B (_Tolto dal 2º volume delle Memorie del generale_ GUGLIELMO PEPE.)

La sollevazione dell'Italia media nel 1831, ebbe a proprio movente

l'odio pubblico e antico inverso il governo di Roma; per occasione, la

cacciata di Carlo decimo dal suolo di Francia; e per ultimo impulso,

il principio del non intervento con solennità proclamato dai ministri

di Luigi Filippo. Senza la fede (comune allora e fermissima) in quel

principio ed in quelle dichiarazioni, noi crediamo che nessuno grave

moto politico sarebbe accaduto in Romagna e nei due Ducati; e ciò, non

per poca avversione contro al governo assoluto, massime contro a quello

sbrigliato e sconvolto de' preti; ma per avere in sulle porte uno

straniero formidabile, apparecchiato a spegner nel sangue ogni sorgente

favilla di libertà. Cominciò dunque la sollevazione dell'Italia media

con ruinoso fondamento, e l'aspettazione certa degli ajuti francesi

fecela operare e procedere in ogni cosa con languore non iscusabile.

Ella dimostrò, peraltro, a rispetto de' moti politici anteriori, un

vero incremento di bene in ciò, ch'ella fu tutta di pensieri e di

voglie italiane, senz'ombra d'interessi e ambizioni municipali: il

che in ispecie lasciòssi scorgere e ravvisare ne' colori nazionali

inalberati dappertutto spontaneamente, nel gridarsi non altro che

_Viva l'Italia_; e in questo eziandio, che il governo principale colà

costituito s'intitolò _Governo provvisorio delle provincie unite

italiane_, volendo significare ch'egli aspettava altro maggiore

e miglior governo sotto di cui diversi Stati italiani sarebbero

addivenuti provincie di un sol paese. Impertanto, non è da badare a

certe frasi stampate allora ne' manifesti, ed a certi atti del governo

particolare della città di Bologna, ingiuriosi ed ostili a' poveri

Modenesi. Ognuno, e in quel governo e fuori, li salutava fratelli e

amávali come tali; ma la sciocca paura di non dare appicco all'Austria

d'intervenire e alla Francia di non impedirlo, fece scrivere e fare

parecchie inutili dissimulazioni, e certe finte e mostre più da

fanciulli che da uomini gravi e sensati.

«Venendo meno la speranza del non intervento, doveva all'Italia

media mancare altresì ogni fede in sè medesima, e ogni gagliardia

disperata per tentare di mettere in salvo la libertà. Tuttavolta io

penso che più di un fortunato accidente poteva impedire il disastro,

o ripararlo in massima parte, e cangiare forse per sempre i destini

della Penisola. Se il malumore di Modena, di Bologna e di Parma fosse

scoppiato parecchi mesi innanzi, quando in Francia l'ardore degli animi

ancor non freddava; o se in Piemonte ed in Napoli non fossero ascesi

al trono in que' medesimi dì due principi nuovi, a cui riuscì molto

facile il tener sospesi i corrivi ed i pusillanimi (che sempre sono i

più) con vane aspettazioni e sembianze di regno assai liberale, altra

piega avrebbero preso gli avvenimenti. Del pari, se ne' primissimi

giorni dell'insorgere delle provincie unite fosse quivi comparso un

uffiziale sperimentato e animoso, il quale, radunando le poche ma buone

truppe stanziate in que' luoghi, fosse proceduto diritto inverso gli

Abbruzzi per sollevarli, od anche avesse marciato fin sotto Roma; tale

era in que' giorni lo sgomento, la paura e la confusione de' prelati,

che quella Metropoli insigne caduta sarebbe in mano de' nostri, e si

importante caso traevasi dietro, come a forza, molte novità nel vicino

reame di Napoli. Un sol mese più tardi avevano le cose mutato faccia:

tanto nelle rivoluzioni conviene essere attivi e solleciti. Io accenno

poi cotesti varj supposti, ognuno de' quali non mi par temerario a dire

che bastava forse a far cominciare il risorgimento d'Italia, perchè

si vegga che quivi la materia non è così mal disposta ed inerte come

taluni van predicando; e di fatto, niuno, senza ingiuria del vero,

dee stimare immaturo e mal preparato alla libertà quel paese, ove

un qualche favorevole accidente la può far sorgere e far perdurare.

Ma tornando alla sollevazione del 1831, egli è da avvertire che sul

cadere di marzo la corte romana, per lettere autografe di personaggi

altissimi, venne accertata che all'Austria si dava licenza di accorrere

a rimetterla in piede e a schiacciare la generale rivolta. Questa

tolleranza insperata de' Francesi, bastò a farle riavere gli spiriti,

e dar mano a qualche vigoroso provvedimento. Armò gente campagnuola

e rozza, raggranellata nella Sabina e in Marittima; sparse danari e

indulgenze in Trastevere; sollevò gli animi, come potè il meglio, colle

predicazioni, e colle altre solite arti giovátele ne' vecchi tempi

maravigliosamente, e neppure allora sfornite d'ogni efficacia. Dopo

ciò, l'entrare in Roma e occuparla con un pugno di soldati e di giovani

volontarj più non era fattibile; e la causa della libertà italiana

dovette nuovamente soccombere, insegnando alle presenti generazioni

ed alle future, che la salute della patria non istà mai in altre mani

salvo che nelle proprie, e non vien data ma vien rapita, non si trova

ma si conquista.

Nel corso brevissimo di quella sollevazione dello Stato romano, tre

cose, a mio giudizio, furono di momento. La prima, che quanto grande

mostròssi in ciascuno l'inesperienza de' gravi negozj, altrettanto

riuscì bella e notabile la modestia, la probità e il disinteresse. La

seconda, che troppo si volle diffidar della plebe, e si usò scarsamente

de' mezzi legittimi e acconci, i quali potevano smoverla e trarla tutta

dal nostro lato: errore massimo e più volte ripetuto in Italia. La

terza, che la intenzione manifesta e la dichiarazione iterata e solenne

di abolire affatto il dominio temporale de' papi, nè scandalizzavano

le moltitudini, nè accendevano contro di noi la parte loro più

numerosa e ignorante. Gl'increduli e gl'indifferenti ne giubilavano;

i credenti e pii vi scorgevano la mano di Dio, per punire i vecchi

peccati del clero, e riformare la Chiesa. Per quest'ultimo rispetto,

la sollevazione dell'Italia media nel 1831, benchè tenue assai nelle

sue vicende e infelice nell'esito, segnò un punto rilevantissimo nella

storia civile de' nostri tempi; conciossiachè ella dichiarò al mondo

intiero cristiano, che quel dominio pontificale, stato per secoli una

delle funeste cagioni delle sventure italiane, e la principalissima

de' vizj e disordini della Chiesa, o più non vivrà di virtù e forza

propria, e sarà in odio e in disprezzo crescente ed inestinguibile alle

popolazioni sue stesse; o dovrà mutare dalla radice gli ordini suoi, e

per quanto il comporta la nostra età, ripristinare le forme e gli abiti

popolari antichi, e rimettersi in cuore gli spiriti generosi del regno

di Alessandro III.

Scritti politici · 第 302 / 310 题