LA PLEBE.

I nobili stranieri che visitarono Roma in calesse conoscono poco, o

male, il piccol mondo di cui sto per parlare. Si ricordano d’essere

stati importunati da facchini chiassosi e da mendicanti instancabili,

non videro altro che mani aperte per ricevere, non intesero che voci

stridule per chiedere l’elemosina ad alte grida.

Dietro questo sipario di mendicità si celano ben centomila persone

pressochè indigenti, senz’esser oziose, e che guadagnano a stenti

il loro pane quotidiano. I giardinieri ed i vignajuoli che coltivano

parte della cerchia di Roma, gli operaj, i manovali, i domestici, i

cocchieri, i modelli, i merciajuoli girovaghi, i vagabondi onesti,

che aspettano per cenare un miracolo della Provvidenza, ovvero un

terno al lotto, compongono la maggioranza della popolazione. Vivono

discretamente d’inverno, quando gli stranieri seminano la manna

sul paese; si stringono poi le visceri d’estate. Molti sono troppo

fieri per dimandarvi cinque soldi; ma nessuno è abbastanza ricco da

rifiutarli, se gli vengono offerti. Ignoranti e curiosi, ingenui

e perspicaci, suscettibili all’eccesso senza soverchia dignità,

prudentissimi d’ordinario e capaci delle più sanguinose imprudenze;

fanatici nella devozione e nell’odio; facili a commoversi, difficili

a convincersi; più accessibili ai sentimenti che non alle idee; sobrj

per abitudine, terribili nell’ubbriachezza; sinceri nelle pratiche

di divozione la più eccessiva, ma prontissimi benanche ad irritarsi

contro i santi siccome contro gli uomini; persuasi che hanno poco a

sperare sulla terra, confortati di tempo in tempo dalla speranza d’un

mondo migliore, vivono in una rassegnazione alquanto ringhiosa, sotto

un governo paterno che loro dà del pane quando ne ha. L’ineguaglianza

delle condizioni, più evidente a Roma che a Parigi, non gli stimola

punto all’odio.

Si sono accomodati alla modestia della loro condizione, si rallegrano

che vi siano de’ ricchi, affinchè il povero possa trovare de’

benefattori. Nessun popolo è meno capace di guidarsi da sè; e perciò

il primo arrivante può agevolmente condurlo. Costoro rappresentarono

la parte di comparse in tutte le rivoluzioni di Roma, più d’uno si è

ben battuto senza comprendere la commedia che si rappresentava. Essi

credevano sì poco alla repubblica, che in assenza di tutte le autorità,

allorquando il santo padre ed il sacro Collegio si erano rifuggiti

a Gaeta, ben trenta famiglie plebee si erano accampate in casa del

cardinale Antonelli senza rompervi un bicchiere. Il ristabilimento

del papa sotto la protezione d’un esercito straniero non gli ha per

nulla sorpresi: essi l’aspettavano siccome un felice avvenimento ed il

ritorno della tranquillità pubblica. Vivono in pace coi nostri soldati,

quando questi non s’intromettano nelle loro famiglie, e l’occupazione

non li contraria, se non allorquando ne sono personalmente incomodati;

e non temono d’immergere il loro coltello nell’uniforme d’un

conquistatore, ma potrei accertare ch’essi non celebreranno mai de’

Vespri siciliani.

Si vantano di discendere in linea retta dai Romani della Roma antica

gloriosa, e cotesta innocente pretensione mi sembra assai bene fondata.

E di vero essi sono divoratori di pane, e avidissimi di spettacoli;

trattano le loro donne siccome fantesche, non lasciano loro l’arbitrio

d’un centesimo, e fanno la propria spesa essi medesimi: ciascun d’essi

è cliente del cliente d’un patrizio. Sono ben tarchiati, robusti, e

capaci di dare un colpo di collare, che sbalordirebbe i buffali; ma

non ve n’ha alcuno che non studii la maniera di vivere senza lavorare.

Operaj eccellenti quando non posseggono un soldo, impossibili a

rintracciare quando hanno in tasca uno scudo; buoni diavoli, famigliari

e semplici di cuore, ma convinti della loro superiorità sul resto degli

uomini; economi all’ultimo segno, finchè trovino un’occasione solenne

di divorare in un giorno le loro economie, raccolgono, soldo a soldo,

dieci scudi nell’anno per prendere a nolo il palco d’un principe nel

carnevale o per mostrarsi in carrozza alla festa dell’Amor Divino:

ed è così che la plebe di Roma dimenticava il passato e l’avvenire

nei Saturnali. L’imprevidenza ereditaria da cui sono padroneggiati

si chiarisce per l’irregolarità de’ loro mezzi di sussistenza, la

periodicità degli scioperi, e l’impossibilità di giungere senza

miracolo ad una condizione superiore. Mancano loro non poche virtù, e

tra le altre la delicatezza, la quale però non entrava nel retaggio de’

loro antenati.

Ciò che loro non manca è la conservazione ed il rispetto di sè stessi.

Essi non si abbandonano nè alle basse facezie, nè agli abbietti

bagordi. Non li vedrete mai insultare gratuitamente un signore che

passi per via, o slanciare una parola sconcia in faccia ad una donna.

Cotesta classe d’uomini vili, che chiamasi canaglia, è qui affatto

sconosciuta: i tratti ignobili non sono merce romana.

Ho passata l’intera giornata d’jeri nel mondo plebeo; era domenica.

Mentre scendeva la scala dell’Accademia, ho incontrato un frate

questuante, vera plebe della Chiesa. Ei mi salutò cortesemente,

ignorando ch’io fossi della casa, e soffermossi per aprirmi la sua

tabacchiera.

«Mille grazie, gli dissi, non prendo tabacco».

Roma contemporanea · 第 19 / 71 题