_Circolare al Corpo Diplomatico_
Roma, 29 novembre 1848.
Gli ultimi casi di Roma, principiati da un atroce assassinio, e
terminati con la improvvisa e soppiatta partenza del Principe,
possono agevolmente far sorgere nella mente dei Ministri e
Rappresentanti Esterni un concetto non giusto e non vero inverso
coloro i quali reggono ora lo Stato, e i quali, invece, reputano di
aver adempiuto un atto di gran devozione alla Patria, consentendo
di sedere al Governo e di tutelare l'ordine pubblico.
Il sottoscritto giunse in Roma parecchi giorni dopo i fatti
violenti del 16 di novembre, e non accettò il Ministero, al quale
lo chiamava il Principe con dispaccio dell'Eminentissimo Segretario
di Stato, se non quando vide la Patria in pericolo estremo e a
tutti visibile di rimanere senza Governo, e quando un Autografo
del Santo Padre, indiritto al Marchese Sacchetti, Custode dei
Sacri Palazzi, riconfermava ciascun Ministro nel proprio officio,
e voleva ad essi raccomandata in ispecial modo la quiete e l'ordine
pubblico.
Rispetto poi ai degni Colleghi del sottoscritto, certo è che la
sola parte ch'ebbe alcuno di loro negli avvenimenti del 16 di
novembre, fu d'interporsi continuo fra il Popolo sollevato ed il
Principe, affine di procacciare una composizione onesta e pacifica.
Quanto al deplorevole ammazzamento del Rossi, il presente Ministero
à, come poteva il meglio, soddisfatto al debito suo, col comando
espresso e ripetuto che fece ai respettivi ufficiali, di procedere
vigorosamente e speditamente alla scoperta e alla punizione del
reo.
Tutta Roma intanto aderisce in modo sollecito e manifestissimo al
Ministero, e mai non s'è veduta maggiore e più intima unione fra i
varj ordini di magistrati, come apertamente lo mostra il Proclama
del Consiglio dei Deputati, quello dell'Alto Consiglio súbito dopo
venuto in luce, e quello infine del nuovo Senato della città. Il
che basti per istruire i Ministri e Rappresentanti dei Governi
Esteriori intorno alla legalità perfetta del presente Ministero
Romano, e alla integrità e schiettezza delle sue intenzioni.
Dopo ciò, il sottoscritto à l'onore di porre in considerazione
dei Ministri e Rappresentanti dei Governi Esteriori certi fatti
e disposizioni morali di gran momento, e acconcissime a ben
discoprire altrui l'indole e l'importanza degli ultimi accadimenti
di questa metropoli.
Prima cosa da notare si è, che il Santo Padre mai non à sostenuto
la men che minima forza e minaccia, in qualunque esercizio ed atto
dell'autorità sua pontificia. La tempesta più volte insorta con
fiera e minaccevole furia, à sempre quietate e spianate le onde sue
a piè dell'Altare.
La seconda cosa, degna sopramodo di venir ponderata, si è, che
d'ogni accidente più duro e d'ogni violenza occorsa negli ultimi
tempi in Roma e nelle Provincie, è stata occasione e cagione
perpetua il problema difficilissimo di convenientemente accordare
il temporale dominio collo spirituale; desiderando i popoli tutti
di questa contrada, con pieno ed unanime voto, che fra i due poteri
intervenga una divisione profonda e compiuta, salva rimanendo la
unità di ambedue nella stessa Augusta Persona; laddove dall'altro
lato si è voluto e sperato più che ostinatamente di tenerli, come
per addietro, in istretto modo congiunti e confusi. Alla soluzione
quieta e durevole di tanto problema, abbisognava un mutuo spirito
di tolleranza, di conciliazione e di longanimità; e soprattutto
facea mestieri l'azione lenta del tempo e degli istituti, e la
forza degli abiti nuovi e dei nuovi interessi. Ma le passioni
di entrambi gli estremi partiti, e quella impazienza temeraria
ed improvida che spinge in ogni parte di Europa e del mondo le
presenti generazioni a rompere tutto ciò che di súbito non si piega
e non muta, condussero in Roma la resistenza e il conflitto, e le
rapide e forse immature trasformazioni.
À poi meschiato ed aggiunto asprezza e impetuosità al conflitto
il sentimento nazionale non soddisfatto, e il credersi in questi
ultimi tempi che venisse a contesa colla politica nuova italiana
la vecchia politica della romana curia, la quale à pensato troppe
volte di scampare ed avvantaggiare sè sola nel naufragio della
Nazione.
Da tutto ciò il sottoscritto piglia arbitrio di concludere, che
le agitazioni e le rivolture dello Stato Romano mettono radice
in un sentimento universale, e in un bisogno fondatissimo ed
incessante; il quale non verrà, del sicuro, attutato e distrutto
dai temperamenti e uffici dei Diplomatici, e nemmanco dall'uso
dell'armi quali che fossero. Elle sgomenterebbono temporaneamente
gli spiriti senza mutarli nè vincerli; e li vedremmo ad ogni
occasione ribollir più feroci e meno placabili, simiglianti a
finissime molle, che altri può comprimere e storcere, ma non
impedire che mille volte risorgano e scattino. Quindi reputa il
sottoscritto, che niuna azione, niun ingegno, niun'arte e modo
d'intervenzione straniera riuscirà a quetare e a sopprimere
quella rinascente e durissima necessità delle cose, la quale à pur
resistito alla forza attraente e soave delle virtù evangeliche,
della bontà specchiata e della infinita e inalterabile mansuetudine
del Sovrano Pontefice, ed à eziandio prevaluto all'amore
riconoscente dei popoli inverso l'Iniziatore Augusto della
nazionale rigenerazione.