TERENZIO MAMIANI A' SUOI ELETTORI.

Le Camere sono dal presente Ministero state prorogate, o, a dir più

giusto, disciolte; dappoichè invece loro vien convocata un'Assemblea

generale, a cui si commette il pieno riordinamento delle pubbliche

cose.[31] A me corre pertanto l'obbligazione, o concittadini elettori,

di dichiararvi, almeno in compendio, come abbia io sostenuto il

nobile ufficio che mi affidaste, eseguito il geloso vostro mandato,

raccolte e interpretate le vostre opinioni, difese in ogni frangente

le prerogative e i diritti che vi appartengono Ma innanzi ogni cosa,

perchè a voi sia fattibile il giudicare equamente dei consigli e delle

opere mie, pregovi di ricordare, che queste provincie romane vivono in

condizione civile e politica affatto speciale e straordinaria, e si

differenziano perciò da tutte le altre del mondo. A noi popoli dello

Stato Ecclesiastico, il conseguire od il conservare quegli istituti

liberali di cui l'Europa e le Americhe godono oggimai con saldo

possesso, è impresa non pure assai malagevole e travagliosa, ma non

mai compita e non mai sicura dell'avvenire. Ciò accade principalmente

perchè altrove, presupposta la generalità e maturità di certe opinioni,

le libertà pubbliche sono conquistate e fermate per sempre, mediante

la mutazione d'alcuni fatti, e abbattendo l'armi prezzolate e l'altre

materiali difese che il dispotismo si tiene intorno. Ma contro di noi,

sta tutto intero un sistema antichissimo di dottrine e d'interessi,

il quale si vuol far parere da molti una seconda religione, ed un

tessuto mirabile non di pensieri e credenze assai controverse, ma

di dogmi assoluti e intangibili. E, per esempio, è dogma assoluto ed

irrepugnabile per cotestoro, che la sovranità temporale dei Papi abbia

origine miracolosa, e proceda dai più alti e profondi decreti della

Provvidenza, la qual vuole con essa difendere e tutelare la Chiesa,

e accrescerle autorità e splendore. Perciò, in quel mentre che in

qualunque contrada civile cessa ai dì nostri di venir confessato e

creduto il diritto divino dei principi, la potestà temporale dei Papi

ne rimane necessariamente e perpetuamente investita. Perciò pure,

ogni libertà e franchigia costituzionale che godano o sien per godere

i popoli dello Stato Romano, non muove da alcun diritto naturale in

essi riconosciuto, ma è dono e largimento spontaneo e revocabile del

principe, il quale in sostanza permane mai sempre arbitro supremo e

signore assoluto del tutto. Un altro dogma da cotestoro professato si

è, che alla sovranità temporale dei Papi conviene una ragione di stato

ed una politica diversissima da quella di ogni altro monarca. Nel vero,

i Papi, ricordevoli delle prove guerresche riuscite loro quasi sempre

infelicemente, non muovono l'armi al dì d'oggi contro a nessuno, non

si stringono in leghe, non entrano a parte di alcuna impresa generosa

o di terra o di mare, e serban sè stessi in una perpetua neutralità

ed immobilità; laonde avviene che gli Stati della Chiesa si separano

affatto dalla sorte degli altri regni e non appartengono propriamente

ad alcuna nazione, ma tutte le genti invece si debbono accordare a

rispettarli e a difenderli; e dove non succeda l'accordo, essi vanno

in fascio senza rimedio; e dove succeda, rimangono alla discrezione di

chi li ajuta. E però, conviensi porre gran cura che vicino a loro non

sorga alcun potentato così poderoso ed armigero da tenerli in sospetto

e timore continuo di dipendenza; considerato che alle loro popolazioni

tocca di rimanere perpetuamente inermi ed imbelli, e le provincie sono

aperte ed apparecchiate ad ogni invasione. Forse l'Italia spartita in

più regni e incapace di farsi nazione giova all'indipendenza degli

Stati Ecclesiastici; come lor giova assaissimo che i principi più

formidabili sieno disposti a proteggerli, in contraccambio del gran

sostegno che l'autorità regia e assoluta riceve ora dal papato. Del

rimanente, sentenzian costoro, il dominio temporale dei Papi à da

natura e per debito d'informarsi tutto quanto della potestà spirituale,

ed intendere in ogni cosa a favorire e servire la Chiesa, ed essere

il suo braccio e il suo scudo. Perlochè quei fatti e quelle opinioni

che la Chiesa censura e altrove non può colla forza impedire, ben

li dee impedire con la forza nel proprio Stato; e similmente, quei

precetti spirituali che altrove legano e stringono le sole coscienze,

la Chiesa nel proprio Stato fa ubbidire e osservare con tutti i

mezzi prepotenti di cui il principe si vale e dispone. Laonde v'à

certe libertà sostanziali e che dell'altre son fondamento, come,

exempligrazia, quella dello stampare e del divulgare, e quella del non

soffrire costringimento nella scelta nè nella professione del culto,

ambedue le quali in Roma non possono entrare; ed anzi vi sono dannate

ed abbominate, e l'encicliche pontificie ne scrivono ogni maggior

male e chiamanle _detestande_. Del pari, di quelle altre franchigie

civili e politiche, e di quelle istituzioni popolaresche che dovunque

ora vanno sorgendo e convalidandosi, una porzione molto scarsa e in

rigido modo temperata ed attenuata può accettarsi da Roma; alla quale

veramente, per la libertà pienissima della Chiesa, occorre una libertà

pienissima di comando. In fine, per questa ragione medesima della lega

e contemperanza dello spirituale col temporale, ogni moto politico

il quale intendesse a mutare le forme ministrative e a sottoporre il

principato a leggi e ordini ristrettivi, à negli Stati della Chiesa

nome e valore di sacrilegio, e sacrileghi ne sono tutti gli autori, e

sul capo loro balenano minacciose le folgori del Vaticano.

Tale è il sistema e tali gli adagi e le massime che sino a jer l'altro

(può dirsi) ànno governato la sovranità temporale dei Papi; la quale,

segnatamente negli ultimi tempi, quanto più scorgeva sè stessa debole

e minima a rispetto dei gran potentati, e sentivasi combattuta e scossa

nell'interno suo seno da incessanti macchinazioni e congiure, tanto più

si opponeva con ira profonda allo spirito di libertà, ed all'apparenza

perfino delle liberali istituzioni.

Ora, i popoli sempre facili a sperar bene e il passato dimenticare,

credettero (voi vel ricordale, o concittadini) che tutto ciò dovesse

mutarsi all'assunzione di Pio IX. E certo egli accadeva così, dove

avesser potuto bastare all'impresa la bontà specchiata, le intenzioni

purissime, la infinita soavità e mitezza di quella bell'anima; e

d'altra parte, fosse stato presente agli spiriti più caldi e animosi,

come non si spianta in un giorno solo quello che i secoli ànno

radicato, e come l'impeto e la violenza non ajutano a consumare le cose

le quali si reggono nella fede.

Ma lasciando ciò stare, certissimo è, che i nuovi e risoluti pensieri

dei nostri popoli doveano presto venire in lite con quel sistema di

cui ho discorso, e i cui settatori nè per le mutazioni sopravvenute

in tutta Europa, nè per le riforme di già compite, nè per lo Statuto

medesimo promulgato, erano tanto o quanto disposti a modificare le lor

viete dottrine, e sopprimere una sola di loro ambigue giurisdizioni.

Voi ben sapete che il primo patente conflitto scoppiò al pubblicarsi

dell'allocuzione pontificale del 29 di Aprile, in cui venia riprovata

e interdetta la guerra vivissima che le truppe nostre e il fiore de'

nostri giovani, mescolati con Subalpini e Toscani, combattevano di là

dal Po contro gli stranieri, a fine di riscattare l'Italia e in essere

di nazione rivendicarla. I Romani, che tra le file de' Volontarii

annoveravano chi il figliuolo, chi il padre, ognuno un parente o un

amico, fieramente se ne sdegnarono. La città turbata e sconvolta diè

di piglio alle armi, s'impossessò del Castello, mise guardie a tutte

le porte, ad ogni crocicchio; proruppe in minacce di morte contro ai

prelati che s'imputavano di avere mal consigliato il Pontefice, e sulle

piazze e per tutto parlavasi aperto di dare al governo altra forma e

altro capo.

Allora fu, come vi è noto, che la Santità Sua si degnò di chiamarmi,

e dopo seguito un lungo colloquio in presenza dei cardinali Altieri e

Antonelli, mi diè quella il carico di comporre un Ministero tutto di

laici, e dal quale fossero per concessione nuova trattati eziandio gli

affari esterni secolari. Io, quantunque conoscessi assai nettamente

che il conflitto era per rinnovarsi infinite altre volte, e nessuna

vittoria formale essersi guadagnata sulle pretensioni e le massime del

sistema sopradescritto; pure, volendo la fortuna che il nome mio avesse

in quei giorni arbitrio di racquetare la città e ricomporre l'ordine

pubblico, e considerando la gran ruina che cagionava l'abbandonarsi

affatto da noi Romani la guerra dell'Indipendenza, accettai la datami

commissione; e mercè della cortesia ed annegazione degli onorevoli

miei colleghi, venne il dì dopo costituito il nuovo governo, e la

città e le provincie quasi per incantesimo ricondotte all'usuale

tranquillità. Fu in sulle prime nostra gran cura, non potendo mettere

in atto se non la minima parte delle riforme ed innovazioni che i tempi

chiedevano, di significare almeno e dichiarare in faccia all'Italia

ed al mondo cattolico, qual modo noi credevamo più razionale insieme

e più pratico per conciliare le differenze, mettere in buon accordo

lo spirito dell'autorità assoluta e quello della libertà, convertire

tutte le forze dello Stato al fine massimo e santo dell'Indipendenza

nazionale, e cavare dalle condizioni speciali di Roma e della civiltà

sua un principio eterno ed universale d'inconcussa moralità e di vero

sociale perfezionamento: conciossiachè io scorgeva assai manifesto, che

alle tante ed inopinate rivolture d'Europa mancava la fede profonda nel

bene e nella giustizia, il concetto chiaro degli uffici e delle virtù

cittadine, e il sentimento vivo, operoso ed assiduo del dovere.

Le quali tutte cose noi pronunziammo in uno scritto che, il 9 giugno

del 1848, aprendosi per la prima volta i Consigli deliberanti,

leggemmo pubblicamente dalla tribuna, e fu domandato il programma del

Ministero. In esso proposesi quella sola ed unica forma di concordia

e armonia sincera e durevole fra la libertà e il papato, la qual

consisteva principalmente a distinguere e separare al possibile nella

persona medesima il regno spirituale dal temporale; e che il primo si

esercitasse dal Pontefice immediatamente con ogni pienezza di autorità,

l'altro fosse delegato in massima parte e lasciato all'arbitrio delle

due Camere, e dell'opinione più generale e più savia. Il perchè, «se

il governo rappresentativo (diceva il Programma) non esistesse in niun

luogo, inventar dovrebbesi per queste Romane Provincie.» Dalla quale

separazione leale e profonda sarebbersi in ultimo originati quei due

gran beni che il mondo moderno desidera e spera di effettuare; cioè a

dire, che la religione s'adusi a vivere in mezzo alla libertà, e che

questa si purghi, s'infiammi e nobiliti nella religione. In tal guisa

poteva da Roma procedere un influsso nuovo e universale di civiltà,

e noi Italiani ripigliare qualche insigne porzione della preminenza

antica. Essendochè «non sempre (affermava quel nostro scritto) la

grandezza dei popoli è da misurare dall'ampiezza del territorio e dalla

potenza delle armi. Imperocchè ogni vera e salda grandezza scaturisce

dall'intelletto e dall'animo. Epperò, in questa nè molto ampia nè

formidabile provincia italiana, noi tuttavolta siamo chiamati a

grandissime cose.(A)[32]

Ma tutto ciò non fu che un voto, e una professione accademica di

principj: nel fatto, il Ministero che da me prese il nome, sostenne dai

partigiani del vecchio sistema tal guerra e così contumace e furiosa,

da rendere vano ogni accordo e impossibile ogni transazione. E perchè

v'abbiate, o concittadini, un saggio della tenacità e ignoranza con

cui le intenzioni nostre e i disegni e le opere si combattevano e

denigravano, vi basti di sapere quello che dissero e fecero contro

una delle più pure e sante e insieme delle più civili e lodevoli

istituzioni da noi proposte, io vo' parlare del Ministero della

pubblica beneficenza. Qual cosa, in nome di Dio, era più conveniente

a un Pontefice, che dare al mondo l'esempio di reputare la pubblica

beneficenza e l'educazione del popol minuto una materia sì degna e

pia e sì grave e sollecitosa, da doversi raccogliere in un ministero

speciale e a quella sola materia applicato? Massimamente che, nella

nostra proposta di legge, gli ordinamenti, i metodi e le pertinenze

date a quel ministero mostravano con quanta saviezza (sia lecito

dirlo) erano scansati i due scogli in cui rompe il presente secolo; di

accettare, cioè, come praticabili e vere mille funeste utopie; o, per

lo contrario, di non degnare neppur di uno sguardo quelle quistioni

che versano peculiarmente sulla condizione e la sorte delle classi

più disagiate, quasi bastasse per attutire e sopprimere i fatti il

non tenerne conto e il non ragionarne. Ma gli avversarj nostri ci

accusavano al Principe di favorire e promuovere il socialismo, e che

era mio pensiero ripetere in Roma le prove sfortunatamente fatte dal

Blanc in Parigi.(B)

Con tutto ciò, io non mancava, o concittadini, nè alcuno de' miei

colleghi, di sostenere la lotta animosamente, e di proporre in

Parlamento profittevoli leggi, seguendo una ragione di stato schietta,

generosa e manifestamente amica d'ogni legale progresso. Avanzarsi

all'acquisto di più larghe franchigie, svolgendo e applicando le già

conseguite, e avvezzando i popoli all'osservanza scrupolosa della legge

e del dritto. Iniziare la vita politica vera, sì con l'esercizio intero

e comune delle libertà municipali, e sì faticando all'educazione delle

povere plebi, e attraendole col benefizio e con l'istruzione inverso i

nuovi istituti. Comprimere le sètte, fomentar la concordia, in nulla

cosa operare come fazione, ma sempre e in tutto come tutela comune e

imparziale. La diplomazia, franca, leale e severissima osservatrice

dei patti; come fu mostrato nella capitolazione di Vicenza e Treviso,

contro il volere di molti, e il fatto e le suggestioni d'altra

Provincia italiana. Primo d'ogni mezzo governativo, la moralità e

l'esempio. Suprema cura, l'Indipendenza nazionale e ajutare l'armi di

Carlo Alberto senza gelosia e secondi fini, con fede e disinteresse di

buoni italiani.(C) A queste mire salutevoli ed alte io volgea la mente

e l'azione, allorquando sopraggiunse il gran disastro di Custoza. Il

quale richiedendo partiti forti e ricisi, furono dal Ministero risolute

alcune proposte di legge da recarsi ai Consigli, vigorose, efficaci

ed ai casi proporzionale. Ma dal Principe non vennero consentite.

Perlochè apparendo chiaro a me ed ai miei colleghi di non potere più

oltre servire lo Stato senza diservire l'Italia, uscimmo dal Governo,

e commettemmo quel dì medesimo ad alcuni amici e fautori di recare

invece nostra quelle proposte dinanzi alle Camere. Così ebbe fine il

Ministero dei 2 di maggio, al quale insino all'ultimo durò ostinato e

fedele il favor popolare. Tornato io ai semplici uffici di deputato,

credo che non vi siano cadute della memoria parecchie provvisioni da me

suggerite e discusse nel Parlamento, e da esso accettate, con sempre un

fine medesimo, il quale era di por mano dal lato nostro a tutti i mezzi

operabili e a tutti gli spedienti arditi ed insoliti per ristorare la

fortuna delle armi italiane Io fo conto che tra voi, cittadini, non

sia nessuna di quell'anime fredde e accidiose cui parve allora cosa

ridevole che, per virtù d'una mia proposta, le Camere e il Ministero

invitassero le moltitudini a crescere e raddensare le file de' nostri

soldati, e a combattere tutti alla disperata e per ogni dove contro

gli Austriaci. Ma che io non proponessi e le Camere non approvassero

alcun concetto vano e fantastico, ben lo provarono i Bolognesi, che

soli, inermi e disordinati, cacciarono pur nondimeno dalle porte loro

molte migliaja di Tedeschi agguerriti, e per fresca vittoria orgogliosi

e feroci. Dal qual fatto è lecito di trarre misura di quello che

l'ardore de' nostri popoli avrebbe adempiuto se ajutavali prontamente e

gagliardamente il Governo.

Ma i nostri avversarj avevano fermo in cuore di non dare alcun esito

alle deliberazioni del Parlamento; il quale, perchè non mai desisteva

dal suo proposito e sempre ragionava d'Italia, d'indipendenza e di

guerra santa, venne alfine prorogato. Io non mi spiccherò punto dal

mio subbietto per raccontarvi come tornato, o compaesani, in mezzo di

voi, e fatto pensiero di ripigliare gli antichi studj, mi giungesse

invito di recarmi in Torino per assistere di persona a un congresso

promovitore della Confederazione Italiana; e come ciò parendomi cosa

di gran momento e promettitrice di sommo bene alla patria nostra, io

reputassi di dovermi subito metter in via, e sostenere nuovo disagio e

fatica.

A voi debbo unicamente e insino alla fine dar conto esatto del vostro

mandato. E però vi dico, che giacendo io infermo in Genova di non

leggier malattia, pervennemi notizia, che in una grave e sconcia

sommossa accaduta in Roma il dì 16 di novembre, s'erano al Santo

Padre proposti dal popolo alcuni nomi per un Ministero nuovo, e che

il mio era in capo di lista. Colpito dalla singolarità del caso più

che da altro pensiero, mossi affrettatamente da Genova, e per via

fummi recapitata la lettera in cui, per dispaccio dell'Eminentissimo

Segretario di Stato, io veniva dal Papa chiamato a reggere il ministero

delle corrispondenze esteriori. Similmente, m'istruivano le gazzette,

che i desiderj del popolo non erano andati più oltre di quel Programma

che io leggeva già in Parlamento; e solo, facevasi domanda calorosa e

formale di vederlo eseguito con lealtà e per l'appunto. D'altra parte,

osservando io che nella lista proposta dal popolo il Principe avea

cancellato alcun nome e supplito con altri in essa non designati, e

che similmente in luogo dell'Abbate Rosmini non accettante avea posto

il Decano di Rota Monsignor Muzzarelli, mi recavo a credere che Sua

Beatitudine volesse con tali mutazioni mostrare, non avere in ultimo

nella formazione del Ministero preso consiglio da altri che da sè

stesso. Ma giunto in Roma (il che fu otto dì incirca dopo i tristi casi

del 15 e 16), mi avvidi subitamente, che niuna cosa era concordata

e accettata, quantunque molte apparenze il contrario annunziassero;

e però, non volendo io tornare con eziandio peggior condizioni al

conflitto e travaglio del primo mio ministero, mi risolveva del tutto

a non consentire all'offerta; quando il 25 a mattina, Roma fu piena

della subitanea e soppiatta partenza del Papa. Allora, considerando

il pericolo grave in che rimanea lo Stato di non avere chi lo

reggesse, e di nuocere notabilmente al successo della Causa Italiana;

e considerando più ancora, che il Papa, in luogo d'ogni ordinamento e

d'ogni disposizione acconcia al bisogno, erasi ristretto, partendo, _a

raccomandare al Ministro Galletti e a tutti gli altri Ministri l'ordine

e la quiete della città_, secondo che vedesi scritto nella lettera

autografa al signor Marchese Sacchetti; a me parve quasi atto di

pusillanimità il persistere nel rifiuto, e quel dì medesimo entrai al

governo.

Non però ch'io non presentissi la guerra che d'ambo i lati avrei

sostenuta, e il difetto pressochè intero di autorità e di forza per

superarla; il che mi piacque più d'una volta di esprimere e dichiarare

dalla tribuna, e giunsi perfino ad assomigliare quella trista vita

ministeriale ad un'agonia:[33] ondechè, lasciando a ciascuno l'arbitrio

di giudicarne a suo modo, a me la coscienza testimonia e confessa, che

quell'entrare al governo fu dal mio lato un penoso atto di annegazione.

Gli ultimi nodi di amore e fiducia tra il popolo e il principe erano

spezzati; niun dubitava che a Gaeta i partigiani del vecchio sistema

avrebber tenute ambo le chiavi del cuore di Pio IX, e sbanditone a

poco a poco i pensieri più miti e più al secolo confacenti. La fuga di

Lui dava principio ad un gagliardo e vasto macchinamento di repulse,

di proteste, di monitorj, da quei partigiani apparecchiato, e intorno

al quale travaglierebbersi con tanta maggior passione, quanto le

umiliazioni in Roma sofferte erano state più numerose e pungenti.

Scomparso il Pontefice, lo Stato, speravano essi, traboccherebbe

nell'anarchia: quindi la stanchezza e lo sdegno dei popoli; quindi

un piano e naturale ritorno all'antica dominazione, senza bisogno

d'armi straniere; a peggio andare, quelle armi chiamate e sollecitate

verrebbero. D'altra parte, accanto a questi errori e perfidie della

corte di Gaeta, crescevano in Roma le smoderanze dei democratici; a

molti dei quali la sommossa del dì 16, ch'elli chiamavano rivoluzione,

pareva non aver recato frutto nessuno; e, secondo l'usato, accusavano

il Ministero di timidezza e d'ignavia: attesochè, a giudicio loro,

il sol fatto da farsi era proclamar la repubblica; il rimanente valea

come nulla. Le altre Provincie Italiane non si attentavano ancora di

giudicare; ma la diplomazia europea s'inveleniva contro di noi ogni

giorno più. E per vero, un Pontefice stato non molto tempo innanzi

il Dio degli Italiani; chiamato da essi tutti Salvatore e Liberatore;

creduto un vivente miracolo della Provvidenza, e levato al cielo con

lodi tanto superlative, che mai sulle bocche degli uomini non suonarono

le maggiori, doveva a forza destare in Europa gran compassione della

mutata fortuna, correndo voce per tutto, ch'Egli era costretto a

riparare e salvare in terra non sua non pure la maestà del pontificato,

ma la persona propria e la vita. S'aggiungeva a questo l'interesse per

ciascun potentato di non dispiacere alle sue provincie cattoliche;

poi la voglia d'ingerirsi nei fatti nostri, e tirarli ognuno al suo

pro. Forse a tali ragioni accompagnavasi un'altra migliore e di più

rilievo. Chi regge gli Stati sente più al vivo il bisogno di fondarli

in cosa ferma e inconcussa; e tanto esso desidera di conservare e di

ristaurare, quanto il popolo, impaziente e voltabile, di demolire e

mutare. Meraviglia non è, pertanto, se negli uomini d'alto affare,

sgomentati dall'accumularsi rapidissimo di tante rovine, è subito nata

una grande sollecitudine per le potestà e prerogative temporali del

Pontefice; giudicando che solo dalla religione possa oggimai rampollare

alcun principio di autorità, e alcuna virtù permanente, capace di

architettare più tardi e ricostruire sul sodo l'ordine intero sociale.

E perchè poi non si avvedono come la religione stessa, immobile nella

sostanza e nelle forme mutabile, dee con le nuove condizioni civili o

innovarsi o scadere, tutta la prudenza loro a rispetto di ciò consiste

a voler serbare intatto e inviolato (se fia possibile) ogni muro e ogni

pietra della fabbrica antica, e mostrarsene zelatori poco opportuni e

poco creduti.

Posta, dunque, tal natura di casi e tale singolarità di opinioni,

agevolmente se ne cavava ciò che il Governo dovea volere e tentare.

Alla crescente discrepanza degli estremi partiti conveniva procacciare

un termine molto sollecito, affine ch'ella non trascorresse

tant'oltre da giungere tardo qualunque rimedio. All'incertezze e agli

arrischiamenti di quel viver politico, ed alle speranze perverse che

fondavano gli avversarj sugl'intestini sconvolgimenti, doveasi opporre

una gran cura dell'ordine e quiete pubblica, e l'unione e consenso

massimo tra tutti i magistrati e rettori. Alle accuse maligne e alle

nemiche intenzioni della diplomazia facea mestieri rispondere con

la ragione patente del dritto, e con l'osservanza continua e gelosa

della legalità, e serbando scrupoloso rispetto e favore alle cose

singolarmente di religione e di culto. Infine, ogni altra diligenza

e fatica era d'uopo voltare alle armi, ed apparecchiar gli ajuti alla

guerra non evitabile e già soprastante. Tutto ciò per appunto facemmo,

od almeno iniziammo e tentammo io e gli ottimi miei colleghi; e tanto

parve opportuno e assennato questo operare all'universale, che le

Camere, il Municipio ed ogni ordine di cittadini con noi s'accostò e si

strinse; nè mai s'è veduto concordia tale in congiunture tanto strane e

pericolose; e nulla valse a spezzarla finchè stettero quelle massime, e

il Governo lor tenne fede.(D)

Ben vi è nota, o concittadini, la prima protesta di Pio IX, data in

Gaeta il 27 di Novembre e giunta in Roma il 3 del seguente mese. Da

lei era invalidata qualunque cosa pigliava radice dai fatti tumultuosi

del 16 di Novembre; e a dare poi un capo al Governo, rimasto tronco e

spartito, chiamavansi a reggerlo sette persone, di cui sole quattro

stanziavano in Roma, e di queste una sola non si occultò. Io ed i

miei colleghi, appena fummo sicuri che il Santo Padre infirmava ed

aboliva l'autorità nostra, subito rassegnammo per lettera gli uffici

ministeriali al Pontefice, e da questo lato ogni difficoltà era

rimossa. Ma durava l'altra infinitamente maggiore della Commissione

nuova governativa, la quale non adunatasi mai, e mantenendosi

inoperante e invisibile, avea più forma di sogno che di realtà; tenea

nascosto il mandato e gli altri carichi ricevuti, nè in verun modo

eseguivali; non parlava, non iscriveva, e interrogata e pregata non

rispondeva. Così la città, così le provincie senza governo alcuno si

rimanevano. Il che non potendo stare, massime in tempi straordinarj

e scomposti, le Camere affrettaronsi a provvedere in buon accordo

col Ministero; e questo continuò in via temporanea a reggere la cosa

pubblica; quelle decretarono che una deputazione di ottimi cittadini

scelti ne' due Consigli fosse mandata al Pontefice, e l'istruisse

della condizione vera della città. — La protesta di lui non avere fatto

ricredere alcuno, e invece avere inaspriti gli animi e dato ansa agli

esagerati: volesse tentare le vie di conciliazione, restituirsi alla

sua metropoli, o scegliere alcuna città dello Stato ben accomodata

all'uopo. Ciò non volendo, creasse almeno una Giunta di Governo

effettiva e non apparente, e le cui facoltà bastassero a farle tenere

il luogo del Principe, giusta i diritti e gli usi costituzionali.

Non potersi ai due Consigli addirizzare rimprovero alcuno fondato

e legittimo. Se le forme costituzionali valevano, le Camere dovere

accettare que' Ministri che presentavansi loro con lettera di nomina

sottoscritta dal Cardinale Segretario di Stato; ma se il Pontefice

avea ceduto alla forza ed all'apprensione del peggio, questa medesima

apprensione occupare l'animo dei due Consigli, e scusare gli atti di

adesione con cui si evitavano mali ed esorbitanze molto maggiori.

L'Europa intera e la più parte de' suoi Monarchi non essere stati

esenti da simili coazioni, ed anzi da assai più fiere e più sanguinose.

Ai deputati delle Camere, il Municipio romano volle aggiungere i suoi,

l'un de' quali fu il senatore stesso Tommaso Corsini. Ma e questo e

gli altri tutti ebbero impedito l'accesso al principe, non per qualche

accidente o per arbitrio di subalterni, ma per comando espresso

di Pio IX, significato da lettera del Cardinale Antonelli, nuovo

segretario di stato. Fu nel parlamento allora vinto il partito, che si

elegessero commissarj i quali, congiunti col Ministero, pensassero a

proporre alcuna provvisione e risoluzione proporzionata alla gravità e

straordinarietà degli avvenimenti. Io posso affermarvi, o concittadini,

che da noi ministri e dagli eletti del Parlamento fu, non ostante

la cortezza del tempo, ricercato ogni modo di accomodamento, e fatto

fare appresso il Pontefice gli ultimi uffici e l'ultime supplicazioni.

Alfine, convenimmo nella determinazione di proporre ai Consigli la

creazione di una temporanea Giunta di Stato, le cui ragioni, la cui

necessità e le cui pertinenze io non mi confido di farvi conoscere con

brevità e chiarezza maggiore di quella che appare nel testo medesimo

del decreto da noi promosso nelle Camere, e il quale io trascrivo qui

tutto intero, perchè confèssovi di averlo per un dettato non indegno

della prudenza civile degli Italiani.

«Governo Pontificio — Considerando che gli Stati Romani si reggono a

governo rappresentativo, e godono dei diritti e delle guarentigie di

uno Statuto costituzionale.

Che lo Statuto ha per fondamento la distinzione e insieme la

connessione di tre poteri, e che ove uno di essi faccia difetto, il

reggimento costituzionale è manco e non può adempire i suoi fini.

Che nella notte del 24 Novembre scorso, il Pontefice si è allontanato

da Roma, e non à lasciato alcuno a tenere le sue veci.

Che il foglio dato in Gaeta il 27 Novembre, in cui si nomina una

Commissione governativa, manca delle debite forme costituzionali, le

quali servono anche a guarentire l'inviolabilità del Principe.

Che la Commissione governativa nel sopradetto foglio nominata, non

à palesata la sua accettazione, e in niun modo e per niuna parte à

esercitate le sue funzioni, e neppure si è costituita di fatto.

Che i due Consigli deliberanti, d'accordo col Ministero e col

Municipio, ànno procacciato di riparare a tanta perturbazione col

mandare messaggi al Principe, chiedendogli istantemente di tornare a

reggere la cosa pubblica.

Che i messaggi stessi non solo non furono ammessi nello Stato

Napoletano, ma invano adoperarono pratiche per essere dal Principe

accolti, e che altre pratiche più recenti, e altri uffici compiti

appresso di Lui sono riusciti affatto frustranei.

Che dimorando Egli in terra non sua, ove si vieta l'ingresso per ordine

superiore a qualsiasi deputazione a Lui indirizzata, e togliendosi

così ai deputati un diritto espresso nello Statuto fondamentale,

rimane incerto se egli sia in grado di godere della piena libertà

e spontaneità delle sue azioni, e giovarsi d'imparziali e benevoli

consigli.

Nè potendo qualunque Stato o città rimanere senza compiuto governo, e

le proprietà e i diritti de' cittadini senza tutela:

Dovendosi per ogni guisa e con ogni spediente rimovere l'imminente

pericolo dell'anarchia e di civili discordie, e mantenere l'ordine

pubblico:

Dovendosi conservare intatto lo Statuto fondamentale, il principato e i

suoi diritti costituzionali:

I due Consigli deliberanti, consci dei loro doveri, e obbedendo

eziandio all'assoluta necessità di provvedere in guisa alcuna regolare

all'urgenza estrema dei casi, con atto deliberato da ciascuno di essi

in seno del proprio Consiglio,

Scritti politici · 第 205 / 310 题