Non so se la conversione de' Visigoti fosse stata sì generale nella
_Gallia Gotica_, sì come fu in Ispagna. Parlo della _Gallia Gotica_
non conquistata da' Franchi, ove mi sembra, fosse rimasto un gran
lievito Ariano, pel quale si continuò a desiderare di mettere sempre
differenze fra l'Architettura Sacra degli Eretici e quella de'
Cattolici. Nella _Gallia Gotica_ venuta in potestà dei Franchi, assai
poco frequenti, anche per resistere a' nuovi dominatori, furono le
conversioni de' Visigoti alla fede Romana, ed a pochi tra essi piacque
d'imitar l'esempio Tolosano del Duca Launebode, rizzando Chiese alla
guisa Cattolica. Le sette degli Albigesi e de' Valdesi, delle quali
ne' secoli seguenti si vide travagliata Tolosa col resto della _Gallia
Gotica_ de' Franchi, dimostrano, essere state ivi più che in ogni
altra Provincia disposto di lunga mano il terreno a farle allignare.
Sì fatta preparazione produsse non piccoli effetti sulla continuità
dell'_Architettura Gotica_ degli Ariani, e sull'esplicamento successivo
così della letteratura come della lingua de' Provenzali.
Ampio e ricco argomento, ma non è il mio in questo luogo: riparlo
perciò del Re Sisebuto e dell'_elevazione Visigotica_, sì, ma non più
Ariana della sua Chiesa di Santa Leocadia. Così fatta elevazione, che
sembrava la sola degna ne' Sacri Templi ai Visigoti ed acconcia meglio
ad innalzar gli animi verso Dio, dominava già in tutto il resto della
natura di quel popolo fin dal tempo, in cui credettero all'immortalità
dell'anima pei discorsi di Zamolxi; poscia s'accrebbe per le vittorie
di Dromichete, di Berebisto e di Decebalo. Il nazionale orgoglio
pigliò forme novelle dopo la conquista di Traiano, per effetto delle
stesse sciagure dei Geti o Goti, e nuovo stimolo dettero alle lor
cittadine superbie le vittorie de' Re Ostrogota ed Ermanarico, non
che la presa di Roma nel 409. La grandezza dell'animo si congiungea
ne' Visigoti con una salda ed adamantina tenacità del proposito, la
quale apparisce in tutta la Storia di Spagna fino a' dì nostri; e
con un alto, anzi superlativo, sentire di sè medesimi. Ne abbiamo
una pruova in una Lettera di Sisebuto, ch'egli per mezzo del suo
Legato Totìla mandò a Teodolinda, Regina de' Longobardi, verso l'anno
616, allorchè gli fu riferito di predicarsi fervorosamente in Italia
l'Arianesimo dagli Ostrogoti, ritornativi col Re Alboino. _Quale
sventura_, scrivea Sisebuto, _che popoli del nostro Gotico sangue siano
macchiati dell'Ariano contagio?_ »AFFINITATEM SANGUINIS NOSTRI ARIANA
CONTAGIONE NUNC POLLUI, et virulenta profusione canceris FRATERNA
COGNATIONE DISJUNGI?». _Qual razza_, soggiungeva, _è più bella, più
inclita, più naturalmente valorosa e prudente di quella de' Goti? Quale
ha più eleganti costumi? Chi non ha in pregio i modi loro di vivere,
la perspicua dignità e la gloria del loro nome?_ »GENUS INCLITUM
ET INCLITA FORMA, INGENUA VIRTUS, ET NATURALIS PRUDENTIA ELEGANTIA
MORUM, VITAE BONA CENSURA, PRESPICUA DIGNITAS, ET GLORIA DIGNITATIS
EXIMIA[61]. La bellezza e le grazie di Brunechilde, Regina, delle quali
concepirono sì gran maraviglia i Romani, ci fan sicurtà, che Sisebuto
non esagerava col suo favellare l'eleganza de' costumi Visigotici: ma
già Brunechilde, quando egli scrivea, era morta da circa tre anni.
»_Puella_ elegans, _venusta aspectu, honesta moribus atque decora,
prudens consilio et blanda colloquio_». In tale aspetto ella era venuta
dalla Gozia, scrive Gregorio Turonese, al talamo del Re Sigeberto.
Un'antica tradizione ripeteva d'età in età, che Sisebuto avesse
rafforzato la città d'Ebora con grandi propugnacoli[62]. Verso la fine
del sesto decimo secolo sorgeano ancora in essa due saldissime Torri,
che dallo Storico Mariana s'attribuiscono a quel Re. Santo Eulogio
di Cordova ricorda la Chiesa di Santo Eufrasio, fatta costruire da
Sisebuto in Iliturgi, oggi Martos, sul Guadalquivir[63]. Bastavano
tali esempi ad inanimire i _Pilofori_ Visigotici Vescovi e Laici, ed a
ricordar loro la patria consuetudine del Danubio così nell'Architettura
sacra come nella civile e nella militare. Nè la memoria di Brunechilde
Regina, e del suo edificare s'era perduta, quando il Re Sisebuto mancò
nel 621. L'anno che seguì alla sua morte, fu il Primo dell'Egira di
Maometto e però il primo, da cui si numerassero i pubblici fatti e le
conquiste del fortunato legislatore di quegli Arabi, che viveano sotto
le tende: indi essi nel corso delle loro vittorie, dopo aver perduto
Maometto, edificarono in vari Regni un gran numero di Templi e di
Moschee, chiamato in aiuto la scienza de' popoli vinti; dalle quali
costruzioni nacque ne' secoli seguenti l'Architettura della _Moresca_.
Di questa forse, ma nol prometto, farò un particolare Discorso: qui mi
contento dell'osservazione, che gli Arabi di Maometto non insegnarono
alcuna forma speciale d'architettare al Re Sisebuto ed al popolo,
discendente dagli _Immortali_ di Zamolxi.