Gl’Italiani dicono talora: «Bestia come un Inglese.»

Questa locuzione mi è sempre parsa, non solamente viziosa, ma anche

inesplicabile; mentre tutta Italia sa benissimo per esperienza, che

i suoi amici Inglesi non sono bestie. Un abitante d’Ancona, che aveva

incontrato a Loreto, mi ha dato la spiegazione di quel pregiudizio. «Il

popolo, mi disse egli, comprende sotto la denominazione d’Inglesi tutti

gli abitanti delle isole Britanniche, ma in realtà questo epiteto di

bestia non s’appartiene che agl’Irlandesi. Essi accolgono sì ciecamente

tutti i miracoli già screditati tra noi, digeriscono con tale appetito

le stolidezze più incredibili, che si prende per difetto d’intelligenza

ciò che non è altro che un eccesso di fede.»

Mi ritrassi inorridito vedendo in una cappella laterale il cadavere

d’un fanciullo e la sua faccia coperta di mosche. Il povero bambinello

era vestito da abbatino, secondo un’usanza abbastanza diffusa. Ora

andavo pensando, come mai una famiglia poteva così abbandonare le

reliquie mortali della sua progenitura, ma in un batter d’occhio

m’accorsi che il bambino non era solo, poichè un incaricato, pagato a

giornata per custodire il cadavere e tener lontane le mosche, dormiva

in un angolo della cappella. Quella trista scena guastò per me il

piacere della giornata, e quando una mosca della chiesa veniva a

collocarsi sul mio volto e sulla mia mano, io la discacciava con una

specie di ribrezzo; parendomi che que’ schifosi insetti fossero quelli

che si erano raggruppati intorno alle nari ed agli occhi del povero

bambino.

Un romor di passi mi trasse fuori di chiesa, ed io vidi una processione

di ciocciari a piedi nudi. I miseri erano così venuti fino dalle

montagne degli Abruzzi: uomini e donne tenevano in mano il bastone

de’ pellegrini, ed erano guidati da un capo, tarchiato e robusto,

che portava un mantello ornato di conchiglie. Il sudore e la polve

sgocciolavano insieme, a modo di fango, dai loro visi abbrustoliti;

essi cantavano a piena gola un inno in volgare. A venti passi dalla

soglia della chiesa e da quelle mirabili porte di bronzo, caddero a

ginocchi, e v’entrarono carponi. Parecchi d’essi, i più fervorosi,

baciarono il pavimento dalla porta fino alla Santa Casa, che sta

in fondo alla chiesa. Colà giunti, gettarono alte grida, gli uni

accusandosi de’ loro falli, gli altri domandando alla Madonna la

grazia speciale ch’eran venuti a chiedere. Una fanciulla piuttosto

brutta implorava la liberazione d’un condannato che le stava a cuore;

un marito sollecitava la guarigione di sua moglie, mentre una moglie

domandava per suo marito qualche cosa, non però buona, poichè lo

denunciava alla Madonna, e lo colmava delle più strane ingiurie.

Quand’ebbero compiuto il loro primo sfogo, ripresero il cantico

interrotto. Il veterano che custodisce, colla sciabola nuda in mano,

i diamanti della Madonna, canterellava macchinalmente con loro. Non

la finirei per lungo tempo, se volessi enumerare le genuflessioni, le

adorazioni, gli amplessi, di cui que’ miseri mi diedero spettacolo.

Bisogna compiangere gli artisti, che esposero de’ capolavori di marmo

alla divozione troppo fervente de’ ciocciari. Mi ricordo d’un basso

rilievo della flagellazione, dove Cristo è letteralmente consunto dagli

acidi baci di que’ divoratori d’aglio.

La città di Loreto non è altro in fondo che un gran bazar dove si

vendono corone. Essa mi parve piuttosto addormentata pel momento,

perchè eravamo nel massimo calore dell’estate. I mercanti ch’io

interrogai si lamentavano della stagnazione degli affari, e

maledicevano il gran caldo.

Tuttavia, verso sera, la strada si andò animando alquanto. Vidi passare

de’ grandi carri tirati da buoi e carichi di sacchi di grano. Ciascuno

d’essi portava il monogramma della società di Gesù.

Gli abitanti più agiati ed i ricchi mercanti cominciarono ad uscire

dalla città per prendere il fresco. Incontrai, in un cocchio, un

prelato romano, che aveva alla sua destra una signora attempata, e

dinanzi due giovinetti. Qui si fermarono le mie osservazioni, poichè

il vetturale attaccò i suoi cavalli e ci condusse fino alle porte di

Ancona.

Ci fermammo fuori della città, perchè essa ha i privilegi d’un porto

franco, ed all’uscita bisognerebbe assoggettarsi alla visita dei

doganieri: questi però ci visitarono il dimani l’altro, a due o tre

chilometri da Ancona. Era per conservare il principio, ovvero, per dir

meglio, per la buona mano.

Ho passato una giornata intera in quella grande città, e non vi

rinvenni nulla di ciò ch’io cercava. Il commercio languiva, le

sentinelle austriache facevano buona guardia intorno ai forti, la

polizia austriaca sfogliava minutamente il passaporto del più umile

pedone all’ingresso della città, mentre gli ufficiali austriaci

giuocavano agli scacchi nei caffè. Questi amabili Austriaci fucilarono

ben sessanta persone in sette anni nella città d’Ancona; ma siccome ne

fucilarono 190 in Bologna nel medesimo intervallo di tempo, così Ancona

avrebbe torto di lagnarsi.

In Ancona sono tollerati 1800 Israeliti. Bisogna pur fare qualche cosa

pel commercio. Il quartier degli Ebrei è il peggiore; ma la popolazione

che l’abita mi ha sorpreso per la bellezza del tipo. Le ebree poi sono

qui tanto belle, quanto sono brutte a Roma; ed è molto dire, e coloro

che conoscono il ghetto romano mi accuseranno forse di esagerazione.

Perchè mai la stirpe medesima è qui florida, e là tanto degenerata?

È certamente perchè l’oppressione religiosa è meno pesante a 210

chilometri dal Vaticano.

Sono arrivato a Sinigaglia il giorno della fiera. È dessa una città

di 12,950 abitanti, ma la sua popolazione si raddoppia quasi tra il

20 luglio e l’8 agosto. Tutte le case si trasformano in botteghe;

il commercio invade, trasmuta e vivifica la piccola città, che

d’ordinario è tranquilla. Sgraziatamente per me, la più parte

delle botteghe era ancora da affittarsi; i commercianti arrivati

cominciavano appena allora a sballare i loro colli, onde la fiera di

Sinigaglia rassomigliava ad una esposizione dell’industria, nel giorno

dell’apertura solenne.

D’altronde mi si accerta, che questa solennità mercantile perde ogni

anno di sua importanza e splendore. Così avviene a Beaucaire, a Lipsia

ed in tutti i paesi inciviliti; ed è naturale, mentre dove il commercio

à attivo tutto l’anno, le fiere non servono più a nulla.

Un fabbricatore di pettini, detto Alberto Mastai, lasciò Brescia, sua

patria, sulla metà del secolo XVI, e stanziò a Sinigaglia. Vi fece

fortuna, e la sua famiglia vi prosperò sì bene, che potè insinuarsi

nella nobiltà della provincia. Gian Maria Mastai ottenne la mano d’una

Ferretti d’Ancona, e grazie a quell’alto parentado, ei divenne conte

Mastai Ferretti. Da questo felice ceppo nacque nel 1799 Gian Maria

Mastai, che regna in Vaticano sotto il venerato nome di Pio IX.

Le città delle Marche e delle Romagne non sono tutte ricchissime, ma ve

ne sono poche, le quali non posseggano un teatro. Il gusto per le arti,

e specialmente per la musica, è molto più sviluppato sul pendio degli

Apennini, che non dall’altra parte. A Pesaro, a Rimini, a Forlì, a

Faenza ed in quasi tutte le città, i muri stessi attestano il fanatismo

della popolazione. I dilettanti fanno dipingere sulla loro casa il nome

del maestro o degli artisti alla moda. Si legge in ogni parte: Viva

Verdi! Viva la Ristori! Viva la Medori, la Corvetti, la Lotti! Viva

Panciani, Ferri, Cornago, Rota, Mariani!

Mi sembra che i missionari non combattano attivissimamente contro

questa influenza. Senza dubbio essi sono tutti occupati nel pendio

opposto, predicando ai marinai del Mediterraneo, che non hanno bisogno

d’essere convertiti; ed abbandonano i cittadini dell’Adriatico alle

loro passioni mondane.

Però ho veduto sopra alcune case di Faenza il monogramma de’ Gesuiti

dipinto sul muro appresso ad una piccola Vittoria nuda, che sospendeva

una corona sopra il nome della Ristori.

I teatri di queste piccole città sono tutti grandi e magnifici, comodi

assai, e vorrei bene che i nostri lo fossero del pari.

Non v’è teatro a San Marino, ma vi sono molti frati, molti mendicanti,

non pochi ignoranti e ben poco incivilimento. Questo singolare Stato di

9500 abitanti, che in mezzo alla monarchia assoluta del papa conserva

il nome di repubblica, mi arieggia un ghetto rurale. Mi convinco che i

successori di s. Pietro l’hanno rispettato a bella posta, per chiarire

ai loro sudditi, quanto la monarchia sia superiore alla repubblica.

Ed è perciò che da tanti secoli fanno vegetare un miserabile branco di

Ebrei, per far risaltare la superiorità del cattolicismo.

Fu molto decantata, in Francia, la costituzione politica di San Marino,

l’equilibrio del suo _budget_, il disinteresse de’ suoi cittadini, di

cui nessuno, per lo spazio di 14 secoli, non tentò farsi tiranno. Io

non voglio già scagliare la prima pietra contro questo piccolo popolo

interessante, se non per le sue virtù, almeno per la sua debolezza. Ma

sinceramente, come al solito, narrerò ciò che ho veduto ed inteso sul

territorio di San Marino.

Avevo lasciato Rimini sotto una pioggia dirotta, sopra una carrettella,

sospesa appena quanto bastava per non rompermi le ossa. Il mio

cocchiere era figlio dell’albergatore, mariuolo di 14 anni al più,

ateo siccome una serpe. Scandagliai, strada facendo, il fondo della sua

filosofia, ed egli sbrigliò dinanzi a me cotesto spaventoso aforismo:

«Dio? Credo bene che, se ve n’è uno, sarà un prete come gli altri.»

Quell’amabile ragazzo m’indicò col dito il termine che separa lo Stato

pontificio dalla terra repubblicana. Non mi parve che il sole divenisse

più splendido, nè il suolo più florido, nè meno insipida la pioggia.

Tuttavia respiro ben volentieri l’aria delle repubbliche. Il paese

squallido, la coltura per nulla maravigliosa. Un piccolo villaggio, a

mezza strada, mi parve malinconico e sudicio.

La città ed il borgo sono situati sopra una scoscesa montagna, da

cui si domina una bella estensione di paese, quando però non piove

a torrenti. Il borgo è appiedi della montagna, la città poggia sulla

cima.

Il borgo è mal costrutto, mal lastricato e lasciato in disordine. La

principale industria che vi si coltiva, e probabilmente la sola, è la

fabbricazione delle carte da giuoco, che si esporta di contrabbando.

Mi posi in cerca d’un cicerone, e pensando che il meglio sarebbe

di prendere a caso il primo paesano in cui m’imbattessi, entrai da

un artista; e mi offersi di pagargli la sua giornata, se voleva

passeggiare con me per alcune ore. Ei non si fece pregare, ed io

m’accorsi, dopo pochi minuti, che avrei potuto capitar peggio. Il

buon uomo era ciarliero e compiacente, e tosto mi narrò la storia d’un

medico comunale, perito a colpi di fucile, sulla piazza pubblica. Il

fatto aveva due anni di data, e gli assassini erano stati condannati a

due anni d’esiglio.

L’organizzazione della giustizia a San Marino è affatto elementare. Non

si hanno nè leggi, nè tribunali, ma si fa venire da Roma o da Firenze

un magistrato seguito da quattro gendarmi, il quale è pagato dalla

repubblica, e giudica alla meglio gli affari civili e criminali. La

pena di morte non viene mai applicata, ma si hanno le galere. Quando un

individuo è condannato ai lavori forzati, lo si manda a qualche bagno

del papa o del granduca di Toscana, e la repubblica vi paga la sua

pensione.

Dalla questione giudiziaria noi siamo naturalmente passati alla

politica. Un consiglio sovrano di 60 individui dirige gli affari

dello Stato. Venti consiglieri sono scelti fra la nobiltà, venti fra

la borghesia e gli altri venti fra i contadini: ond’emerge che San

Marino è una repubblica leggermente aristocratica. Chi lo crederebbe?

V’è una nobiltà a San Marino! In questa repubblica fondata da un

muratore, che si era fatto eremita, ho ravvisato l’esistenza d’una

classe privilegiata. Ero curioso di conoscere da qual fonte emanasse

la nobiltà del paese, ed il mio cicerone mi assicura che i nobili di

San Marino ammettevano di tempo in tempo qualche borghese nella loro

illustre casta.

Il potere esecutivo è confidato a due capitani, che durano sei

mesi nelle loro funzioni, nè possono essere rieletti se non dopo un

intervallo di tre anni. Ricevono un emolumento di 25 scudi romani, un

po’ più di 125 franchi, pei loro sei mesi d’esercizio. La moneta che

corre nel paese è quella del papa.

La forza armata consta d’una sessantina di guardie nazionali. Grazie

alla generosità d’un benefattore straniero, hanno delle uniformi,

ma l’uomo che le comanda è alla borghese. Una trentina di suonatori

completano l’effettivo. In caso di bisogno, la repubblica potrebbe

mettere circa seicento uomini sotto le armi.

Le finanze non sono mai in deficit, poichè, propriamente parlando,

non vi sono finanze. Il popolo non paga contribuzioni dirette, la

principale entrata dello Stato si compone dei sali o dei tabacchi,

che il papa permette d’introdurre senza dazio. Lo Stato è dunque non

solamente protetto, ma eziandio beneficato dal santo padre. A questi

prodotti s’aggiunge quello d’una imposta sulla carne. Il consumatore

paga due scudi e mezzo per un bue, 25 soldi per un majale, e soldi

7-1/2 per un montone. Le derrate necessarie alla vita sono a buon

mercato: la carne costa otto soldi la libbra, il litro di vino si vende

da 3 a 5 soldi, e per un soldo si comprano otto oncie di pane.

L’istruzione pubblica è pressochè nulla: una ventina di piccoli

repubblicani vanno alla scuola dai preti.

I monumenti pubblici sono una fortezza in ruine, ed una chiesa deforme,

ma in buono stato. Quattro prigionieri sono detenuti nella fortezza, ed

io ho passato una mezz’ora con essi. Sono rei di furti campestri, così

frequenti costì siccome negli Stati del pontefice. I miseri aspettano

impazientemente che siano mandati alle galere; ma ci vorrà molto tempo,

chè il giudice è morto ed il successore non è ancora nominato. Uno di

quest’infelici ebbe rotta la gamba, e soffre crudelmente sul miserabile

suo giaciglio.

Si vede nella chiesa la tomba che S. Marino si è scavato da sè

medesimo, e la lastra di marmo dedicata dalla repubblica ad Antonio

Onufrio, _patri patriae_, dice l’inscrizione. Cotest’Onufrio era

l’incaricato d’affari della repubblica presso l’Imperator dei Francesi.

Il mio cicerone parla di questo grand’uomo colle lagrime agli occhi:

«Ei parlava a Napoleone come io a voi; faceva la corte all’Imperatrice;

egli era davvero il padre della patria!»

Al di sotto della chiesa, una gran casa civile è abitata dal dotto

numismatico Borghesi. La mia guida pretende, che questo corrispondente

dell’Instituto lavori ogni giorno fino all’ora della cena, e poscia

si ubbriachi; ma io credo che il mio degno cicerone calunnia la sola

gloria del suo piccolo paese.

Il mariuolo s’è ben guardato dal narrarmi un fatto ch’io conosceva, e

che è noto a tutta l’Italia. Nel 1849, dopo la presa di Roma, Garibaldi

e le reliquie del suo esercito si rifugiarono sul territorio di San

Marino. Ora que’ repubblicani comprarono a vil prezzo i cavalli,

gli arnesi, le armi e tutti gli effetti preziosi ch’erano rimasti

ai proscritti: dopo di che gli esortarono a cercarsi un altro asilo.

Questa reminiscenza è forse la causa del mio rigore verso gli abitanti

di San Marino. D’altronde, quando sono acciecato dalla pioggia, non so

veder le cose sotto bell’aspetto; e d’altra parte il lettore è libero

d’addolcire a suo buon grado l’amarezza di questo giudizio.

Se la repubblica di San Marino dovesse un giorno essere assorbita in

qualche grande monarchia, gli archeologi della politica esclamerebbero

versando lagrime amare: «È dunque perito quel baluardo della libertà!»

Rimane a sapersi, se un popolo rozzo, feroce, avido e miserabile,

merita il nome di popolo libero.

Coloro che si occupano di statistica commerciale hanno osservato, che

il piccolo commercio diminuisce di giorno in giorno. Ne’ tempi andati

le nostre città erano piene di botteghe grandi come la mano, dove una

famiglia di borghesi ignoranti vegetava fino alla morte. La commandita

s’è impadronita degli affari, i capitaletti si sono riuniti per formare

de’ milioni; si sono affittate delle case enormi, comprati de’ mucchi

di merci, e si è trattato il commercio sopra una grande scala. È una

intera rivoluzione, mercè la quale il capitalista accresce e raddoppia

la sua fortuna, i commessi, senz’arrischiare un soldo, intascano de’

buoni assegni, ed il pubblico compra a miglior mercato.

Io non sono lontano dal credere, che in politica si farà un giorno un

cangiamento analogo. I piccoli Stati sono condannati a vegetare siccome

le botteguccie. Se io fossi re di Piemonte, o re di Prussia, fonderei

un vasto stabilimento col capitale di 20 o 25 milioni d’uomini, e

sarei ben presto in grado di dare la pace, la sicurezza, l’agiatezza e

l’istruzione pubblica al 30 per cento al disotto del corso.

Le Romagne.... ma perdòno. È ormai lungo tempo che abbiamo abbandonato

gli Stati del papa.

Roma contemporanea · 第 49 / 71 题