Nello studio soleggiato Alberto, in camiciotto da lavoro, stretti i
fianchi da una cintura di cuoio, i capelli scarmigliati sulla fronte,
dipingeva. Sbatteva delle pennellate di cadmio schietto in viso a una
figura legnosa, dalle ombre di un cerulo d'acqua-marina e l'intitolava:
«Donna nel Sole».
Il campanello squillò ed egli colla tavolozza alla mano, andò ad aprire.
Due uomini stavano sulla soglia. Con viva sorpresa Alberto riconobbe
l'uno e l'altro. Il più vecchio--un bell'uomo, alto, aristocratico,
sulla cinquantina, era quello stesso che accompagnava Raimonda alla
stazione la mattina della Domenica delle Palme. Nell'altro Alberto
riconobbe tosto il giovane cieco che aveva veduto al Valentino a braccio
di Raimonda. Sotto il feltro a larghe falde facevano due cupe macchie i
grandi occhiali azzurri.
Alberto salutò sorpreso e un po' turbato.
--La importuniamo?--domandò il più anziano dei due, mentre l'altro si
teneva fermo sul limitare in atteggiamento rigido.
--Ma no, no! Tutt'altro,--rispose Alberto.
--Mi chiamo Scotti;--disse il nobiluomo--e questo è mio figlio. Egli
desidera parlarle.
--Entrino, prego!--E Alberto stese la mano per guidare nello studio il
più giovane dei due; ma questi si ritrasse, tenendo sempre una mano sul
braccio del padre.
--C'è qualcuno qui, da lei?--domandò con diffidenza, e la sua voce
tremava un poco.
--Nessuno, nessuno!--lo rassicurò Alberto.
Allora i due, tenendosi a braccetto, entrarono.
--Segga, la prego,--fece Alberto, spingendo subito verso il giovane una
grande poltrona. Ma quello non ebbe l'aria di accorgersene, e rivolto al
padre gli disse a bassa voce qualche parola che Alberto non intese.
Volgendosi al pittore il marchese Scotti disse:
--Mio figlio chiede se Ella può concedergli qualche momento.
--Ma s'imagini!--fece Alberto, sempre più sorpreso.
Allora il vecchio signore salutò cerimoniosamente, e uscì.
Vi fu un breve silenzio tra i due giovani; indi Alberto spinse di nuovo
verso il suo visitatore la grande poltrona di cuoio.
--La prego, segga!
Ma l'altro nuovamente si scansò.
--Grazie,--disse. E soggiunse con una risatina amara:--È curioso che a
noi, ciechi, non è mai consentito stare in piedi, neppure un momento.
Tutti, non appena ci scorgono, si affrettano a spingerci in una seggiola
o una poltrona. È un fenomeno curioso...
--Perdoni,--fece Alberto un po' mortificato. E rimase anche lui in
piedi, in faccia all'altro, turbato da quello sguardo che, pur essendo
spento, sembrava fisso in lui.
Dopo un attimo di silenzio il giovane cieco riparlò.
--Ella conosce il mio nome? Mi chiamo Adriano Scotti.
--Felicissimo!--fece Alberto e stese la sua mano. Ebbe poi un momento di
umiliata tristezza poichè l'altro non si era accorto di quel gesto. La
mano gli ricadde lungo il fianco.
--Ella, se non erro--continuò Adriano Scotti,--sta facendo il ritratto
di una signora... di una signora che io conosco...
--La baronessa Ferrari?
--No,--rispose l'altro, secco secco.--La signora...--esitò, quasi schivo
di pronunciarne il nome;--la signora... Rosàlia...
Alberto lo interruppe.
--«Rosàlia»? No. Non conosco Rosàlie.
L'altro parve impazientirsi.
--Come no? Se me l'ha detto la signora stessa...
--Io non conosco alcuna Rosàlia,--ripetè Alberto.
--Lei--insistette l'altro, e la sua voce tremava ancor più,--sta
dipingendo una Madonna che è il ritratto di una signora che io conosco.
--Ah! la Madonna di Laghet? Sì, è vero; mi sono infatti inspirato a una
signora ... un'amica... Ma essa non ha posato per me. E non si chiama
Rosàlia. Si chiama Raimonda,--concluse Alberto.
Il cieco crollò nervosamente le spalle.
--Raimonda o Rosàlia... è tutt'uno,--disse impaziente, e Alberto vide
sopra gli occhiali azzurri aggrottarsi le fini sopracciglia. Subito si
sentì preso da rimorso e da pietà; per un attimo aveva scordato la
sventura del suo interlocutore.
--Ebbene?--chiese in tono di maggiore dolcezza:--dato che è così... in
che cosa posso io servirla?
--Anzitutto,--disse il giovane a bassa voce, e un fiotto vermiglio gli
salì alle tempia,--mi conduca dove posso... _guardare_ quel ritratto.
Commosso, Alberto lo prese per mano e lo condusse nello studiolo
attiguo, dove su di un cavalletto sorrideva blanda la sua Madonna di
Laghet, una Madonna dagli oblunghi occhi verdi un poco sciupati, dalle
fini narici sensuali, dalla socchiusa bocca che pareva ritoccata al
cinabro di Dorin.
--Com'è?--chiese il cieco a bassa voce, e sporgendosi a toccare
lievemente colla punta delle dita l'orlo della tela.--Me la descriva.
--È diritta in piedi; sulle spalle ha un manto d'oltremare,--disse
Alberto a bassa voce contemplando l'opera sua, la suggestiva figura che
di sacro non aveva nulla se non la tenue, nebulosa aureola vagamente
accennata dietro alla fine testa moderna.--Ha il sole nei capelli e
l'ombra negli occhi. Tiene tra le mani, con sussiego, un teschio, un
teschio giallolino chiaro...
--Perchè un teschio?--esclamò il giovane.
--Ma sapete pure,--rise Alberto--in pittura... un buon teschio fa sempre
bene. D'altronde se gliel'ho messo tra le mani--soggiunse, fissando
pensieroso il suo quadro--è perchè l'ho proprio veduta così.
--Veduta così? Dove? Quando?
--È venuta qui un giorno, e ha veduto sullo scaffale un teschio. L'ha
preso, l'ha tenuto tra le mani... così... per un poco. Poi l'ha
baciato...
--Dia qui, dia qui,--interruppe l'altro, stendendo le mani vagamente nel
vuoto.--Dia anche a me.
Alberto obbedì; prese dallo scaffale il teschio gialliccio e glielo pose
nelle palme. Subito le dita lunghe del giovane lo sfiorarono cercando le
vuote orbite degli occhi.
--Anche tu, anche tu sei cieco,--mormorò, chino sul lugubre
oggetto;--sei cieco e sei più spaventoso di me. Eppure, ella ti ha
baciato!--E abbassando il capo poggiò la fronte sul lucido cranio
glabro. Così inclinato non gli si vedevano più gli occhiali, non si
vedeva che il giovanile capo adorno di bruni capelli ondeggianti.
E Alberto pensò:
--Che bel quadro, macabro e suggestivo!
L'altro alzò la fronte lievemente arrossata.
--E forse... forse siete cieco anche voi,--disse al pittore--cieco più
di me, e più di questo!
Alzò le mani col teschio tondo e biancheggiante fra le dita. Poi
indicando con un cenno del capo la tela:
--Non è, di noi tre, che lei... che lei che vede chiaro!... Noi
brancoliamo nel buio. Essa ci guarda... e ride.
Gli sguardi di Alberto andarono dalle vuote occhiaie del teschio agli
occhiali azzurri del giovane, e da quelli alle glauche iridi della donna
dipinta. Un profondo turbamento, un turbamento come di sogno lo teneva.
Poi mosso da un profondo irresistibile impulso si sporse in avanti verso
il pallido giovane; e sopra quel simbolo di morte che li separava, lo
baciò in fronte.
. . . . . . .
Allorchè, un'ora dopo, il marchese Scotti venne a prendere suo figlio, i
due giovani si lasciarono con una lunga stretta di mano.
--È promesso?...--chiese Adriano, fermo sul limitare.
--È promesso,--rispose Alberto, a voce bassa.