NOTE E DOCUMENTI.

_Nota_ A, _pag._ 339.

Il discorso pronunziato fu il seguente:

«Signori,

»Egli è bello e doveroso che le prime voci che s'odano risonare

in questo recinto, sieno parole d'ossequio e di gratitudine

all'immortale Principe datore dello Statuto. Pio IX nel cuor suo

generoso à sentito che la cristiana carità dee potere scegliere il

bene migliore e spontaneamente moltiplicarlo, e che la spontanea

scelta del bene non è possibile dove è sbandita la libertà. Però

in questa nobilissima parte d'Italia, e dopo tanto corso di secoli,

il Principe nostro inaugura alla perfine quest'oggi il regno della

libertà vera e legale. Le pubbliche guarentigie largite da lui,

vengono in atto quest'oggi; e all'arbitrio, ai privilegi, alla

tutela strettissima e non sindacabile, succede l'imperio delle

leggi e del comune consiglio.

»Non sempre la grandezza de' popoli è da misurare dall'ampiezza del

territorio e dalla potenza delle armi. Imperocchè ogni vera e salda

grandezza scaturisce dall'intelletto e dall'animo. E però in questa

nè molto ampia nè formidabile provincia italiana, noi tuttavolta

siamo chiamati a grandissime cose; e noi dobbiamo con coraggio

non presuntuoso e con magnanimo sforzo tentare di non troppo

riuscire inferiori alle memorie di Roma, e all'altezza augusta del

Pontificato.

»Un'opera vasta e feconda s'è qui incominciata, il cui finale

risultamento riuscirà come un suggello non cancellabile della

civiltà dei moderni.

»Il Principe nostro, come Padre di tutti i fedeli, dimora nell'alta

sfera della celeste autorità sua, vive nella serena pace dei dogmi,

dispensa al mondo la parola di Dio, prega, benedice e perdona.

»Come Sovrano e reggitore Costituzionale di questi popoli, lascia

alla vostra saggezza il provvedere alla più parte delle faccende

temporali. Lo Statuto, aggiungendo la sanzione sua propria e

politica alla sanzione Cattolica, dichiara che gli atti del

Principe sono santi e non imputabili, e ch'Egli è autore soltanto

del bene, e al male non può in niuna guisa partecipare. Certo,

guardando la cosa da questo lato, se il Governo rappresentativo

non esistesse in niun luogo, inventar dovrebbesi per queste Romane

Provincie.

»Voi dunque siete chiamati, o Signori, a consumare un gran fatto

e profittevole a tutti i popoli, ajutando il Sovrano ad elevare

infino al fastigio il nuovo edificio costituzionale; e, oltre ciò,

altri due beni notabilissimi arrecherete all'intero mondo civile.

Il primo consiste a dare alle libertà e guarentigie della vita

sociale e politica quella saggezza e moralità, quell'elevatezza,

purità e perduranza, che la Religione sola imprime alle cose umane,

e di cui le virtù e l'animo del Pontefice sono vivo specchio e

modello. Il secondo bene sarà pur questo, ch'essa medesima la

Religione fiorisca oggimai e grandeggi in mezzo della libertà vera

e ordinata, ed a sè attragga gli uomini molto più efficacemente con

la soave forza della persuasione e della spontaneità, che non coi

mezzi del poter materiale.

»A noi impertanto, o Signori, non toccherà solo di abbattere gli

ultimi avanzi del medio evo, e gli abusi che necessariamente aduna

ed accumula il tempo; ma ci è impartito un largo e nobile ufficio

nel trovare e perfezionare, insieme con le più culte nazioni, le

forme nuove della vita pubblica odierna.

»Il Ministero che qui vedete presente, o Signori, non è di tanta

opera se non una parte minimissima e transitoria. Ciò nondimanco,

egli sente l'immenso ed arduo proposito a cui debbe intendere:

a lui tardava assaissimo che voi veniste a indicargli le prime

mête, e a incoraggiarlo del vostro suffragio, a spianargli col

vostro senno le vie scabrosissime che dee calcare. Quando il

Principe augusto lo chiamò a reggere la cosa pubblica, la quiete e

l'ordine interno parevano assai vacillanti, e in alcuna porzione

già manomessi: quindi la libertà stessa nascente, posta a gran

repentaglio; quindi la Causa Italiana per indiretto modo offesa

e messa in qualche pericolo. Impertanto, il debito proprio e

l'ufficio speciale del Ministero, massime nella quasi imminenza

dell'apertura de' due Consigli, fu quello di ristaurare l'ordine,

ricondurre da per tutto la quiete; e, ricomponendo le menti e gli

animi forte commossi, disporli a quella pacatezza ed equanimità,

ch'è oltremodo necessaria a fornire la patria di buone leggi e di

sapienti istituti. Dio à favorito l'opera nostra; e questo popolo

generoso, ancor ricordevole della gravità e moderanza de' suoi

antichi, è tornato in sì piena tranquillità e posatezza di spirito,

che forse la maggiore non s'è veduta da poi che la voce soave di

Pio IX chiamò Roma e l'Italia a nuovi e maravigliosi destini.

»L'altra opera principale a cui c'invitava, e che anzi

imperiosamente ci commetteva l'universale opinione, si fu di

ajutare per ogni guisa, con ogni sorta di mezzi, con qualunque

sforzo e fatica possibile, la Causa Nazionale Italiana. E in

ciò non era facile a noi l'adoperarci meglio e più attivamente

de' nostri predecessori. Procedendo pertanto assai risolutamente

sulle orme di già segnate, io non istimo che ne' pochi giorni del

nostro governo noi non abbiamo mostrato, con la prova patente del

fatto, le nostre chiare intenzioni, e che lo scopo non sia stato

raggiunto, quanto pur si poteva in questa nostra provincia, e coi

mezzi certo non abbondanti di cui potevamo far uso.

»Non vi è poi nascosto come, obbedendo più specialmente alla

paterna sollecitudine di Sua Santità, noi ponemmo le truppe nostre

ed i Volontarj sotto la provvida tutela e il comando immediato di

Carlo Alberto; serbando, peraltro, al Pontefice e al suo Governo

tutte quelle prerogative e diritti che la sicurezza e la dignità di

Lui e nostra chiedevano, come agevolmente voi dedurrete dai termini

della convenzione tostochè ne piglierete notizia.

»Del rimanente, appena noi possiamo dire di avere seguito d'accosto

l'ardore impaziente delle nostre città. V'à nella storia de'

popoli alcuni momenti supremi, in cui lo spirito di nazione così

profondamente gl'investe e commove, che ogni forza resistente

ed avversa non pure diviene fragile, ma sembra convertirsi in

eccitazione e fomento dell'opposta azione. In quel tempo solenne

scalda ed invade tutti i cuori un solo pensiero, un sol sentimento,

una sola incrollabile deliberazione; e tal subita e gagliarda

unanimità, feconda di mille prodigj, parendo maravigliosa a quelli

medesimi che ne partecipano, fa loro esclamare con sacro entusiasmo

quel motto pieno di tanta efficacia e significazione: _Dio lo

vuole_.

»Testimonio essendo il Pontefice d'un sì gran caso, e d'altra parte

abborrendo egli, pel suo Ministero santissimo, dalle guerre e dal

sangue, à pensato con un affetto apostolico insieme e italiano,

d'interporsi fra i combattenti, e di fare intendere ai nemici della

nostra comune patria quanto crudele e inutile impresa riesca ormai

quella di contendere agl'Italiani le naturali loro frontiere, e il

potersi alla perfine comporre in una sola e concorde famiglia.

»Il Ministero di Sua Santità, appena fu consapevole di cotale

atto memorando di autorità Pontificia, sentì il debito pieno di

ringraziarnela con effusione sincera di cuore; e segnatamente,

per avere Ella statuito, a condizione prima e fondamentale di

concordia e di pace fra i contendenti, che fossero alla nazione

italiana restituiti per sempre i suoi naturali confini: e oltre

ciò, perchè sperava il Ministero che quella implicita dichiarazione

della giustizia della Causa Italiana spandesse novelle benedizioni

sulle armi generose che i popoli nostri impugnarono, e al re Carlo

Alberto crescesse animo di proseguire senza tregua nessuna la sua

vittoria.

»Nelle relazioni politiche con le altre Provincie Italiane, noi,

compresi sempre dal debito massimo di secondare e caldeggiare al

possibile la Causa nazionale, abbiamo súbito manifestato un gran

desiderio di entrare con esse tutte in istretta e leale amicizia,

rimossa ogni gelosia funesta ed ignobile dell'altrui ingrandimento,

e pensando sempre ed in ogni cosa a ciò solo, che l'Indipendenza

sia conquistata, e la concordia interiore sia mantenuta. E intorno

a questa ultima, noi vi dichiariamo, o Signori, che appena prese

le redini dello Stato, súbito abbiamo procacciato di rannodare le

pratiche più volte interrotte circa una Lega politica tra i varj

Stati italiani; ed altresì possiamo annunziarvi, che in noi è molta

e ben fondata speranza di cogliere presto il frutto delle nostre

istanze e premure, dalle quali vi promettiamo di non desistere

insino all'adempimento del bello ed alto proposito.

»Quanto a ciò che risguarda le relazioni coi popoli oltramontani,

esse, come nelle mani del Sommo Gerarca sono di necessità

estesissime, abbracciando tutti i negozj dell'Orbe Cattolico,

nelle nostre mani invece essendo quelle cominciate soltanto da

pochi giorni, non possono non riuscire scarse e ristrette. Dalla

qual cosa noi ricaviamo per al presente piuttosto consolazione

che altro: conciossiachè quello di cui insieme con tutti i buoni

italiani nutriamo maggior desiderio, si è di essere lasciati stare,

e che noi possiamo da noi medesimi provvedere alle nostre sorti.

La massima forse delle sventure che cader potesse a questi giorni

sulla nostra Nazione, saria la troppo fervorosa ed attiva amicizia

di alcun gran Potentato.

»In risguardo poi dell'Austria e della Nazione Germanica, noi

ripetiamo assai volentieri in vostra presenza quello che altrove

affermammo; cioè a dire, che da noi non si porta odio, ed anzi si

porta stima ed amore alla virtuosa e dottissima Nazione Alemanna;

e che agli Austriaci stessi siamo pronti ed apparecchiati a

profferire la nostra amicizia in quel giorno e in quell'ora che

l'ultimo suo soldato avrà di sè sgombro l'ultimo palmo della

terra italiana. E come l'Italia è lontanissima da ogni ambizione

di conquiste, e da qualunque disegno di valicare i certi confini

suoi, perciò ella desidera sinceramente di stringere molti legami

di buona vicinanza e amicizia coi finitimi popoli. Noi, di ciò

persuasi, abbiamo sollecitato e pregato principalmente il Governo

Sardo a spedire abili Commissarj con queste intenzioni medesime

appresso la valorosa Nazione Ungherese; e noi giunge notizia

certissima, che il Ministro delle relazioni esteriori del Regno

Sardo ha tanto più volentieri accettata e assentita la nostra

proposta, in quanto egli aveva (secondo che scrive) rivolto di già

il pensiero a quel subbietto medesimo.

»Ripiegando al presente il discorso sui nostri interni negozj e

sulle politiche condizioni di queste Provincie, varia, abbondante

e faticosissima è l'opera che da far ne rimane. Imperocchè non è

parte del pubblico reggimento, la qual non domandi larghe riforme

ed utili innovazioni; e se l'opera in ciascun suo particolare è

laboriosa e difficile, essa è tale infinite volte di più nel suo

tutto insieme, volendolo bene ed intrinsecamente coordinare ed

unificare; la qual cosa ricerca un vasto sistema preconcepito di

civile e politico perfezionamento: e a tale sistema intenderà il

Ministero con tutte le forze sue.

»Ciascuno di noi vi esporrà tra breve, o Signori, lo stato del

suo special Dicastero, e le mutazioni necessaire e profonde che

fa pensiero d'introdurvi. Il Ministro delle Finanze segnatamente

v'intratterrà delle condizioni attuali del pubblico erario, e vi

proporrà quei partiti che, dopo maturo esame e finissima diligenza,

egli reputa esser migliori per ristorare così il Tesoro come il

credito pubblico, e affine che ciò si adempia col minore aggravio

possibile delle popolazioni.

»Ai Ministri sta pure a cuore di presto sottoporre al giudizio

e deliberazione vostra quelle proposte di legge che lo Statuto

promette, e sono organi principali alla vita nuova costituzionale

in cui, la Dio mercè, siamo entrati. Principalissime fra

gl'istituti e le leggi nuove e fondamentali a cui dovrete por mano,

saranno la costituzione dei Municipj, e la risponsalità effettiva e

non illusoria dei Ministri e dei pubblici funzionarj. Lo istruirvi

e ragguagliarvi quest'oggi sopra i particolari moltissimi di tali

proposte e di somiglianti, non credo che riuscirebbe opportuno.

Presto l'esigenze del nostro ufficio condurrànnoci a farlo con

quella chiarezza e puntualità che domanda ciascuna materia.

»Signori! i tempi corrono più che mai procellosi. Nei popoli è

una soverchia impazienza di tramutare gli ordini, e perfino i

principj e le fondamenta della cosa pubblica. Tutto ciò che i

secoli effettuarono e stabilirono con fatica e lentezza, vien

minacciato di súbita distruzione. Ma dopo aver atterrato, conviene

rifabbricare con gran saldezza e con felice magistero; e da questa

opera sola potrà giudicarsi il valore della moderna sapienza

civile. Il Ministero à piena fiducia che voi radunati nella Città

eterna, daccanto all'immobile seggio del Cristianesimo, varrete a

compiere l'impresa difficilissima del riedificare e ricostruire; e

che voi in queste arti di pace e di civiltà saprete pareggiare la

gloria de' nostri armati fratelli, che là sulle rive del Mincio e

dell'Adige rispondono con eroica bravura allo straniere insolente,

che lanciava sul nostro capo inerme e infelice l'accusa bugiarda di

slealtà, d'ignavia e di codardia.»

Parrà molto strano al lettore oculato e imparziale, che questo

discorso moderatissimo e tutto conciliativo, nè d'altro acceso

che di vero spirito religioso e civile, abbia soggiaciuto ad amare

censure, e provocato da ultimo una riprovazione più che solenne.

Certo, accaddegli in sulle prime il contrario, e infinite lodi

raccolse dall'ordine prelatizio; ed è notissimo in Roma, che

fu letto e consentito dal Principe, il quale si degnò farvi di

proprio pugno alcune ammende e postille. Ma la setta farisaica ed

aggiratrice che mai non si scosta da lui, ed à i liberali tutti per

reprobi, e ogni sentenza loro per abbominosa ed eretica, persuase a

poco a poco al Pontefice, che in quel discorso si nascondeva molto

veleno, e le intenzioni n'erano maligne, disleali e sovvertitrici;

onde alla fine egli dubitò, se proseguiva a tacersi, di gravare la

propria coscienza; e però, nell'Allocuzione sua del 20 aprile del

presente anno,[36] dopo alquante parole fatte sul ministro Mamiani,

aggiungeva queste altre, visibilmente relative al prefato discorso:

— _Atque idem ipse (minister) haud multo post ea de nobis palam

asserere non dubitavit, quibus Summum Pontificem ab humani generis

consortio ejiceret quodammodo et dissociaret._ — Ai, lettore, da un

lato il discorso, dall'altra la interpretazione romana; sei pregato

di giudicare.

Le altre accuse contro il Mamiani sono così nell'Allocuzione

significate: — Memineritis, Venerabiles Fratres.........., _quomodo

civile ministerium nobis fuerit impositum, Nostris quidem consiliis

ac principiis et Apostolicæ sedis juribus summopere adversum......

Unus ex illis Ministris asserere non dubitabat, bellum idem, Nobis

licet invitis ac reluctantibus, et absque Pontificia benedictione,

esse duraturum. Qui quidem Minister gravissimam Apostolicæ

Sedi inferens injuriam, haud extimuit proponere, Civilem romani

Pontificis Principatum a Spirituali ejusdem Potestate omnino esse

separandum._ —

Può darsi che il Ministero del 2 di maggio venisse dagli abitatori

del Quirinale accettato come una dura e molto increscevole

necessità. Ma certo di essa non fu nè autore nè strumento il

Mamiani; il quale avendo prima usato quanta efficacia possedeva di

parole e preghiere per sedare i tumulti, e ricondurre ogni cosa

per entro i confini della legalità e dell'ordine, chiamato poi

a consulta dal Principe, non propose nulla che non rimanesse nei

più stretti termini della Costituzione; e mai, nè dallo spirito

nè dalla lettera di quella si dipartì. Vero è che dopo non molto

tempo, nacque, per isventura, dissentimento tra il Principe e i

suoi nuovi Ministri; ma, giusta le massime costituzionali, eglino

subitamente pregarono Sua Santità di accettare la lor rinunzia,

alla quale non facendosi luogo, fu appresso alquanti giorni

ripetuto quell'atto con instanze più vive, e similmente senza

frutto; insino a che trascorse le cose agli estremi, le rinunzie

furono date in modo assoluto ed irrevocabile, e senza aspettare

accettazione. In tal guisa quei Ministri permasero (come dicesi

oggi) dimissionarj la più parte del tempo che tennero in mano il

governo, e non ebber licenza nè di lasciarlo nè di condurlo a lor

modo, e a modo pure dei Consigli deliberanti, in ciascuno de' quali

il maggior numero de' suffragi fu sempre e abbondevolmente con

quelli. Come ciò rassembri a sopraffacimento e a violenza, e quanto

sia ingiurioso ai principj e ai diritti della Sede Apostolica,

aspettiamo di sapere dall'opinione dei savj.

Circa alle altre frasi testè trascritte dell'Allocuzione, è

primamente da confessare, che il Mamiani à in fatto desiderato

assai di separare quanto più fosse possibile e conveniente la

potestà principesca dalla pontificale; ma però sempre con l'azione

dello Statuto e nei termini da esso prescritti; e se quelle parole

omnino esse separandum niente più di ciò non vogliono intendere,

il Mamiani non se ne tiene punto aggravato, anzi se ne loda e

compiace. In fine, rispetto al proposito rimproveratogli di aver

voluto proseguire la guerra dell'Indipendenza Italiana in sino a

che rimaneva alle armi nostre speranza d'onore e di buon successo,

ciò è tanto vero e manifesto, quanto non è che dalla tribuna o

nelle sue circolari o in qualunque altro atto ufficiale e pubblico

del suo ministero abbia egli significato quella deliberazione

nel modo e nei termini che l'Allocuzione riferisce. Poco fedeli

rapportatori, pertanto, sono stati coloro ch'ebbero cura ed ufficio

di ragguagliare di tali cose il Pontefice; la colpa e l'eccesso

de' quali è da misurare dall'importanza e solennità che soglion

ricevere i fatti rammemorati, e ciascuna sentenza e ciascun

giudicio espresso nelle allocuzioni pontificali, dette in presenza

del consesso Cardinalizio, use a trattare i maggiori negozj della

cristianità, e a censurare le sole opinioni eterodosse, e quegli

uomini di perduta fede che sono scandalo e pregiudicio a tutto

il mondo cattolico. Dal che si vede ch'era riposto nella mente

di que' pessimi referendarj di assaltar la fama del Mamiani con

parole autorevolissime, e così straziarla a loro agio ed ucciderla:

perchè contro esse parole, per ordinario, o manca l'ardire della

difesa o il mondo non l'accetta; e però possono venire applicate

come aguzzi coltelli addosso a persona sprovveduta ed imbavagliata.

Ma non pensavano i referendarj, che v'à richiamo quest'oggi da

ogni qualunque sentenza la più assoluta e imperiosa; ed anzi, la

parità del diritto al gran tribunale dell'opinione è tanta e così

perfetta, che concedesi a tutti di giustamente recriminare e dar

libello di falsità e di calunnia.

Qui poi si tace il racconto (strano e curioso sopra ogni credere)

che far potremmo delle vicende di quel discorso ministeriale

poc'anzi riferito; e il quale, in considerazione appunto della

guerra che gli fu mossa e delle menzogne che se ne spacciarono,

abbiamo voluto riscrivere a lettera, e con tutte le mende e le

negligenze di stile con cui fu dettato allora, sì per la fretta e

sì per l'animo inquieto, e d'altro preoccupato che di grammatica.

Ciò non pertanto, porzione di quella storia aneddota può leggersi

nel Libro secondo sullo Stato Romano di L. C. Farini, dov'è

inserita eziandio la bozza d'un'Allocuzione che il Mamiani scriveva

a nome e d'ordine di Pio IX.

_Nota_ B, _pag._ 340.

Ristampiamo volentieri quella Proposta di legge, non meno per la

novità e utilità del concetto suo, come per meglio chiarire la

falsità delle accuse scagliatele contro. Del resto, sfortunata e

soppressa negli Stati Romani, trovò approvazione in Toscana, dove

al Ministero dell'istruzione pubblica fu aggiunto l'officio di

tutelare e dirigere la pubblica beneficenza. Nella infrascritta

Proposta noi preghiamo altresì il lettore a voler notare un

tentamento non ispregevole dell'arte difficilissima ed utilissima

di dare all'opera del Governo quell'ampiezza e quell'efficacia,

che accordasi compiutamente con qualchessia libertà di privati, e

con ogni trasformazione e progresso nello spirito di socialità e

di consorteria. Sopracchè riman di vedere quello che l'autore ne

discorse di poi nell'Accademia di Filosofia Italica.[37]

PROPOSTA DI LEGGE PER LA ISTITUZIONE DI UN MINISTERO SPECIALE DI

PUBBLICA BENEFICENZA.

_Ragione ed economia generale della Legge._

Sorgente prima ed inconsumabile di beneficenza è la carità, cioè

quella dilezione attiva ed eroica in verso del prossimo, che ci

vien persuasa e insegnata principalmente dalla religione.

Ma la carità operar deve _bene ordinata_,[38] e torna impossibile

oggi il credere di avere ogni cosa fatto e ogni cosa provveduto a

sollievo dei poveri, quando siensi, non che largite, ma eziandio

profuse le proprie sostanze in profitto di quelli. E similmente,

non è ragionevole il reputare che agl'istituti di beneficenza

fondati da' padri nostri non bisognino molte e sostanziali riforme,

e non rimanga oltre ciò da promuovere e da creare gran numero

d'altri istituti o poco o nulla noti agli antichi: in fine, vietano

i nostri tempi di giudicare che la carità bene ordinata possa

procedere al vero vantaggio e conforto de' miseri senza attingere

mille variate cognizioni ed applicazioni alla Economia pubblica,

alla Statistica, all'Igiene, all'Industria, all'Agricoltura, alla

Tecnologia.

Ora, tale funzione della carità illuminata e bene ordinata

appartiene così al Governo come a qualunque uomo particolare.

Il mondo civile, siccome il fisico, è composto di antagonie.

Quindi, nessuna risoluzione dei problemi civili è buona se

volge le cose a un solo dei due estremi. V'à chi vuole lasciar

imprendere e provvedere il tutto ai Governi; chi invece toglie

loro pressochè ogni incumbenza, e si commette per intero e in ogni

negozio all'opera de' privati e de' municipj. Ma come la natura,

ogni volta che nelle sue creazioni vuol porgere lo splendente

modello di alcuna perfezione, ci mostra sempre un temperamento

mirabile dell'uno nel vario, e della vita vigorosissima delle

membra congiunta e organata con la vita interiore e suprema del lor

composto; così nel corpo sociale umano erra chi vuole, opprimendo

l'agire spontaneo dei singoli cittadini e la libertà dei municipj,

costituire una violenta unità e uno smoderato concentramento

ministrativo. Ed erra del pari chi stima che il bene massimo

della repubblica sia per uscire unicamente dall'azione disparata e

sconnessa degl'individui e dei comuni, e senza bisogno di procurare

e attuare al possibile la collegazione e l'unità dei principj,

delle intenzioni e dei fini, e certo moto iniziale e universalmente

direttivo.

Con queste considerazioni è meditata la proposta di legge che a

Voi rechiamo, o Signori, intorno al nuovo Ministero di pubblica

beneficenza.

In tale proposta vedrete, le opere del Governo e il suo legittimo

ingerimento non ledere e non turbare per nulla le libertà del

municipio e i diritti del privato; conciossiachè il modo d'azione

sarà pur sempre o di mera tutela o completivo od esemplare; cioè

a dire che il Governo o difende e protegge appunto quelle libertà

e quei diritti ovvero supplisce alla insufficienza delle facoltà

d'ogni particolare uomo e d'ogni comune, o per ultimo s'ajuta e

sforza di porre nel cospetto dei cittadini un modello e un esempio

luminoso e imitabile. Certo, il geloso rispetto a ciò che non dee

cadere in guisa diretta e immediata sotto la potestà governante,

se in ogni cosa è giusto e proficuo, in materia di beneficenza è al

tutto necessario, non dandosi atto al mondo più nobile e santo, ma

insieme più spontaneo e meno isforzevole della privata e pubblica

carità.

Scritti politici · 第 211 / 310 题