I viaggiatori più eleganti nol conoscono che di vista. Se mai
avete percorso l’Italia in legno di posta, vi sarà forse occorso di
vedere qualche vecchia carrozza polverosa, che non è nè _fiacre_ nè
_cabriolet_, ma ha qualche cosa dell’uno e dell’altro, ricolma d’esseri
umani, sopraccarica di valigie e di pacchi. Se mai v’imbatteste
a vederla su strada disagiata, avrete avuto campo ad osservare un
omiciatto in berretto e paletot trottante, colla frusta alla mano, alla
destra de’ cavalli e dicente loro parole consolanti. Questo conduttore
borghese è il vetturale, provvidenza ambulante della classe media
e degli stranieri poveri. Tutti gli artisti dal borsellino leggiero
passarono qualche giornata con lui e conservarono buona memoria della
sua compiacenza.
In questo regno, dove il popolo è povero, e l’attività umana è alquanto
assopita, si viaggia di rado, lentamente ed a piccole giornate. La
classe media non si trasmuta, ma vegeta in quel cantuccio dove il
caso l’ha fatta nascere. Pensate che è impossibile l’uscir da Roma
senza passaporto, e che i passaporti non si danno che alle persone ben
affette, costano cari assai e non servono che per un viaggio. Così
un abitante di Terracina, che fosse costretto a passare cento volte
all’anno la frontiera napolitana, dovrebbe pagare cento volte uno scudo
sia all’ingresso che all’uscita. Aggiungete che non si può traversare
una piccola città, senza sopportar le noje della vidimazione del
passaporto, e senza pagar tributo alla mendicità d’un impiegato. Anche
il più smanioso viaggiatore avrebbe di che scoraggirsi.
Allorchè un modesto borghese di Roma è assolutamente costretto a
mettersi in viaggio, tratta col vetturale: cosa grave, poichè si
discute sulla durata del viaggio, sul numero dei pasti, sul caffè e
latte del mattino, sul prezzo del trasporto, e sulla mancia.
Il vetturale s’impegna d’arrivare a tal sito, in tanti giorni e per tal
via, a prendere quanti buoi e cavalli possano occorrere di rinforzo,
a pagare il passaggio de’ ponti e le barriere che attraversano la
strada, ad alloggiare il suo viaggiatore nei migliori alberghi, ed
a somministrargli un dato numero di pasti. Tutti questi patti sono
descritti in carta, se ne stende un contratto in doppio esemplare,
firmato dalle due parti contraenti.
I prezzi del vetturale sono d’una moderazione favolosa; e, se la
memoria non mi tradisce, un viaggiatore può essere trasportato,
nodrito, alloggiato, servito per una somma di circa sette franchi al
giorno. Ma si va molto più lentamente che non sulle strade ferrate, e
bisogna adattarvisi. I giorni discreti sono quelli da dodici leghe di
viaggio.
Il primo viaggiatore che trattò col vetturale è il padrone del legno,
ed ha voce preponderante nelle dispute che insorgono strada facendo.
Debbo però dire che le dispute sono rarissime, essendo che il vetturale
ed il suo servo sono armati d’una compiacenza inalterabile, ed ho
sempre dovuto ammirare la cortesia degli Italiani che viaggiavano con
noi. Era simpatia pei Francesi? Era semplicemente l’effetto di quel
vecchio pregiudizio romano, che vede in tutti gli stranieri altrettanti
signori? Propendo per la prima ipotesi. Lo stesso vetturale agiva
con noi meno famigliarmente che non co’ suoi compatriotti, e credetti
vedere che negli alberghi avevasi per noi una cura particolare. Eppure
gli albergatori sanno, meglio che ogni altro, che i viaggiatori del
vetturale non sono propriamente signori.
In questo modo ho viaggiato da Roma a Bologna. Eravamo, al momento
della partenza, cinque Francesi ed un giovane avvocato romano. Quattro
nella carrozza, e due sull’imperiale: questi, ogni volta che si
sentivano oppressi dal caldo, dimandavano di cambiar posto.
Cotesti miei compagni erano un giovane dilettante di viaggi dotato
di molto spirito, il signor Dugué De la Fauconnerie, un pittore
dell’accademia di Roma di nome Giacometti, due altri artisti, Pradier
figlio dell’illustre statuario, e Giulio David nipote del gran pittore,
e cugino germano del mio buon amico barone Gerolamo David. Non mi
ricordo il nome del giovane avvocato, ma era un uomo dolce e benevolo.
Mancava forse di _quel non so che_, che fra noi è il distintivo delle
persone ben educate. Però noi eravamo quasi dispettosi di vedere che
il vetturale lo trattava quasi in tuono di perfetta eguaglianza. Noi
eravamo d’un paese, dove la distanza è enorme fra un conduttore di
diligenze ed un dottore in legge.
Non conosco nulla di più desiderabile nè di più dilettevole che la
buona compagnia. Però quando viaggerete collo scopo d’istruirvi, io vi
consiglio d’andar solo. Dall’ora in cui il vetturale venne a prenderci
facendo risuonare i campanelli de’ suoi tre cavalli, fino alla città di
Foligno, dove io dissi addio a’ miei amici, osservai ben poche cose. Lo
confesso a mia vergogna, ma non senza certo piacere retrospettivo, la
conversazione non fu altro che un continuo scoppio di risa.
La campagna triste e desolata intorno a Roma cangiò di faccia a misura
che ci allontanavamo dalla città. È un fatto da me già notato varie
volte sui miei ricordi, che Roma è forse la sola grande città senza
distretto, la sola che sia circondata d’una zona incolta. Bisogna
escirne e viaggiare molto tempo prima di trovare le strade ben
conservate, la circolazione romorosa, la coltura attiva e prospera.
Quanto più si allontana dalla capitale, tanto più si trova il paese
vivo ed il popolo felice. Concludo da questo fenomeno unico nel suo
genere, che Roma sarà forse un giorno la capitale d’Italia, ma che al
giorno d’oggi non è la capitale degli Stati romani.
A Civita-Castellana, il vetturale vende i suoi cavalli, avendo trovato
occasione di fare un buon mercato, ed ei non è uomo da trascurare i
suoi affari. «Ma e di noi che sarà? — Eh! che! risponde egli con un
sorriso filosofico. La Madonna non ci lascerà in istrada.»
Fatto sta che la mattina seguente la carrozza era pronta tirata da tre
ronzini, così deformi, arditi e strepitanti, quanto i primi.
Ecco l’ordine e la marcia invariabile del vetturale. Al primo albore
egli sveglia i suoi viaggiatori e fa caricare i bagagli. Un caffè
s’apre a dieci passi dall’albergo, ed il vetturale ci conduce colà
e ci fa apprestare la prima colazione. Si comincia a trottare verso
l’ora fresca, e si continua fin verso le dieci ore del mattino. Allora
è il momento della fermata, e si depongono i bagagli pel caso in cui
qualche viaggiatore avesse il capriccio di cambiar abiti. Ci viene
servito un pranzo modesto, ma solido, condito con un po’ di vino del
paese. Quindi si fa una corsa a visitare il paese, mentre i più pigri
hanno diritto di chiedere una camera e di fare la _siesta_. Fra le due
e le tre ore si risale in vettura e si trotta, sempre piano piano,
fino alle sei: allora i bagagli sono di nuovo scaricati, i cavalli
vanno nella scuderia, ed i viaggiatori passeggiano fino all’ora della
cena. Tutto ciò è sì ben regolato, si ben convenuto, che cinque o sei
vetturali possono viaggiare di conserva senza mai perdersi di vista.
Il nostro giovane avvocato raccontò la storia d’uno de’ suoi amici che
si ammogliò da un vetturale all’altro. Egli osservò nel primo giorno di
viaggio una bella fanciulla, che co’ suoi parenti andava a raccogliere
una modesta eredità; la riconobbe il giorno appresso, le sorrise
il dì seguente, nel quarto giorno le parlò, nel quinto la chiese in
matrimonio, e l’ottenne in capo alla settimana, grazie ad una bottiglia
di Montepulciano, che il padre aveva imprudentemente accettato.
Non dipenderebbe che da noi il giuocare al medesimo giuoco, poichè
ecco un vetturale che ci segue passo a passo, come per raccogliere la
nostra polve. Cinque figlie da marito! ed abbastanza belle, in fede
mia. Ed il naso rubicondo del loro signor padre attesta, ch’ei non
avrebbe a schifo il vino di Montepulciano. Ma nessuno di noi pensa al
matrimonio[6].
È nel bagno di Civita-Castellana che il famigerato Gasparone espia
dolcemente i suoi delitti. Ero debitore d’una visita a quel grand’uomo,
ed ora gliel’ho fatta. Si può dire letteralmente ch’ei regna in quel
bagno di terra ferma, poichè 13 o 14 antichi banditi gli compongono una
corte, ed il governo gli assegnò una lista civile di 5 soldi al giorno
per le spese di rappresentanza; mentre gli stranieri che vengono a
vederlo gli pagano tributo.
Questo monarca in vita mi ricevette in una cameraccia che gli serve di
sala del trono; fece tre passi incontro a me, e mi stese la mano con
un sorriso di protezione. Le persone della sua corte ed alcuni gendarmi
fecero cerchio intorno a noi.
Gasparone è un vecchio grande, d’una bellezza notevole, d’alta e nobile
statura, e lineamenti maschi e regolari, di guardatura sfavillante.
Porta una lunga barba bianca, e reca in viso una miriade di macchiette
azzurrognole segni della esplosione d’un fucile carico a polvere.
Indossa un abito di panno grossolano, costume di contadino agiato; e fu
dispensato dal portare la livrea de’ forzati, così pure dalla costoro
compagnia. Vive solo, circondato da suoi antichi compagni, e distratto
dalla noja per mezzo delle frequenti visite degli stranieri.
Delle native montagne egli non ha conservato che l’accento e la
calzatura. Mi fece vedere i suoi sandali attaccati alla gamba con
funicelle di cuojo, e mi disse con una modestia alquanto orgogliosa:
«Perdonatemi se non parlo il romano; io sono nato ciocciaro e così
morrò.» Cotesto titolo di ciocciaro, ossia portatore di cioccie
(sandali) è adoperato in Roma siccome termine di sprezzo. Il cardinal
principe Altieri nel calore di una disputa contro il secretario di
Stato, non s’astenne dal lanciargli in faccia l’epiteto di ciocciaro. È
positivo che il cardinal Antonelli, al pari di tutti i figli di Sezza,
di Prossedi e di Sonnino, ha portato le cioccie in sua giovinezza.
Gasparone mi domandò se io ero romano? Era evidentemente un complimento
sul modo con cui io parlavo italiano. Lo ringraziai, dicendogli ch’ero
francese. «Or bene! ripigliò egli sorridendo, conducetemi con voi in
Francia.»
M’ingegnai di persuaderlo, che un uomo della sua condizione non
troverebbe ad occuparsi in un paese come la Francia. I gendarmi che ci
ascoltavano alzarono le spalle in segno d’incredulità, quando dissi che
il brigandaggio era impossibile da noi.
E di vero il brigandaggio, sì bene sradicato nelle montagne di Sonnino,
era allora floridissimo nelle Marche e nelle Romagne. Si parlava d’un
possidente assediato in sua casa alle porte stesse di Rimini.
Si narrava la storia d’una prigione evasa in massa, detenuti e
carcerieri, per mettere a contribuzione la campagna.
Gasparone non manca di certa bonomia; però mi parve alquanto sostenuto
e preoccupato dell’idea di sostenere il suo grado. Egli stava in piedi,
e noi pure. Mi ricorse involontariamente al pensiero la memoria di
quel principe romano, che diceva nella sua altiera boria: «Non mi sono
mai seduto dinanzi a persona del ceto medio, poichè avrei forse dovuto
farla sedere a me vicino.» Però allorquando parlai di Sonnino, di Maria
Grazia, e delle montagne che avevo visitato, il vecchio brigante se ne
compiacque e cedette al piacere di parlare. Raccontò varj episodj della
sua vita attiva e specialmente l’ultimo, ch’egli ha sempre in cuore.
Protestò contro l’illegalità della sua prigionia. «Poichè al fine,
diss’egli, i gendarmi non mi hanno preso, ed io non mi sono arreso; fui
preso a tradimento. Avevo accettato un abboccamento per trattare col
governo, e si è violato il diritto delle genti coll’impadronirsi della
mia persona.»
I gendarmi l’ascoltavano con rispettosa ammirazione, ed uno d’essi
gli disse: «E di che ti lamenti? Tu hai fatto la guerra, e noi non
la faremo mai: tu non mancasti di nulla, e noi manchiamo di tutto. Tu
sei stato capitano, ed io, che ti custodisco, non sarò probabilmente
nemmeno sergente, poichè non ho nè moglie nè figlia che sollecitino pel
mio avanzamento!»
Dopo una buona mezz’ora di conversazione, presi commiato. Gasparone
voleva assolutamente che portassi meco una sua memoria, onde mi
offrì la lista manoscritta de’ suoi omicidj, in numero di 197, se non
m’inganna la memoria. Aggiunse che gl’Inglesi non mancavano mai di
prenderla.
Che strana bestia è l’uomo! Questa lista mi fece orrore, e rifiutai
di prenderla. Avevo stretto senza ribrezzo la mano che aveva commesso
tanti delitti, ed ora il foglio di carta su cui erano descritti
m’inspirava orrore! Dissi addio al grand’uomo, che ne aveva ammazzati
tanti piccoli, e gli diedi una mancia, ch’egli accettò siccome farebbe
un semplice capo d’ufficio.
Il suo onorario era già di dieci soldi; ma da qualche anno fu ridotto a
cinque. È un lagno che non dimentica mai in conversazione.
L’albergo di Civita-Castellana è il tipo de’ grandi alberghi italiani,
siccome si trovano nei romanzi. Balconi, terrazze, fiori del mezzodì,
grandi corse aperte alle sedie di posta, nulla vi manca. È però debito
di verità il dire che Civita-Castellana trovasi sulla classica strada
di Firenze a Roma.
Ciò che mi urta al massimo grado è la mendicità importuna e continua,
che ci perseguita. Negli alberghi più agiati il cameriere stende la
mano, il facchino che vi porta il baule stende la mano, il garzone di
scuderia stende la mano, e qualche volta lo stesso albergatore ci fa
l’onore di dimandarci l’elemosina. Lungo il cammino, allorquando il
vetturale prende de’ buoi o de’ cavalli di rinforzo, l’uomo che gli
ha noleggiati, e che riceve il suo salario, ci tira per la manica e ci
sveglia, al bisogno, per una comunicazione importante. Che vuol egli?
Una piccola moneta per comprar del pane. Se il pane fosse raro o caro,
questa importunità sarebbe forse scusabile; ma la messe è magnifica,
come ne convengono gli stessi coltivatori, allorchè si staccano dal
loro lavoro per venire a stenderci la mano. È chiaro che quelle persone
non hanno bisogno de’ pochi soldi che ci dimandano, ma vanno mendicando
per principio, per onor del governo e del paese.
Quanto si può esser fieri d’esser Francesi! Eppure debbo confessare
che la mendicità è ancora più arrogante e più inescusabile a Parigi.
Un cocchiere romano, a cui non si dia nulla di mancia, s’accontenta
di maledirvi nel secreto dell’animo suo; mentre un cocchiere di Parigi
v’ingiuria e talora fa peggio. Abbiamo sui boulvard di Parigi qualche
caffè, che in capo ad un anno raccoglie più di cento mila franchi in
elemosine. I domestici di quello stabilimento, che non hanno altro
salario, suddividono questa enorme somma col proprietario, che è
stupidamente ricco, e si veggono delle locazioni di 60,000 franchi
pagate coll’elemosina forzata de’ poveri consumatori.
A Narni, il vetturale ci vende ad uno de’ suoi confratelli, che
s’incarica di trasportarci alle medesime condizioni fino al termine del
nostro viaggio.
Le cascate di Terni sono fatte di mano dell’uomo, non meno che quelle
di Tivoli; e così l’arte diede mano alla natura. Fu sviato un fiume dal
suo letto per precipitarlo giù dalle rupi.
Quivi i contadini industriosi hanno costrutto cento diverse chiuse
ne’ dintorni della cascata, e ciascun d’essi preleva una tassa sulla
curiosità de’ viaggiatori.
A Foligno dissi addio a miei amabili compagni, i quali si diressero
verso Perugia, che non era ancora stata saccheggiata dalle bande
mercenarie tedesche del colonnello Schmidt. Ho fatto la salita degli
Appennini per una strada nuda e triste assai; ora eccomi sul pendio
dell’Adriatico, nelle provincie meno soggette al dominio pontificio.
Serravallo, Tolentino, Macerata, Recanati, prime città e primi villaggi
della marca d’Ancona, hanno una fisonomia affatto nuova. Siamo ben
lungi da Roma e dalla sua desolata campagna! Qui le vie ampie e ben
conservate sono coperte di pedoni e di carrozze, e fiancheggiate da
fertili campagne. Non ho veduto le pianure di Lombardia, ma dubito che
possano essere meglio coltivate di quest’ammirabil paese. La proprietà
è suddivisa, e la popolazione non va più timidamente a rannicchiarsi
entro i villaggi, che da tutte le parti si veggono abitazioni rurali in
buono stato.
Vi ho spiegato come la coltura non fosse altro che un accidente
passaggiero nella campagna di Roma. Si traggono de’ buoi e degli
aratri sopra un prato, poscia si ara, si semina, si sarchia, si miete
in fretta, quindi la terra rientra nel suo riposo per un periodo di
ben sette anni. Qui per lo contrario la coltura è lo stato normale
della terra, essendo essa piantata d’alberi e lavorata, zappata ed
ingrassata. Ho visto spesso nella medesima pertica di terreno un cumulo
di foglie di gelso, una vendemmia appesa a’ tronchi d’alberi, ed una
messe color d’oro ai loro piedi. La vite si marita all’olmo, al salice
ed al pioppo. Le foglie dell’olmo sono un eccellente foraggio pei buoi,
che le mangiano verdi.
Quasi quasi mi dimenticavo che eravamo nello Stato pontificio, ma ecco
la santa città di Loreto, che mi richiama alla realtà.
Loreto, che ha dato il suo nome ad una delle classi più floride della
popolazione parigina, è una città di 5,470 anime; deve la sua esistenza
ad una serie di miracoli troppo noti, perchè sia necessario di qui
raccontarli. Nessun cattolico può ignorare, che la casa della Santa
Vergine Maria, lunga metri 10,60, larga 4,36, ed alta 6, fu trasportata
da Nazaret tra le braccia degli angeli nella notte del 12 maggio 1291.
Fece una prima fermata in Dalmazia, dove soggiornò circa tre anni
e mezzo. Il 9 dicembre 1294, essa attraversò l’Adriatico e venne a
cercare in Italia un posto adattato. Errò per qualche tempo nelle selve
vicine a Loreto, e fermossi definitivamente a tre chilometri dal mare.
La Santa Casa non ha che le quattro mura, poichè gli angeli lasciarono
in Palestina il pavimento e le fondamenta; ma trasportarono i vasi di
terra, in cui la Vergine Maria preparava gli alimenti pel suo divin
figliuolo.
Nulla di più povero di questa casa, costrutta con pietruzze rossastre,
come se ne trovan molte nel paese; e nulla di più ricco e magnifico
degli ornamenti onde fu abbellita. Il contrasto è pur sì grande tra
l’umile capanna ed il tempio che la racchiude, quanto tra l’apostolo
Pietro e papa Leone X. Essa è sì poco riconoscibile sotto i suoi
rivestimenti di marmo, quanto la morale evangelica sotto la poesia del
cardinal Bembo.
Questa casa miracolosa è proprietaria della città di Loreto e di tutto
l’orizzonte che la circonda. Possiede 400,000 franchi di reddito in
beni immobili, senza tener conto del reddito eventuale, che è enorme.
Giudicatene dalla vendita delle corone e d’altri oggetti di divozione,
che fruttano agli abitanti di Loreto un beneficio di circa 500,000
franchi all’anno. Questo commercio non giova se non indirettamente
alla Santa Casa, ma diventa fonte di migliaja di offerte. Così, ho
veduto una signora di Dublino occuparsi per un lungo quarto d’ora nel
far benedire mille coserelle: anelli, medaglie, corone e campanelli
contro il fulmine. Un sacerdote, di cui ho ammirato la pazienza, ha
segnato per lei una ventina d’imagini, ne ha suggellato venti altre,
aggiungendo a ciascuna un pezzetto di velo nero; ha santificato
parecchi giojelli facendoli passare nella scodella entro cui mangiava
il bambino Gesù: dopo di che, la buona signora depose un’offerta, che
pareggiava almeno il valore di tutte quelle compre.
Non parlo delle offerte più preziose, che vengono inviate da principi
e da grandi della religione cattolica. Sonvene di ridicole, siccome i
calzoni del re di Sassonia; e di magnifiche, ond’è che il tesoro della
Santa Casa ha riparato le spogliazioni del 1797.
La statua della Vergine, scolpita dall’inimitabile S. Luca, è
letteralmente coperta di pietre preziose. Quella figurina di legno
nero, che per qualche tempo fece soggiorno nel gabinetto delle medaglie
della Biblioteca imperiale, possiede uno scrigno più ricco di quello di
qualsivoglia principessa d’Europa.
Il cicerone che mi condusse è nel medesimo tempo garzone d’albergo
e sacristano della Santa Casa; del resto non poco incredulo, e
preoccupato soprattutto di statistica e di finanze. Mi assicura,
che la Santa Casa è circondata di 120 altari, dove 120 sacerdoti
celebrano ogni giorno la messa. Mi fa osservare i confessionali, dove
de’ penitenzieri di tutte le lingue sentono la confessione di delitti
speciali, che un semplice sacerdote non potrebbe assolvere. «Tutto ciò,
diss’egli prosaicamente, frutta molto danaro. Noi siamo qui più di 300
impiegati, che riceviamo ciascuno due litri di vino e due libbre di
pane al giorno. Le nostre finanze vennero scompigliate recentemente
da Monsignor Narducci, che lasciava in cassa un defecit di 300,000
franchi. Per la qual causa fu rivocato.
— E che si fece di lui?
— Fu nominato amministratore dell’ospizio dello Spirito Santo, a Roma,
senza dubbio perchè lo Spirito Santo è più ricco e più difficile a
ruinarsi.»
I viaggiatori ch’entrano nella chiesa dove è racchiusa la Santa Casa,
scorgono sulla dritta un collegio de’ Padri Gesuiti, a sinistra il
palazzo Apostolico dove risiede il successore di Mons. Narducci. È
un palazzo discretamente conservato, dove si veggono troppe donne
in bianco soprabbito di mattina, e sono senza dubbio le mogli
degl’impiegati subalterni. Per lo contrario bisogna confessare che il
collegio de’ Gesuiti, visto dall’esterno, imprime negli animi anche
più insensibili una specie di rispetto. Ha un aspetto severo e bene
ordinato, che impone.
Ne’ sotterranei del palazzo Apostolico si ammira una bella farmacia,
di cui tutto il vasellame è in vera majolica di Faenza, eseguita sui
disegni de’ più grandi maestri.
Ho passato tutto il giorno nella chiesa, la quale è un vero museo, e
vi sarei stato veramente felice, se non fossevi stata l’importunità
de’ cani, de’ mendicanti, de’ ciceroni e di alcune vecchie, le
quali volevano ostinatamente far il giro della Santa Casa sulle loro
ginocchia, col mio consenso ed a mie spese.
Questi piccoli pellegrinaggi salariati non si fanno solamente in
Italia. Conobbi a Vergaville, paese natio della mia avola, una vecchia,
pellegrina di professione, che si portava, mediante una rimunerazione,
alle cappelle più celebri, e che guadagnava di che vivere acquistando
indulgenze. Credo però che questo mestiere sia più lucroso a Loreto che
a Vergaville.