«Non so ancora se, e quando, e come potrò mandarle questa lettera.
Vuol dire che me la metterò in tasca e aspetterò «il miracolo». Io non
ho la sua mente, per la quale non c'è nulla di segreto, nemmeno nel
cielo. Io sono una fanciulla semplice, e molto ignorante in tre lingue
diverse: inglese, francese, italiana. Credo ancora nei miracoli...
anche a quelli straordinarii che non potrei ottenere a San Fedele, da
don Fulvio Crespi».
«Domenica sera, ore otto.
«Come è buono mio cugino Carlo! Mi ha detto che gli facevo pena,
vedendomi _così giù_: gli ho confidato della Rosina e delle lettere,
e si è offerto lui stesso. Ho fatto male? Mi dica se ho fatto male!
Ma intanto potrà mandarmi tutte le mie lettere. Subito, appena riceve
questa mia, le porti subito alla posta: _Architetto Carlo Borghetti,
via Monforte_.
«Subito! Subito! Subito! Quanta gioia mi dà il pensiero di ricevere
tutte le mie lettere. Non sogno altro. E perciò dimentico tutto: quanto
gridare, anche ieri sera, anche oggi, e quanto piangere! Io farò morir
tutti, il papà, la mamma, il dottore... lo zio Albertoni. Sicuro, farò
morire, anche lo zio, fino a Roma! Dio mio; non ne posso più, più, più!
Ma oggi penso che avrò le mie lettere e sono beata! Lei non sa ancora
fino a che punto Carlo sia buono. Ma _un giorno_ lo saprà. Carlo,
che tesoro! Gli voglio bene. Lo adoro. Se lei imposta subito le mie
lettere, forse le posso ricevere ancora domani sera.
«Non mi sento molto bene.
«Domani! domani! domani!
«Voglio andare a dormir subito, per far venir domani più presto.»
«Martedì, ore undici.
«Non posso scrivere «un letterone» perchè sono sempre più sorvegliata,
giorno e notte. E poi anche per Carlo. Io sono una sensitiva. Quante
cose sento — non è vero? — che non arrivo a spiegarmi. Per Carlo, non è
lo stesso? Egli non sa se io le scrivo molto o poco. Ma adesso che le
mie lettere le porta lui alla posta, non mi riesce più di scrivere...
come prima.
«Donna Fanny, la suocera di donna Fanny e Guido Bardi, sono sempre
i più tremendi contro di lei. Non capisco il perchè. Fossero i
Sebastiani, ci sarebbe almeno una ragione! Inventano, o fingono di
farsi scrivere da Padova delle cattiverie... persino volgari. Non
glielo volevo dire; ma, tanto, è meglio saper tutto per regolarsi. Il
Bardi vorrebbe divorarla vivo, anche come letterato. Poveretto! Se la
rana avesse i denti!
«Sto sempre poco bene.
«Avrò le mie lettere stasera? Che gioia!»
«Giovedì.
«Credevo di essere così contenta. Son rimasta mortificata. Mi ha
scritto poco e _cattivo_. È stato cattivo con me e con Carlo. Sognavo
tanto tutte le mie lettere care, e invece non ho avuto altro che una
lettera sola... e spiritosa.
«Vuole più _particolareggiate_ le notizie della mia salute? — Eccole:
sto benissimo.
«EMMA DIONISY.»
«Sabato mattina.
«Rivivo! Rivivo! Che buona lettera! Grazie, grazie, grazie! Non posso
scriverle di più. Il perchè glielo dirò domani. Non è per Carlo, però.
No, no. Glielo giuro. Lei ha ragione. Sarebbe una vera sciocchezza!»
«Lunedì.
«Sono a letto da due giorni, e il babbo è sempre in camera mia. Non mi
lascia un minuto. Ma è buono, buono. Non si spaventi. _Non è niente._»
«Martedì.
«Sempre... »
E il giorno dopo, il mercoledì, Giordano Mari, già molto inquieto,
riceve pure un'altra lettera da Milano, ma non è di Emma. L'apre in
fretta e corre coll'occhio alla firma: è di Carlo Borghetti:
«Vieni subito a Milano; ma cerca il modo di farti vedere il meno
possibile. Potresti smontare e rimanere all'_Hôtel du Nord_, che è
vicinissimo alla stazione. Telegrafami con che corsa potrai arrivare.
Ti porterò subito io stesso _le notizie_ che a tutt'oggi, ti assicuro,
non sono inquietanti.
«CARLO BORGHETTI»