VIAGGIO

Dicesi che ogni strada mena a Roma; ma per noi cittadini di Parigi, la

via più breve è quella che passa per Marsiglia.

Perchè il nome della Canebière è comico a Parigi? D’onde procede

che Marsiglia ed i Marsigliesi abbiano ereditato il privilegio di

farci ridere, dacchè la Garonna ed i Guasconi più non ci divertono?

I _sandi!_ ed i _cadedi!_ che sollazzavano i contemporanei di

Molière, sono caduti nel dominio della storia, siccome le facezie

militari scritte sulle pareti di Pompei: più non si ride se non

delle esclamazioni marsigliesi. Ne’ crocchi di giovani, un narratore

che sappia fare da Marsigliese è sicuro di rapire l’uditorio; certe

facezie, accompagnate da certe smorfie e condite da certo accento,

commovono infallibilmente la milza più refrattaria. Tutto è ridicolo in

quel Marsiglia di convenzione che i begli spiriti ci hanno fabbricato:

l’aridità del suolo, il sucidume delle vie, l’infezione del porto, la

rozzezza degli uomini. Il Marsigliese da scherzo è una specie di scimia

burbera che mangia dell’aglio, purga degli olii, vende dei negri, e da

del tu a tutti quanti. E perchè il popolo più attivo e più interessante

della Francia si è tirato addosso questo ridicolo? Perchè i più diretti

discendenti dell’antica Grecia servono di zimbello agli Ateniesi di

Parigi? Perchè tutti questi peccati veniali di lesa maestà contro la

regina del Mediterraneo? Perchè? perchè? perchè?

Perchè Marsiglia regalava ai giornali dì Parigi una dozzina di

compilatori maligni, che un po’ troppo spiritosamente ci fecero gli

onori del loro paese. Non parlo nè di Amedeo Achard, nè di Mery, nè di

Luigi Reybaud, nè di Leone Gozlan, nè di coloro che erano abbastanza

ricchi di loro proprio ingegno per lasciar Marsiglia in pace. Ma

dopo l’emigrazione dei principi è venuta l’emigrazione dei popoli.

Ogni volta che un Provenzaletto, mosso da prurito d’ambizione, povero

d’idee, sbarca negli ufficj d’un giornaletto, il suo articolo d’esordio

è bello e trovato: la Canebière! I primi scherzarono, i seguenti

caricarono la tinta; il comico lasciò il posto al buffone, il buffone

al grottesco, e Marsiglia ricevette dalle mani de’ suoi figli cinque

o sei strati di ridicolo, che non si possono cancellare in un solo

giorno. Essa se ne consola, dicendo: La è colpa mia; non sarei sì

ridicola se non avessi fatto tutti questi uomini di spirito.

Quanto a me, lo confesso umilmente, Marsiglia non mi ha fatto ridere.

È uno spettacolo che dà a pensare. Per poco interesse che si prenda

all’avvenire della Francia, si osserva con curiosità passionata questa

città vivente, che va crescendo ed allargandosi quasi a vista d’occhio,

siccome una pianta de’ tropici; si sospende il proprio respiro per

rimirare correre questo popolo avventuriero, che pazzamente galoppa su

tutte le vie del progresso, a rischio di rompervisi il collo.

Aveva abbandonato Parigi sulla metà di marzo, un gran mese prima della

fine d’inverno. Ma gl’inverni di Parigi sono sì aggradevoli, che un

uomo che sia dedito ad occupazioni non saprebbe rinunciarvi troppo

presto. Me ne andava ben lungi e per lungo tempo, carico di mille

questioni da risolversi, felice d’avere uno scopo, e confortando il mio

rammarico colla speranza di riportarne un libro.

Da Parigi a Marsiglia il viaggio mi parve eterno, poichè presentiva

che in un prossimo avvenire si potrebbe farlo più presto. Senza dubbio

è piacevole l’attraversare la Francia in venti ore, in un’eccellente

carrozza; ma il vapore non mantiene ancora tutto che ci ha promesso.

Quando si viaggia per viaggiare, vale a dire per godere ad ogni passo

della varietà degli oggetti, non saprebbesi andare troppo lentamente;

ma quando si prende la strada ferrata, si è per arrivare, e non

per altro; non saprebbesi dunque andare troppo presto. La strada da

Parigi al Mediterraneo, una delle più perfette che siano in Francia,

si ferma ancora troppo spesso e troppo lungo tempo, quando trasporta

viaggiatori.

Conduce la valigia delle Indie in dodici ore; anzi ne’ giorni passati

fece meglio, poichè una locomotiva spedita da Marsiglia con un

pacchetto dell’amministrazione, è caduta, nove ore dopo, come una

bomba, nella stazione di Parigi. Ecco il vero impiego delle strade

ferrate. Per un semplice passeggio, basta il bordone.

A partire da Lione, dove perdemmo un’ora, il clima si raddolcì, il sole

si fece sentire e gli alberi fiorirono sui lati della strada: avreste

detto che la primavera ci veniva incontro. A Parigi ci avevano dato

de’ scaldatoj, a Valenza ci furono offerti i sorbetti. Questi trapassi

parranno assai più miracolosi, quando potremo addormentarci alla

Bastiglia e svegliarci in vista del castello d’If.

Fra la città d’Arles e lo stagno di Berre, la strada corre lungo

un’immensa pianura, più trista che la landa più desolata. La si chiama

la Crau; la natura s’è data la briga di spargervi de’ sassi con una

prodigalità favolosa. Gli uomini tentarono qua e colà di seminarvi

altra cosa, ma la messe non è ancora comparsa. Quando si misura

coll’occhio quell’estensione di suolo sterile, si rimpiange il tempo

in cui nulla era impossibile alla verga delle fate. Spero che la

chimica industriale, vera maga de’ tempi moderni, saprà far crescere

il grano dai giardini d’Arles fino alle saline di Berre. Il quesito è

posto a studio; ed io conosco un giovane dotto che si vanta di saperlo

risolvere.

Ma perdonatemi cotesta fermata: le strade ferrate ne fanno d’assai più

lunghe.

I viaggiatori che escono dalla stazione discendono a Marsiglia per

larghe vie fiancheggiate da belle case e piantate di vecchi alberi.

È come il vestibolo d’una grande città. La strada si ristringe

bruscamente appiedi della contrada Noailles: si fanno cento passi

all’ombra in una sorta d’angusto corridojo. Ma tutto ad un tratto

l’aria, la luce, lo spazio, tutto abbonda in pari tempo. Ecco aprirsi

intorno a voi una piazza monumentale, mentre due immense vie vi

sboccano, distendendosi a destra ed a sinistra. Dirimpetto una via più

larga, ma infinitamente più corta che la via di Rivoli, vi mostra il

vecchio porto stipato di vascelli: Salutatela! è la strada Canebière!

La Canebière è una porta aperta sul Mediterraneo e sull’universo

intero; poichè la liquida strada che di là move, fa il giro del mondo.

La Canebière vide sbarcare, nel 1856, quattrocento mila viaggiatori

e due milioni di botti di merci, che fanno due mila milioni di

chilogrammi. L’area della Canebière si vende in ragione di mille

franchi al metro quadrato, ossia dieci milioni l’ettaro. La Canebière è

dunque una delle strade più laboriose, più utili, più rispettabili del

mondo incivilito.

Il porto che la chiude, o piuttosto che la continua, le dà una

fisonomia originale. I costumi pittoreschi dell’Oriente la screziavano

ancora, or sono pochi anni, ma questo tempo beato non è più. L’Oriente

più non invia i suoi costumi in capo al mondo, conservando per sè que’

pochi turbanti che ancor gli rimangono, per farsene un onore agli occhi

degli stranieri e mostrar loro che esso è proprio l’Oriente.

Quando si discende verso il vecchio porto seguendo la Canebière, vedesi

a sinistra la città nuova, propriamente in linea retta, su terreno

piano; a destra la vecchia Marsiglia alla rinfusa agglomerata sulla

montagna. La città dell’avvenire è situata più lungi, al di là della

vecchia Marsiglia, lungo i porti della Joliette.

La nuova città è pulita ed anche elegante. Rende imagine d’un piccolo

Parigi, e non è più il tempo in cui i cittadini gettavano giù dalle

finestre il soverchio delle loro case. Tre grandi strade parallele

attraversano la giovane Marsiglia in tutta la sua lunghezza. La strada

di Roma ha qualche apparenza della nostra contrada di Richelieu: e

conviene che la somiglianza sia sensibile, poichè il consigliere De

Brosses l’aveva accennata, or fanno già cento anni. La strada San

Ferreol è una vaga copia della strada Vivienne, benchè la borsa si

tenga nella via del Paradiso. È all’aria aperta, sotto il cielo, che

i Marsigliesi si raccolgono due volte al giorno per trattare i loro

affari. Hanno però un piccolo edifizio di zinco o di cartone per

rifugiarsi in caso di pioggia, ma non vi entrano quasi mai. È usanza

sì radicata, che nel mattino fra le 11-1/2 ed 1 ora, e la sera fra le

4 e le 5, i cocchieri fanno un giro per evitare la via del Paradiso.

Allorquando la nuova Borsa, che si compie sulla Canebière, sarà aperta

ai mercanti ed agli speculatori, non vi verranno se non saranno spinti,

nè vi si fermeranno, se non vi verranno racchiusi.

Marsiglia ha i suoi Campi Elisi. Nelle vicinanze del corso Bonaparte

veggonsi delle contrade intere, delle casette ben costrutte, comode ed

anche ornate con buon gusto. Potrei citarne una, che sarebbe ammirata

dovunque, anche a Parigi. Questa città nuova, che però non manca nè

d’aria nè di luce, si è data il lusso di due grandi passeggi. Uno è

una via tagliata nel masso in riva al mare, ed a rispettabile distanza

dal porto; la si chiama Prado. L’altro è un giardino zoologico,

piacevolmente situato, ricco d’alberi e ornato d’un bella famiglia di

viventi. I teatri, i castelli de’ fiori, i caffè, le statue (poichè

Marsiglia ne ha due), il museo ed il liceo sono nella città nuova, come

ben v’imaginerete.

Quanto alla città antica, vorrei darvene un’idea paragonandola a

qualche quartiere di Parigi; ma, fortunatamente per noi, non abbiamo

più nulla di simile. Cotesta montagna, impraticabile alle carrozze,

inaccessibile alle signore, ributtante agli occhi ed all’olfatto,

sparsa di fetido fango, irrigata da chiaviche simili a torrenti, non

ha nulla di somigliante al mondo, tranne il Ghetto di Roma, che uno

scrittore del secolo XVIII chiamava una archisaloperia. L’industria, la

miseria ed il vizio si disputano cotesto nido di passatempi.

Vi si veggono de’ quartieri considerabili riservati ai divertimenti

de’ marinaj; e, per una tolleranza, di cui non so rendermi ragione, la

bandiera tricolore serve d’insegna al commercio che fa meno onore alla

Francia. Giammai sì nobile vessillo ha servito di coperte a sì abbietta

mercanzia.

Bisogna essere un archeologo ben fanatico per andare in traccia di

perle in quel letamajo. Eppure un bel mattino mi vi cacciai, sotto la

condotta d’un giovane magistrato assai istrutto, il signor Camoin de

Vance. Vi abbiamo ravvisato insieme alcune case del XIII e XIV secolo,

ed una bella facciata a punta di diamante; un palazzo di giustizia,

che non è un capolavoro di architettura, ed un carcere che rassomiglia

a tutti quelli del buon tempo antico. L’albergo di città non manca di

grandezza; si vede alla Consegna una mezza dozzina di quadri mediocri,

ed un eccellente basso rilievo del marsigliese Puget. Il mercato del

pesce merita una piccola sosta per sentirvi a parlare quelle donne: la

rettorica delle nostre venditrici di aringhe è bene fiacca a petto di

quella che colà è in fiore.

Rimane ancora una reliquia dell’antica cattedrale, che i Marsigliesi

chiamano la Maggiore. Questo venerando edifizio era stato costruito

sulle rovine d’un tempio pagano; fu tanto e sì bene diroccato, che più

non serba nulla d’antico nè di moderno, di pagano o di cristiano: non

rimane più nemmeno di che foggiarne una chiesa di villaggio.

Ma due passi più lontano, tra l’antica città che deve sparire, e la

città nascente, che cresce rapidamente, si veggono sorgere da terra le

fondamenta d’una cattedrale che promette assai.

L’antica città ebbe già la sua esistenza; se ne spianeranno non

solamente le bicocche, che vi si accumulano, ma ben anche la montagna

che la sorregge. L’avvenire della Joliette è a questo prezzo, e ben

si potrà comprendere in due parole: Parigi si porterebbe verso i

Campi Elisi, se la montagna Santa-Genoveffa occupasse la piazza della

Concordia?

Per ora i pesci e gli uccelli vanno da Marsiglia alla Joliette più

comodamente che gli uomini. Però la città futura si va fabbricando per

una popolazione numerosa. Ho veduto sette enormi caseggiati, uniformi

e d’un’architettura, a parer mio, troppo lussureggiante. I mercanti

di Cartagine non hanno mai ricoverato le loro balle entro templi sì

magnifici, ed il signor Mires può già eclissar Didone.

La società dei porti di Marsiglia, fondata e battezzata da quel grande

finanziere, ha per iscopo l’utilizzazione di varj ettari di terreno

situati in faccia ai nuovi porti. Essa non ha nulla di comune colla

costruzione dei porti ed i lavori del genio marittimo; esse non apre

un rifugio alle navi balestrate dal maestrale: non è questo il proprio

assunto. I suoi rapporti coi bacini che si vanno costruendo, sono

rapporti di vicinato, ed essa chiamasi Società de’ porti perchè vi

stanzia dappresso.

Nè ciò vale a dire che la speculazione del signor Mires e dei suoi

azionisti sia stata inutile al popolo di Marsiglia, chè la città

aveva de’ terreni da vendere; terreni infetti, paludosi, corrosi dagli

scoli della saponeria, difficili a costruirsi, e per colmo di sventura

esposti a tutti i venti che flagellano il paese. Cotesti difetti sono

compensati dall’immediata vicinanza d’un porto che promette assai;

eppure nessuno degli aspiranti offriva più di venti franchi al metro.

Il signor Mires ne diede cinquanta, onde i Marsigliesi gliene seppero

buon grado stringendogli energicamente la mano.

Attualmente l’affare è buono per la città; e lo sarà un giorno anche

pel signor Mires. La città intasca de’ milioni che non l’imbarazzano,

poichè è indebitata ed intraprendente. Il signor Mires ricupererà il

suo danaro quando i suoi terreni saranno fabbricati, e segnatamente

quando saranno in comunicazione diretta con Marsiglia. L’antica città,

che reca noja a tutti, la reca a lui particolarmente più che a verun

altro. Ond’egli si offre di sradicar la montagna al prezzo più equo.

In questo stato di cose, non mi starò più a sciupar tempo nel

descrivere una città che sarà forse dimani rovesciata. Marsiglia,

al pari di Parigi, non può essere dipinta, se non sotto la pena di

ricominciarne ogni giorno il ritratto. All’incontro scommetterei che

Bordeaux, se n’eccettui qualche ciottolo, è attualmente qual era l’anno

scorso nel mese d’aprile. E vi prometto di farvi un quadro di Roma, che

i nostri pronipoti potranno verificare, parola per parola, purchè la

rivoluzione non vi metta mano.

Il progresso picchia alle vicinanze di Marsiglia non meno che nelle sue

strade; invade in pari tempo la città, i borghi ed il circondario più

remoto. Questa campagna era rinomata altre volte per la sua aridità,

e, Dio me lo perdoni! eccola verde. I Marsigliesi sono andati in

traccia della Duranza, e l’hanno condotta per mano fino in casa loro.

L’acqua circola in tutte le case della città fino ai più alti piani;

essa innaffia le strade, e in questa patria della polvere, feconda i

giardini, e fa crescer l’erba nei prati.

E però non temete che la Provenza diventi una succursale del paese di

Caux; il sole è sempre là. Disegna sull’azzurra superficie del mare

i vaghi profili di Ratonneau, di Pomegue o del castello d’If; indora

graziosamente le belle montagne grigie, che incoronano Montredon;

fa fiorire negli scogli la rosamarina ed il cactus, ed i colossali

gambi dell’aloe; distilla il balsamo penetrante de’ corbezzoli e de’

lentischi.

Ecco ciò che un nuovo pellegrino sbarcando scorge al primo colpo

d’occhio entrando in Marsiglia. Ora, se vi piace, conversiamo un po’

cogli abitanti, i quali non dimandano nulla di meglio.

Coloro che videro Marsiglia nel 1815, ne parlano siccome d’una

succursale del gran deserto. L’unico porto della città era vuoto;

la popolazione saliva appena a 90,000 abitanti, che morivano di

fame. Ora le cose sono ben mutate, segnatamente negli ultimi anni.

Il nuovo censo del 1841 noverava 147000 Marsigliesi; quello del 1856

ne dà 250,000: è un aumento di circa 90,000 anime in quindici anni.

La cifra delle nascite s’è accresciuta d’un ottavo nel 1857, onde si

può calcolare l’aumento d’un ottavo sulla cifra della popolazione, la

quale ascende a 265,000. Aggiungete la popolazione ondeggiante, gli

stranieri non compresi nel ruolo della popolazione, i Francesi ommessi

volontariamente[1] in un interesse locale: vedrete allora che Marsiglia

è città di 290,000 anime. Duecento mila di più che nel 1815!

Non ho bisogno d’aggiungere che cotesti 200,000 Marsigliesi non sono

tutti nati in Marsiglia. L’aumento rapido d’una città non si spiega

punto per la fecondità eccezionale de’ matrimonj. Dovunque v’è danaro

da guadagnarsi, ivi i cittadini accorrono e stanziano; e la popolazione

si accresce, senza che le donne se ne frammischino. Marsiglia cresce

eziandio tutti i giorni per le invasioni interessate del nord e del

mezzodì. Essa racchiudeva, nel dicembre del 1837, più di 18,000 sudditi

Sardi. Gli Italiani, i Greci e gli Spagnuoli sono la stoffa con cui si

foggiano quasi tutti i Marsigliesi.

Malgrado la diversità delle loro origini, hanno una fisonomia

comune e direbbesi quasi una cera di famiglia. Non è già che esista,

propriamente parlando, un tipo marsigliese; ma il sole del mezzodì, la

vita all’aria libera, la preoccupazione degli affari, la moltitudine

delle distrazioni, la continua vicenda del lavoro e del piacere hanno

stampato su que’ volti un’impronta che si riconosce. I Marsigliesi

hanno l’occhio vivace, la parola pronta, il gesto instancabile. Il loro

spirito avventuriero ed il loro temperamento sanguigno gli spingono

alle grandi imprese ed alle grandi follie. Pochi Francesi sono più

lesti a fare o disfare fortuna. In quasi tutti i paesi del mondo il

padre di famiglia accumula i milioni ed il figlio gli spende: ma in

Marsiglia veggonsi degli uomini d’ogni età assumersi la parte insieme

di padre e di figlio. Dopo il guadagno, prodighi del loro tempo e

della loro fatica, soffermansi di tempo in tempo, come lo scojattolo

sul ramo, per divorare il frutto del loro lavoro. La loro vita è

suddivisa ben diversamente che la nostra: noi ci affatichiamo nell’età

de’ piaceri, e cominciamo a darci ai divertimenti allorquando non ne

possiamo più; il Marsigliese non aspetta ad assaggiar la mela quando i

suoi ultimi denti gli siano caduti.

Ha lo spirito aperto, siccome l’orizzonte che lo circonda; ha

viaggiato, ovvero viaggierà: chè il Mediterraneo è un sobborgo di

Marsiglia ch’egli presto o tardi vorrà visitare. Ei pensa che il

Senegal non è poi tanto lontano, e che Parigi è alla sua porta. Se

gli affari lo trattengono nel suo studio, può vedere il mondo senza

escir di casa: e non è forse vero che l’universo intero passa per la

Canebière? Egli ha veduto de’ tipi d’ogni paese; sa un po’ di tutto

senza aver cacciato il naso ne’ libri; si sente in grado di ragionare

su tutte le questioni, benchè di rado si dia la pena d’approfondirne

una sola. La facilità della sua percezione, l’apertura del suo spirito,

la sua prontezza a percorrere la superficie delle cose ne fanno un

ragionatore piacevole, ed ei trova sempre il tempo di conversare.

Quasi tutti i Marsigliesi hanno la medesima dose di spirito naturale ed

il medesimo grado d’istruzione: poco sapere e molte idee. Marsiglia è

appunto la città di Francia dove l’eguaglianza degli uomini rassomiglia

meno ad una chimera. Nessun’ombra di caste: non potrebb’esservi vecchia

nobiltà in una popolazione nuova affatto. I principali abitanti sono

avventurieri fortunati nel senso più onorevole della parola: gli altri

hanno la speranza di far fortuna coll’industria. Ora non ci sono che

due categorie di Marsigliesi: coloro che hanno già fatto fortuna,

e coloro che tentano di farla. La prima classe è meno numerosa di

quel che generalmente si crede, e se n’è già spiegata la causa; ed è

che la smania di godere è più forte che il desiderio di accumulare.

Non vi sono nella città dieci famiglie che contino cinque milioni.

I semplici milionarj, qualora se ne facesse il novero, non sarebbero

più di quaranta. Cotesti favoriti della fortuna non si pavoneggiano

della loro superiorità finanziaria: sia che si rammentino ciò che sono

stati, sia che meditino talora sulla instabilità delle fortune meglio

consolidate, accolgono con bonomia coloro che s’accingono a correre

la sorte. Il Marsigliese, ricco o povero, è innanzi tutto famigliare,

senza cerimonie e di buona pasta. Conosco ben poche città dove sia

più consueto il darsi del tu, dove si faccia minor caso degl’inutili

complimenti: così doveva essere nelle repubbliche commercianti della

Grecia.

Cotesta bonomia non regna solamente nel linguaggio: la si trova nel

costumi, e finanche negli affari. Si diffonde talvolta sì lontana,

che i mercanti del vecchio stampo ne sarebbero assai maravigliati. A’

tempi in cui fiorirono il signor Arnolfo, il degno Orgon e quel buon

signor Dimanche, un mercante che non faceva onore alla sua firma era un

uomo perduto: non aveva che a gettarsi in mare a capo in giù. Questi

principj rigidi vigono ancora in certi dipartimenti della Francia.

Se una crisi commerciale venisse ad interrompere per sei mesi la

prosperità di Rouan, ogni Normando, fondandosi sui proprj diritti e

compreso dalle sue vecchie idee, farebbe spietatamente agire la legge

contro il suo vicino e compare, e dormirebbe senza rimorsi. Ma se per

caso il medesimo fatto avvenisse a Marsiglia, tutto s’accomoderebbe

all’amichevole, e vedreste cinquanta liquidazioni tollerate per un

fallimento dichiarato.

È dessa benevolenza, ovvero previdenza? compassione verso gl’imbarazzi

del prossimo, ovvero riflessione sopra sè medesimo?

Non oso decidere.

Certo è però che a Marsiglia un creditore preferisce incassare dieci

per cento e tacere, anzichè infierire contro il proprio debitore.

Or sono alcuni anni, un Marsigliese che aveva fatto fortuna all’estero,

dopo alcune vicissitudini, legò la propria sostanza alla sua città

natale e stipulò che i redditi sarebbero consacrati a liberare i

prigionieri per debiti. Videsi allora un legatario assai imbarazzato,

ed era il consiglio municipale di Marsiglia. Aveva un bel cercare

prigionieri per debiti, che non se ne faceva in quella città. Poco

mancò che il legato non venisse spedito all’altro mondo siccome

inutile, ingiurioso ed incompatibile colle costumanze attuali. La cosa

era a tal punto allorchè uno scaltro borghese disse al suo vicino:

«Fammi gettar in prigione per debiti; sarò liberato coi denari del

legato di quell’uomo dabbene, e noi spartiremo il danaro.» L’invenzione

parve così saggia, che la prigione trovò alfine qualche inquilino.

Essa non ne avrebbe mai avuto, se non fossevi stato quel benefattore

Marsigliese.

Cotesta tolleranza all’americana, cotesta indifferenza in materia

di religione commerciale, reca delle inconvenienze che non occorre

accennare; tuttavia non è priva di qualche vantaggio. Rallentando la

briglia agli speculatori arditi, infervorando i timidi, essa accelerò

il progresso della città e contribuì alla prosperità della Francia.

So benissimo quanto si può dire giustamente, contro lo spirito

avventuriero, ma quando veggo quale slancio i Marsigliesi diano alla

pubblica ricchezza, con quale impeto si gettino in un affare, con

quale gara essi s’impegnino in un’impresa dacchè loro sembra utile,

quanto audaci siano i loro capitali, pronti a mostrarsi ed inclinati a

moltiplicarsi col movimento, sento una certa secreta smania di scusare

cotesto romanticismo commerciale, che essi neutralizzano tra noi.

È egli necessario aggiungere che la grandezza degl’interessi e

l’ardimento delle imprese li rende larghi, ospitalieri e generosi fino

alla prodigalità? I commercianti della scuola primitiva (se ne trova

ancora qualche tipo a Rouan, a Lione e a Saint-Etienne) sarebbero

maravigliati di vedere come l’oro guizza nelle mani d’un negoziante

marsigliese. Il pezzo di venti franchi non è più timido a Marsiglia

che a Parigi; vi si nasconde sì poco, e vi fa i medesimi salti. Il

lusso, vizio eccellente, salutare e lodevole fra tutti quand’è sorretto

dal lavoro, fiorisce sulla Canebière così baldanzosamente come sui

nostri boulevard. Marsiglia consuma più seterie che Lione e più nastri

che Saint-Etienne; la _Riserva_ vede saltare più turaccioli che il

_Molino Rosso_ od il _Padiglione d’Armenouville_; e per ultimo, cosa

incredibile a dirsi! tutti i palchi del gran teatro sono affittati ad

anno.

Ho passato a Marsiglia una settimana di otto o dieci giorni, durante i

quali gli abitanti mi hanno fatto gli onori del paese e di sè medesimi

con una squisita cordialità. Ho trovato le loro sale ed i loro cuori

aperti, e mi sono convinto che non erano più avari della loro amicizia

che del resto. Quello ch’io conosco de’ loro piccoli difetti, sono essi

che me l’hanno detto; poichè volentieri si confessano.

Confessano che l’amore dell’aria libera e certo spirito di

vagabondaggio gli spingono troppo spesso fuori delle loro dimore. Se

si lasciano trovare due o tre volte al giorno in casa loro, non vi

rimangono però mai. Gli affari, il circolo, il giuoco, il chiasso, il

movimento, il sigaro, certo abbandono di modi, che non si permetterebbe

in casa propria: ecco i vincoli che riuniscono gli uomini in gruppo e

li ritengono lontani dalla casa. Cotesta vita esterna comincia colla

pubertà e si prolunga quanto la vecchiaja. Il matrimonio l’interrompe

per la durata d’una luna di miele, poscia l’abitudine ripiglia i suoi

diritti. Sonvi molte derelitte, le quali per consolarsi si gettano

nelle braccia della religione, e frequentano le chiese. Sarebbe facile

ad esse l’andare più lontano, poichè sono belle, od almeno assai

attraenti. Ma non hanno null’altro di vivace che gli occhi, e ciò è

molto opportuno pei signori mariti.

Ben v’imaginerete che gente sì dedita alla vita attiva non può perdere

gran tempo nella lettura. Divorano i libri, e trovano assai comodo lo

sfogliar i giornali. Se i libraj mi dissero il vero, in quella città

di 290,000 anime non si vendono dieci copie di Molière in un anno,

e, trascorso il tempo delle strenne, non se ne vende più nessuna. I

libraj sono ben informati per cotesto genere di statistica, poichè

s’incaricano di porgere l’alimento agl’intelletti. Cionullostante si

contano in Marsiglia alcuni uomini serii e colti; hanno da 45 a 60

anni, ed è una generazione che sparisce. Vi si noverano ben anche due

dilettanti di pittura, di cui l’uno è inoltre un conoscitore erudito.

Possiede, se ben mi ricordo, cinque quadri, la _Maddalena_ di Van Dyck,

un ammirabile _Cristo_ di Rembrandt, e tre Poussin, di cui uno è un

capo lavoro. Queste cinque tele vengono dal loro padrone conservate con

rispetto religioso in una sala espressamente fabbricata, che riceve la

luce dall’alto: sono idoli in un tempio. L’altra galleria non regge

al paragone, benchè abbia costato assai più, e valga forse non minor

prezzo (circa 150,000 franchi).

La pittura moderna non è in grande onore a Marsiglia, e quando per

avventura vi nasca un artista di genio, bisogna compiangerlo. La fame

lo caccerà verso Lione, verso Parigi, ed anche (s’è visto) fino a

Costantinopoli. Può recare giusta sorpresa che i ricchi negozianti,

quando fabbricano in città od in campagna, prodighino i marmi,

gli stucchi, i metalli, ed i legni preziosi, e siano poi taccagni

unicamente sull’arte, che è il più bel lusso della vita. Ho visitato,

sulla spiaggia del mare, de’ padiglioni assai eleganti, situati a

meraviglia, ben costruiti e mobigliati, tappezzati di piante rare,

circondati da deliziose fontane, popolati d’uccelli miracolosi e

sconciati da affreschi degni di taverna. Un solo milionario ebbe

il coraggio d’introdurre gli artisti nel suo palazzo di Marsiglia e

nella sua villa di Montredon. Questo esempio sarà desso imitato? Lo

desidero, ma non lo spero. Non è impossibile che la nuova generazione

possa lasciarsi innamorare dalle belle arti; ma se presto fede a’ miei

presentimenti, si dedicherà di preferenza ai cavalli, ai cocchi ed a

tutte le inezie della corsa.

La caccia è già in grande onore nelle vicinanze della Canebière, e fa

piacere il sentire i Marsigliesi medesimi burlarsi della loro passione

per quest’esercizio fragoroso. E di vero è più il chiasso che vi fanno

che non la preda, poichè la selvaggina è quasi ignota in quel paese.

Evvi cacciatore che fece ben sette leghe per pigliarsi un’allodola.

Ogni castello, ogni villa, ogni casolare, e finanche la più modesta

capanna è fiancheggiata da un sito per i tordi. Questo sito è una

stanzuccia formata di fogliame, cinta di rami che attendono l’uccello.

Guai al povero volatile che si smarrisce nel dipartimento delle Bocche

del Rodano! Ogni albero su cui tenta posare l’espone al fuoco d’un

nemico. Fugge da sito a sito, in mezzo al piombo, al fracasso ed

al fumo, finchè cade morto: ed ecco cento cacciatori accorrono per

disputarsene la preda. In mancanza di tordi si uccidono merli, ed in

mancanza di questi, passeri e rondinelle. Una rondinella, dicesi, vale

quattro soldi sul mercato. La campagna è spopolata d’uccelli, poichè

i bersaglieri marsigliesi hanno un colpo d’occhio infallibile. Se mai

nella profonda pace d’una notte di primavera, l’usignuolo spiegasse

incautamente la sua bella limpida voce, i cacciatori si porrebbero

subito in campagna, e non lo risparmierebbero di certo.

Io non ho assistito a queste caccie inverosimili, onde in tal proposito

ripeto quanto i miei amici di Marsiglia mi hanno raccontato. Ma

co’ miei occhi ho veduto i Marsigliesi al teatro, ed è sempre uno

spettacolo interessante. Essi sono sinceramente appassionati per la

musica, siccome tutti i popoli meridionali; nè mi si leverà dalla

mente l’idea, che la smania di dilettante nel Nord non proceda un

po’ dall’affettazione. I Marsigliesi amano dunque la musica, e vanno

all’Opera non per altra cosa che per poter dire: «Ci sono andato.»

Sono essi grandi conoscitori? Non lo giurerei. Evvi davvero qualche

pubblico che sia intelligente? Ho sentito jeri sera una platea italiana

applaudire i cantanti ogni volta che gridavano troppo forte; e questo

fenomeno si riproduce ben sovente a Marsiglia. Si applaude al talento

puro e classico di Carolina Duprez; ma quando Armandi è in voce, è

tutt’altra scena! Armandi è un tenore più che mediocre, e s’è veduto

far naufragio all’Opera, nella parte di Roberto. Egli ha preso terra

a Marsiglia, ed ivi, colla bagattella di cinque mila franchi al mese,

suscita alternativamente l’entusiasmo ed il furore del pubblico. Lo

si fischia e lo si applaudisce nel medesimo pezzo; gli si gettano

torsi di cavolo e mazzi di fiori, si porta alle stelle e si minaccia

di sprofondarlo nel porto. L’emblema di quel pubblico dovrebb’essere:

«All’eccesso!»

Si rappresentano drammi e vaudeville in una sala disadorna ma sempre

affollata: ivi è la voga. Ho veduto la prima rappresentazione d’un

dramma inedito di Alessandro Dumas: _I Guardaboschi_. Il lavoro era

improvvisato, ma vi si sentiva in più d’un luogo la mano del maestro.

Il pubblico mostrossi indeciso fino alla fine dell’atto terzo; non

diceva nè si nè no. Sentivasi lusingato dal sapere che un uomo di

talento, una celebrità, fosse venuto espressamente da Parigi per

offrirgli delle primizie, ma nell’ombrosa sua vanità non voleva essere

zimbello accettando roba di scarto. Due o tre scene eccellenti lo

rassicurarono interamente, e gli chiarirono fino all’evidenza che non

si voleva punto burlarsi di lui. Allora cominciò un fremito di gioja,

una furia d’ammirazione, che non erasi ancora calmata tre ore dopo

la calata del sipario. Il nome dell’autore fu proclamato fra mezzo ad

un diluvio di fiori; l’Ateneo operajo slanciò sulla scena una corona

di carta dorata, grande come l’anello di Saturno; il direttore recò

sopra un cuscino di velluto una corona d’argento massiccio, l’autore

trascinato alla ribalta fu accolto con tale salva d’applausi, che lo

fecero quasi cadere a rovescio. Fuggì al suo albergo, ma la folla degli

spettatori ve lo seguì. Si preparò un concerto di stromenti sotto le

sue finestre; e buono o mal grado, ei dovette affacciarsi al balcone,

discendere in istrada, ascoltare delle aringhe, parlare al popolo,

abbracciare la folla: la città non si ridusse al riposo prima delle

tre del mattino. Ecco i Marsigliesi quando vi si mettono! Il giorno

seguente la rappresentazione medesima non ottenne introito; chè i

Marsigliesi avevano fatto le loro riflessioni e pensavano che, tutto

ben ponderato, il dramma che gli aveva fatti fremere, piangere, ridere,

era scritto troppo facilmente. Eppure il cartello del Ginnasio portava

in lettere cubitali: _I Guardaboschi_, di A. Dumas, _membro dell’Ateneo

operajo di Marsiglia_. Nello stesso giorno davasi all’Opera: _Il

Barbiere di Siviglia_, di Beaumarchais e Castilblaze. Beaumarchais mi è

tanto caro.

Voi non conoscereste se non a mezzo il popolo di Marsiglia, se mi

dimenticassi di dirvi che è nemico giurato del popolo d’Aix. Atene

non fu mai tanto animata contro i suoi vicini d’Egina. Aix può dirsi

un’ex-grande città: ha sofferto delle calamità, ma conserva ancora

delle belle reliquie. Le rimane sopratutto una corte imperiale, un

arcivescovado ed una piccola Sorbona, che molto piacerebbero agli

abitanti di Marsiglia, onde si dimandano con qualche dispetto, perchè

mai quelle cose là non si vendano al mercato.

Gli abitanti d’Aix non fanno affari e non guadagnano denaro. Hanno

de’ bei nomi, de’ splendidi palazzi, de’ castelli rispettabili,

aggravati da qualche ipoteca. Guardano dall’alto lo spirito mercantile

e l’attività febbrile de’ Marsigliesi, si dànno vanto di sdegnare

le cose materiali; frequentano le lezioni della Facoltà di Belle

Lettere; il loro regno non è di questo mondo; essi sono puri spiriti,

simili ai gigli delle valli, che non sanno nè filare nè tessere, e

che nullameno indossano candida veste. Se tutte le città di Francia

fossero animate da spirito consimile, noi non saremmo già alla testa

dell’incivilimento.

Bisogna sentire i Marsigliesi sul conto de’ loro vicini! Mi ricordo

che un giorno del mese di marzo eravamo una buona ventina di

chiassosi, dopo pranzo, nella serra d’un castello in riva al mare.

La conversazione aveva già fatto due o tre volte il giro del mondo.

Un commensale ci aveva raccontato siccome certo pascià d’Egitto,

desiderando mettere alla testa del suo esercito una banda europea,

scrisse al suo corrispondente di Marsiglia, che gliene mandasse una.

Il negoziante comprò gli stromenti più perfetti e gl’imbarcò per

Alessandria. Il pascià, lietissimo della bellezza di tutti quegli

oggetti di ottone, subito li fece distribuire ai soldati più vigorosi

del suo esercito, ed ordinò loro, sotto pena del bastone, di suonargli

qualche cosa. Eseguirono essi una tale babelica cacofonia, che furono

subito castigati con una selva di bastonate, e si chiamarono altri

individui. Dopo varj esperimenti del pari inutili, il pascià venne a

dubitare della qualità della merce, che gli era stata spedita, ne mosse

lamento; ma il commissario protestò, che aveva fatto il meglio, e vi

tenne dietro un lungo carteggio. Da ultimo il Marsigliese fecesi a

dimandare al pascià, se aveva de’ suonatori? «E chè!» rispose l’altro,

«se avessi de’ suonatori, non avrei bisogno di musica.»

Un altro ci aveva narrata la storia molto più recente di quel re

del Gabon che scrisse (sempre a Marsiglia) per dimandare delle

corazze. Fatta la consegna, il re medesimo s’accinse a farne la prima

esperienza, radunò il consiglio de’ ministri, di sua mano indossò loro

la corazza, e poi vi sparò contro un cannone carico a mitraglia. Ora

non solamente il negro monarca protestò di lasciare le corazze per

conto, ma reclamò il prezzo di sette od otto Eccellenze uccise dal

cannone.

Anche Aix, alla sua volta, ci fu dipinto sotto colori più bizzarri che

l’Egitto ed il Gabon. Non c’era nessuno che non vi fosse stato, che

non avesse veduto falciar l’erba nelle vie, trovato delle testuggini

in terra sulla piazza grande, incontrato delle portantine, inteso

suonare il coprifuoco a quattr’ore di sera, o strappato qualche grande

ragnatela all’ingresso d’una bottega. Uno degli assistenti si era reso

celebre, or sono alcuni anni, proponendo nel consiglio municipale

di Marsiglia di comprare le case d’Aix per una ventina di milioni e

congedarvi tutti gl’indigeni.

Per tale maniera, l’arcivescovado, la corte imperiale, e le tre

facoltà, per grazia o per forza, avrebbero dovuto trasmigrare a

Marsiglia. Cotest’idea, assai comica in sè stessa, vi parrebbe assai

più ridevole se mi fosse dato di dipingervi i gesti dell’oratore,

la vivacità della sua fisonomia, il fuoco de’ suoi sguardi; e lo

spirito, il brio, la bonomia, e la malizia che leggevansi su tutti i

volti dell’uditorio. Alessandro Dumas è forse il primo narratore della

Francia; ma in quella conversazione ei sostenne quasi la parte d’un

personaggio muto. La facondia marsigliese di Berteaud l’aveva reso

attonito.

L’industria, il commercio e la speculazione si dividono la città di

Marsiglia.

L’industria abitava già tempo la vetta delle montagne, la sponda

de’ torrenti, l’interno delle selve; ora la trovo meglio stanziata

nei porti. Il mare ci reca le materie prime e n’esporta i prodotti

manofatti. Il grande operajo, il motore universale, il carbone che fa

rimbombare i martelli delle officine, si trasporta economicamente sulla

intera superficie de’ mari. Marsiglia in breve tempo diverrà una delle

capitali dell’industria francese, e le sue fabbriche faranno tanto

romore da ridestarne Bordeaux.

Intanto le principali industrie della città occupano ad un dipresso

ventimila operaj. Vi si fabbrica zucchero, olio, sapone, poichè noi

siamo nella metropoli della spezierìa francese.

Lo zucchero di canne ci giunge dalle colonie entro casse o entro

ballotti, sotto forma d’una polve nerastra e grumosa. I raffinatori

marsigliesi lo mescolano, lo fondono, lo cuociono, lo clarificano, lo

disseccano in pani, e di nuovo lo riducono in polve; disseminano su

tutte le coste del Mediterraneo cotesta polve bianca, cristallina e

brillante, di cui i meridionali sono sì ghiotti. La metamorfosi dello

zucchero nero in bianco durava da tre a quattro settimane, a’ tempi

che il tragitto da Marsiglia a Costantinopoli durava tre o quattro

mesi. Attualmente l’onnipotenza del vapore trasforma lo zucchero in

otto giorni, e lo trasporta in una settimana, ed i nostri raffinatori

raddoppiano, per così dire, il loro capitale ad ogni istante. Sopra

cento milioni di chilogrammi che se ne consumano tutti gli anni nel

Mediterraneo, Marsiglia ne somministra venti; i Belgi e gli Olandesi

fanno il resto. Fra vent’anni, a Dio piacendo, tutto il mercato ci

apparterrà, e Marsiglia sarà in grado d’inzuccherare il Mediterraneo

come una semplice tazza di caffè.

Non è già d’olive l’olio che si fabbrica a Marsiglia: toglietevi questo

pregiudizio dal capo. L’olio d’olive si fabbrica in campagna, a poco

a poco, a seconda delle raccolte, sempre scarse; è quasi un’industria

domestica. I mulini della città, che girano ventiquattro ore al giorno,

schiaccerebbero in un momento tutte le olive della Provenza. È un cibo

troppo vuoto da mettere sotto i loro denti; recate loro de’ vascelli

carichi di sesamo, d’arachide o di noci di cocco: ecco il pascolo che

loro si conviene.

_Sesamo, apriti!_ è la parola d’Aladino nel racconto delle _Mille

e una Notti_. A questa magica frase, la caverna de’ tesori si

spalanca. Chi ce l’avrebbe detto, quando eravamo fanciulli, che il

sesamo, fuor d’ogni magia, racchiudesse inesauribili tesori? È un

granello dell’India, piano, bislungo, nerastro; ne ho veduto delle

belle montagne nei magazzini di Marsiglia. Lo si fa passare sotto il

laminatojo: _Sesamo, apriti!_ Ne schizza fuori un olio bianco, limpido,

eccellente a mangiarsi. Lo si porta poscia sotto macine enormi di

granito di Scozia: _Sesamo, apriti!_ Lo si sottopone all’azione di

macchine idrauliche che possono spezzare una colonna d’acciajo siccome

un fanciullo romperebbe una noce: _Sesamo, apriti!_ Lo si schiaccia

a caldo, se ne ritrae dell’olio per la saponeria, dell’olio d’ardere,

e quando si è consumato fino all’ultima stilla, rimane una torta, un

pastone atto ancora ad ingrassare i campi.

Il sesamo d’Aladino è chiamato ai più alti destini. Detronizzerà le

arachidi, le rape, i papaveri, i faggiuoli, le noci e fino le olive,

allorquando il nolo de’ vascelli dell’India sarà meno caro. Granello

che diverrà gigante, quando sarà traforato l’istmo di Suez.

Non voglio abbandonare l’olio e lo zucchero senza parlarvi dello

spettacolo più interessante che mi sia stato mostrato a Marsiglia.

Mi venne fatta vedere, in uno studio fangoso, affumicato, più che

modesto, una vedova ancor giovane, la quale riceveva in abito nero

e colla penna alla mano tutti gli ambasciatori del commercio. Essa

governa e fa prosperare due fabbriche d’olio importanti ed un’enorme

raffineria; compra e suddivide de’ grandi terreni al nord della città,

acquista un possesso d’un milione in un dipartimento vicino, vi scopre

delle miniere di ferro, vi erige alti fornelli, guadagna un milione e

mezzo con processi contro le comuni confinanti, scopre una miniera di

rame, la sola che siavi in Francia, e s’accinge ad utilizzarla; nel

tempo medesimo che alleva diciasette ragazzi, figlie, nipoti, senza

tener conto de’ pronipoti. Cotesta persona straordinaria e per nulla

stravagante, che fa circolare una decina di milioni senza far chiasso,

ha posto da sè medesima le fondamenta della sua fortuna. Ben vedete che

la spezieria è prossima parente della magia. _Sesamo, apriti!_

La fabbricazione de’ saponi non va punto soggetta a progressi, come

quella degli zuccheri e degli olii. Non ha fatto quasi un passo da

duecento anni in qua; era già adulta dalla nascita, siccome Minerva,

sorta bella e armata dal cervello di Giove. Il solo cangiamento

da accennarsi si è, che dopo l’invenzione della soda fattizia, gli

olii di sesamo acquistarono diritto di cittadinanza nel paese della

saponeria. Ma le fabbriche di sapone che infettano di puzzo tutto

un quartiere al sud del vecchio porto, hanno conservato un aspetto

antico e primitivo. Figuratevi un’immensa navata, dove alcune caldaje

ciclopiche, riscaldate da invisibili focolari, bollono e spumeggiano

in silenzio. Un po’ più lontano il sapone si raffredda entro ampj

serbatoj; quindi si taglia in pezzi quadrati, si pesa, s’imballa: il

vapore qui non c’entra. Coteste vaste case sono templi d’industria

patriarcale e di probità ereditaria. Il fabbricatore si studia di

conservare la riputazione del suo marchio, e non è cosa facile, mentre

la minima falsificazione negli olii che compra può guastare un’intera

partita di sapone. È sopratutto in causa della saponeria, che Marsiglia

meritava per lo passato la sua fama d’infezione e di sudiciume. Nulla

è più sporco del sapone, quando lo si sta facendo, mentre lascia

dietro di sè dei residui liquidi e solidi, che i Marsigliesi dell’età

dell’oro deponevano alla loro porta, o lasciavano sgorgare nel porto.

L’amministrazione non permette coteste licenze: si fanno gettare

le acque lorde lontano dal porto, e le terre fetide lontano dalla

città. Forse un giorno ogni industria saponaria si trasferirà ne’

sobborghi. I fabbricatori, se si decideranno ad emigrare ad alcuni

chilometri, economizzeranno le spese di trasporto ed il dazio consumo

che pesano sui loro prodotti; essi restituiranno alla popolazione

agiata di Marsiglia un bel quartiere ben tracciato e ben costrutto,

reso inabitabile dalla puzza. Potranno stabilirsi nelle vicinanze delle

fabbriche di soda, dove mille operaj lavorano per essi.

Non mi allontanerò troppo dalla spezieria dicendo, che si trovano a

Marsiglia diciotto raffinerie di zolfo e quaranta fabbriche di paste

d’Italia. Vi si preparano quelle confetture del mezzodì che hanno

fatto a Castelmuro una rinomanza europea. Ma il canale della Duranza,

fecondando un suolo polveroso, ha aumentato la bellezza dei frutti a

scapito del loro sapore. Se ne raccolgono in maggior quantità e sono

molto più grossi dappoichè sono meglio nutriti, ma hanno perduto quella

quintessenza d’aridità che li distingueva dagli altri. I frutti sono

come gli uomini: un po’ di miseria li rende migliori.

Mi fu mostrata a Marsiglia una piccola officina, veramente curiosa e

che, se non erro, è unica nel suo genere. È una fabbrica di turaccioli

di sughero ove tutto si fa a vapore. Avevo visto altre volte un operajo

abile, armato d’un coltello ben affilato, tagliar fuori dei turaccioli

dalla scorza della quercia-sughero, e mi sembrava impossibile che una

forza cieca e priva d’intelligenza eseguisse un lavoro sì dilicato. Ma

la macchina che mi si fece vedere ha dello spirito come una persona

e della destrezza come una fata. Il fabbro o piuttosto bigiottiere

che l’ha costrutta, sarebbe nel novero degli Dei, se avesse avuto la

precauzione di nascere due o tre mila anni più presto. Vorrei poter

mostrarvi quelle piccole mani d’acciajo liscio che afferrano il sughero

greggio, lo volgono, lo rivolgono, lo tagliano in forma cilindrica, lo

assottigliano a guisa di cono, si fermano per tastare se va bene, lo

gettano nello scarto se va male, lo ritoccano se occorre, e lo gettano

finalmente in una cesta nello stato di turacciolo finito sotto gli

occhi del capo-fabbrica. È un piacere il sorvegliare questi operaj

metallurgici, che lavorano dalla mattina alla sera senz’altro stimolo

che un colpo di stantuffo, con una goccia d’olio per tutto alimento.

Mi si disse che le piccole mani della macchina guastavano un po’ più

di sughero di quelle dell’uomo. Stento a crederlo, ma in ogni caso

l’economia della mano d’opera compensa largamente il calo.

Non vi dirò nulla delle macine di Marsiglia, abbenchè impieghino

più di 1100 operaj, nè delle concie di pelli, nè delle ferriere, nè

delle fonderie, nè di quegli ammirabili cantieri della Ciotat, ove si

costruiscono le navi. Basta che abbiate visto da ciò che precede, che i

Marsigliesi hanno il buon senso di far camminare insieme il commercio e

l’industria. Parliamo di commercio.

Il vecchio porto di Marsiglia è eccellente; il nuovo è discretamente

buono; il terzo che si sta costruendo sarà passabile. La città

possederà ben presto una superficie d’acqua al sicuro, valutata a 160

ettari. Non occorre molto di più per ricoverare tutto il commercio

marittimo del Mediterraneo. I privilegi del porto sono abbastanza

seducenti per attrarre i navigatori e fare concorrenza alle franchigie

di Trieste. Le navi estere che si fermano a Marsiglia sono esenti da

ogni diritto di navigazione; i bastimenti francesi non sono sottoposti

che ai diritti fissati per il rilascio degli atti di nazionalità

francese e di congedo. Le merci importate che pagano un diritto

principale minore di 15 franchi per 100 chilogrammi sono esenti dalla

sopra tassa del 10 p. %, allorquando sono importate da Marsiglia.

L’emporio fittizio, che dappertutto altrove è d’un anno, qui è di due

anni e può essere prorogato.

Questi piccoli favori producono grandissimi risultati. L’emporio di

Marsiglia ha ricevuto, nel 1836, otto milioni e mezzo di quintali

metrici rappresentanti un valore di 479 milioni di franchi. Sono

all’incirca 4/9 di tutto ciò che la Francia ha ricevuto nei suoi

emporj. Lo stesso anno Marsiglia figurava per più di 36 milioni e

mezzo nei redditi delle dogane. Essa possedeva, al 31 dicembre, 882

bastimenti a vela di 101242 tonnellate. Ma la sua più bella ricchezza

ed il suo avvenire più brillante stavano già nella navigazione a

vapore.

Vi farei stupire assai, se vi facessi le confidenze d’una compagnia

modestissima e niente affatto numerosa, che ha i suoi uffici a

Marsiglia, i suoi battelli alla Joliette e i suoi cantieri alla Ciotat.

Essa maneggia un capitale di trenta milioni, trasporta due cento trenta

mila passaggeri, sessantasette mila tonnellate di mercanzie e percorre

trecento mila leghe senza tamburo nè trombetta. Si avrà un’idea della

moltiplicità e della varietà delle sue operazioni, quando dirò, che

a Marsiglia soltanto essa riceve tutti gli anni quarantamila lettere

al suo indirizzo. È la compagnia delle Messaggerie imperiali che si è

slanciata in mare l’8 luglio 1851.

Il trasporto dei dispacci, dei passaggeri e delle merci nel

Mediterraneo era stato fino allora un privilegio dell’amministrazione

delle poste. Le sue navi, che camminavano lentamente, percorrevano

novanta mila leghe incirca, ed ebbero a soffrire nel 1847 un deficit

annuale di quattro milioni e mezzo non comprese le spese generali,

l’interesse del capitale impiegato, l’assicurazione ed il deperimento

del materiale. Non trasportavano più di ventisette mila passaggeri

e novemila tonnellate di merci. La legge 8 luglio sostituendo

l’attività degl’interessi personali alla freddezza d’un’amministrazione

disinteressata, ha quasi decuplato il movimento dei viaggiatori e delle

mercanzie, e questo miracolo si è compito in due anni.

Io ho viaggiato sette anni sono, sui bastimenti della compagnia,

e posso misurare il progresso che hanno fatto. I vecchi carcami

lasciati dall’amministrazione delle poste furono scartati. I cinquanta

bastimenti che solcano il Mediterraneo compongono una flotta che sta

bene. Non fanno cinque leghe all’ora come _il Valetta_ ed _il Vectis_

della compagnia Peninsulare, ma svolgono correttamente i loro dieci

nodi all’ora, qualunque sia il carico della nave e la resistenza del

mare. Il passaggero vi trova tutti i comodi della vita e sopratutto

quella nettezza francese che si apprezza immensamente quando si ha

fatto un viaggio o due sotto bandiera estera; e poi i comandanti sono

gente di questo mondo, e non lupi di mare. La compagnia, che pensa a

tutto, impiega i bastimenti a elice per i trasporti diretti, e delle

navi a scale per le passeggiate a vapore lungo le coste. I viaggiatori

premurosi hanno meno paura del moto del vascello; le giovani coppie,

che vanno da Marsiglia a Genova, da Genova a Livorno, da Livorno a

Civitavecchia e a Napoli sotto i raggi argentei della luna di miele

s’addormentano in un equilibrio più stabile fra le larghe ruote del

battello.

La rapidità dei trasporti ha dato delle ali al commercio di Marsiglia.

Il vapore usurpa di giorno in giorno il cabotaggio del Mediterraneo

che diventa un lago marsigliese. Io non m’incarico di enumerare qui

le mercanzie che la città esporta in Oriente; otto pagine di giornale

non basterebbero forse alla lista. Preferisco dirvi in succinto che

i commissionarj di Marsiglia vendono di tutto. Essi importano in

iscambio i prodotti greggi del Mediterraneo e del Mar Nero, le raccolte

dell’America, della costa d’Africa e dell’India; i cotoni, le cuoja,

gli alcool, gli zuccheri, ma anzi tutto e sopratutto le granaglie

d’ogni sorta.

Io vi ho fatto cenno delle sementi oleose, vi sarebbe da fare un libro

sull’importazione delle granaglie. La Francia ha fatto cinque raccolte

meschinissime dal 1832 al 1857. Chi è che ci ha nutriti? Marsiglia.

La Canebière ha visto sfilare in sei anni più di 13 milioni di carichi

di grano che fanno più di venti milioni di ettolitri. Al principio del

1836, quando le raccolte della Russia erano bloccate nel mare d’Azof,

quando i prezzi correnti dei nostri mercati andavano di rialzo in

rialzo, i Marsigliesi correvano a Napoli e ad Alessandria, e vuotavano

i granaj d’Egitto e di Sicilia.

In mezzo ad un aumento di cui nessuno prevedeva un termine, la

speculazione prese uno slancio pericoloso. Un negoziante andava a

cercare il grano alla sua fonte, lo comperava a qualunque prezzo,

sicuro di rivenderlo con guadagno. In fatti intanto che il bastimento

veleggiava col vento in poppa verso Marsiglia, era richiesto sulla

piazza, venduto, rivenduto sempre con aumento, e cambiava venti volte

di padrone prima d’entrare in porto. Fra i compratori ed i venditori

circolava il sensale, uomo esperto interessato a far crescere e

moltiplicare gli affari. Si sono visti dei carichi passare per tante

mani, che il valore del grano bastava appunto a pagare le senserie. Si

è visto il sensale primario di Marsiglia, un giovane che ha veramente

il genio dell’intromissione, guadagnare 1,200000 in un anno!

Questa foga temeraria de’ Marsigliesi avrà gettato qualche imbarazzo

nei loro affari, ma non dimentichiamo che essi ci hanno dato del pane.

Era impossibile che il ritorno dell’abbondanza ed il ribasso di tutte

le derrate non colpisse all’improvvista qualche speculatore. Le crisi

finanziarie che cagionano certi disastri privati, sono una conseguenza

inevitabile dello sviluppo del credito. I nostri padri non lo

conoscevano, ma conoscevano la carestia.

La speculazione sui fondi pubblici e sugli effetti industriali è

un frutto nuovo a Marsiglia. Si stima però che, dal 1.º gennajo

1855 al 1.º gennajo 1858, i Marsigliesi hanno comperato della carta

per un centinajo di milioni; intendo della carta solida qual è la

rendita dello Stato, le azioni di strade ferrate e le obbligazioni

garantite[2].

Fin allora _il parquet_ faceva un lavoro piuttosto ingrato; negoziava

delle azioni locali di poco valore, per conto di speculatori senza

denaro. Si trafficava su delle miniere dubbiose, delle torbiere

incerte, e delle banche mal piantate. Il capitale si nascondeva in un

buco, allorchè vedeva passare un agente di cambio. A dir il vero, la

compagnia degli agenti mal reclutata non offriva delle guarentigie

molto solide. Le cariche erano offerte a 50000 franchi senza

acquirenti; dieci agenti sopra venti erano stati obbligati a vendere

il loro studio. A lato del _parquet_, una _coulisse_ imponente s’era

costituita in regola, con Sindaco e camera sindacale. Il pubblico

che non sospetta alcun male negli affari di borsa, s’era avvezzato a

riguardare i _Coulissiers_ come altrettanti agenti di cambio. Questa

confusione non era di natura a lusingare gli agenti perchè vedevano in

mezzo a’ loro compagni degli uomini screditati, pieni di debiti fino

agli occhi e sopracarichi di condanne giudiziarie.

Fortuna volle che la camera sindacale nominata a quell’epoca prendesse

a cuore gl’interessi e la riputazione della piazza. In quanto al

sindaco, sig. Paolo Blavet, era giovine ed aveva la smania di far

bene. Si gettò sui _Coulissiers_ come una tigre e li trascinò dinanzi

al procuratore imperiale. Il tribunale li condannò tutti, come un

sol uomo; la corporazione degli agenti fu liberata da una concorrenza

parassita e compromettente.

Alla dispersione dei _Coulissiers_ successe la convenzione dei sensali

intrusi. Il terribile sindaco diresse i suoi attacchi contro gli agenti

non patentati che facevano da mediatori di effetti commerciabili.

Questa categoria si componeva in generale d’uomini serii avvezzi al

lavoro, discretamente provvisti di denaro e di clienti, e ammessi

nelle migliori case. Si diede loro la caccia, ma urbanamente onde

costringerli a mettersi in regola. Ognuno d’essi si rifugiò in una

delle piazze d’agente di cambio che si trovavano vacanti, ed il

_parquet_ si trovò costituito solidamente.

Gli uomini serii apportarono gli affari serii; i valori locali furono

proscritti dalla lista dei prezzi a termine, e non figurarono più che

per memoria su quella dei prezzi a contanti. Gl’impieghi di denaro si

fecero sui grandi valori come alla Borsa di Parigi. Le transazioni sui

titoli presero di giorno in giorno un nuovo sviluppo e le piazze di

agente di cambio, che si offrivano non ha guari a 50000 franchi, sono

ricercate in oggi con offerte di 120 a 150000 franchi.

Basta attraversare Bordeaux, Lione, o Marsiglia per vedere che i

_parquet_ di provincia, sotto l’influenza di sindacati intelligenti,

tendono a discentralizzare il mercato dei fondi pubblici. Altre

volte Parigi era il solo mercato, la Francia intiera vi dirigeva i

suoi ordini di compra o di vendita. Gli agenti di provincia erano

stati Istituiti per la trasmissione degli effetti di commercio e

delle cambiali, come i sensali per la trasmissione delle mercanzie,

e la prova è che sono ancora assimilati ai sensali e posti come

essi sotto la dipendenza del ministro del commercio. Gli agenti di

Parigi, soli incaricati della vendita e della compra dei fondi erano

sottoposti ad un’organizzazione speciale e collocati sotto la mano del

ministro delle finanze. Allorchè un privato di Marsiglia, di Bordeaux

o di Lione voleva vendere o comperare della rendita, si dirigeva

al ricevitore generale, che faceva fare l’operazione a Parigi col

mezzo di un agente. Ma dopo che i _parquet_ di provincia funzionano

regolarmente, la rendita si vende e si compra a Marsiglia senza fare

il viaggio di Parigi; i negozianti di Bordeaux o di Lione speculano

sul rialzo o sul ribasso col mezzo dei loro agenti, senza dir nulla al

ricevitore generale. Questa rivoluzione nelle abitudini della provincia

è più importante e più utile che non si suppone al primo colpo

d’occhio. Allorchè tutti gli affari affluiscono allo stesso mercato,

la concorrenza di tutti gli ordini di vendita che si concentrano

simultaneamente sopra una sola piazza in tempo di crisi politica

o finanziaria, contribuisce a deprezzare il credito e precipita il

ribasso. Quando i mercanti di provincia sono là per diminuire l’urto,

il ribasso si sente meno perchè resta ripartito.

Or fa appunto un anno che sgridavo con tutte le mie forze il consiglio

municipale di Bordeaux, rimproverandolo d’essere ricco e cattivo; ricco

di risparmiare un po’ spilorciamente le rendite d’una città grande e

potente, e di camminare senz’entusiasmo in quella via di lusso e di

progresso in cui la Francia intiera galoppa ad esempio di Parigi. È

certo che l’economia è la più sciocca e la più sterile di tutte le

virtù. Allorchè una spesa è utile, la si deve fare senza mercanteggiare

e senz’aspettare. Io conosco un uomo che viaggia sei mesi dell’anno,

e che ha per principio di non pagar nulla troppo caro; l’abitudine di

mercanteggiare gli risparmia una dozzina di franchi per giorno, e gli

toglie per più di cento franchi di piaceri. Il mio avolo era un degno

paesano, ma prudentissimo per sua e nostra disgrazia. Egli possedeva

sotto il Terrore dodici mila franchi in oro e sei figli. Sì presentò

l’occasione d’acquistare il castello del villaggio e un dominio che

vale un milione. Il mio avolo non era sì pazzo! Egli conservò il suo

denaro per prudenza e quando morì nel 1845 si ritrovarono i dodici mila

franchi nel suo baule! Io stesso, che non sono più economo di un altro,

ho trovato per caso in questi giorni in una bottega di Roma un pugnale

di Trivulzio, un capo autentico del massimo interesse. Il fodero d’osso

lungo un mezzo metro porta il nome del possessore, il suo ritratto,

il ritratto di Luigi XII, e il ritratto d’una donna ignota ch’io non

ho ancora incontrato nella storia. Questa bell’arme era da vendersi

per 150 franchi: essa ne vale quattro volte tanto; me la sono lasciata

portar via da un mercante d’anticaglie di Parigi. Che cosa volete? Ho

aspettato, ho fatto come il mio avolo, con questa differenza che i 150

franchi non si troveranno nella mia eredità.

Nessuno penserebbe a fare dei risparmi, se fosse ben penetrato

di questa verità incontrastabile; l’oro e l’argento ribassano

impercettibilmente tutti i giorni, nel mentrechè l’arte ed il lavoro

dell’uomo aumentano tutti i giorni. I sette napoleoni e mezzo che io

ho bestialmente conservato nel mio scrigno valgono già qualche cosa

meno della settimana passata; ed il pugnale del Trivulzio fra quattro o

cinquecento anni varrà dieci volte tant’oro quanto pesa.

Se l’economia è assurda nei privati essa è quasi colpevole in coloro

che governano. La ricchezza e la grandezza di un paese non derivano

già dal denaro messo a parte dai sovrani, ma da quello che essi hanno

sborsato a proposito. Il denaro speso è il solo che resta, quello

risparmiato finisce sempre per iscomparire. Le assemblee cittadine non

sono di questo parere, perchè esse sono della scuola di mio avolo;

esse fanno delle spilorcerie al presente, senz’alcun profitto per

l’avvenire.

L’abitudine di assottigliare il _budget_ e specialmente di differire

sistematicamente delle opere riconosciute necessarie, è costata

carissima alla Francia. Se la strada ferrata da Parigi a Marsiglia

fosse stata costrutta alcuni anni prima, il porto di Trieste non

avrebbe fatto fortuna a nostre spese. Gli allargamenti che si fanno

rapidamente nei quartieri più ingombri di Parigi, avrebbero costato

la metà di meno nel 1758. Essi costerebbero dieci volte di più se uno

spirito di temporeggiamento parlamentare li differisse d’anno in anno

fino al 1958. Ne consegue da ciò, che per tutte le opere d’utilità o di

splendore pubblico, nulla è più prudente che la fretta, e nulla è più

economico quanto la spesa.

La storia che giudica i governi in ultima istanza non resta loro molto

obbligata dei milioni che hanno messo nella cassa di risparmio. Essa

considera Galba come un ladro, e non ha Vespasiano in odore di santità.

Le magnificenze di Luigi XIV ancorchè un poco personali hanno lasciato

un miglior ricordo che le spilorcerie di Luigi XI. Perciò se noi

vogliamo essere benedetti dai nostri figli e ammirati dalla posterità

spendiamo tutti i nostri redditi in imprese grandi ed utili; è il

miglior impiego.

Noi dicevamo dunque che la città di Bordeaux prendeva troppo poco

sui suoi redditi per farsi bella. È vero che i secoli precedenti le

hanno lasciato poco da fare. In quanto ai Marsigliesi, che hanno tutto

da creare, si dibattono come diavoli per la maggior gloria del loro

paese. Essi non differiscono nulla all’indomani, intraprendono dieci

cose in una volta, e fanno camminare insieme l’utile, il piacevole

ed il maestoso. Due porti, un canale, un palazzo di giustizia, una

residenza imperiale, una borsa, una cattedrale, un giardino zoologico!

Non dimentico io nulla? no, nulla tranne l’allargamento della contrada

Noailles, e della contrada d’Aix. È una bagatella di nove milioni per

la prima, e diciassette milioni per l’altra; ventisei milioni affinchè

le vetture circolino più comodamente all’ingresso della città. Luigi

XI e tutti i suoi simili deciderebbero all’unanimità, che coloro sono

pazzi.

Confesso che al primo colpo d’occhio questo furore d’intraprendere

mi aveva quasi spaventato; ho chiesto a me stesso, se questa giovine

ed impetuosa Marsiglia non isprecava storditamente i suoi ben nati e

nascituri; se non conveniva di darle un consiglio giudiziario invece

d’un consiglio municipale; il budget della città mi ha risposto:

le spese le più enormi e le più folli in apparenza si riducono a

nulla allorquando colui che le fa è in via di prosperità, allorchè

tutto gli va a seconda e che il denaro gettato dalla finestra

rientra immediatamente per la porta seguito da grossi interessi. Gli

stabilimenti privati che fioriscono a Marsiglia provano abbondantemente

questa verità. L’amministrazione dei teatri paga 75,000 franchi

all’anno di pigione; essa dà 500 franchi al mese al suo primo tenore;

2,500 franchi al suo basso; 4000 franchi alla sua prima cantante, e

tutto nella stessa proporzione. Eppure i direttori hanno incassato

75,000 franchi di guadagno netto nel 1857. I caffè dove si canta, del

Casino e dell’Alcazar sfoggiano un lusso quasi ridicolo che stupirebbe

gli abitanti di Parigi; ma più spendono, più guadagnano e la follia

dei loro sborsi gli arricchisce in pochissimo tempo. Gli azionisti del

giardino zoologico hanno acquistato il loro terreno nel 1855. Era un

affare di 118,000 franchi senza contare le costruzioni e le bestie. Ma

il solo introito del 1857 ascende a 95660 franchi. La raccolta di un

anno copre quasi il capitale, come nella cultura del lino.

Passate dal piccolo al grande, e i risultati sono gli stessi. Le spese

della città aumentano tutti gli anni. Esse vanno con passo rapido, ma

che importa? Se i redditi hanno sempre uno o due milioni d’avanzo! Si

sborsano circa dieci milioni nel 1855, e se ne incassano più di dodici.

L’anno seguente per undici milioni spesi se ne introitano tredici.

Nel 1857, si fanno delle follie: diciotto milioni e mezzo. L’introito

giunge quasi a venti milioni. Sapete voi che vi sono degli Stati in

Europa il cui budget non ascende a tanto? Comunque sia non ne conosco

alcuno la cui prosperità si sviluppi così rapidamente.

Si ha tanta fiducia nei destini di Marsiglia, si conoscono tanto

bene le sue entrate, la si crede tanto solvibile, che può tôrre ad

imprestito ciò che le piacerà. Tutti i prestiti che ha aperto furono

sottoscritti immediatamente dai cittadini della città all’interesse il

più moderato, cioè per la maggior parte al 4-1/2 %.

Il suo bilancio può compilarsi con poche righe; esso prova la saviezza

dei suoi amministratori. La città è autorizzata con diverse leggi

a prendere ad imprestito 43,250,000 franchi. Essa ha realizzato

35,750,000 franchi e ne ha di già rimborsati 8,900,000. Sono dunque

26,850,000 franchi di cui è debitrice, una bagattella! Un uomo

che ha 20,000 franchi di rendita e che ne spende 12,500 può fare

27,000 franchi di debiti senza incorrere nell’interdizione. Gli si

permetterebbe d’indebitarsi del triplo, se sperasse nell’avvenire

qualche buona eredità. Ora la mia Marsiglia è figlia del commercio e

dell’industria, ha quindi nell’avvenire un’eredità illimitata e delle

speranze incalcolabili.

La sua spesa principale è stata la costruzione del canale della

Duranza, che costa circa 35 milioni e mezzo, ma la vendita delle acque

produce già 450,000 franchi all’anno, senza parlare della salubrità

acquistata dalla città, della polvere compressa, e della campagna

trasformata. La costruzione dei porti è intrapresa a spese comuni dalla

città, dal dipartimento e dallo Stato. È la città che ne raccoglierà i

primi frutti. La cattedrale costerà cara. Quanto? Nessuno può dirlo.

Il preventivo dei fondamenti è di circa 1,300,000 franchi. Ma era

impossibile che il vescovo di Marsiglia officiasse più a lungo in

una chiesa di villaggio. Lo Stato ha sottoscritto per due milioni e

mezzo, la città ne darà quattro; uno sul suo _budget_, tre sui terreni

della Joliette che ha venduti. Il palazzo di giustizia costerà quattro

milioni, ma è il dipartimento che paga. La borsa ne costerà sei e

mezzo, ma è la camera di commercio che fa quasi tutte le spese. La

città fornirà una sovvenzione di 600,000 franchi pagabili in dieci

anni; essa ha ceduto il suolo delle strade.

Si va a construire una residenza imperiale al sud del vecchio porto,

sull’area della riserva vicino, a quel villaggio dei Catalani che

Monte-Cristo ha reso celebre. Già da molto tempo il villaggio dei

Catalani non è più che un’ombra. Questa repubblica di pescatori,

portata dall’emigrazione, si è messa di nuovo ad emigrare. È per odio

della coscrizione marittima, od è forse perchè il pesce manca sulle

nostre coste? Non si sa. Intanto il fatto è che il piccolo porto si fa

deserto e che le celle imbiancate colla calce sono quasi vuote. È molto

se odesi in quella solitudine il suono gutturale d’una frase spagnuola:

bisogna errare molto tempo fra le ruine prima d’incontrare sulla soglia

d’una porta aperta una vecchia donna col volto abbronzito che pulisce

la testa del suo nipotino.

I Marsigliesi spendono il loro reddito comune da uomini intelligenti,

non dico da artisti. Gente di spirito fin che si vorrà; io sono pronto

ad esagerare ancora tutti i superlativi delle lodi, ma in materia

d’arti non è ad essi che io domanderò parere. Il saper discernere il

bello è un frutto dell’educazione piuttosto che un dono di natura, ed i

Marsigliesi non hanno ancora vôlto la loro mente da quella parte. Manca

loro quella tradizione d’arte che si è conservata qua e là in alcune

città di Francia, a Lilla, a Valenciennes, a Digione, a Grenoble, a

Lione e direi perfino a Bordeaux. I nuovi edifizj di Marsiglia non

s’annunziano come capi lavori di architettura: si fanno ugualmente bene

a Washington e a Cincinnati. Dinanzi la nuova borsa, che è decisamente

brutta, si vede un carnefice che mostra al popolo una testa tagliata

di fresco. È la statua di Puget martellata da Ramus, e offerta in dono

alla città da un gran signore di Gerusalemme. Il museo non manca di

buoni quadri, ma non sono nè ben collocati, nè bene conservati, nè

ben mantenuti. Egli è qui che mi disgusto col consiglio municipale

di Marsiglia. È spiacevole che di due sale di pittura la prima sia

mal rischiarata e la seconda non lo sia affatto. Si deplora di veder

sedere in trono al posto d’onore cinque o sei scarabocchi della scuola

moderna, quando il _Mercurio_ di Raffaello copiato alla Farnesina dal

sig. Ingres è collocato sotto la soffitta, nell’angolo più oscuro d’una

camera tetra. Infine i ristauratori del paese sono quasi altrettanto

imprudenti quanto i nostri vandali di Parigi.

Di tutti i privilegi municipali sapete voi qual è quello che si ama

di più in provincia? quello di cui si è più fieri? quello che si

difende con maggiore ostinazione contro le usurpazioni della capitale?

È il diritto di demolire un bel fabbricato per erigerne uno brutto;

di scegliere una cattiva statua fra dieci di buone, di fare la notte

e il giorno in un museo, e di eleggere un professore di disegno che

non sappia disegnare. Questo furore non è esclusivamente francese;

si può osservarlo a bell’agio in tutta l’Europa incivilita, ed esso

contribuisce, da un certo numero d’anni, alla decadenza che vediamo.

In ogni città di dieci mila anime i notabili dicono unanimemente: Noi

abbiamo il diritto per il nostro denaro di proteggere le arti a nostro

modo; nessun potere umano non può impedirci di condurre la barca di

traverso, attesochè il carico è nostro.

Un Bavarese che abita in Roma, mi raccontava questi giorni passati

l’aneddoto seguente, che trascrivo per intero, quantunque non concerna

nè l’Italia, e neanche Marsiglia. Ma esso tocca un punto che interessa

le anime più nobili di tutto il paese. Ascoltatelo dunque attentamente;

è il mio Bavarese che parla:

Sono nativo di Niguenau, città di dodici mila anime, situata a sessanta

miglia da Monaco, e capoluogo della provincia. Si può dire che i miei

concittadini siano ricchi, essi fecero fortuna fabbricando tessuti di

cotone e bambole di porcellana. Il loro massimo piacere è di mangiar

salami, bevendo birra del paese, che è eccellente; non conoscono

nulla di meglio nè di più degno d’un uomo incivilito che la birra

ed i salami. Tuttavia siccome le belle arti sono, da qualche anno

in poi, di moda in Baviera, e siccome a Monaco v’ha chi se ne occupa

attivamente, così le persone più distinte di Niguenau, per conservare

il loro grado nel regno, consacravano tutti gli anni qualche migliajo

di fiorini alla coltura delle arti. Mantenevano un architetto giurato

allo scopo di ristaurare gli edifizj municipali e di ridipingerli in

rosso. Possedevano un museo composto a caso, ma il caso ha talora la

mano fortunata. E da ultimo nudrivano alla buona di Dio un maestro di

pittura. Il maestro, il conservatore e l’architetto erano tre figli

del paese, conformemente a quel principio municipale: «Non date ad uno

straniero il denaro del comune». Questi tre personaggi ricevevano il

loro assegno dal borgomastro, e per conseguenza obbedivano a lui solo.

Ora il borgomastro era un uomo eccellente, un medico abilissimo ed una

delle persone più spiritose di Niguenau; ma in materia d’arte, era un

asino. Ei si mostrava tanto più geloso della sua prerogativa, e gli

argomenti d’arte erano i soli sui quali ei non intendeva ragione.

«L’amministratore (o prefetto) della provincia era un intelligente

illuminato dai viaggi, dalla vita di Monaco e dal consorzio de’

grandi artisti. E perciò ogni suo consiglio era cansato, e quando

officiosamente ne dava alcuno savio, il borgomastro si raccoglieva

nella sua toga con sussiego municipale, e rispondeva con impertinente

civiltà: «Il signor prefetto se n’intende meglio di noi, e noi siamo

gente da prender abbagli; ma Niguenau è abbastanza ricca da pagare i

nostri errori, e non ne costerà un soldo al governo».

«Quando trattossi di rifabbricare il palazzo del comune che cadeva in

rovina, il borgomastro e l’architetto acconciarono insieme un piccolo

progetto di tempio greco, sormontato d’un campanile gotico e circondato

d’un ballatojo alla Svizzera. Il prefetto vide per caso i disegni di

quell’ibrido edifizio, e non potè trattenere qualche esclamazione di

sorpresa. Gli fu risposto, ch’era la città che pagava».

Verso il medesimo tempo, il conservatore del museo, che non aveva

mai toccato pennello in vita sua, soffermossi dinanzi al quadro del

Perugino, solo che noi avessimo, ma che era la perla del museo. Cotesto

animale (mi si perdoni il nome, ma non ne trovo di più civile) si ficcò

in capo, che il dipinto era troppo giallo, e s’accinse a raschiarlo

con una lama finchè scoperse il legno. S’accorse allora che aveva fatto

un po’ troppo la tela rasa, e, per riparare allo sconcio, distese uno

strato di bitume sullo spazio che aveva raschiato. Ma essendosi molto

a proposito ricordato che il quadro primitivo aveva certe parti nella

luce, e certe altre nell’ombra, graffiò via il bitume colla punta

d’un temperino dovunque gli piacque di porre de’ lumi. Il prefetto lo

sorprese durante quell’operazione, e gettò un grido di collera, e stava

sulle prime per fulminarlo con un calcio, ma si limitò a provocarne il

licenziamento. «Ci perdonerete, rispose il borgomastro, poichè costui è

pagato sul nostro budget».

«Il maestro di pittura alla scuola comunale venne a morire. Non aveva

saputo nulla in tutta la sua vita, e per ben vent’anni insegnava

alla gioventù di Niguenau una certa pittura a pastello, che formava

l’ammirazione de’ genitori. Ora il prefetto si persuase che quella

fortunata morte avrebbe salvato il buon gusto nella città, e voleva

chiamarvi da Monaco un uomo maturo, pieno di talento, lodato nelle

esposizioni, onorato di varj premj, ed abbastanza modesto da preferire

un posto fisso in provincia alla vita militante della capitale. Ma il

borgomastro ed i consiglieri avevano un altro candidato, un giovane del

paese che si era fatto conoscere con felici saggi fino dall’età d’anni

dodici.

Era stato mandato a Monaco con una pensione di trecento fiorini,

sperando che s’acquistasse il premio di Roma e che facesse onore

alla città di Niguenau. Aveva concorso per tutto il tempo che l’età

sua gli permetteva, vale a dire fino al trentesimo anno, e non aveva

nemmeno riportato un secondo premio. Non già ch’ei dipingesse a

pastello, ma egli disegnava i suoi quadri colla punta d’un chiodo.

Fu eletto all’unanimità dal consiglio municipale, ed il borgomastro

si fece un dovere d’informarne il prefetto. «La signoria vostra,

gli disse, apprezzerà i sentimenti da cui siamo stati mossi. Siamo

noi che abbiamo spinto questo giovane nella carriera della pittura,

somministrandogli i mezzi di studiare. Poichè non è riescito, è dover

nostro di procacciargli i mezzi di sussistenza. — Ma che? ripigliò

l’amministratore intelligente, appunto perchè questo giovane ha

dimostrato la sua incapacità a Monaco, voi gli conferite il posto

d’un uomo capace! Voi non conoscete tutto il male che un professore

di disegno può fare in un paese, e quale deplorabile influenza egli

eserciti sul gusto del pubblico. — Ciò facciamo a nostro rischio e

pericolo, rispose il borgomastro; d’altronde siamo noi che paghiamo. —

E chè! per Dio! un uomo avrà egli il diritto d’avvelenare i suoi figli,

sotto pretesto che ha pagato il veleno?»

«Così l’architetto, il conservatore ed il maestro trionfavano nella

nullità loro, a dispetto dell’amministratore, quando capita di quelle

parti il re. Era un principe dolce, come è noto, ma artista passionato

ed intrattabile nelle questioni di gusto. Ei fece chiamare al palazzo

della prefettura il borgomastro ed i consiglieri, e disse loro: «Buona

gente, voi credete d’avere il diritto di fabbricare degli edifizj

ridicoli, di rovinare i quadri del vostro museo e corrompere il gusto

de’ figli vostri; e ciò perchè il maestro di disegno, il conservatore

del museo e l’architetto della città sono pagati sul vostro budget.

Cotesto pregiudizio è radicato in tutti i capoluoghi del mio regno;

ond’è che non ho dieci persone di buon gusto fuori di Monaco. È ormai

tempo di cambiar sistema. Voglio che tutti gli edifizj pubblici siano

costrutti da’ miei architetti, che i conservatori di tutti i musei

abbiano fatto i loro esperimenti nella capitale, e che i maestri di

pittura siano scelti dal mio ministro siccome i professori di greco

e di latino che insegnano nei collegi reali. Voi potete opporre che

cotesti signori sono di vostra nomina, perchè sono al soldo vostro:

è di legge. — Ma la legge dice eziandio che, quando un impiegato è

stipendiato dallo Stato e dalla città, la nomina allora spetta al

governo. Ond’è che, a datare da questo giorno, io contribuirò per un

fiorino all’anno all’assegno dell’architetto, del conservatore e del

maestro di disegno di Niguenau; ma non verranno nominati che da me».

«Dopo quest’atto d’autorità reale, venne fabbricato a Niguenau un

palazzo di città semplice e di gusto irreprensibile: gli allievi della

scuola di belle arti più non dipingono a pastello, nè più disegnano con

un chiodo; il museo è ben illuminato, ben conservato e messo in ordine.

Sotto ogni quadro si veggono il nome dell’autore e l’indicazione del

tempo in cui viveva; i capolavori sono collocati in posti d’onore, onde

il pubblico sia istrutto di ciò ch’ei può ammirare a colpo sicuro; e se

la nostra collezione non è delle più ricche, è però d’un buon esempio

al pari di quella di Monaco».

Cotesto discorso, tradotto dal tedesco, ci ha trasportati sì lontano da

Marsiglia, che, in fede mia, ho quasi voglia di non farvi più ritorno.

Così pure, noi abbiam veduto ogni cosa, se son venuto a capo di

mostrarvi in poche pagine ciò che ho studiato in dieci giorni. E dissi

ciò che penso de’ Focesi, in bene ed in male, e converrete certamente

con me, che la somma del bene supera d’assai quella del male.

Ora, se vi piace, andremo a Roma, e vi entreremo d’un salto. Se

avessi percorso la via di pellegrino, col sacco in ispalla, siccome

gli artisti dei buon tempo antico, avrei molti paesaggi da descrivere

e delle scene d’albergo da raccontare. Ma, essendo partito sopra

un vapore delle Messaggerie, a dieci ore di sera, ora militare, fui

sbarcato a Civitavecchia trent’ore dopo, senza aver avuto il mal di

mare. Ecco tutti gl’incidenti del mio viaggio. Il paesaggio non variò

un istante, azzurro dovunque. Potrei farvi il ritratto e la storia de’

miei compagni di tragitto, ma non potrei dirvene che bene, d’altronde,

non essendo persone note, non vi possono interessare.

Eravene uno però, di cui mi ricordo con troppo piacere, perchè non

abbia a farne parola: è il signor Bailliencourt, colonnello del 40.º

di linea, uno degli uomini più amabili e più leali ch’io m’abbia mai

conosciuto.

Ho sempre amato i soldati. Strano gusto, dirà taluno, in uno scrittore

che puzza di filosofia. Per bacco! So bene anch’io, al pari di voi,

che l’uomo non è su questa terra per uccidere gli altri uomini.

L’attività, il coraggio e l’intelligenza hanno mille modi più utili

e più sublimi in cui possono esercitarsi; su tal proposito non voglio

movere disputa. Ma io amo i soldati, e questa passione è più forte di

me. Gli amo colle loro doti, coi loro difetti, colla loro istruzione

e colla loro ignoranza, colla loro grandezza d’animo e colle loro

contrarietà, e segnatamente con quell’eterna gioventù di cuore che

li distingue da noi. Ciò che piace alle governanti di fanciulli, alle

modiste e talvolta alle nobili signore, è l’uniforme. Ciò che mi seduce

nel soldato, di qualunque grado, è certa onesta ingenuità, una generosa

ignoranza del male, una semi-verginità d’anima, che si conserva sotto

l’uniforme fino ad un’età assai matura.

Il mio onorevole compagno di viaggio è ancor giovane, e credo che sia

uscito dal collegio di Saint-Cyr nello stesso tempo che il maresciallo

Canrobert. Eppure è già un vecchio soldato. Egli ama l’esercito come

una patria, il reggimento come una famiglia, la bandiera come un

campanile. Un numero scritto sui bottoni d’una tunica gli fa battere il

cuore, sicchè, sbarcando a Civitavecchia, ha gettato un grido di gioja

ravvisando un uomo del suo reggimento. Mi racconta, accarezzandosi i

mustacchi con gioja commovente, che si verrà domattina, colla banda, a

presentargli la bandiera.

Quest’uomo di buona famiglia aveva chiesto congedo d’un mese per

rivedere i suoi dopo un’assenza di parecchi anni; ed or ritorna al

reggimento, prima dello spirare del congedo, essendosi sentito compreso

dalla nostalgia della bandiera.

A Civitavecchia ho preso la posta siccome personaggio di vaglia.

Essa costa due o tre franchi di meno, quando si conosce il modo di

valersene, e si arriva assai più presto. Io credo, Dio mel perdoni, che

abbiamo compito il viaggio in sette ore. I miei quattro cavalli hanno

attraversato la Città Eterna facendo echeggiare i loro sonagli, e gli

ho congedati sulla piazza di Spagna. Era in casa mia, od almeno non mi

rimanevano che tre o quattrocento gradini da salire.

Roma contemporanea · 第 6 / 71 题