— E perchè?
— Perchè se aveste accettato la mia presa, mi avreste regalato qualche
soldo, pel mio convento».
Sorrisi anch’io, e gli dissi: «Ciò non fa caso. Vi darò ciò che
vorrete, ma ad una condizione.
— Dite.
— Che mi conduciate fino alla piazza Farnese, rispondendo alle mie
interrogazioni.
— Volentieri; non ho più nulla a fare prima di asciolvere.
— Ho portato or ora qui l’ultima mia insalata.
— Quale insalata?
— Quella che sta sera mangerà il direttore dell’Accademia.
— E che! reverendo, voi vendete l’insalata!
— No, ma ne dono ai benefattori del nostro ordine. L’Accademia, siccome
tutte le grandi case, ci fa un’elemosina al mese, ed in ricambio di tal
bontà noi le portiamo un’insalata ogni domenica».
Strada facendo mi narrò tutte le piccole professioni ch’egli esercitava
gratuitamente, a vantaggio dei benefattori dell’ordine. Strappava i
denti con certa destrezza, prestavasi per modello degli artisti per
la testa e la barba; seguiva col cereo in mano i funerali de’ grandi
personaggi. Il mestiere di questi frati mendicanti non è già d’essere
oziosi: essi sono famigliari ed amici dei piccoli, umilissimi e
devotissimi servi de’ grandi, il popolo gli ascolta volentieri perchè
sono popolo. Predicano nel Colosseo, sulle piazze, nelle strade, in
lingua veramente del volgo, colla mano sui fianchi, ed alla buona di
Dio. Se qualche parolona può dare più di nerbo alla loro rettorica,
essi la slanciano con tutta naturalezza. «Ecco come siamo noi altri,
dicevami il mio compagno di passeggio: non siamo dotti; non conosciamo
nè telegrafo, nè gaz, nè vapore; ma ne sappiamo abbastanza per dare un
buon parere.»
Una vecchia gli si fece incontro chiamandolo per nome. «Padre» gli
disse «il mio terno non è sortito. Datemene un altro. È sabbato a
mezzodì che si fa l’estrazione di Roma».
Ei la respinse colla mano, dicendole: «Andate a spasso! Non sarebbe
egli meglio, quando per caso aveste dieci soldi, di comprare un pane
ed una bottiglia di vino, che vi darebbe forza, anzichè perder tutto al
lotto?»
La vecchia rispose: «Scusatemi. Quando avrò mangiato il pane e bevuto
il vino, la fame e la sete mi nasceranno subito; mentre che, col mio
viglietto in tasca, io sono ricca fino a sabbato».
Il cappuccino le volse le spalle senza aprir bocca.
«Signore, mi disse, ripigliando i passi ed il discorso, non si può
levar di mente a coteste creature, che noi abbiam mano in pasta nella
lotteria. Se volessi fabbricare de’ terni per tutti coloro che me ne
dimandano, non me ne rimarrebbe più veruno per me».
M’accinsi ad interrogarlo sui redditi del suo ordine e su quanto un
cappuccino può procacciarsi in un giorno. A ciò egli rispose ad un bel
circa come il ciabattino di Lafontaine: «Or più or meno. Altre volte,
mi disse egli, io era in un convento di Tivoli, mendicava nelle case
de’ contadini, e riceveva le elemosine in natura. In questo genere di
viaggio, bisogna portarsi ben lontano e sudar molto per guadagnar poco.
Faceva quattro questue all’anno nell’ordine delle raccolte. Nel primo
viaggio riceveva del grano e dei bozzoli; nel secondo del formentone
e delle fave; nel terzo del vino, e nel quarto dell’olio. In ogni
villaggio il benefattore del nostro ordine mi offriva l’ospitalità
e custodiva la mia piccola provvista, che veniva poi ritirata
dall’economo del convento. A Roma le elemosine che ci si danno sono
quasi sempre in danaro. Quando sono invitato da un pittore a far da
modello, mi viene data una mercede per seduta. Quando strappo un dente,
le persone generose mi regalano una moneta di dieci soldi; quando seguo
un convoglio funebre di qualche gran signore, ricevo cinque soldi ed
una candela di cera; allorchè un artista desidera la mia bella corona
del rosario fatta di bosso, è ben di rado ch’io non ritorni al convento
con uno scudo. Da ultimo, quando impiego il mio scarso ingegno per uno
straniero pio e caritatevole, sono ben certo ch’ei porrà venti soldi
nel salvadanajo che qui vedete».
La mendicità è, e deve essere florida nella capitale del mondo
cristiano. Non la si può nè intendere, nè frenare, essendo essa un
invito perpetuo ad esercitare una delle virtù cardinali. Ogni appello
alla carità vi è permesso fino dai primi tempi della Chiesa; lo zoppo
ha diritto di mostrare ai passaggieri la compassionevole nudità delle
sue gambe. I Romani, stimolati da ogni parte, soddisfanno tutti,
nell’esercizio de’ loro mezzi, al precetto dell’elemosina. Ricchi e
poveri danno molto; e senza dubbio l’ostentazione prende parte nella
pratica d’una virtù sì costosa, ma la bontà naturale del popolo vi si
presta spontaneamente.
Di tutti i mendicanti che pullulano nella città, i più onesti e
più utili sono senza dubbio i frati questuanti. Ma si dà per certo,
che essi hanno la cattiva abitudine di entrare dovunque senza farsi
annunciare, di penetrare _ex abrupto_ nelle stanze posteriori delle
botteghe, e mendicare con tuono di autorità che imbarazza i timidi ed i
piccoli.
Ritorniamo, se vi piace, alla piazza Farnese, dove mi ha lasciato
il mio dispensatore d’insalata. I viaggiatori che sono bramosi di
contemplare la mole imponente del palazzo Farnese, la sua cornice
disegnata da Michelangelo e le due belle fontane che zampillano
dinanzi alla facciata, possono farvisi condurre in ogni tempo; ma è
alla mattina che io preferisco di recarmivi. La domenica è il giorno
in cui i contadini arrivano a Roma. Quelli che cercano l’impiego delle
loro braccia vengono ad accordarsi cogli affittajuoli per lavorare a
giornata. Quelli che sono già in servizio, e lavorano fuori delle mura,
vengono a fare i loro affari e rinnovare le loro provvigioni. Entrano
in città allo spuntar del giorno dopo aver camminato buona parte della
notte. Ogni famiglia mena un asino che porta il bagaglio. Uomini, donne
e fanciulli, spingendo l’asino davanti a loro, vanno a prostrarsi in un
angolo della piazza Farnese o della piazza Montanara. Per un privilegio
speciale le botteghe vicine restano aperte fino a mezzodì. Si va, si
viene, si compra, poi v’ha chi si accoscia in un angolo per contare
le monete di rame. Intanto gli asini si riposano sulle loro quattro
gambe vicino alle fontane. Le donne vestite d’una giubba a foggia di
corazza, d’un grembiale rosso e d’una veste rigata, incorniciano la
loro faccia con un panneggiamento di stoffa candidissima. Esse sono
tutte, senz’eccezione, da dipingere; quando non è per la bellezza dei
loro lineamenti, lo è per l’eleganza ingenua dei loro atteggiamenti.
Gli uomini hanno il mantello lungo cilestre ed il cappello acuto; al
disotto i loro abiti di lavoro spiccano meravigliosamente abbenchè
logori dal tempo e diventati color di pernice. Il costume non è tutto
uguale; si vede più d’un mantello color d’esca rappezzato d’azzurro
vivace o di rosso simile alla robbia. Il cappello di paglia abbonda
in estate. La calzatura è assai capricciosa; scarpe, stivali e
sandali calpestano successivamente il selciato. Quegli scalzi trovano
qui vicino delle botteghe grandi e profonde ove si vendono delle
robe usate. Vi sono delle scarpe d’ogni sorta di cuojo, e di tutte
le epoche: in questi tesori della calzatura frugandovi bene vi si
troverebbero forse dei coturni dell’anno 500 della repubblica. Ho
testè appunto veduto un povero diavolo che provava un pajo di stivali a
trombini. Dessi vanno bene alle sue gambe come una piuma all’orecchio
di un porco; ed era un piacere il veder le smorfie che faceva ogni
volta che posava il piede a terra; ma il mercante lo confortava con
buone parole, dicendogli: non aver paura, tu soffrirai per cinque o
sei giorni, e poi non ci penserai più. Un altro mercante vende dei
chiodi a peso; l’avventore li conficca lui stesso nelle sue suole,
al qual uopo vi sono dei banchi appositi. Lungo i muri cinque o sei
sedie di paglia servono di bottega ad altrettanti barbieri all’aria
aperta. Si paga un soldo per tagliare una barba di otto giorni; il
paziente, tutto impiastricciato di sapone, volge gli occhi al cielo
con aria rassegnata; il barbiere gli tira il naso, gli mette le dita
nella bocca, s’interrompe per affilare il rasojo sopra una coramella
attaccata alla spalliera della sedia, o per morder via un pezzetto di
focaccia biscotta che pende dal muro. Eppure l’operazione è fatta in un
momento; lo sbarbificato si alza, e il suo posto è già occupato da un
altro. Potrebbe andare a lavarsi alla fontana, ma trova più semplice di
asciugarsi col rovescio della sua manica.
Gli scrivani pubblici si alternano coi barbieri. Si portano loro le
lettere che si sono ricevute; le leggono e vi fanno la risposta. Spesa
totale, tre soldi. Appena un contadino si avvicina alla tavola per
dettare qualche cosa, cinque o sei curiosi si riuniscono officiosamente
intorno a lui per sentir meglio. Vi è una certa bonarietà in questa
indiscrezione, chè ognuno vi mette la sua parola, ognuno dà un
consiglio. Dovresti dir questo. — No — dì piuttosto quello. — Lascialo
parlare, grida un terzo, egli sa meglio di te ciò che vuole far
scrivere.
Alcune vetture cariche di focaccie biscotte d’orzo e melgone girano
in mezzo alla folla. Un venditore di limonea munito d’una molla di
legno, spreme i limoni nei bicchieri. L’uomo sobrio beve alla fontana
facendo un acquedotto coll’ala del suo cappello. Il ghiotto compera
delle vivande passate in seconda mano ad un banco, ove si rivendono a
spizzico gli avanzi delle cucine. Per un soldo, il venditore riempie di
manzo pesto e di ossa di costoline un brandello di giornale vecchio; un
pizzico di sale aggiunto al tutto condisce mirabilmente la mercanzia.
Il compratore mercanteggia non sul prezzo, che è invariabile, ma sulla
quantità; egli prende dal mucchio alcune bricciole di carne e lo si
lascia fare, poichè nulla si conclude a Roma senza tirarsi di prezzo.
Gli eremiti ed i frati passano di gruppo in gruppo questuando per le
anime del purgatorio. A me pare che questi poveri operaj facciano il
loro purgatorio in questo mondo; e che sarebbe meglio dar loro del
denaro piuttosto che loro chiederne, eppure ne danno e senza farsi
tirare per le orecchie.
Talvolta un bel parlatore si diverte a raccontare una storia; si fa
cerchio intorno a lui, e a misura che l’uditorio s’ingrossa, egli alza
la voce. Io ho visto dei narratori che avevano la fisonomia dilicata e
ben contenta, ma non conosco nulla di più piacevole dell’attenzione del
loro pubblico. I pittori del quindicesimo secolo avranno sicuramente
preso sulla piazza Montanara i discepoli che essi aggruppavano intorno
al Cristo.
La musica mi toglie alla conversazione e corro. Voi sapete forse
che si sente pochissima musica a Roma. La gente del popolo vi canta
altrettanto falso quanto gli Ateniesi, ed è lo stesso suono nasale.
Qui mi trovo dinanzi un chitarrista cieco, un violinista guercio ed
una vecchia _prima donna_ di strada che fanno tanto fracasso come
due organetti di Barberia. Ho comperato la loro canzone, poichè
essa è stampata con superiore autorizzazione. Potrei tradurvela da
un capo all’altro, ma indovinerete la storia quando avrete letto
l’intitolazione:
CASO TRAGICO
SUCCESSO A BORGOGNA
TOLTO
DALL’ISTORIA DI MARGHERITA,
REGINA DELLA DETTA CITTÀ.
È superfluo l’aggiungere che si tratta della Torre di Nesle, in
italiano Torre di Nesler. Coloro che credono che Firenze sia in
Inghilterra, perchè gl’Inglesi vengono da Firenze; coloro che domandano
quale dei due sia più grande, se la Francia o Parigi non avranno fatica
a persuadersi che Margherita era regina di una città chiamata Borgogna,
e che suo marito l’ha strangolata l’anno scorso.
Ne ridevo ancora, quando scôrsi presso un banco, ove i mozzi di sigari
si vendono all’ingrosso, un contadino di quarant’anni suonati che
piangeva senza dir motto, nè asciugare gli occhi. Era d’una bruttezza
piuttosto volgare, ed il suo dolore non lo abbelliva. Due o tre uomini
della sua età raccolti intorno a lui procuravano di consolarlo; ei
teneva in mano una lettera aperta. Io mi avanzai verso di lui e gli
domandai che avesse, imperocchè l’indiscrezione di questa buona gente
è contagiosa. Egli mi ascoltò con un’aria stupida senza rispondere;
ma uno de’ suoi vicini mi disse: È una lettera che ha ricevuto da sua
madre.
— Ebbene?
— Ella è morta.
— Imbecille! essa non è morta, perchè scrive.
— Oh signore, interruppe il paziente, è come fosse morta. Leggete
piuttosto.
Mi porse la lettera, e la lessi ad alta voce lentamente, perocchè era
scritta male e piena di errori d’ortografia, ma di uno stile e di una
rassegnazione antica. Il povero diavolo che si era fatto decifrare
quella triste notizia da uno scrivano della piazza, ripeteva meco
ogni parola con un dolore tranquillo e profondo, e le sue lagrime
continuavano a cadere. Ecco ciò che sua madre gli scriveva:
«Figlio mio, io vi scrivo queste righe per farvi sapere che ho
ricevuto il viatico e l’estrema unzione. Affrettatevi di ritornar qua,
affinchè vi veda ancora una volta prima di morire. Se tardaste troppo
trovereste la casa vuota di me. Vi saluto teneramente e vi mando la mia
benedizione materna.»
Che ne dite? Ma io non credo che le eroine dell’antica Roma avrebbero
avuto maggior coraggio dinanzi alla morte! E non crediate già che
questo coraggio sia eccezionale, chè i Romani ravvisano la morte
naturale come un debito da pagare; essi non amano tutto ciò che può
anticiparne la scadenza. Dicono con una ingenuità assai originale:
Io non voglio bagnarmi nel fiume, vi si annega; io non voglio montar
a cavallo, si cade; io non voglio andar alla guerra, vi si ricevono
delle palle. Ma allorquando la vecchiaja o le malattie fanno loro segno
di partire, essi hanno ben presto chiuso la loro borsa da viaggio. Vi
racconterò in proposito delle cose curiose, quando saremo al capitolo
della morte, e vedrete che vi sono delle buone lezioni da prendere in
questo paese.
Ho restituito al mio contadino la lettera di sua madre sdrucciolandogli
nelle mani uno scudo; ei non ha pensato nemmeno a dirmi grazie, e si è
rimesso a considerare attraverso le lagrime quel doloroso scritto che
non sapeva leggere.
Allorchè il cannone del castello di Sant’Angelo ha suonato mezzogiorno,
gli angoli della piazza Montanara erano ingombri di gente che dormiva.
Ogni famiglia forma un mucchio di cenci magnifici, ove un pittore trova
sempre da copiare. I barbieri e gli scrivani pubblici incominciano
ad incrociarsi le braccia, le taverne delle vicinanze si vuotano; i
fornaj, che aveano sempre avuto folla tutta la mattina, si spopolano, e
finalmente si fa un po’ di silenzio dopo tanto rumore. Ma se un prete
viene a passare col corteggio che accompagna il viatico, tutti quelli
che dormono si svegliano di soprassalto, e col cappello in mano si
mettono in ginocchio.
Ho abbandonato la piazza Montanara per fare una visita al Ghetto, ma
non chiedetemi quale strada abbia preso. Vi ho avvertito che io non
sapevo mai la mia strada. Mi pare che la piazza Farnese sia piuttosto
vicina alla cancelleria, ove cadde il povero conte Rossi. Credo esser
sicuro che la piazza Montanara è all’incirca a piedi della Rocca
Tarpeja; il Ghetto costeggia il Tevere in qualche parte; vi sono poche
contrade diritte in Roma, tranne fra il Corso e la piazza di Spagna.
Tutti i rettifili sono a zig-zag, e bisognerebbe demolire metà della
città per tracciarvi una strada di Rivoli. Il Tevere che non ha sponde
abitate serpeggia sì capricciosamente che lo s’incontra dappertutto.
Si scorge la sua acqua gialla, qui attraverso una porta, là nel vano di
una finestra. Voi credete d’avergli volto la schiena! tutt’altro, egli
è là davanti a voi. Cercate una barca, o un ponte, e troverete l’una e
l’altro.
Mercè il sistema ch’io pratico, impiego spesso una mezza giornata a
scoprire la casa ove ho a fare, ma gl’incontri nella strada compensano
il tempo perduto. Ciò che fa di Roma la città più amabile del mondo, e
la migliore da abitare, è che vi si trova sempre del nuovo. I vecchi di
cento anni che non ne sono giammai usciti vi fanno delle scoperte alla
loro porta. La complicazione delle strade, il mistero dei quartieri
aggiungono ad ogni scoperta il prestigio dell’improvviso. Io comincio a
gustare questa leccornia romana che si chiama l’incerto. L’incertezza
è qui la gran molla degli uomini; quanti ve ne sono che non agiscono
che nella speranza dell’incerto! Un domestico preferisce lasciar
diffalcare cento franchi dal suo salario di un anno anzichè rinunziare
ai quaranta o cinquanta franchi di buona mano che compongono l’incerto
delle sue rendite. Un cocchiere non vi conduce già per i quaranta soldi
della corsa, ma per i cinque o sei soldi di mancia che non è certo di
ottenere. Che cos’è la lotteria se non il tempio dell’incerto? allorchè
vengo accostato nelle strade di Roma, io sono quasi sempre nel caso
di rispondere come Esopo: «Non so dove vado.» Però io non manco mai
d’andare al Ghetto perchè lo sento da lontano.
Prima d’ingolfarmi nelle sue strade e nei suoi odori, ho cura di far
colazione. È un’operazione non tanto facile a Roma per mancanza di
trattorie. Vi sono bensì le _tables d’hôte_ dei grandi alberghi e tre
confetturieri, che danno da mangiare quando a loro piace; ma tutti
si trovano intorno alla piazza di Spagna, ed io ne sono ben lontano.
Per bacco, dissi fra me stesso, postochè sono nella plebe fino al
collo, asciolverò alla plebea, e la prima bottega di frittura sarà
il mio trattore. Trovai bentosto quanto mi abbisognava. Alla svolta
della strada, una gran bottega ai quattro venti offriva alla mia
scelta dieci montagne dorate in gran piatti di rame stagnato, coperti
d’inscrizioni gotiche. In una padella enorme bolliva a due passi la
mercanzia; era calda e crocante. Presi una michetta dal fornajo vicino,
un bicchiere di limonata alla fontana la più prossima; dei pesci
fritti, dei carcioffi fritti e delle frittelle, mi composero un pasto
delizioso. Non ho forse mai meglio asciolto a Roma, perchè la frittura
si fa nell’olio, senz’alcuna mistura di quel burro forte che avvelena
tutto. O magnifici armenti della campagna romana, grandi vacche bianche
ombreggiate di grigio, qual burro si fabbrica col vostro latte! Le
cuoche di Parigi dicono che gli spinacci sono la morte del burro; a
Roma, è il burro che è la morte degli spinacci!