
prima di pranzo e stasera ti conduco a teatro, alla prima della
_Manon_.
Emma gli accenna ripetutamente di no, scrollando il capo.
GIORDANO (_dall'altra stanza, parlando colla bocca chiusa_) Vieni a
prenderla prima di pranzo colla carrozza; e stasera la condurrai a
teatro.
Finchè la moglie è gentile, Giordano sa di poter essere sgarbato collo
zio ministro, e però si sfoga, per mostrare la propria indipendenza,
col trattarlo quasi arrogantemente.
GIORDANO (_rivolgendosi dopo un istante a sua moglie, con un tono
più sommesso e più affettuoso_) E tu farai, almeno per questa volta,
come ti dico io. Per guarir presto, ho bisogno, sopra tutto, che tu
mi permetta di fare a mio modo. Ho bisogno di quiete, di silenzio
assoluto, di dormire, di non mangiare e di non veder nessuno. Ti mando
un bacio, cara. Buon giorno, zio!
_Sua Eccellenza_ (_subito, ad Emma, sottovoce_) Allora vieni a pranzo
con me!
EMMA. Ti par possibile?
_Sua Eccellenza_. Col deputato Cogoleto, coi nostri soliti! (_nomina
due o tre dei più assidui frequentatori di Emma_).
EMMA. Sola, senza Giordano e con Giordano che non sta bene? Mai più!
Anzi, régolati: non venirmi a prendere, oggi, colla carrozza. Non
voglio assolutamente.
— Hai sentito? Tuo marito me lo ha ordinato.
— Dirai a mio marito che hai avuto Consiglio, che non hai potuto.
— E... in compenso della bugia?
EMMA. Verrò, forse, a teatro. (_Sdraiandosi, sporgendo il piede che
vede ammirato dallo zio, sul panchettino di velluto_) Che cosa guardi?
_Sua Eccellenza_. Quel piedino! Quel piedino! (_Mettendosi il pince-nez
e chinandosi per ammirarlo più dappresso_) Oh! il piedino delle signore
milanesi!... Come il cielo di Lombardia, così bello! quando è bello!
La nipotina ha detto di no, ma Sua Eccellenza ritorna verso le sei
colla carrozza: tentar non nuoce.
— Non sgridarmi! Non sono venuto a prenderti. Soltanto desidero avere
le notizie di tuo marito. Come sta? (_Guardandola: abbassando la voce_)
Hai pianto?
— No.
— Sì.
— No.
— Hai gli occhi rossi!
EMMA. In tutto il giorno non ho potuto vederlo. Ecco che cos'ho! Tutto
il giorno la Carolina, soltanto la Carolina!
— E tu lascialo colla Carolina, e vieni con me!
_La voce di Giordano_ (_ancora più soffocata per la pappa di lino_) Sei
tu, zio?
— Sì, ma... (_per obbedire ai cenni della nipote_) ma devo scappar
subito! Abbiamo Consiglio!
— Allora, dopo. Vieni col Cogoleto! Venite a prendere Emma! Io sto
meglio, grazie, ma non posso parlare e non sopporto la luce. Invitate
Emma a pranzo!
EMMA (_rivoltandosi furente verso il numero 30_) Io fuori, a pranzo,
non ci vado! A teatro, non ci vado! Dici sempre che ho passato i
vent'anni! Sì! Sì! Sì! Ho passato i vent'anni, sono una donna e non
sono più un _baby_ da condurre a spasso! Voglio fare quello che voglio!
Voglio restare a casa mia, a casa mia! Voglio restar sola, a casa mia!
Sua Eccellenza se ne va, in punta di piedi, sospirando, e senza
sorridere. Giordano non fa sentir più la sua voce per tutta quanta la
sera.
Emma, seduta, sprofondata nell'angolo del canapè, ha un libro in
mano sul quale tien fissi gli occhi, senza voltar mai le pagine.
Batte nervosamente la punta del piede sul palchettino, ha le ciglia
aggrottate. Silenzio perfetto al numero 31: silenzio profondissimo al
numero 30. Soltanto la Carolina va innanzi e indietro, e gira intorno
alla padrona che non la guarda, che le tiene un muso tremendo. La
Carolina soffia e sbuffa; vorrebbe forse parlare... dire alla signora
qualche cosa, ma guarda verso il numero 30 e non si arrischia.
— Le fo portare da pranzo, signora? Sono le nove!
— No.
— Ma non vuol prender nulla? Ha mangiato così poco, quasi niente, anche
a colazione!
— Emma non risponde: rimane immobile, gli occhi fissi sul libro che
tiene in mano.
La Carolina, avvicinandosi, molto sottovoce:
— Lei, se continua così, domani sarà ammalata e, invece, il signor
padrone, glielo assicuro io.... starà benissimo.
Emma, le ciglia sempre aggrottate, alza il capo dal libro e fissa la
cameriera. Perchè sorride?... Che cos'ha da ridere, la sciocca?...
Carolina, in punta di piedi, va fin presso all'uscio del padrone,
ascolta attentamente, poi, passo passo, si avvicina di nuovo alla
signora:
— Non c'è pericolo!... Dorme a suon di musica! (_Guarda fissamente Emma
e torna a sorridere_).
EMMA (_alzandosi d'un balzo e gettando via il libro_). In fine, che
cosa c'è?
CAROLINA. Per amor del cielo! Ho promesso al padrone, ho giurato al
padrone che avrei sempre taciuto, taciuto con tutti, ma specialmente
con lei! Si figuri se io avrei mai parlato! Ma.... è tutto il giorno
che la mia signora piange, soffre; sembra in collera anche con me! Io
non ho coraggio di vederla così disperata per una sciocchezza, per una
debolezza!
E Carolina, anche colle lacrime negli occhi per il gran bene che vuole
alla padrona, non può a meno di non continuare a ridere.
EMMA (_nervosissima_) Insomma... che cosa c'è?
CAROLINA. Badi, signora — mi raccomando! — il padrone ha minacciato
di mandarmi via, su due piedi! È una sciocchezza, le ripeto!... Poi
dicono, le donne! Ma se gli uomini sono in tutto e per tutto molto più
donne di noi!
— Che cosa c'è? Senza tante chiacchiere!
— Ha tre denti finti... Ma mi raccomando, per amor del cielo! Lei deve
continuare a non accorgersene!
Emma fissa la Carolina come per voler intender meglio: poi passeggia
per la stanza e diventa ancora più seria. La piccola ruga apparsa in
quei giorni per la prima volta sulla fronte limpida, intatta dei bei
vent'anni, si fa più viva e più profonda.
Sì, pensa Emma fra sè, è una sciocchezza; ma come si può fingere, come
si può mentire, anche per una sciocchezza, con chi si ama, a chi si
vuol bene? Io non gli ho mai potuto nascondere nemmeno un punto solo,
un respiro, il respiro più lieve della mia anima!
CAROLINA. Ma perchè non ride? Si metta di buon umore! In fine, che c'è
di male? È un bell'uomo; ci tiene! Mi promette, non è vero? Giura di
non tradirmi col signor padrone?
EMMA (_seriamente_) Basta! Basta! So ciò che devo fare. Tu, per altro,
quando ti dicono di tacere, devi tacere.
CAROLINA (_piccata_) Se ho sbagliato, scusi; è stato a fin di bene!
Sembrava in collera anche con me! Non mi diceva più una parola!... È
naturale!... Prima lei, che è sempre stata la mia padrona, di tutti gli
altri!
E la Carolina se ne va, anch'essa un po' imbronciata, dopo aver
augurata la buona notte alla signora.
EMMA (_fra sè_) Quando egli mi guarda, mi legge subito in fondo al
cuore. Io, invece, no; capisco, non so leggere nel suo cuore; non
ci vedo; è buio, è chiuso! Dio, Dio, se non mi volesse bene Che gran
dolore! Che _fine_ di tutto! Che morte! E che orrore! (_Si copre il
viso colle mani, mentre un brivido le corre per la vita. Si è data,
si è abbandonata così interamente, così appassionatamente: si sforza
per calmarsi: sorride, ma con molta, con profonda tristezza_). Anch'io
sono una gran sciocca, stasera; mi monto la testa; esagero! Ma, pure,
io gli avrei detto tutto, qualunque cosa, grande o piccola; fosse
pure un'inezia e anche un torto mio; fosse pure una colpa. Impossibile
tacere sotto i suoi occhi. Impossibile! Impossibile! Solo a guardarmi
saprebbe sempre tutto. Invece, lui, mi fa una gran commedia per una
ridicolaggine inconcludente!... Un pasticcio, segreti, misteri colla
Carolina, colla cameriera, che scherza poi, e ne ride! E peggio ancora!
Peggio ancora!... Ha il coraggio di restare un giorno intero senza
vedermi; ha il coraggio di farmi soffrire un giorno intero! È troppo!
No, è troppo! (_Comincia a svestirsi sempre più eccitata e vibrante: i
piccoli bottoni di madreperla saltano lontani, e i cordoncini di seta
si aggrovigliano fra le dita nervose_). Che donna mi crede? Come mi
giudica? Ha più vanità per sè stesso — sì, vanità, vanità, vanità! —
che non amore per me! Una vanità piccola, meschina, ridicola. E colla
cattiveria di lasciarmi sola, tutto un giorno sola, senza poterlo
vedere, inventando mille bugie, mille finzioni per allontanarmi! Voleva
mandarmi fuori a pranzo, a teatro collo zio, col Cogoleto, con tutto
il mondo! Perchè non ho accettato? Perchè non ci sono andata?... Oh, ma
un'altra volta!... Lo merita.
Emma, sempre colle ciglia aggrottate, pallida, smorta, senza mai
guardare verso l'uscio del numero 30, ha finito di spogliarsi. Salta
in letto, spegne il lume e si caccia sotto.... voltando le spalle al
numero 30!
Chiude gli occhi, ma non riesce ad addormentarsi: resta immobile,
rannicchiata senza voltarsi, senza distendersi, presa da un senso
d'inerzia, di freddo. È tardi; lo scricchiolìo dei passi e le voci
lungo il corridoio si fanno più rari; i rumori dell'albergo si
allontanano, si perdono, e nella camera buia, silenziosa, a poco a
poco, prima leggero, interrotto, poi, più forte, più lungo, entra il
gran russare di Giordano, accompagnato da un sibilo, da un fischiettìo,
che varia tutti i toni.
Emma si rannicchia ancora di più; caccia la testa sotto le coperte,
per non sentire; ma quel rumore sempre più forte, continuo, misurato,
la tien desta, l'opprime, la soffoca, riempie tutta la camera... e,
sembra, tutto l'albergo.
EMMA (_sotto sotto, cacciandosi sempre più sotto_) Dio, Dio,
sentiranno?... Sentiranno nelle altre stanze?