AVVISO IMPORTANTISSIMO

NON SI ESPORTANO GIORNALI DALLA REDAZIONE.

LE VISITE

NON POSSONO DURARE PIÙ DI DIECI MINUTI

ABOLITI I COMPLIMENTI I TITOLI

E LE PAROLE INUTILI.

Come si fa? Ho pratica anch'io di giornali, mi vanto di essere stato

anch'io giornalista e di esserlo ancora un poco. So la fretta e la

furia di questi momenti e d'altra parte... (_sorridendo_) mi potrebbe

occorrere almeno un quarto d'ora.

SCHIAVINO (_parlando in fretta, coll'aria di chi non può schivare

una seccatura, ma vuol sbrigarsene su due piedi_) Lei mi domanda un

quarto d'ora ed io posso accordarle venti minuti: il tempo per comporre

l'articolo che ho mandato in tipografia. (_Indicandogli a sua volta

l'avviso stampato_) Soltanto tenga presente l'ultima raccomandazione:

Sono abolite le parole inutili.

GIORDANO (_siede democraticamente, mettendo il cappello per terra e le

mani in tasca_) Allora, eccomi a lei, francamente, lealmente, da gen...

(_stava per dire «gentiluomo», ma si corregge in tempo_) da galantuomo

a galantuomo. Ho letto il suo articolo contro di me. Lo chiamo

articolo... (_cominciando a riscaldarsi_), ma potrei anche chiamarlo...

con un altro nome.

— Lo chiami come vuole. Soltanto, l'avverto: ho scritto ciò che penso

e non ritratto una parola.

GIORDANO (_con fierezza: fissandolo in faccia arditamente_) So che non

si viene da Pietro Schiavino per domandare una ritrattazione. E tanto

meno personalmente. In questo caso non sarei venuto; avrei mandato.

Indotto, persuaso anche dal colonnello Cogoleto, io sono qui, ripeto,

un galantuomo in faccia ad un altro galantuomo, non per domandare

rettifiche, ma per ottenere la sua stima. Sissignore; perchè alla sua

stima ho diritto... e perciò anche il dovere di pretenderla.

Giordano Mari parla chiaro, fissa bene in faccia, alza la voce, non ha

paura: al direttore del _Popolo_ riesce simpatico.

GIORDANO (_continuando sempre sullo stesso tono_) E intendiamoci bene,

e subito. Non mi occupo nemmeno di quella parte dell'articolo dove si

fa la critica. Il letterato, non lo difendo. In venti anni che scrivo,

che lavoro, mi sono sempre abbandonato tutto intero ai miei critici,

perchè si divertano. Ma si figuri! in vent'anni, non ho mai perduto

la calma e l'appetito, nemmeno quando c'è stato chi ha trovato il suo

piacere, o il suo tornaconto, a darmi dell'asino! A lei, perchè _è

lei_, potrei soltanto replicare, così alla sfuggita, che se più volte

ho «saccheggiato il Taine,» l'ho anche più volte citato, come potrà

facilmente verificare quando le manderò il volume delle mie conferenze.

Potrei forse farle anche osservare, che per conoscere bene quanto in

me ci sia di falso, come filosofo e come scrittore, bisognerebbe esser

dentro nel mio cuore, o aver vissuto con me. Ma di tutto ciò, ripeto,

non mi occupo. Ci vorrebbe altro! Ma lei, lei, proprio lei, mi ha

insultato come uomo; e il suo insulto è tale, che se mi fosse stato

lanciato da un cretino, prima lo avrei schiaffeggiato e poi gli avrei

tagliato le orecchie.

SCHIAVINO (_alzando a sua volta la voce_) Prego! La prego!

GIORDANO (_continuando più forte_) Se avessi avuto di fronte una

canaglia, avrei fatto un processo.

— Può risparmiare le sue... supposizioni!

— Ma si tratta, invece, di Pietro Schiavino, e a quest'uomo che ho

sempre stimato, che devo stimare, coll'amarezza nel cuore e colle

lacrime in gola, dico soltanto: Vi hanno ingannato! Sì! Sì! Vi hanno

ingannato! Dinanzi a voi — guardatemi in faccia! — non c'è un uomo

abbietto... un... mantenuto... (_la tensione è troppo forte, non può

quasi finir la parola e si lascia cader di peso sulla seggiola, con uno

scoppio di lacrime_)... un mantenuto di sua moglie!

SCHIAVINO (_pesta i piedi con dispetto: gira per la stanza: poi si

ferma: lo guarda: gli si avvicina battendogli sulla spalla_) Su! Su!

Per Dio!

E torna a passeggiare borbottando. Pietro Schiavino ha visto degli

uomini cadere ai suoi piedi col cranio fracassato da una palla,

rimanendo impassibile; qualcheduno, ne ha ammazzato lui stesso, corpo

a corpo, alla baionetta. Ma ha sempre sofferto una debolezza nervosa:

quella di non poter veder piangere nè uomini, nè donne: gli fa ira,

dispetto, rabbia.

SCHIAVINO (_battendogli più forte sulla spalla_) Vostra moglie,

stasera, era al Costanzi! In un palchetto col ministro Albertoni! — È

una donna... si capisce benissimo. Ve ne siete innamorato e non avete

avuto torto. Insomma, finitela! Ve l'ho detto avanti; non ho tempo da

perdere.

GIORDANO (_alzandosi, col viso ancora stravolto: fissando lo

Schiavino_) Ebbene, no.

SCHIAVINO. No? Che cosa?

GIORDANO. Adesso sì; molto. Ma prima non ero innamorato; anzi non

volevo assolutamente. È stata lei. (_Con straordinaria gravità,

ergendosi maestoso e stendendogli la mano_) Vi domando il silenzio,

sulla vostra parola d'onore.

SCHIAVINO (_colpito dalla meraviglia e dalla curiosità e attratto,

tanto più dopo aver vista la bella donna, dalla inaspettata confidenza

del marito_) Parola d'onore. (_E a sua volta gli stringe la mano_).

GIORDANO (_parlando sotto voce, rapidamente, concitato_) Io ero pazzo

per un'altra donna. Avevo un'altra relazione, a Milano. Uno di quei

legami colpevoli e fatali, che vi turbano la ragione e la coscienza,

e che, se qualche angelo, appunto, non vi salva, vi fanno uscir fuori

dalla buona strada, forse per tutta la vita. La signorina Dionisy,

succede quasi sempre così, colle ragazze, io la vedevo frequentemente;

ma con lei avevo parlato appena una volta o due; posso dire, non

le avevo badato, non mi ero accorto di nulla. Fu un mio amico, il

presidente del Circolo artistico-letterario di Milano, il nobile

Barbarani...

SCHIAVINO. Lo conosco.

GIORDANO (_con entusiasmo_) Una bravissima, una simpaticissima

persona! Fu lui, appunto, che si ostinò a volermi far notare, da

qualche indizio, la simpatia della signorina Dionisy per me: simpatia

alla quale, naturalmente, io non potevo, non volevo credere. Poi

il Barbarani mi riferì i discorsi che si facevano in giro, e che mi

mettevano di buon umore come altrettante storielle amene. La ragazza

era stata ad una mia conferenza; mi aveva veduto, sentito; io le ero

stato presentato e l'avevo accompagnata a casa, e subito — un colpo

di fulmine — era cascata, innamorata, morta! Chi poteva credere a

tutto ciò? Nessuno, ed io meno degli altri; ma la prudenza, i riguardi

m'imponevano di non andare in casa Dionisy, ed io, infatti, più volte

invitato, sollecitato, ho sempre cercato e trovato qualche scusa. Di

giorno, ed era vero, non avevo un momento disponibile, tutto preso

dalla mia opera sul _Vescovo Ambrogio_, che uscirà prestissimo in una

splendida edizione illustrata. La sera, ero occupato... diversamente.

Ma, un bel giorno, che succede? Il padre della signorina, un

dilettante di musica assai appassionato e intelligente, dà un gran

concerto, e viene lui stesso in persona alla Biblioteca di Brera a

cercarmi, ad invitarmi. Non vi posso dunque mancare, tanto più che

anche _quell'altra persona_ si recava al concerto. Vado; mi trovo

colla signorina Dionisy, scambio con lei qualche parola e subito devo

accorgermi che il Barbarani ha ragione. Che cosa fo? Scrivo una lettera

alla ragazza, nella quale, molto francamente, le dico questo: che io

non sono ricco e che per età potrei essere quasi suo padre. Dunque,

sarei ridicolo e colpevole lusingandola e lusingandomi d'amore.

SCHIAVINO. Benissimo!

GIORDANO. E che in ogni caso — queste sono le precise parole — non

sarebbe mai stata mia moglie, fino a quando io potessi comparir vile

dinanzi a me stesso, seduttore verso i suoi parenti, interessato in

faccia alla società.

Schiavino. Benissimo! Bravo!

GIORDANO (_continuando, sempre più infervorandosi, riscaldandosi,

coll'accento della verità e della passione_) E lei allora, la signorina

Emma che cosa mi risponde? «Sono giorni terribili, sempre in urto, in

collera con tutti i miei; ma sono contentissima di soffrire per te,

sono tua e sarò sempre tua con tutta l'anima, con tutto il cuore.» Che

cosa avreste fatto voi nel mio caso?

SCHIAVINO (_si accarezza la barba e non risponde_).

GIORDANO. Sareste partito? Sareste fuggito?

SCHIAVINO (_accarezzandosi sempre la barba_) Probabilmente.

GIORDANO. Bravo! È quello, appunto, che ho fatto anch'io. Lascio Milano

e vado a Padova. La ragazza mi tempesta di lettere. Io, prima, non

rispondo; poi, costretto, rispondo tanto freddamente, che la poveretta

ne soffre, comincia a star poco bene. Intanto _quell'altra persona_,

di cui vi ho già parlato, si mostra indegna di ogni affetto serio,

profondo, e questo disinganno, questa delusione, è naturale, spinge il

mio cuore sanguinante verso la dolce, la cara fanciulla. Essa in quel

momento è il conforto, la vita nuova dell'anima. Pure, anche questo

sentimento lo chiudo, lo soffoco dentro di me e continuo a non scrivere

altro che assai raramente e assai freddamente, finchè un giorno,

uno della famiglia stessa dei Dionisy, un cugino, l'architetto Carlo

Borghetti...

SCHIAVINO. L'archeologo?

GIORDANO. Precisamente! Carlo Borghetti mi scrive che la fanciulla sta

molto male e mi prega di ritornar subito a Milano. (_Si leva un grosso

portafoglio pieno di lettere dalla tasca interna della giacca, e lo

tiene sempre in mano finchè parla_). Voglio mostrarvi questa lettera...

SCHIAVINO. No, no; vi credo!

GIORDANO. Come avreste fatto anche voi, corro a Milano...

SCHIAVINO. S'intende.

GIORDANO. Ma resisto ancora; resisto sempre. Oh, se fosse stata povera,

quella ragazza! Ma era ricca, ed io ho sempre sacrificato tutto al mio

onore, al mio orgoglio. — No! No! Non voglio! — Ma la povera ragazza,

intanto, sempre male, sempre peggio! I genitori, prima, naturalmente,

contrariissimi ed accaniti contro di me, dopo si mostrano arrendevoli,

per finire col pregare, col supplicare. Io fo loro dichiarare dal

Barbarani e dal Borghetti, li conoscete tutti e due, di esser pronto a

partire, a scomparire per sempre dall'Italia, dall'Europa; e disperato

anch'io, anch'io coll'amore e colla morte nel cuore, parto, fuggo,

vado a Genova per imbarcarmi! (_Cercando colle dita tremanti un'altra

lettera nel portafoglio_) Sentite che cosa mi scrive, appunto a Genova,

il dottore della famiglia.

SCHIAVINO (_a sua volta stanco, vinto, nervoso_). No! ma no! Facciamo

presto: vi credo: dunque, basta. L'avete sposata e avete fatto bene.

Basta.

GIORDANO. No; non basta; perchè se avete pubblicamente stampato che io

sono il mantenuto di mia moglie, lo avete anche pensato. Il dottore mi

scrive queste precise parole: «Per un falso, un malinteso principio

di amor proprio, non avete il diritto di porre a gran repentaglio la

pace, la felicità di una rispettabilissima famiglia, che merita tutti

i riguardi, e forse compromettere anche la vita stessa di una giovane,

buona, affettuosa, la cui salute è già molto scossa e vacillante.» — Io

non rispondo subito; il dottore viene a prendermi a Genova, mi porta

per forza a Milano, e a Milano, pure protestandomi innamorato della

ragazza, dichiaro a lei stessa, che, mentre io mi tenevo impegnato per

tutta la vita, lasciavo lei, ancora, perfettamente libera; dichiaro

ai suoi parenti che io sarei stato felice quel giorno soltanto, in

cui avessi potuto sposare la signorina Emma, ma che per arrivare a

quel giorno volevo prima assicurarmi, obbligandomi con un editore e

coll'ottenere una cattedra, una rendita certa di almeno sei o settemila

lire. Questa rendita, senza contare altri lavori straordinarii, avrebbe

garantito la mia indipendenza e la mia dignità, colla sicurezza del

pane quotidiano. E così ho fatto (_Aprendo ancora il portafoglio_)

Volete vedere i documenti?

SCHIAVINO (_chiamando il ragazzo perchè gli porti le bozze

dell'articolo_) No! No!

GIORDANO (_mettendosi il portafoglio in saccoccia_). Prevedevo e quindi

disprezzavo anticipatamente le calunnie, le infamie degli invidiosi,

dei tristi; ma mi premeva, _volevo_ essere giudicato onesto dagli

onesti. (_Incrociando le braccia sul petto e fissandolo_) E, adesso,

rispondetemi: che cosa pensate di me?

SCHIAVINO (_stendendogli la mano, e anch'egli, oramai, dopo il calore

e l'intimità del colloquio, continuando famigliarmente a dargli del

voi_). Lavorate di lena, e amate vostra moglie! (_Prende le bozze dalle

mani del ragazzo di stamperia che entra in quel punto, si mette al

tavolino e comincia a correggerle_).

_Il ragazzo._ Aspetto?...

SCHIAVINO. Sì. (_A Giordano: sempre correggendo le bozze_) Del resto...

avevo sentito qualche cosa di questo vostro... romanzo, a Varese, dove

ho una sorella maritata e dove vado a passare le mie vacanze. Ma c'è

tanto poco di vero... anche nei romanzi che non si stampano!

GIORDANO (_avvicinandosi: aspettando ancora un momento_) Dunque, il

letterato, lo storico... (_sorridendo_) il conferenziere sopra tutto,

ve lo abbandono; ma, come uomo, posso contare, ormai, sulla vostra

stima?

SCHIAVINO (_seccato d'essersi lasciato sorprendere dalla commozione

e volendo far capire al Mari che è ora di andarsene, continua a

correggere le bozze, senza più rispondergli, nè guardarlo_).

GIORDANO (_abbottonandosi la giacca_) Una sola promessa dovete farmi:

quando saprò che sarete a Varese e verrò a prendervi colla carrozza per

condurvi a casa mia all'Argentera, per presentarvi a mia moglie, non

dovrete dirmi di no.

L'idolo · 第 62 / 90 题