Adì detto.
I Pari di Francia proseguono da qualche giorno a discutere, con
la pacatezza loro ordinaria, l'allocuzione al re, o, come dicono,
l'indirizzo. Il solo incidente gradito e favorevole a noi Italiani è
stato un paragrafetto che vi si volle inserire, dove si parla con lode
di Pio IX e delle riforme iniziate da lui in Italia; cosa dimenticata
affatto nel discorso regio, non senza un po' di maraviglia di tutti i
Francesi. Ai ministri è paruto bene, scorgendo l'assentimento pressochè
unanime, accettare la cosa con garbo, e come se non inchiudesse biasimo
del silenzio. Il Guizot ha ragionato a un dipresso come ne' suoi
dispacci; e a riassumere la generale sentenza del suo discorso, basterà
di notare questo concetto, che mentre il popolo romano va intorno
al cocchio del Papa sclamando: «coraggio, Santo Padre, coraggio;» il
Guizot, in quel cambio, sembra dirgli ed anzi espressamente gli dice:
«adagio, adagissimo, Santo Padre. Oh Dio, vedete quanti pericoli e
quanti malanni. Ecco qua i Trattati, chi può toccarli? L'indipendenza è
delirio, la libertà non è matura, le teste bollono, l'Austria minaccia:
giudizio, per carità.» E se ciò consiglia il Guizot al Pontefice,
in cui (secondo suo dire) di costa al punto di movimento v'ha per
necessità un punto di resistenza continua ed invincibile, quali avvisi
ed ammonizioni andrem noi presumendo che porga ai principi secolari?
Ciò non ostante, noi ripetiamo che la buona propensione del governo
francese ci è cara, e gliene sappiam grato. Ma vedesi aperto, ch'ella
non può contentare l'opposizione parlamentaria, perchè questa dee
reputare che a un sì potente e sì liberale paese come è la Francia
conviene qualche cosa di più attivo e di più gagliardo. Onde, agli
occhi degli opponenti il sistema politico del Guizot dee far la
comparsa d'un guardiano di serraglio, alla custodia del quale sia
consegnata la pace d'Europa, bellissima favorita del suo signore.
Parecchi in tal discussione son venuti tratteggiando lo stato e le
condizioni d'Italia; ma, per nostro avviso, chi meglio di tutti ne ha
giudicato, è senza dubbio il Cousin. Il luogo ed i tempi, le ricordanze
di sua passata dignità e forse l'aspettazione della futura, hanno fatto
il suo parlare moderatissimo e assai contegnoso; ma, non pertanto,
egli ha dimostrato abbondevolmente, che la risurrezione italiana e il
bene stare dell'Austria implicano contradizione, se pure a ciò facea
mestieri dimostrazione alcuna. Oh quante parole per provare che la luce
risplende! Anche il ministero ha gli occhi, e la vede: pur nondimeno,
che può far egli volendo tenersi amici e l'Austria e le popolazioni
italiane? Ma del discorso del Cousin, la parte che accogliamo più
volentieri è quella dov'egli ci porge consigli sinceri e non superbi,
affettuosi e non imperiosi; diverso non poco in questo da qualche altro
Pari, e segnatamente dal Montalembert, che mal conosce l'Italia e male
la giudica: il qual errore in sè non farebbe caso, considerandosi
che ai forestieri riesce poco men che impossibile il conoscere con
giustezza e il ben valutare le cose nostre. Ma perchè allora tanta
sicurezza nel sentenziare, e tanta solennità e autorità nell'ammonire?
Stima egli forse il Montalembert, che basti essere nato francese
ed aver seggio nel palazzo del Luxembourg, per assumere quell'aria
boriosa, e far cadere così dall'alto le sue parole su ventiquattro
milioni d'uomini? Chè se la nazione francese operasse alcun gran
sacrificio per la emancipazione de' popoli, potrebbesi pigliare in
pazienza l'alterigia de' suoi oratori. Ma dappoichè ella si ristringe
nel suo diritto e pensa solo all'utile proprio, noi consigliamo il
Montalembert e gli altri colleghi a dismettere affatto il linguaggio
che usano da protettori e da Mentori; chè l'Italia potrebbe a ragione
finire col prenderne un po' di spasso. In quel loro linguaggio si sente
chiaro ch'essi ci trattano, sottosopra, come fanciulli inesperti.
E per fermo, noi non possiamo saper daddovero ciò che dal tempo e
dalla pratica sola viene insegnato. Ma, di grazia, non doveasi perciò
appunto ammirare quella specie di virilità e di senno precoce, e quella
divinazione della scienza politica di cui dà prova al presente la
nazione italiana, involta come è, pur troppo, in casi ed in circostanze
le più intricate e le più malagevoli che dar si possano?
Per vero, il conte di Boissy à lodato la nostra saviezza, e ha
contraddetto con zelo l'esagerate paure e i sospetti non ben fondati
che molti Pari hanno fatto intendere circa alle mene settarie, e
all'immoderatezza dei desiderj e delle opere negli Stati della Lega. Ma
il bel cuore e il retto senso del vero non sempre sortiscono il dono
delle belle parole; e quell'egregio signore ha confermato un poco il
proverbio, che un mal destro amico equivale a un nemico.
Noi dobbiamo, poi, ringraziamenti caldi e pienissimi alle parole
d'incoraggimento e di affetto che Vittore Hugo ha pronunziate. Il
risorgere dell'Italia è di necessità una vivente e magnifica poesia;
e però nel cuor d'un poeta doveva essa spegnere tutti i pensamenti
politici e tutte le arguzie parlamentarie, per solo lasciar campeggiare
e risplendere una ammirazione durevole e una speranza sublime.
(Dalla _Lega Italiana_.)