Il Generale Cavaignac, nel dì 28 del mese scorso, significò
all'Assemblea Nazionale di Francia, che giuntagli nuova dei casi
succeduti in Roma il dì 16 di quel mese stesso, aveva, mediante
i telegrafi, comandato fossero di presente imbarcati 3500 uomini
sopra tre fregate a vapore, e diretti verso Civitavecchia, affine
di assicurare la persona del Santo Padre, la sua libertà e la
riverenza che gli si debbe. Nelle norme poi scritte e mandate dal
Generale al signor de Corcelles, e lette all'Assemblea nazionale
in quel medesimo giorno, s'incontrano queste formali parole: —
Voi non siete autorizzato ad intervenire in alcuna delle questioni
politiche in Roma agitate. Spetta solamente all'Assemblea Nazionale
il determinare la parte che vorrà far avere alla Repubblica nei
provvedimenti coi quali s'instaurerà uno stato regolare di cose nei
dominj della Chiesa. —
A noi sottoscritti è necessità di notare in primo luogo, siccome il
dare ordine di entrare armata mano in un territorio straniero, non
assentendolo i suoi abitanti e chi lo governa, è per sè medesimo
atto contrario alle massime fondamentali del gius delle genti,
ancora quando si compia con intenzione di assicurare la vita e la
libertà del Principe quivi imperante. Conciossiachè ogni popolo è
arbitro in casa sua d'ogni qualunque suo fatto, e giudice solo de'
proprj interessi; e ne' Principi (giusta le dottrine universalmente
ora accettate, e massime in Francia) non risiede una tal signoria e
non vive un diritto tanto assoluto e divino, che facciali superiori
ad ogni altro diritto sociale e politico, e li separi affatto dalla
indipendenza e dalla sovranità nazionale.
Secondamente, osservano i sottoscritti, come nella istruzione data
dal Generale Cavaignac al signore de Corcelles, il primo inciso
del periodo poc'anzi allegato contraddica patentemente al secondo.
Imperocchè nel primo comandasi al De Corcelles di non intromettersi
punto nella questione insorta tra il popolo ed il suo Principe; e
nell'altro, è considerato il caso che l'Assemblea Francese deliberi
e voglia in diretto modo partecipare ai provvedimenti più idonei
per ricondurre lo Stato ecclesiastico in situazione regolare
e pacifica. Il primo inciso, pertanto, sembra volere escludere
l'intervento politico, e nel secondo si annunzia come possibile.
I sottoscritti, tacendo per brevità molte ragioni concomitanti,
e parecchi altri principj del giure internazionale che militano
in lor favore, ristringonsi a ricordare al Generale Cavaignac la
prescrizione chiarissima dell'articolo 5º della Costituzione nuova
di Francia, col quale si decretò che le armi francesi mai non
saranno adoperate a detrimento veruno delle libertà dei popoli.
Ora, la prima, senza meno, delle libertà loro è la indipendenza
nazionale, e il rimanere arbitri sempre e signori delle proprie
sorti nel proprio Stato, arbitri e signori dell'interno assetto
della cosa publica.
Ma il Pontefice, si obbietta, oltre al signoreggiare tre milioni di
sudditi, è Capo e Moderatore di tutto l'Orbe Cattolico; e però ad
ogni Potentato che professi la Cattolica Religione, importa di aver
sicurezza che il sommo Gerarca non sostenga mai veruna violenza,
e nemmanco patisca grave e frequente perturbazione nell'esercizio
piano e spontaneo della pontificia podestà.
Noi non c'intratterremo qui nè a combattere nè a commentare cotesta
massima, nella sua maggiore astrattezza considerata. Ma vogliasi
riconoscere ad ogni modo, ch'ella dee venire applicata e addatta
ai veri e congrui casi, non ai supposti o simulati od alieni dal
subbietto. Ed oltre a ciò, egli farà bisogno sempre di convenire
e accordarsi per innanzi sul modo di praticare con equità e
imparzialità quella massima, e salvando scrupolosamente i diritti
che a ciascun popolo alla indipendenza, alla libertà e al franco e
intero maneggio de' suoi proprj negozj.
Il che presupposto, diciamo in primo luogo, che l'intervento non
può venire all'atto giammai, qualora la spirituale autorità del
Pontefice non sia negli uffici suoi nè impedita nè perturbata. Ora,
la differenza sorta fra il Santo Padre ed il popolo è meramente e
unicamente politica. E neppur l'ingegno della calunnia potrebbe
tanto aguzzarsi, da dare apparenza di verità a qual si voglia
asserzione contraria. La _Chiesa_ è intatta ne' suoi diritti, nelle
sue pertinenze, ne' suoi esercizj d'ogni specie e d'ogni ragione.
In secondo luogo, fermato pure il caso, che il sacerdozio supremo
non sia con la debita libertà e spontaneità esercitato, in guisa
niuna potrebbesi consentire che una sola delle nazioni Europee si
arrogasse il diritto e l'arbitrio d'intervenire da sè ed armata
mano in un paese a lei forestiero, sia qualunque la ragione e il
pretesto che ponga innanzi. Se il Re di Francia (quando era in
seggio) ebbe nome di _Cristianissimo_, l'Imperatore d'Austria fu
ed è chiamato _Apostolico_, il monarca di Spagna _Cattolico_, e
_Fedelissimo_ quello di Portogallo; titoli tutti grandi egualmente
e solenni: e però a ciascuno di tali Principi s'addirebbe il
privilegio medesimo, e competerebbe un egual diritto d'ingerimento
in Italia; e non già alla sola Francia repubblicana, come sembra
opinare il Generale Cavaignac.
Infine, nella fatta supposizione, occorre, come accennammo, che
l'intervento non calpesti per nulla il dritto de' popoli, e, oltre
di ciò, riesca durevolmente utile ed efficace. Imperocchè senza
tali due condizioni, dell'equità per un lato e della utilità ed
efficacia per l'altro, l'intervento sarebbe vano ed ingiusto,
e però dannoso e riprovevole. Al presente, diciamo ch'egli è
manifesto che l'intervento armato de' forestieri negli Stati della
Chiesa non può succedere senza impedire ed offendere direttamente
e in modo enormissimo le pubbliche libertà e franchigie del popol
Romano, e per indiretto quelle d'ogni altro Stato d'Italia; e
d'altra banda, non può tornare durevolmente utile ed efficace,
e ben consuonare col fine. Problemi siffatti non si risolvono
col taglio della spada, nè con qualunque atto e adoperamento di
materiale forza. E perciò, tutta la parte assennata, temperata e
virtuosa dei popoli pontificj à pensato e procurato di sciogliere
l'arduo problema per vie razionali e pacifiche, correggendo le
prime cagioni e non gli ultimi effetti, la sostanza e non gli
accidenti, e procacciando di sbarbicare le vere e profonde radici
dal male. Per ciò, essa fece plauso grandissimo al programma
ministeriale delli 5 di giugno,[39] in cui si annunciava la lieta
speranza di veder separata per sempre, e in guisa adatta e sincera,
la potestà temporale dalla spirituale; comechè ambedue unite
nella stessa Augusta Persona. E perchè avvi alcune azioni ed usi
speciali del potere monarchico i quali il Pontefice afferma di
non poterli accordare con la sua paterna e apostolica autorità,
egli è grandemente mestieri che quella porzione di regio potere
sia delegata e rimessa ad altrui in maniera conveniente e pratica,
affine che i popoli dello stato Romano non vengano ad ogni tratto
oppugnati nel desiderio legittimo il quale nutrono costantemente
d'ogni ragionevole libertà e d'ogni progresso civile; e sopra
tutto non vengano mai combattuti nel sentimento lor nazionale,
e nella prima e sostanzialissima di tutte le condizioni sociali
e politiche: quella, cioè, di vivere indipendenti e signori e
moderatori delle proprie lor sorti, e di potersi con gli altri
Italiani insieme affrancare dal giogo oltraggioso e durissimo dello
straniero.
Ma tornando ora al discorso del generale Cavaignac, a noi si
rappresenta come molto credibile, che dopo aver egli saputo da'
suoi commissarj e corrispondenti la quiete profonda in cui vivesi
Roma e lo Stato sin dal dimane del giorno 16 di novembre; dopo
conosciuta la concordia mirabile in cui si stringono ogni dì più
il Ministero, le Camere, il Municipio, la Guardia Civica e tutte
l'altre parti del popolo; dopo considerato come ciò mantenga in
Roma e in ciascuna provincia un ordine veramente esemplare, e
come in seno alla libertà illimitata di pensieri, di scritti e
di opere in cui trovansi queste genti, non iscorgesi un atto ed
un cenno non pure contrario alla fede Cattolica, ma nettampoco
irriverente, e il quale offenda in alcuna parte e frastorni
le pratiche numerose e le cotidiane dimostrazioni, apparati e
cerimonie di culto esteriore; infine, dopo avere quel Generale
considerato, che il Ministero, le Camere ed ogni altra magistratura
nulla ànno che fare con le passioni del popolo nè con gli eccessi
deplorevoli che ne possono rampollare, e come invece tutti essi
que' governanti e que' magistrati mantengonsi fermi nella legalità
e nello stretto esercizio de' loro diritti e de' loro doveri; si
sentirà costretto a mutare opinione e deliberazione, e non verrà
con la forza e l'impeto soldatesco a difficoltare e tardare quella
leale conciliazione, la qual dee nascere spontaneamente con segni
di perduranza e con reciprocazione perfetta; e così per virtù
dell'amore e della persuasione, come per la necessità delle cose
meglio conosciuta e sentita d'ambe le parti.
Ma quello che sia di ciò, la deliberazione del Generale Cavaignac,
alla quale mal ci soffre l'animo di credere che partecipi di
buon grado la generosa Nazione Francese, reca un'umiliazione e
un'ingiuria gravissima a tutte le genti Italiane. Sotto qualunque
colore, e per qualunque ragione onesta e plausibile, il Generale
Cavaignac intenda d'intervenire a mano armata in Italia, ciò è
un fatto che, non consentito dalla Nazione e da chi per legge
la rappresenta, costituisce una violazione vera e flagrante
dell'universale diritto dei popoli.
Il Generale Cavaignac neppure accenna alcun precedente accordo nè
coi popoli nè coi Principi della Penisola. Egli non fa motto della
richiesta o, per lo manco, dell'aperto e pieno accettare e aderire
di Pio IX; la qual richiesta e il quale accettare e aderire noi
neghiamo d'altra parte, che possa mai essere stato. Pio IX è il
più mansueto de' Principi, ed à cuore alto e italiano. Però, come
potrebb'egli voler tornare tra' suoi figliuoli e nella sua sede
preceduto e fiancheggiato d'armi straniere? Chi ciò afferma, ed
anzi chi ciò suppone di lui, crudelmente l'oltraggia. Oltre di che
(non è soverchio il ripeterlo), trattandosi qui non dell'ufficio
suo venerando e apostolico, ma unicamente delle differenze
politiche nate tra lui e i suoi popoli, tornare in mezzo di loro
mediante le armi e la violenza de' forestieri, saría compiere
l'atto il più diametralmente contrario che far si possa ai principj
del reggimento costituzionale, e alle massime più manifeste e
volgari del dritto pubblico.
Ciò tutto considerato, noi sottoscritti protestiamo formalmente e
solennemente in faccia all'Italia e all'Europa contra la invasione
francese deliberata e apprestata dal Generale Cavaignac; e
dichiariamo che alle sue truppe verrà, secondo le nostre forze,
impedito lo sbarco, e l'entrare e violare, dovechessia, il
territorio nazionale. Il che facendo, noi intendiamo di difender
l'onore non solamente di queste Provincie Romane, ma dell'Italia
tutta quanta, e di secondare la volontà e la deliberazione
fermissima di tutti i suoi popoli. E similmente facciamo caldo,
espresso e, più che si può da noi, solenne e veemente richiamo ai
Potentati di Europa, ed al senso loro di equità e di giustizia.
Imperocchè la causa e l'ingiuria è comune a tutte mai le Nazioni
gelose dell'indipendenza, e altere di aver conquistato la politica
libertà.
Roma, 8 dicembre 1848.
_Nota_ G, _pag._ 352.
_La Commissione provvisoria_ di Governo, soli tre dì innanzi
all'apertura della Costituente Romana, promulgò e sancì di proprio
arbitrio quella legge medesima sui Municipj, che il Mamiani
presentava al Consiglio dei Deputati il 21 di decembre. Qualche
leggier mutazione ed aggiunta vi fu introdotta; ma, per fortuna,
elle cadono sulle parti meramente disciplinali, e punto non
alterano la sostanza e l'economia della legge. La sola disposizione
nuova da notarsi, è questa: «Il diritto di decretare le imposte
potrà, dopo l'esperienza di tre anni, venire limitato da una legge
nazionale, che determini ed uniformi al sistema generale alcuni
almeno degli oggetti della imposizione.»
Tale riserva e cautela è superflua, dappoichè ne' consessi
legislativi permane sempre la facoltà di limitare e modificare,
secondo ragione e in vista dell'universal bene, l'uso dei
diritti comunitativi; e ciò per massima di gius pubblico; e
per dichiarazione speciale della legge di cui discorriamo,
ove s'incontrano queste formali parole: «I limiti del potere
deliberativo de' Municipj sono determinati...... dalle leggi
universali dello Stato, dalle deliberazioni de' Corpi legislativi,
ec.»
_Nota_ H, _pag._ 354.
Non inutili forse alla storia sono le parole con che l'autore
domandò, il dì primo dicembre, alla Camera facoltà piena
di trattare coi Governi della Penisola intorno al Congresso
Costituente italiano. Ogni memoria che concerne il tentamento fatto
in que' tempi per unire gli Stati Italiani in confederazione, ci
sembra che mai non debba cadere dall'animo degli ottimi cittadini;
perchè in quel concetto solo è chiusa la salute e la redenzione
vera e fattibile della Patria. Le parole, adunque, del Mamiani
furono le seguenti.
«Se apriamo i libri di parecchi gravi politici dell'età nostra,
noi vi leggiamo questa sentenza; che, cioè, il mutare ed il
progredire degli Stati d'Europa ànno principalmente mirato al fine
di sciogliere i piccioli reami ne' grandi, e costruir da per tutto
una salda e poderosa unità di governo. Il pronunziato di tali
scrittori è vero in gran parte, nè io mi pongo qui a negarlo od a
menomarlo. Per altro, io mantengo fermissimamente, che non debbesi
in quel fatto avvisare e riconoscere sotto veruno aspetto l'ultima
perfezione del moto civile dei popoli. A quella incorporazione
di tante e sì vaste provincie diè molto minor cagione la mutua
benevolenza e il mutuo vantaggio dei docili abitatori, che il
material successo delle conquiste, l'accidente delle eredità,
e i convegni e i maneggi dei principi. All'unità poi rigorosa e
sempre cresciuta dei governi, porsero avviamento o occasione non
la saviezza maggiore delle nazioni e il prezioso incremento e
accomunamento della scienza politica, ma la successiva estinzione
d'ogni ordine e d'ogni autorità intermedia fra i monarchi ed i
sudditi, ma l'odio de' privilegi, e la naturale dittatura onde
furono investiti i re per isbarbare gli ultimi dritti feudali.
In ogni modo, a me non sembra cosa eccellente e perfetta l'adunare
e addensare le forze civili e politiche in un solo ed unico punto,
e quasi impedire le facoltà più svegliate e nobili de' provinciali,
e sopprimere ogni forma diversa e spontanea di vita comune nel
rimanente ed amplissimo corpo della repubblica. E s'io non temessi
di parlarvi un linguaggio troppo accademico e inopportuno al luogo
ed al tempo, v'inviterei, cittadini, a ben divisare le opere della
natura, le quali quanta maggior perfezione organica ne dimostrano,
tanto in ciascuna porzione e in ciascun membro e viscere dell'ente
animato rivelano maggior varietà, vigorezza, implicazione e
incremento di vita propria, bene armonizzata e congiunta colla vita
centrale e moderatrice del composto.
Ma come ciò sia, sembrami ora certissimo che la Provvidenza
apparecchi all'Italia questo gran bene di mantenere in ciascuna
sua parte la originalità, il vigore, la varietà e il maraviglioso
dispiegamento delle sue forze e virtù speciali e individuali,
in debita guisa contemperate ed unificate con la potenza e virtù
generale e sopraeminente del tutto. Cagione di tal miracolo sarà
senza meno la Confederazione Italiana, il cui patto fondamentale,
le cui pertinenze e gli uffici verranno determinate e in perpetuo
fermate da un Congresso Costituente.
Allorchè io dico, o cittadini, Congresso Costituente, credo
col nome solo aver chiaramente annunciato, ch'io non piglio a
discorrere di una confederazione fra i principi soli, ma sibbene
de' principi insiememente coi popoli; non di una confederazione
transitoria ed accidentale, ma immobile e persistente, ma
sostanziale e feconda; non di tali azioni o tali altre per
accordo particolare pensate ed effettuate, ma di un potere e
d'un reggimento centrale, comune e perpetuo, pieno di efficacia
e d'autorità, saggio, illustre, imparziale e venerabile a tutti,
sicchè ne' supremi ed universali interessi della Nazione non
isdegnino di obbedirgli i coronati reggitori de' singoli Stati.
Il Ministero vostro è pieno di fede nella Confederazione Italiana.
Imperocchè un popolo diviso per lunghissima età in Istati diversi
ed indipendenti, avvezzi a leggi, istituti, governi, usi, costumi,
tradizioni e parlari lor proprj, e soliti da qualche secolo a
inorgorglirsi e presumere della natura loro e disistimar quella di
tutti gli altri; un popolo così fatto, io dico, non si scioglie e
non si confonde in una sola provincia, se non per effetto della
conquista o d'alcuna violenza interiore: e questa, io nol nego,
può riuscire in più casi ed in più maniere, ma in nessuna sarà
durabile; e un po' di conflitto che sorga negl'interessi e nelle
ambizioni, il mal sopito egoismo delle provincie ridarà su rabbioso
e funesto; e quella fortunata violenza o sorpresa che voglia
chiamarsi, avrà da ultimo non altro fatto che apparecchiare i semi
delle discordie intestine, e forse anche della guerra e del sangue
civile. E però a quel popolo di cui parlo, o sarà impossibile
sempre di ben comporsi in vero e durevole essere di nazione;
o gli converrà aver ricorso alla forma confederativa, la quale
tornerà poi tanto più salutare e fruttifera, quanto più stretta
e maggiormente fornita di facoltà e prerogative. Nè tralascerò di
notare, come una stretta Confederazione, chi ben la considera, non
osteggia ed anzi prepara le cose e gli uomini a qualunque specie
di maggiore unità politica; dove, per lo contrario, le unioni e
incorporazioni subitanee e premature, e più assai comandate ed
imposte che accettate e volute, possono convertirsi più tardi
in cagioni avverse e disturbatrici di una leale e spontanea
Confederazione. Nè già l'indole di questa e le disposizioni e le
regole che si appropria sono così determinate e inflessibili, che
mal si riesca a piegarle e adattarle alle differenti contingenze
e necessità che incontra la lunga e rimutevole vita d'una nazione.
L'ingegno e l'arte politica può invece disegnare e attuare un patto
confederativo sufficiente ad ogni varietà di fortuna; ed ora simile
a una dittatura e capace d'ogni unità e veemenza d'azione; ora
così largo da somigliare più presto una compagnia ed un'amicizia,
che altra cosa imperativa ed obbligatoria. Per contra, se v'à al
mondo forma tenace ed aspra e poco arrendevole, si è del sicuro
l'unità di governo assoluta ed onnipotente; come tuttogiorno il
dimostra alcuna nazione europea troppo forse celebrata, e poco
opportunamente imitata.
Io salgo, pertanto, in ringhiera col grato ufficio di annunziarvi,
che il Ministero vostro intende quest'oggi medesimo di dare
cominciamento ad attener la promessa già fatta dinnanzi al popolo
sinceramente e solennemente; che, cioè, sarebbesi spesa ogni
estrema cura, sostenuto ogni fatica, adoperato ogni zelo affine che
la Costituente Italiana possa quanto prima venire ad effetto.
E certo, se l'impresa nobilissima e santa pendesse dal solo nostro
arbitrio e giudicio, noi saliremmo qui a proferirvi un disegno
di legge per iscegliere e convocare i Deputati Costituenti; e
presto munita quella proposta dell'adesione e sanzione vostra, che
altro rimarrebbe se non godere del fatto insigne, e nella vista
del desiderato Congresso pascere lungamente gli sguardi e gli
affetti? Ma, pur troppo, alla consumazione di tale atto bisogna
il consentimento e l'unione di tutti gli Stati italiani, o di
pressochè tutti. E però il Ministero presentasi dinanzi a voi
fiducialmente a chiedervi d'esser fornito delle congrue facoltà
per entrar subito in negoziato con essi Governi. E perchè voi non
volete, com'è ragione, e mai non dovete, così mezzo alla cieca
e senza un'antecedente e piena cognizione di causa, investire i
Ministri di facoltà sì importanti e gelose; imperò noi veniamo
a significarvi pochi principj, ma sostanziosi e precisi, coi
quali intendiamo di condurre le pratiche coi Governi italiani. E
l'espressione di que' principj fatta chiara, semplice e breve al
possibile, si è la seguente.
1º Gli Stati Italiani eleggeranno e convocheranno un'Assemblea
Costituente comune, alla quale si confiderà il mandato supremo di
compilare un Patto Confederativo, che, rispettando l'esistenza e
l'autonomia dei singoli Stati, e lasciandone inalterata la forma di
governo e le leggi fondamentali, valga ad assicurare la libertà,
l'Unione e l'Indipendenza assoluta e perpetua della Nazione, e a
promoverne ogni qualunque prosperità e grandezza.
2º All'Assemblea Costituente ogni Stato manderà un numero uguale di
Deputati rappresentanti.
3º Questi verranno eletti in ciascuno Stato giusta il modo che
ciascun Governo e Parlamento delibererà di usare.
4º L'Assemblea Costituente si radunerà in Roma.
5º Il modo col quale i paesi d'Italia occupati al presente dallo
straniero esser dovranno rappresentati nell'Assemblea, rimarrà a
trattarsi fra i Governi che aderiranno all'Atto Confederativo.
6º L'Assemblea Costituente, innanzi pure di procedere alla
discussione e compilazione del Patto, delibererà sui provvedimenti
comuni richiesti dall'urgenza somma dei casi e fatti necessarj al
pronto e compiuto conseguimento dell'Indipendenza Nazionale.
Ecco i fondamenti e i principj secondo i quali il Ministero
proponesi di entrar di subito in accordo coi varj Stati della
Penisola intorno al disegno d'un Congresso Costituente. Se a voi
gioverà di approvarli, noi, troncando ogni indugio, inizieremo
il trattato prima col Governo Toscano; siccome quello che è gran
zelatore della Costituente Italiana, e pur testè ci à fatto sapere
che assai di buon grado porrà alquante modificazioni e restrizioni
alle massime da lui promulgate intorno al proposito, essendo
egli desiderosissimo di conciliazione e concordia. Venuti esso
e noi in perfetto convegno (la quale opera non credo nè lunga
nè malagevole), useremo entrambi ogni studio e tutte le forze
dell'intelletto e dell'animo per accostare al nostro disegno e a
tutte le nostre comuni intenzioni il Governo Piemontese.[40]
Ciò conseguito, il Ministero tornerà innanzi di voi col
risultamento dell'una e dell'altra pratica; e il vostro terminativo
giudicio porrà in atto alla fine il desiderato e sospirato
Congresso Costituente.
Dirò schietto e franco, che sta molto discosto da noi il dubio
che voi non siate per impartirci le facoltà le quali chieggiamo.
Conciossiachè voi discernete, del sicuro, nella nostra proposta un
gran mezzo (forse anche l'unico) per ovviare ai mali d'Italia, e
i già cominciati e presenti ispegnere e riparare. Troppo la nostra
Patria comune è mutata in questi ultimi tempi, ed anche in peggio
è mutata. Un primo e solo disastro, rammentatelo o cittadini,
sull'armi Subalpine caduto, una sola battaglia non vinta riuscì
bastante a gittare per terra le anime nostre; ed ora eccediamo,
per quel ch'io ne giudico, nello scoramento e nell'abbandono di noi
medesimi, quanto eccedemmo da prima non in ardire generoso, ma in
giovanile baldanza e in temerità sconsigliata.
Signori, egli è grande necessità di provvedere alle condizioni
sempre più misere di questa Patria comune, che a noi drizza
gli occhi e tende le braccia, e mostra i campi Lombardi nel
servaggio ricaduti, e Venezia stretta da fiera ossidione, e Napoli
insanguinata e la Sicilia piena di strage civile.
Io non mentirò all'animo mio, e dirò che la discordia, il sospetto,
la diffidenza e l'orgoglio ànno la massima parte di que' mali su
noi rovesciata, e ricaccian l'Italia nelle antiche sventure. Nè
v'à oggimai provincia della Penisola che sia sana ed intera, non
un palmo di terra in cui le sètte e i partiti ferocemente non si
combattano. Eppure, a me sembra di udir tuttora il suono degli
inni caldi e infiammati di fratellevole amore. Stannomi ancora
dinnanzi agli occhi quelle giojose dimostranze, quei raduni senza
tumulto, quei congressi senza contese, quelle feste piene di
pura e fiduciale letizia, e in cui gli ornamenti, gli addobbi, le
insegne, i simboli, le iscrizioni e ogni cosa ricordava e ammoniva
la somma necessità dell'unione; ed anzi, la voglia testimoniava
e il proposito fermo e inconcusso della concordia generale e
perpetua. Ma tutto ciò è durato quanto la fragranza dei fiori e
delle ghirlande che ai fraterni banchetti c'incoronavano, quanto il
fumo degli incensi che ardevano per le chiese a ringraziare Iddio
del risorgimento italiano. E però io v'annunzio col più ponderato
giudicio e col più profondo convincimento dell'animo, che la
unione e concordia nostra o per sempre sono perdute e distrutte,
o non possono rigermogliare e rinascere che dal seno fecondo della
Costituente Italiana.
_Nota_ I, _pag._ 364.
A prova di ciò, ricorderemo un sol fatto tra molti. Durante
il Governo Provvisorio, vennero le truppe Svizzere comandate,
per volere espresso del Pontefice, di lasciare Bologna, dove
stanziavano, e condursi in Roma. Le popolazioni, com'era da tenersi
per più che certo, insorsero a mano armata per impedire il passo
alle truppe; le quali non altrimenti potean forzarlo, che empiendo
quei luoghi di molta strage. Vinse negli Svizzeri un sentimento di
umanità, e non osarono di partire. Il quale atto così è giudicato
dall'Allocuzione del 20 aprile: — _Quae (Helvetiorum copiae)
huic nostrae voluntati haudquaquam obsequutae sunt, cum præsertim
supremus illarum Ductor in hac re haud recte atque honorifice se
gesserit._ —
Del resto, se la bontà di Dio più che la prudenza umana ci
preservò dal sangue civile, tutti gli altri mali dall'Autore
presentiti e temuti fanno guasto e strazio crudele delle sfortunate
Provincie Romane. L'oppressione e la servitù loro è già piena e
consumatissima, e svaniron con essa le speranze magnifiche di tutta
Europa, anzi di tutta Cristianità, di vedere il papato rigenerarsi,
e la Chiesa procedere al fine di pari passo con la civiltà e
gli alti concetti del secolo. Torna ostinato e funesto, come per
innanzi, il dissidio antico tra il pontificato e la libertà, tra
gl'interessi dello Stato Ecclesiastico e quelli della Nazione
Italiana; e alla mente di ciascuno si riaffaccia con dolore la
terribile comparazione di Machiavello della pietra incastrata fra
le labbra della ferita, sì che mai non può guarire nè chiudersi.
All'autore di questo scritto rimane, per ultimo, il debito di
protestare, siccome fa, con tutte quante le forze dell'animo e
tutta l'efficacia e la santità del diritto, contro l'abolizione
violenta, perniciosa, illegale e per ogni modo ingiusta e tirannica
delle libertà costituzionali nelle Provincie Romane. Egli,
afflittissimo del presente e oltre misura spaventato dell'avvenire,
non può non ripetere spesso in cuor suo, con angoscia affannosa e
divinatrice: — Sventurata Roma, sventurato Pontefice! —