(INEDITE.)
*PREFAZIONE ALLE NUOVE NOVELLE.*
Post varios casus et tot discrimina rerum.
Uno scrittore a cui per la prima sua opera sia toccato in sorte tanto di
favor pubblico da superare le proprie speranze, pare che dovrebbe aver
poi tanta più fiducia quando ei si presenta per la seconda e terza volta
al medesimo pubblico già provato così benevolo. Eppure non succede
sempre così. Siamo come i capitani giovani e vecchi; che i giovani non
avendo che la vita propria ed altrui da esporre, le espongono
allegramente; dove i vecchi avendo una riputazione già fatta da perdere,
la perdono sovente per troppo stare in pensiero di essa. Il fatto sta
che le continuazioni, le appendici, le ultime sorelle delle opere
favorite, hanno cattivo nome, e sovente lo meritano.
Io temo assai che tale sia il caso delle presenti Novelle. Quando feci
senza pensarci le prime, ero più assai in disposizione di novellare, e
tuttavia moralizzai, e forse troppo, quantunque sotto il nome del
Maestro di scuola. Ora invecchiato meno dal numero che dalla qualità
degli anni passati intanto, mi sono avveduto fin dalle prime pagine che
il mio novellare si faceva un moralizzare perpetuo; che i fatti men
numerosi e meno strani che mai nelle mie troppo semplici composizioni,
non erano guari più se non come un quadro riempito poi di discorsi e
pensieri serj, gravi e poco abituali alle persone le quali sogliono
prendere in mano un libro di Novelle.
Pensai di mutare titolo. La prima parola di un libro è a parer mio la
più importante di tutte sempre per la buona riuscita di esso. Se è
scelta bene, ella ti deve dire che cosa è il libro, e per conseguenza in
che disposizione l'hai da prendere o lasciare. Coloro che vivono una
vita leggitrice (e se avessimo libri un po' divertenti a sufficienza,
certo noi Italiani che abbiamo tant'ozio in soprabbondanza, vivremmo
tutti volontieri così), coloro, dico, che vivono leggendo gran parte
della loro vita, difficile è che non si trovino successivamente in tutte
quelle disposizioni opportune a leggere ora l'uno ora l'altro libro più
o meno serio. L'essenziale per essi è non trovarsi ingannati; e quando
vorrebbero per esempio un romanzo, e dal titolo credono prenderne uno,
non trovarsi in mano poi un libro di erudizione, d'economia politica o
di filosofia. La colpa è allora tutta dell'autore, se il leggitore butta
via indispettito il libro; ch'egli avrebbe forse letto volentieri se non
ingannato l'avesse preso meno a leggere che a studiare, e in
disposizione men da romanzo che d'erudizione, d'economia politica, o di
filosofia. Quindi è che sentendomi cadere in simil colpa, io cercava un
altro titolo al mio libro. Peccato che non lo trovai. _Storie_ non lo
sono le seguenti; _narrazioni_, _racconti_, supponeva anche più fatti
che _novelle_; _conversazioni_, non era quello; _pensieri_, _saggi_,
_meditazioni_, _discorsi_, ec. ec., peggio che mai, che avrebbero
mostrato la pretensione contraria di dare un libro più seriamente fatto
che non è questo. Lasciai dunque il titolo primitivo; riserbandomi solo
di fare la presente protesta o raccomandazione: che queste son Novelle,
non so se morali, ma certo moralizzanti; novelle d'un vecchio di cuor
serio, mesto, e riandatore delle miserie della vita; onde che, se i
leggitori miei non si trovino in disposizione un po' simile, faranno
bene a lasciare questo mio rimbambito cicalare.
A quelli poi che dopo tal protesta continuassero, dirò per consolazione
mutua di essi e di me: che per verità (e quanto più son vivuto in questi
tempi pur così fecondi d'eventi, tanto più l'ho veduto), gli eventi
strani e complicati sono in realtà molto più rari che non si crede.
Quindi i racconti fondati sovr'essi mi sembrarono sempre più
inverosimili. Quanti romanzi sono bellissimi e naturalissimi finchè dura
l'esposizione, e si strigne il nodo con eventi usuali, ma diventano poi
improbabili allo scioglimento che l'autore vuol rendere strano e
inaspettato! Quindi i migliori autori di siffatti racconti hanno fuggito
quelle catastrofi ricercate, ed hanno saputo trovare ne' casi più
consueti, e nei termini inevitabili di questi casi, il matrimonio o la
morte, un fonte ricchissimo d'interesse e d'affetti. Ma non è egli, dopo
tanto scrivere esaurito oramai quel fonte? Certo sì, quando si prendono
a descrivere sempre quegli stessi casi così volgari nelle stesse
circostanze di luogo, di tempi, e di costumi. Ma mutando tempo o paese,
non è dubbio che si muterebbero le tinte del colorito, e queste
basterebbero a quel tanto di novità che è necessario oramai per li tanti
leggitori contentabili facilmente. Alberi, e case, e prati, e monti, e
cielo, vi sono dappertutto; ma hanno contorni e tinte diverse in ogni
paese, e chi sa queste riprodur sulla tela, fa paesi molto diversi. Che
più dissimile d'un Claudio e d'un Ruisdael? Benchè sì più dissimile
ancora è un Rafaello da un Rubens; perchè la natura umana è anche più
varia che non quella degli alberi, o delle rupi, o dei cieli. E noi
scrittori buoni o cattivi della natura umana avendo il vantaggio di
questa somma varietà di essa secondo i tempi e i luoghi diversi, se
sapessimo profittare di tal varietà e ben descriverla, potremmo senza
dubbio far quadri sempre nuovi, sempre varj, sempre interessanti.
Ma poi, a ciò vi sono le sue gravi difficoltà. Gli alberi e le rupi si
lasciano ritrarre sempre con pazienza, a piacimento del paesista. Ma le
nazioni, o certe classi delle nazioni, e massime le classi più ristrette
e ridotte quasi ad individui, non amano i ritratti dal vero e parlanti.
Vogliono, dico, un po' d'ideale, e non mancano loro argomenti, e
parolone per ciò; le quali ridotte a parole semplici di buona prosa,
vorrebber dire che domandano ritratti abbelliti. Non hanno tutto il
torto. I ritratti non voglion essere presi dalla parte brutta d'una
persona; e mal sia d'un pittore che mi voglia ritrarre dalla parte
dell'occhio guercio o del naso storto, sotto pretesto di più
somiglianza. Ma il pretendere a una faccia ovale quando s'ha tonda, o ad
occhi neri quando s'han bigi, è pretender troppo poi da un ritrattista,
o almeno da un ritratto.
Eppure i ritratti sono una gran bella cosa quando son veri. Lo specchio
non è, come dicono alcune madri alle ragazze, un così cattivo
consigliere. Mirati, vo' dire io alla mia; mirati ogni giorno allo
specchio; vedi oggi che sei stata così buona, così dolce, così amorevole
pel vecchio padre tuo, mira come sei bella, fa d'esser bella così domani
e doman l'altro; fa d'essere così sempre, finchè hai ad amare il padre
tuo sopra ogni cosa terrena. E poi... poi se verrà un giorno che tu ami
un altro più che il padre tuo, mirati di nuovo nello specchio il giorno
che ti sentirai d'amarlo più che mai; e se ti trovi allora anche più
bella, fa i giorni appresso e poi sempre di rimanere bella così. Quasi
che non darei altro precetto alla mia fanciulla da maritare o maritata.
Imperciocchè belle e virtuose sono le fanciulle che serbano in volto la
purità e tranquillità della nostra celeste origine. Ma anche a noi
uomini che abbiamo sformato e solcato il viso dalle nostre passioni, dai
moti della nostra argilla animale, anche a noi potrebb'essere buon
consigliero lo specchio. Quando sei infiammato d'un'ira che il tuo cuore
agitato non sa discernere s'è santa o colpevole, mirati fiso e cerca a'
tuoi occhi, alle due labbra, a tutta l'espressione del tuo volto, se vi
sia l'odio, l'egoismo, l'invidia, il disprezzo, o solamente l'inutile
dispetto; ovvero se non vi sia più che uno sdegno virtuoso contro il
vizio o contro l'oppressione altrui. Credimi; il tuo specchio te lo
dirà. E quando credi di amare con purità, e ti fai di te stesso un
romanzo, mirati che vedrai se ne sei un degno eroe; ovvero se tutt'altro
non vi scopri di quello che vorresti, e credevi forse d'avere in cuore.
E quando ti perverti di giorno in giorno, quando da un sentimento
qualunque, forse virtuoso all'origine, oltrepassi il segno della virtù e
cadi nel vizio sempre limitrofo, mirati ogni giorno allo specchio
solamente con occhi imparziali, se puoi, e procura di poterlo; e saprai
meglio che con altro mezzo, a che punto tu sia di quella trista
progressione.
I romanzi e le novelle sono specchi dell'età in che si scrivono ad uso
dell'età immediatamente seguente. Quindi è che, passate due o tre età,
l'utilità d'un romanzo, ed anche l'interesse, suol passare o almeno
scemare di molto. Hanno comune questa sorte colle commedie, coi libri di
ritratti (come i _Caractères de La Bruyère_), e con tutti i libri in
generale che ritraggono le minutezze dei costumi di un tempo. Lo stesso
divino Molière non s'apprezza più alla metà nemmeno da Francesi che lo
tengono a ragione come la più bella perla della loro letteratura,
dappoichè dopo la Rivoluzione sono di tanto o del tutto mutati i loro
costumi, mutato anzi quasi il loro carattere nazionale. E se mi si
conceda qui un'osservazione propria appunto del tempo, noi stessi
abbiamo veduto farsi siffatta mutazione ai nostri anni. Ai tempi
dell'Imperio, quando erano ancor fresche le memorie del tempo antico
(_l'ancien régime_), ed anzi si volevano dall'imperatore risuscitare
siffatte memorie, ed erano pur anco verdi ancora molti rimasugli di quel
tempo, allora le commedie di Molière erano vedute e corse anzi con
grande impegno da grandi e piccoli ne' palchi e alla platea. Oramai non
si vanno a vedere se non per così dire istoricamente, per conoscere que'
costumi invecchiati, anzi antichi del tutto. Ma in Molière, e in La
Bruyère, e in Don Chisciotte, e in ogni libro fortemente fatto, oltre
questa parte più speciale di pittura dei tempi, è poi anche la pittura
dei grandi e costanti lineamenti della figura umana. Epperciò se
piacciono meno sulla scena o ai leggitori superficiali, rimangono, e
rimarranno perpetuamente per quest'altra loro più essenziale virtù. Ma
quanto pochi Molière e Cervantes vi sono eglino nella universa
letteratura!
Noi altri novellatori dobbiamo rimanere a mille miglia da siffatta
pretensione. Il nostro genere non la può comportare, siamo giusti; la
nostra fatica non è tanta da poterci meritare una fama lunga. Non
abbiamo grandi sforzi d'invenzione da fare: nessuno a combinare gli
accidenti; pochi a mantenere inalterati i caratteri; in pochi giorni o
in un giorno vediamo il principio e il fine dell'opera nostra; scriviamo
all'avventura come ci corre la penna o la dettatura. Possiamo
giustamente pretendere noi alle ricompense di quelle fatiche che
occupano gli anni intieri, tolgono i sonni, usurpano l'attenzione o la
vita d'un uomo? Siamo giusti, non pretendiamo dai lettori più che non
diamo loro. Frutto di poche ore, le nostre fatiche durino pur pochi
anni. Nè è poco se in quegli anni abbiamo rivolti gli animi della nostra
generazione ad alcuni pensieri che sieno utili ad essa o a quella che
segue. Le generazioni s'incastrano: i pensieri dell'una lasciano
l'addentellato ai pensieri d'un'altra; chi ponga un buono addentellato,
o solamente qualche pietra di esso, può vivere e morire con qualche
pace, con qualche soddisfazione d'avere adempiuto un debito suo. Tanto
almeno come i seguaci di quella, non so più qual religione d'oriente, ai
quali è raccomandato di piantare almeno un albero nella lor vita per
servire ad ombreggiare i nepoti.