I miei occhi!... Ora m'accorgevo che tutto il dolore--quel terribile
dolore, quel senso atroce di schianto come se mi si frantumassero le
ossa della fronte!--era nei miei occhi.
Adesso li aprirei.
Ma ecco di nuovo il senso di terrore... un terrore mostruoso che mi
prendeva alla gola, soffocandomi.
Con un urlo mi rizzai a sedere, stesi le braccia--sbarrai le palpebre...
_E vidi!_ Vidi.
Nella penombra della camera--la camera di Rosàlia--delle figure, delle
ombre stavano intorno a me. C'era Weill, e mio padre, e degli
sconosciuti... e Rosàlia... Stesi la mano a lei; ella si precipitò verso
di me e cadde a ginocchi accanto al letto.
Gli altri sparirono; svanirono come spazzati via in una nebbia. Non
rimase che Rosàlia... e il dolore. Il dolore, lancinante, trafiggente,
nelle mie tempia e nelle mie pupille.
--Iddio! Iddio, siete buono!--gridava Rosàlia, singhiozzando e ridendo e
baciandomi la fronte, i capelli, le mani.--Adriano ci vede! Adriano mi
vede! Dimmi, dimmi, Adriano, che mi vedi!
--Sì! sì... ti vedo!--sospiravo affranto.
Ma lei non si calmava; tutta scossa da brividi e singhiozzi, col volto
vicino al mio, mi serrava le tempia tra le mani.
--Guarda!--ansava,--guarda tutto, guarda tutto! Guarda fuori, guarda il
cielo!
--Dimmi che vedi! che vedi!--E cingendomi col braccio, mi sollevava
perchè io vedessi dalle finestre aperte la chiazza azzurra del cielo.
Smarrito, angosciato imploravo:
--Lasciami riposare. Non agitarmi! non agitarti così!...
Ma lei insisteva, tutta scossa da un brivido che io non comprendevo:
--Guarda!... guarda tutto!...
E se appena io mi assopivo, esausto, ella si slanciava su me con un
grido:
--No! Non dormire, non dormire! _Non chiudere gli occhi!_
Io non comprendevo quel suo terrore; non sapevo perchè mi guardasse con
quell'aria stralunata; non sapevo che cosa ella temesse ancora.
Così passarono delle ore. O dei giorni? o dei secoli? Non lo so. Weill e
un altro dottore non vollero ch'io m'alzassi. Erano sempre al mio
capezzale, scrutandomi con sguardi inquieti.
Io non comprendevo il perchè della loro inquietudine. Ormai stavo bene;
appena qualche rara fitta di dolore alle tempia e all'occipite, un vago
dolore indeterminato mi rammentava l'orrenda follìa di quella sera...
Una notte--la sesta o settima, forse--m'addormentai tardi. Ma quando mi
svegliai era notte ancora; notte fitta. Tuttavia sentivo qualcuno--certo
era Rosàlia--muoversi pianamente nella camera. Il suo passo leggero mi
aveva forse destato?
--Rosàlia, sei tu?
--Sono io. Adriano!...--La sua voce era un ansito, rauco,
irriconoscibile.
--Che fai?
Un silenzio.
--Rispondi. Che cosa fai, così nel buio?
Ancora silenzio.
E dentro di me e intorno a me qualcosa di orrendo, di indescrivibile,
che mi fece gelare il sangue.
Con un urlo scattai a sedere sul letto.
--Accendi!
La mia voce era un ruggito.
Allora in quel buio Rosàlia si mise a strillare. Strillava come una
creatura che si sgozza. Ed io, seduto nel letto, cogli occhi spalancati
fissi nel nulla, sentivo dei brividi di gelo percorrermi a ondate il
corpo, increspandomi le carni.
Lei non cessava dal pazzesco stridìo. Sentii le porte che si aprivano;
dei passi affrettati; la voce di Weill, altre voci...
--Accendete! accendete! accendete!--urlavo smaniando, cercando colle
braccia, con le mani, colle unghie di lacerare il buio che era intorno a
me e ch'io sentivo avvolgermi, avvilupparmi come tanti fluttuanti
brandelli di stoffa nera. Quel buio, come una cosa molle, morbida,
mostruosa s'addensava intorno a me, a me solo... Sì! Io solo ero nel
buio. Al di là dei mille drappi neri che mi circondavano, gli altri
erano nella luce, gli altri ci vedevano, gli altri si vedevano... gli
altri _mi vedevano!_
Vedevano i miei gesti scomposti, le mie braccia, le mie mani
brancicanti... Atroce pensiero! Vedevano la mia faccia convulsa,
frenetica. Dovevo essere orribile a vedersi, irrigidito e grottesco,
colla bocca spalancata, con gli occhi sbarrati e spenti...
(Alberto, ascoltando le parole del giovane si sentì irrigidire e gelare
anch'egli. Anch'egli aveva la bocca aperta e gli occhi spalancati nel
buio della notte ancor fitta.
E cercava d'imaginarsi che cosa sarebbe il rimanere in quella tenebra
per sempre. Anch'egli si figurava quel buio come un viluppo misterioso,
come una muraglia morbida di brandelli neri fluttuanti intorno a lui;
anch'egli s'imaginava di dibattersi in quell'ombra molle e mostruosa,
mentre al di là, dove egli non era, dov'egli non avrebbe mai più potuto
giungere, gli altri si muovevano nella luce. Gli altri lo guardavano, lo
vedevano... Tremendo pensiero!
Cercò e trovò le mani fredde e magre dello sventurato; le trasse a sè;
in un singhiozzo irrefrenabile si chinò a baciarle. Le mani gelide e
umidicce si ritrassero lentamente dalle sue.
E la voce bassa e vibrante riprese a narrare).
--Weill voleva tirarsi una rivoltellata. Io glielo vietai.
Egli, seduto sul mio letto, sorreggendomi col braccio intorno alle mie
spalle, colla sua guancia bagnata di lagrime appoggiata al mio viso, mi
spiegò che i raggi ultra-violetti producevano sulla retina e sul nervo
ottico delle profonde lesioni. Quella sorgente luminosa così intensa e
penetrante provocava l'emorragia del fondo oculare, la paralisi delle
cellule e la loro morte. Tuttavia queste lesioni non si esplicavano
fulmineamente, bensì dopo un periodo di latenza più o meno lungo. Così
per alcuni giorni non se ne avvertiva la gravità. Non accadeva nulla.
Indi, d'improvviso--al quinto o sesto giorno--ecco... come in un
soffio!... la vista si spegneva. Il nervo ottico era distrutto.
Mentre egli mi narrava questo, Rosàlia, nella sua molle vestaglia
serica, stava allungata sul letto accanto a me, avvinghiata a me. Io
sentivo il suo corpo, dalla punta dei piedi alla spalla, rannicchiata
nell'incavo del mio braccio; il suo viso nascosto nel mio collo. E
l'appassionato abbraccio di Weill e l'intenso contatto della donna mi
toglievano la paura, mi davano un caldo senso di conforto e di
protezione.
--Weill! se sei pietoso, fammi morire così!--supplicavo.--Dammi un
veleno... fammi morire così, senza ch'io lo sappia!
Allora Rosàlia prorompeva in lacrime, e Weill mi baciava, piangendo, la
fronte e le guance.
E piangevo anch'io, spaurito e disperato. Ma non triste; non veramente
triste. Sentivo l'amore e la pietà di quei due esseri fiammeggiarmi
intorno con tale potente intensità, da non lasciar luogo al dolore.
La donna era tutto il giorno stretta a me. La passione e l'estasi la
abbatterono nelle mie braccia in un parossismo di amore, in una frenesia
di sacrificio.
--Ah! ti amo, ti amo, ti amo!--gridava cento volte al giorno--Che cosa
posso fare perchè tu comprenda quanto ti amo!
Fu un'epoca meravigliosa. Io non rimpiangevo nulla. Tutto il giorno (per
me era sempre giorno... e sempre notte!) sentivo la presenza di Rosàlia,
la sua carezza sul mio braccio, sul mio collo, sul mio viso. Appena
movevo o stendevo la mia mano incontravo la mano sua, o la sua bocca che
mi baciava, o sentivo sotto le dita i morbidi capelli di quella creatura
abbattuta e prona accanto a me...
Venne il giorno in cui potei alzarmi dal letto.
Mi aggirai nel mio mondo di tenebre; andai tastoni, barcollando e
brancolando, per la casa.
Poi m'avventurai nel giardino.
Poi per le strade.
Avevo paura, avevo terribilmente paura. Paura di ogni rumore, e il mondo
pareva pieno di spaventosi fragori nuovi ch'io non avevo percepito mai!
Avevo paura di cadere; paura di sbattere il viso contro un ostacolo;
paura di mettere il piede in fallo; paura di attirare l'attenzione, di
essere stravagante, di essere ridicolo, di essere compassionevole.
Ah! il terrore di far pietà! Era quello il pensiero che, nella immane
sciagura, mi torturava di più.
Ero sempre teso in ascolto di quell'atroce parola: «Poveretto!» E l'idea
che Rosàlia vedesse negli occhi altrui rivolti su me la compassione, mi
metteva in furore; un furore frenetico, tigrino, un furore truculento e
omicida. I sospiri repressi, le voci dolci che facevano gli estranei
avvicinandosi a me mi facevano impazzire, mi davano la voglia, il
bisogno quasi fisico di reagire, di insultare, di percuotere.
Anche Rosàlia, che aveva nel parlarmi una nuova dolcezza di tono,
m'inferociva. E un giorno ch'essa, irritata per un nonnulla e scordando
per un istante la mia disgrazia, mi aggredì colla voce dura e metallica
di un tempo, io avrei pianto di gioia.
Rammento che quella sua ira fu provocata dalla visita di una fanciulla
che mi portava dei fiori--una fanciulla di sedici anni:--e i fiori
sentivano della sua gioventù, e lei aveva la fragrante freschezza dei
suoi fiori.
In quel giorno, allorchè, rimasti soli noi due, Rosàlia fu con me
viperina e insolente, io, chiuso nel mio carcere di oscurità, fui
felice--profondamente, completamente felice.
Ed era felice anche lei. Me lo diceva mille volte al giorno:
--Sono felice!... felice!... felice!
E, passato il primo urto, il primo schianto di orrore, ella mi amava con
una passione meravigliosa, una frenesia che mi sconvolgeva e mi rapiva.
--Tu non ami che me,--singhiozzava sul mio cuore;--tu non vedi che me...
perchè tu mi vedi, è vero che mi vedi? Io sono vestita così...--E mi
descriveva la sua veste, la sua pettinatura, i suoi ornamenti.
Ma presto non ve ne fu più bisogno. Io _sentivo_ esattamente quale veste
indossava, ne indovinavo financo il colore. Intuivo se ella era pallida,
se aveva gli occhi bistrati, se le sue labbra erano smorte o ritoccate
col carminio. E volevo che fosse bella; volevo che si facesse bella per
me.
--Fàtti elegante, non trascurarti!--la ammonivo.--Pèttina meglio questi
bei capelli. Voglio che tu sia bella! bella come ti ricordo... bella
come quando ti vedevo.
E per un po' di tempo fu così. Rosàlia si curava, si adornava, si
profumava, per me, per me solo, per deliziare la mia mente e la mia
imaginazione, per ammaliare i miei sensi che la percepivano quasi più
acutamente che non quando la vedevo.
Ma poi, poco a poco, senza mostrarsi meno tenera divenne più trascurata.
Sentivo sotto alle mie dita la sua chioma scarmigliata; era discinto il
suo corpo che si avviticchiava a me; e la udivo girare per la casa in
pianelle, strascicando con passo negligente quei piedini ch'io ricordavo
sempre elegantemente stretti negli arcuati stivaletti dai tacchi
Louis-quinze.
Ormai essa non si dava la pena di acconciarsi che per uscire; oppure...
quando veniva Weill.
Già. Weill, che nei primi giorni era sempre in casa mia, sempre
angosciato e ansioso al mio fianco, aveva poi gradualmente diradato le
sue visite. Ma ecco che ora tornava più sovente. Giungeva a tutte le
ore, improvviso e inaspettato... O ero solo io che non l'aspettavo?
Notavo che Rosàlia smetteva bruscamente di leggermi o di parlarmi per
correre a far toeletta. Cessava il rumore delle strascicanti pianelle, e
per la casa risonava nuovamente il tichettìo dei tacchi alti, alitava il
suo profumo d'Origan di Coty; ed io, toccandole con mano leggera il
capo, le sentivo i capelli serici rassettati in morbidi ondeggiamenti...
E dopo un poco arrivava Weill.
(Adriano tacque per alcuni istanti. Alberto non osava nè muoversi nè
fiatare).
--Due mesi più tardi Weill si tirò un colpo di rivoltella al cuore.
Lasciò una lettera in cui diceva:
«Ho orrore di me... Ho orrore di tutti... e della vita... Adriano,
addio. Perdona!»
Morì dopo quattro giorni di agonia all'ospedale. Rosàlia ed io
accorremmo al suo capezzale, ma dopo il primo giorno--sia per desiderio
di lui, sia per divieto dei medici--non fummo più ammessi alla sua
presenza.
Da allora in poi sparì dalla mia casa il profumo dell'Origan, e ritornò
il suono strascicante delle pianelle.
(Adriano sostò nuovamente.
E di nuovo il cane abbaiò lugubre e lontano nel gran silenzio della
campagna. Un lieve fruscio e crepitìo sui rami annunciò che cadeva la
pioggia.
La voce del narratore si fece più bassa).
--Poco a poco subentrò... in lei? in me? chi può dirlo?... un altro
sentimento. La stanchezza? Il disamore? No. Qualcosa di più profondo e
di più fosco.
La passione, quella grande auto-demolitrice, agonizzava; e negli
intervalli tra un frenetico abbraccio e l'altro, nei nostri cuori entrò
un nuovo più cupo visitatore: l'odio!
Sì; l'odio.
Nel buio delle nostre notti insonni, nelle lunghe silenziose giornate,
lo sentimmo penetrare in noi, acquattarsi nel fondo delle nostre anime.
Io sentivo nascere in me un'oscura selvaggia esecrazione di lei, di lei
cui dovevo la mia sciagura. E in lei--io lo sentivo!--saliva, torbida
marea, un lento, subdolo orrore di me.
E questo orrore ch'ella provava--l'orrore di me, di sè, l'orrore delle
sue giornate, l'orrore delle sue notti--io lo sentivo; e la odiavo con
cupa silenziosa ferocia.
Di notte, a fianco l'uno dell'altro, restavamo lì, muti nel buio, come
due belve in agguato... E i nostri abbracci erano più parossistici, più
furiosi, poichè in essi ruggiva la nostra oscura crudeltà, la nostra
occulta brama di reciproco annientamento.
. . . . . . .
Questo durò fino a un anno fa... o due anni fa? Non lo so. Ho perso la
nozione del tempo. Da allora in poi tutto è mutato.
Rosàlia lasciò improvvisamente la mia casa.
Ora viene ogni tanto a trovarmi. Resta con me qualche giorno, calma e
indifferente.
Quando essa arriva, torna con lei nella mia casa il profumo dell'Origan,
il ticchettio dei tacchi... I suoi capelli sono serici e ondulati...
Ed io sono stanco di vivere.