Adì detto.
Ci corre all'occhio il programma d'un nuovo giornale nizzardo, col
titolo l'_Eco dell'Alpi Marittime_. I compilatori annunziano di aver
gran fede nel moto vitale e rigeneratore che penetra e fa risentire
di mano in mano le più morte membra di nostra nazione. Desiderano con
ardore il risorgimento suo, la vogliono libera e indipendente, e si
professano e chiamano Italiani di sangue, Italiani di cuore. Ma, cosa
stranissima, ei dicono e ripetono tutto ciò in francese! Per prima
testimonianza dell'animo loro italiano, abiurano l'armonioso idioma di
Dante; e per primo atto d'indipendenza, fannosi servi d'un linguaggio
straniero, il quale tenta di snaturare e viziare sì fattamente il
nostro, che sarà dura e lunga fatica a guarirlo e salvarlo. Ei sembra
che pur anche a que' giornalisti sia caduto in mente un qualche
sospetto della loro stranezza; ma tosto l'hanno cacciato da sè,
racchetandosi con questa ragione, che _dobbiam cercare un po' meno
quello che ci divide, e molto di più quello che ci ravvicina_. O bella
o bella davvero! Ma, signori giornalisti nizzardi, noi per serbare
appunto e convalidare, quanto ci è dato il meglio, ciò che ne può
tenere uniti, abbiamo carissima la nostra lingua, solo segno visibile
e universale della comunanza del sangue, solo retaggio rimasto della
mente e gloria degli avi. Come ad ogni nazione è sortita una forma
propria intellettuale, così è sortito da Dio un organo particolare a
significarla. In esso, in quell'organo particolare e mirabile, sta la
nostra effigie, il nostro stemma, la nostra bandiera; in esso è quel
tesero antico ed inestimabile che nè il correr del tempo, nè le somme
sventure, nè il servaggio lunghissimo, nè la stessa nostra incuria
e viltà ci hanno potuto involare. Signori giornalisti nizzardi, voi
ci avete ferito, senza volerlo (crediamo), nella più nobil parte del
cuore. Certo, voi siete arbitri e liberissimi di parlare e scrivere la
lingua che più v'aggrada. Ma chi non parla e non iscrive la nostra,
dee sentirsi dire con qualche sdegno da tutti i buoni Italiani: — A
che mentite il nostro nome, o signori? a che v'accostate al nostro
banchetto? Uscitene, noi non vi conosciamo. —
(Dalla _Lega Italiana_.)