Terenzio Mamiani, chiamato a sedere nell'Assemblea Costituente Romana
dagli elettori della provincia di Urbino e Pesaro, accettò l'onorevole
ufficio con la speranza di far prevalere nel congresso le opinioni
sue intorno alla forma di governo; essendo che moltissimi deputati
sembravano partecipare a quelle opinioni, e volerle difendere con la
parola e col voto.
Nella terza tornata dell'Assemblea, cioè subito che si potè, giusta
gli ordinamenti, far luogo alla discussione, il rappresentante signor
Savino Savini salì in tribuna, e propose di dichiarare in quell'ora
medesima essere i Papi scaduti per sempre dal dominio temporale.
Allora il Mamiani, chiesto di parlare, ribattè la proposta col seguente
discorso, già pubblicato nel _Monitore Romano_.
Signori,
Pronunziare la _decadenza_ dei Papi è dir cosa che racchiude due molto
distinte significazioni, le quali fa gran bisogno di ben chiarire e di
ben intendere. Dappoichè l'Assemblea Costituente risiede in Roma, e
giudica di essere qui mandata dal Popolo tornato in possesso di ogni
diritto, i Pontefici non possono più oltre pretendere alcun impero
temporale assoluto, nè alcun principio d'autorità il qual sia superiore
e nè manco pari a quello che rappresentasi dall'Assemblea. Con tale
sentimento, adunque, assumendosi la proposta della decadenza dei Papi,
credo che pochi o nessuno dissentirebbe in quest'Adunanza. Ma per
ciò che risguarda l'altra significazione, che comunemente s'intende
e s'inchiude in quel pronunciato, e ciò è che i Papi non debbano
venire mai più investiti, neppure da voi, di autorità principesca;
ella è cosa sulla quale desidero di manifestare e di esporre alcuni
miei pensamenti. Godo in primo luogo, che la discussione sia subito
pervenuta al suo capo essenziale. Alcuni qui sedenti desideravano
assai di procrastinare, e che l'Assemblea volesse avanti occuparsi
nella legislazione costituitiva del nostro Stato. Ma io godo (ripeto)
che il vero quesito, il principalissimo e fondamentale quesito sia
subito posto innanzi; per trattare il quale io accettava l'onore ed il
carico di rappresentare in questo consesso la Metaurense Provincia.
Per tale subbietto gravissimo, e affine di assistere a così grande e
solenne dibattimento; benchè io sapessi che il mio nome è caduto e
la mia influenza è annullata; benchè sapessi di non poter più fare
assegnamento su quella facile udienza, su quel pronto aderire e su
quegli applausi frequenti che seguitavano i miei discorsi in altra
Assemblea; pure, sciogliendomi da ogni dubbiezza e acchetando nel
cuore qualunque trepidazione, sónomi intieramente affidato alla vostra
benevolenza e alla vostra giustizia.
Signori, siamo schietti, e fuggiamo le sottigliezze e l'equivocazioni.
In Roma, non ci à via nessuna di mezzo; in Roma non posson regnare
che i Papi, o Cola di Rienzo. Mostriamoci dunque franchi e sinceri
alla prima giunta, e come s'appartiene più specialmente a un'Assemblea
popolana e certa dei proprj diritti, quale è questa appunto qui
radunata. Dichiarare la decadenza dei Papi in tutte e due le
significazioni anzi espresse, vuol dire nè più nè meno che stabilire in
Roma il Governo Repubblicano.
Approfittando della benignità singolare, ed anche della ragionevolezza
e rettitudine vostra, per cui vi avvisate di lasciarmi libertà piena
di opinioni e di parole, proseguirò ad aprire la mia sentenza con
ischiettezza e un poco distesamente, come ricerca la materia gelosa
e difficile. Innanzi a tutto, io vi annunzio, che qui non intendo
discutere minimamente il valor dei principj. In quanto ad essi, io vo
persuaso, che poca o niuna differenza interviene fra me e buona parte
di questa Assemblea. Io, nel vero, ò sempre opinato che qualora al
poter temporale dei Papi non riesca in niuna guisa di conciliarsi e
accordarsi con tutte le libertà e coi sentimenti nazionali; e qualora
venir non possa delegato in massima parte e rimesso alle Assemblee
ed ai Ministeri e conformato via via con la generale opinione, esso
continuerebbe oggi ad essere quello che, secondo il giudizio mio, è
stato troppo sovente, un flagello per l'Italia, un flagello per la
religione. Similmente io vi dico, che la Repubblica, al mio sentire, è
la più bella parola che suonar possa sul labbro dell'uomo; e dove la
virtù e il senno dei Popoli sia sufficiente all'uopo, la Repubblica
è del sicuro quel reggimento il quale si confà meglio colla dignità
della nostra natura, e tocca l'ideal forma della perfezione civile.
Io non questiono adunque nè di principj, nè di massime universali, nè
di diritti; io voglio solo fermare l'attenzione vostra sull'indole di
alcuni fatti, e indurvi a considerarne parecchie sequele gravissime;
e che ne esaminiate daddovero l'opportunità e la convenienza:
soprattutto, io voglio insieme con voi ponderare ciò che possono
apportare quei fatti alla comune salute e alle sorti estreme d'Italia,
la quale io so bene essere nel petto vostro il primo, il sommo dei
sentimenti e degli interessi.
Quando i Francesi deliberarono di spiantare il trono di Luigi
decimosesto, tenevano a requisizione loro, ed esecutrici del lor
volere, trecento e più mila militi agguerriti e disciplinati. Io mi
volgo a guardare intorno di voi, o signori, e non vedo l'esercito
ch'eseguir debbe i vostri decreti; perchè non suppongo bastare all'uopo
le non molte migliaja di uomini che noi possediamo, poco agguerriti
finora e disciplinati. Ma v'à di più: dallato alle trecentomila
bajonette francesi cresceva ogni giorno e abbondava un'altra forza
ugualmente o più formidabile ancora, l'attiva e fervososa adesione del
Popolo. Quelle plebi sollevate davano volenterose l'ultima goccia del
proprio sangue per la causa Repubblicana; e voi sapete bene il perchè.
Al sentimento Nazionale, radicato ed innaturato nel cuor de' Francesi
da secoli, aggiungevasi un'apprensione ed una paura assai generale,
che il furioso manifesto del Duca di Brunswick si avverasse; e cioè
a dire che il Popolo minuto tornasse sotto il peso e l'ingiuria delle
servitù personali, sotto il peso delle parangàrie, sotto le avanie, gli
spregi, i soprusi, e tutte mai le usurpazioni e le concussioni delle
classi privilegiate. Per questo principalmente la moltitudine levandosi
a stormo e facendo massa, correva ad affrontare il nemico e a romper
col ferro la congiurazione dei re; per questo principalmente rinnovò la
Francia tredici volte l'eroico esercito suo. Ma non iscordiamo, io vi
prego, non iscordiamo, o Signori, che ciò che la Rivoluzione Francese
à raccolto di veramente fruttifero ed utile alle classi inferiori,
è pressochè in intero accettato e praticato oggi dalle Nazioni più
colte e con saviezza governate. La libertà civile e la parità perfetta
innanzi alla legge, l'estinzione dei privilegi e lo svellimento fin
dall'ultime lor radici delle soperchierie feudali, buona pezza è
che, mercè di Dio, vennero procurati e compiuti in ogni Provincia
Italiana. Laonde, non si volendo aver ricorso ai delirj del Comunismo
e alle speranze vuote e fantastiche de' Socialisti, quello che si può
promettere oggi da noi alle moltitudini perchè ci seguano coraggiose
e infiammate, perchè versino largamente e con letizia il sangue delle
lor vene, si è un profitto ed un bene poco visibile e poco palpabile,
non molto certo, non vicino, non bastante ad accendere la fantasia e
lusingar l'interesse.
Peraltro, io sento i giovani generosi rispondermi, che la parola
Repubblica à suono portentoso e immortale. La vista del vessillo
repubblicano, dicono essi, esercita nel cuor dei Popoli un'invincibile
attraimento, e sveglia dovecchessia uno spirito sempre nuovo di
splendide azioni e uno zelo infinito di _Propaganda_. Noi dunque,
concludono, afferreremo con fede la santa bandiera, e traendola
trionfalmente per le contrade tutte Italiane, troveremo quell'armi,
que' tesori, quel séguito e ardore di genti e di opere, che alla
vittoria finale della notra causa bisognano.
A me, in considerazione della salute d'Italia, fa grandemente mestieri
di seguire con l'occhio e un po' più d'accosto indagare ed esaminare
questa trionfale processione del frigio berretto. E prima, concedo
che non sarà molto malagevole fare repubblicana la vicina Etruria;
e confesso che, nel trambusto e scombujamento in cui trovasi quello
Stato, tanto è facile imporgli qualunque forma di governo, quanto
difficile il conservarvela. Contuttociò, nè anche in Toscana mi avviso
sarà senza dolore il piantare la vostra bandiera; perchè, se il gran
Duca si rifuggisse (poniamo) in Siena, si avrebbe forse un lacrimevole
saggio del Medio Evo Italiano; e noi vedremmo ancora il sangue dei
Fiorentini e dei Sanesi bagnare le glebe del più fiorito giardino
d'Italia. Pure, ripeto, vi si conceda che la Toscana presto diventi
Repubblica; ma non molto di forza, non molto di tesoro, non copia
grande di gente, non notabile incremento di armi e soldati recherebbe
quella conquista alla causa che voi caldeggiate. Egli bisogna procedere
più avanti, varcar la Macra e la Sesia, varcar le frontiere del
Piemonte ancora armato ed intatto, perchè là è il nerbo, là il braccio
e lo scudo d'Italia. Ora, in Piemonte la conversione non può succedere
del sicuro con uguale facilità e con uguale prontezza, perchè ciascuno
quivi à la mente e l'animo pieno e informato di regie memorie e di
regie tradizioni e costumi. Il Popolo Piemontese, partecipando più
d'ogni altra stirpe italiana della natura settentrionale, à la fantasia
meno mobile, il consiglio più posato, molta gravità e costanza negli
usi, negli affetti e in qualunque intimo pensiero e convincimento.
E che lo spirito monarcale di quella provincia non sia fugace e non
iscemi rapidamente siccome altrove, si dimostra dalle cagioni. La
storia intera del Piemonte è da secoli parecchi la storia sola della
casa di Savoja. Tutto il bene e tutto il male provenne da lei, e
séguita a provenire. Nè possono i Subalpini dimenticare giammai, che
mediante la spada, il valore, la sagacità e la industria de' principi
loro sieno divenuti una gente che à moltissima dignità, forza,
importanza fra moltissime altre, e che è giunta oggi per effetto di
regie vittorie e di regie conquiste a tenersi in mano la più gran parte
de' destini della Penisola. So che accosto al Piemonte sta Genova, e
so che Genova è, per lo contrario, nutrita di tradizioni repubblicane,
e tra costumi repubblicani è cresciuta. Ma colui s'ingannerebbe
più che mediocremente, il quale reputasse Genova molto disposta ed
apparecchiata ad accettare la vostra bandiera. Genovesi e Liguri sono,
innanzi ogni cosa, mercatanti e navigatori; e per l'esperienza raccolta
in più di trent'anni, non v'à nessun cittadino colà, il quale non
siasi avveduto e non confessi candidamente, che alla città di Genova,
così a rispetto del suo commercio, come dell'importanza sua politica
e della salute comune d'Italia, torna utilissimo essere congiunta al
Piemonte, e rimanere provincia del regno Sabaudo. Ora, ecco il mio
discorso a che viene. Chiamando i Subalpini sotto il vostro vessillo,
voi non perverrete che ad uno di questi due effetti: o si sveglierà e
diffonderà pel paese una oppugnazione micidiale e rabbiosa contro le
idee repubblicane e contro le libere istituzioni; ovvero il vedrete
riempiersi tutto di partiti e di sètte, di sanguinosi tumulti, e di
soppiatte congiure e macchinazioni. Nell'uno e nell'altro caso, il
Piemonte verrà senza meno scompigliato e disfatto: cosa per la quale
l'esercito Subalpino, nel cui cuore e nelle cui braccia sta la vera e
la sola forza italiana, non potrà mantenersi ordinato e disciplinato,
nè congiunto e stretto da un solo legame di affetti, nè rivolto al
proposito solo della guerra santa del riscatto. A me poi non bisognano
molte parole a mostrare le conseguenze di tutto ciò.
L'astuto Radetzky ripeterà inverso del Piemonte quel medesimo che
operava a rispetto della Lombardia. Chiuso egli e ben trincerato nelle
sue vaste fortezze, venne spiando a grand'agio il luogo, il giorno, il
momento opportuno per assaltare e sbaragliare i nemici. Ora, pensate,
o Colleghi, che una simile cosa va mulinando colui in risguardo del
viver politico degl'Italiani; e visto il Piemonte sossopra e l'esercito
disunito e scompaginato, gli piomberà addosso un bel giorno, e in due
marciate, con poco sangue e contrasto, si accamperà nella nobil Torino.
Una istanza mi si può movere contro, ed è la presente. La Francia non
può del sicuro abbandonare questa od altre Repubbliche nuove, nate
dell'esempio suo, perchè ucciderebbe insieme il principio che la fa
vivere oggi, e il quale di sua natura è geloso, diffusivo e superbo.
Che quando anche a quel Governo non paresse necessità di soccorrere una
nascente Repubblica, sua compagna e sorella fidissima, il moverebbe
un'altra più certa e più sentita necessità; quella di non poter
tollerare i Tedeschi accampati al piè delle Alpi, e vicinissimi alle
sue sacre e inviolate frontiere.
A me sembra altresì di udire alcuno che aggiunge: — Forse alla impresa
nostra avremo compagna eziandio tutta la parte più animosa e civile
del genere umano, scossa e maravigliata della portentosa risurrezione
di Roma: i voti, le propensioni e gli sforzi di tutti i Popoli, non
ancora in compiuto modo emancipati e sicuri, in noi si convergeranno,
e starà con noi come vivo e organato lo spirito democratico di tutte
le genti; forse dal nostro esempio, il quale dal luogo e dalle memorie
prende valore inestimabile, scoppierà nuova scintilla di universale
e inestinguibile incendio, e a noi toccherà la gloria, non tocca a
veruno, di avere come cagione prossima affrancato davvero e rigenerato
per sempre l'Europa intiera. — Vedete che io non mi adopero punto a
celare ed attenuare la copia e il vigore delle vostre risposte, nè
le speranze, le congetture, i giudicj e gl'indovinamenti che il nobil
cuore e l'ardir generoso vi detta e vi persuade.
Signori, il danno d'Italia si è, che spesso ella incomincia e
intraprende ciò appunto che altrove è finito, e procaccia di rialzar
quelle insegne che altrove sono cadute: ella, per sua sventura, non
sa ben cogliere e usare nè il tempo nè l'occasione. Se alquanti mesi
addietro aveste ordito i vostri disegni e le vostre speranze in sulla
democratica forma che pigliava tutta l'Europa, io ci avrei ravvisato
alcun buon fondamento: ma quest'oggi, invece, non può da nessuno
ignorarsi che incomincia a prevalere e predominare in Francia, e per
ogni dove, uno spirito gagliardo di conservazione e di resistenza; e
che, pur troppo, la falange ordinata e strettissima ch'egli conduce,
ha guadagnato assai vittorie sui popoli; e torna peggio che inutile
il volerlo più oltre occultare e negare a noi stessi. Già la seconda
terribile sollevazione di Vienna è caduta e spenta; l'altra di
Berlino s'è tutta rivolta in favore del monarcato; e non mai la Casa
di Brandeburgo à di maggiore autorità e preponderanza e di maggiore
dignità regia goduto ed approfittato. A Francoforte, o Signori,
mentre poco fa nessun principio e forma di reggimento democratico
pareva assai larga e assai popolare a quell'Assemblea, oggi non più
si pensa ad un presidente di condizione privata, e scelto e foggiato
all'americana, ma si pensa e guarda ad un re di vecchia progenie e
di antica possanza, e il qual sia imperatore di tutta Germania, e non
elettivo come in antico, ma nella linea sua rinascente e perpetuo. La
Svizzera, finalmente, la Svizzera stessa che pur si regge a Repubblica,
e soscriveva testè un patto confederativo, fondato sopra massime le
più umane e le più liberali del mondo; quest'oggi, voi lo sapete,
cerca e studia di stringer legami di salda amicizia coi principi che la
circondano; e piuttosto si mostra parziale e tenera dei loro interessi,
che degli interessi e bisogni estremi e angosciosi dei miseri rifuggiti
Italiani.
Queste sono verità, miei Colleghi, positive e di fatto, e però evidenti
(almeno agli occhi miei) ed irrepugnabili; e se evidenti non sono, se
dubbie, se mescolate di falsità, bisogna ciò provare con allegazione di
altri fatti più veri e più certi, e non altramente.
Dopo ciò, voi replicherete ancora, il mondo, l'Europa rimanere con noi;
e se non il mondo, la Francia? Signori, a rispetto di quella potente
nostra vicina, io mi rimetto assai volentieri alle parole medesime del
Lamartine, alle parole solenni del Cavaignac. Io non discopro in esse,
e niuno può discoprirvi, se non che espressioni dubbie ed ambigue,
frasi artatamente mozze ed involte, dichiarazioni a doppio aspetto,
generalità con iscarso o nullo significato; poca volontà al certo di
mettere il proprio sangue e i proprj tesori in difesa e in redenzione
di alcuna parte d'Europa; e molta volontà invece di serbare le cose
quiete, munire le Alpi e assicurar le frontiere con accordi tra Governi
e intervenimenti comuni. E se ciò si udiva dalla bocca del Lamartine e
del Cavaignac, qual giudicio dee formarsi quest'oggi, che la Repubblica
in Francia è stenuata ed agonizzante, e che ognuno aspetta in più o
meno lunghezza di tempo un secondo Impero Napoleonico?
Ma tutto questo considerato, e concludendosi a forza che la
Repubblica è di presente impossibile, e all'Italia troppo funesta,
qual consiglio rimane da seguitare, e che ricisi partiti da vincere?
Riappiccheremo noi quelle pratiche che niuno spera di veder pervenire
ad alcun durevole risultamento? rinnoveremo e ritenteremo accordi
e conciliazioni fatte vane oggimai e impossibili? chiederemo forse
perdono di colpe che non si commisero? o rinuncieremo ai santi diritti
che la medesima natura à scolpito nel cuore di tutti gli uomini,
siccome titoli e note della grandezza dell'esser nostro?
Anzi ogni cosa, o Rappresentanti, abbiatevi questo per giudicato, che
la gran questione che oggi qui ci raduna non si risolve per intero col
nostro arbitrio e talento, e pigliasi errore non lieve, a pensarlo.
Per fermo, Voi siete padroni e arbitri della legislazione novella di
questa contrada; e in voi sta il potere legittimo, ed anzi lo stretto
debito di provvedere con ogni ampiezza alla sua vita civile e politica,
ma non più là di quella parte e di quell'ufficio che poco o nulla
s'attiene alla sostanziale ed universale salute d'Italia. Certo, a
voi non è lecito di far cosa la quale rompa la simiglianza, l'accordo
e l'armonia necessaria fra le istituzioni de' nostri popoli; e non
dovete imprendere mutazione che metta in compromesso estremo la quiete,
l'ordine, e il prossimo e ben augurato avvenire di tutte le Provincie
Italiane. Io affermo e sostengo pertanto, che questa gran parte
dell'arduo problema non è in vostra facoltà, e non pende dalla vostra
sentenza; ma voi dovete riporla nelle fraterne mani della Costituente
Italiana: ed aggiungo, che tanto a voi disdirebbe e nuocerebbe di più,
miei Colleghi, il sembrare poco guardinghi d'invadere e sopraffare
i diritti della Costituente Italiana, in quanto vi avete raccolto
il pregio e la lode d'iniziarla e di decretarla; e ciò fareste, o
patrioti, quando, in che giorno, in qual congiuntura, in qual luogo? in
mezzo di Roma, al cospetto de' vostri fratelli, con atto precipitoso e
dispotico, nella vigilia stessa (può dirsi) del dì fortunato che Ella,
la grande Assemblea, verrà a sedere sulle cime del Campidoglio.
Questo punto, adunque, del mio discorso rimanga ben chiaro, rimanga ben
fermo; che, cioè, pronunziare la decadenza del Papa, nella prenotata
ed ovvia significazione di quella voce, non è riposto onninamente nel
vostro arbitrio, nè pende dai vostri decreti, ma sì dalla Costituente
Italiana. E qualora vi martellasse lo scrupolo o la diffidenza o
l'orgoglio di non cedere nemmanco in ciò ogni giudicio a quel tanto
Consesso, degnatevi almeno di consultarne il parere, e non isfuggite
in sì procelloso e dubbio negozio di avere da lui norma, consiglio,
indirizzo ed approvazione; fate al mondo conoscere che siete veri e
leali Italiani non men nelle azioni che ne' pensamenti; e nessuna gran
cosa voler definire, nessuna deliberare, senza il beneplacito della
Nazione, in concordia con tutti i suoi popoli, in conformità con tutti
i suoi interessi. L'Italia aspetta da voi o l'ultimo esempio della
municipale superbia, o il primo della nazionale unione e docilità.
Prima che io scenda da questa ringhiera, dove troppo lungo tempo
mi accorgo d'esser rimasto, ma dove peraltro ò raccolto graziose
testimonianze della vostra gran cortesia, favorendomi tutti di una
così attenta e vivissima ascoltazione; io voglio solo mettere innanzi
alla mente vostra certo concetto che non mi sembra da trasandare nella
quistione.
Se lo straniero, o Colleghi, non istesse contro di noi accampato
in Lombardia, e cento mila bajonette non convergessero di continuo
le punte loro contro le nostre persone, io sosterrei volentieri che
voi compiste la troppo arrischiata prova, alla quale volete a forza
avventurarvi. Io so bene, e tutte le storie me lo insegnano, ed anche
la mia privata esperienza me lo conferma, che il risorgimento dei
popoli mai non procede per una via dritta e ben rispianata: ma, invece,
può il suo cammino venir figurato assai propriamente da una gran curva,
in cima alla quale concorrono e tumultuano le passioni più focose e
infrenabili, i tentamenti ed i conati più temerarj, le speranze fallaci
e la presunzione infinite volte delusa di attingere immediatamente e di
praticare l'idea suprema d'ogni politica perfezione; poi quella curva
gradatamente declina e discende, finchè la nazione che la trascorse
viensi a trovare in quell'assetto sociale e politico che si conforma
coll'indole sua verace e perpetua, si conforma coi suoi costumi, coi
suoi bisogni, co' suoi sentimenti; e allora, in fine, nasce e si assoda
la pace insieme col diritto, la dignità con l'ordine, la libertà con la
sicurezza, e a splender comincia una perdurabile gloria e possanza di
leggi, di scienza e di civiltà.
Ripeto che gli eccessi medesimi, qualora eccessi ed enormità sanguinose
avessero luogo, non mi sgomenterebbero più che molto; e forse è
vero così dei popoli come de' singoli uomini, che niuna esperienza
giova loro insegnata o dalle storie o dai savi, ma quella soltanto
che fanno eglino penosamente di sè medesimi. Ma quando la guerra è
imminente, e i segni e i forieri ne moltiplicano d'ora in ora; quando
i Croati ripigliano stanza e dominio in Milano, e Radetzky preme col
piede intriso di sangue il petto lacerato e pressochè inanimato della
Lombardia; possiamo noi abbandonarci, senza gran colpa, a lunghe, a
travagliose, a incertissime prove e saggi di forme di governo? Possiamo
noi rischiare di crescere ancor di vantaggio le perturbazioni e le
divisioni della patria nostra infelice? Ricordatevi, o Signori, che se
aveste oggi pupille così penetranti da speculare i campi Lombardi, voi
scorgereste colà i feroci Croati sforzare a torme gli asili innocenti
dei più pacifici e più ragguardevoli cittadini; scorgereste quei
barbari saccheggiare con egual furia i palazzi dei patrizj e le modeste
case dei popolani; e predando ogni cosa e guastando sotto nome e titolo
di balzelli e di taglie, vedreste per opera loro le città manomesse,
devastate le campagne, le donne contaminate, oppressa la più minuta
e misera plebe sotto continue spogliazioni, battiture ed ingiurie. E
similmente, o Signori, se fosse per poco tempo fornita agli orecchi
nostri una virtù tale da vincer lo spazio che si frappone fra noi e
le valli del Po, forse in questo momento medesimo che io vi parlo,
udiremmo lo scoppio orribile dei moschetti che mieton le vite dei
nostri fratelli, le vite care e generose che non sapemmo difendere, e
tanto tardiamo di vendicare.
A tale discorso risposero molti e molti, e due soli rappresentanti
favorirono e difesero la sua sentenza.
Volea l'oratore la sera di quel dì stesso provare il suo tèma con
argomenti d'altra natura, e con quelli in ispecie che guardano le
relazioni di Roma col Mondo Cattolico; ma disperò di venire la seconda
volta ascoltato con pazienza e benignità.
Acclamato che fu il Governo Repubblicano in seno dell'Assemblea e
fuori, Terenzio Mamiani addirizzò al Presidente di quella la lettera
qui infrascritta.
Signor Presidente.
Fu mia intenzione principalissima, accettando l'insigne onore di sedere
in cotesta Assemblea, di combattervi con ogni forza alcune proposte
ch'io giudicava perniciose alla santa Causa dell'Indipendenza d'Italia.
Ora, essendo chiusi per quelle i dibattimenti; e ad ogni buon cittadino
correndo l'obbligo di rispettare le prese deliberazioni; a me rimane
di pregare i degnissimi Signori Rappresentanti a voler gradire la mia
rinunzia.
Il qual favore io chiedo con tanto più di ragione, quanto la mia salute
declinata e mal ferma ricerca la quiete e il riposo di qualche mese. Io
spero, Signor Presidente, che alla bontà e cortesia vostra piacerà di
ajutare coi proprj offici la mia giusta domanda.