S'avvicinavano le feste di Pasqua. E alla vigilia della Domenica delle
Palme giunse ad Alberto la notizia che tutta la sua famiglia si sarebbe
recata a trovarlo e a passare con lui, in città, la Settimana Santa.
Alberto, turbato ma pur rallegrato da questa novella, si recò
dall'amante colla lettera in tasca.
Trovò Raimonda tutta sorrisi nel suo salotto pieno di fiori; un orario
ferroviario e una carta della Riviera erano aperti sul tavolo dinanzi a
lei.
--Ho un progetto delizioso,--disse ella alzando verso Alberto il volto
fine, irradiato da quel sorriso a un tempo malizioso e infantile, che da
un pezzo il giovane non le aveva veduto più.--Andiamo a passare dieci
giorni a Bordighera. Sfuggiremo a questa lugubre atmosfera quaresimale e
alla più lugubre allegrezza festiva che seguirà. E là, in faccia alle
azzurre acque danzanti del mare, sui tappeti d'erba nuova già
costellati di primule e pervinche, io mi rinnamorerò di te, o mio
giovane amante cittadino! che non ho mai veduto se non su uno sfondo di
strade e di piazze, di portici e monumenti. Sei contento?
--Oh, peccato!--esclamò Alberto.--Perchè non me l'hai detto prima?
Il volto di lei si fece subitamente duro e ostile.
--Che cosa c'è?--chiese con la voce un poco aspra che Alberto di recente
aveva imparato a conoscere e temere.
Egli trasse con riluttanza la lettera di tasca.
--Vedi... è la mia gente che mi scrive...
E le porse il foglietto.
Ma Raimonda aveva voltato il capo ed egli non le vedeva che la sottile e
rigida linea della guancia e del mento.
--Leggi, dunque!--insistè--leggi ciò che mi scrive la mia famiglia.--E
per ammansarla si chinò a baciarle i capelli ondulati e profumati,
ritoccati all'henné.
Ella ritrasse di scatto il capo come una viperetta che voglia mordere.
--La tua famiglia! la tua famiglia!... non seccarmi l'anima con la tua
famiglia.
Alberto tremò. Sentì una vampata d'ira salirgli dal cuore alla fronte.
--Non mi pare di averti seccata molto colla mia famiglia,--disse.--Ma mi
guarderò bene, d'ora innanzi, dal parlartene.
--E te ne sarò grata,--fece lei sarcastica e pungente. S'alzò e uscì
dalla stanza.
Alberto rimase solo nel salotto profumato, di fronte all'orario
ferroviario aperto e alla carta della Riviera stesa sulla tavola. I
fiori olezzavano nei vasi, il grande oriolo _Empire_, colla sua stolida
faccia circondata di smalto rosso, ritmava il tempo con battito forte.
Alberto mosse qualche passo per seguire la sua amante, poi si fermò. Il
battito di quell'orologio nel silenzio gli martellava il cervello come
un monito, come un avvertimento.
Quanti minuti, quante ore, quanti giorni, quanti mesi della sua
vita--della sua vita breve, unica, preziosa!--aveva egli già dato a
questa donna? A questa donna nè buona, nè giovane, nè bella, che lo
aveva ammaliato, infatuato, stregato? A questa donna che non lo amava
più, e che lui, forse, non aveva mai amato?
--Ah! Ne ho abbastanza, ne ho abbastanza!--disse all'orologio e a sè
stesso.
E uscì, sbattendo la porta.