DEL FATTO DI LIVORNO.

Adì detto.

Gli ultimi casi di Livorno rattristano l'anima, perchè sono la prima

nebbia che sorge a intorbidare il sereno della nostra rigenerazione.

Ma forse il male non è tanto grave e profondo, quanto si mostra di

fuori: e a niuno poi venga in animo, come scioccamente fu detto, che

gl'imprigionati cospiravano a pro dell'Austria. Egli non è possibile

ormai in Italia rinvenire dieci persone di mediocre fama, e di vita

e condizione alquanto civile, che accolgano in seno un desiderio così

vile insieme e così scellerato. Se in quegli uomini si troverà colpa

(e speriamo che no), sarà colpa di fanatismo. Non perde subito una

nazione i modi e gli usi funesti a cui l'han menata le sventure e la

tirannia. Si cospirò per lunghissimi anni, e a mali estremi, e che

parevano inemendabili per altra via, si cercarono rimedj violenti e non

sempre legittimi. Si brandì il pugnale accanto alla mannaja, il secreto

fu contrapposto al secreto, l'inquisizione settaria all'inquisizione

di Stato; e, insomma, come i medici temerarj costumano, a fieri veleni

riparossi con altri più fieri e mortali. Forse ad alcuni, que' mezzi

sono paruti ancor necessarj; forse la inconsideratezza dell'ira e

i pungoli dell'orgoglio hanno fatto gabbo alla coscienza e velo al

giudicio. Di più non diciamo, e più là non vogliamo andare colle

presunzioni e i supposti. È debito di carità e di giustizia il non

aggravare coi sospetti e con la baldanza delle parole gente che sia a

repentaglio della vita e dell'onore, sebben della vita non crediamo e

non paventiamo. Nella felice Toscana, fra gli altri esempj di sapiente

mansuetudine che i Principi Lorenesi hanno dato non pure all'Italia,

ma sì all'Europa, questo è il maggiore ed il più solenne; di avere,

ottant'anni addietro, abolito il crimenlese. Poco stanno discosto da

noi que' giusti e benigni tempi, in cui non dico non si puniranno di

morte e d'altri gravi castighi gl'imputati di mere colpe politiche,

ma si prenderà maraviglia che ciò abbiasi potuto praticare per

secoli da tutto il mondo civile e cristiano, come si stupisce oggidì

dell'avere cercata e scrutata la verità con l'opera dei tormenti. Dove

cessa l'evidenza del reato, là cessa il diritto di punire; e v'ha,

pur troppo, infinite quistioni di giure sociale e politico in cui la

ragione vacilla, e il comune senso morale non dá risposta patente e

assoluta.

Noi non dubitiamo che agli imputati di Livorno non debba, nel processo

a cui danno materia, apparire manifestissimo, quanto il dominio della

pubblicità torni loro giovevole, e quanto gli amici e fautori di

libertà (nelle cui mani sono) procaccino e studino, anzi ogni cosa, la

imparzialità e integrità dei giudicii: o se questo vuol esser vero per

tutti, maggiormente desideriamo che sia per coloro, alcuni de' quali

hanno con noi sospirato e sofferto per la redenzione della patria.

Li tenemmo, pur jeri, compagni ed amici; non può il nostro cuore

assuefarsi a un tratto a stimarli nemici odiosi ed abbominevoli.

Ma un'altra osservazione importante vien subito fatta a chi bada un

poco a cotesto avvenimento. Il Governo Toscano è sembrato scarseggiar

sempre di forza, di attività e di speditezza. I tempi, infrattanto, da

quetissimi e sonnolenti son divenuti svegliati e vivi. Gli spiriti,

prima indolenti e molli, hanno contratto in poco d'ora alcun che

dell'antica febbre repubblicana. Tra le città poi toscane, Livorno è la

più ardente e più malagevole a governarsi. Un bel giorno, moltitudine

grande adunasi quivi in piazza, gridano armi, vogliono armi. Al

gonfaloniere ed ai superiori vien meno ogni modo di acchetarli. Creasi

a voce di popolo una deputazione, la quale in breve intervallo sembra

fatta signora della città ed arbitra delle cose. Le viene comandato di

cessare e scomporsi; ed ella, a rincontro, dichiara sè stessa organo e

rappresentanza vera del popolo livornese, e pon la sua sede nel palazzo

municipale. In questo mezzo, giunge il ministro Ridolfi, che per

primo atto fa in ogni quartiere assembrare la Civica: questa obbedisce

volonterosa e prestissima, e quattro mila cittadini già stanno accolti

e armati sotto le insegne. Entrasi in molte case, imprigionansi

cittadini non volgari, e parecchi de' quali erano principalissimi

tra i deputati; quindi son menati sul vapore reale il _Giglio_, e

condotti a Porto Ferrajo. Tutto ciò in qualche ora, con risolutezza,

con facilità e corampopulo. Ogni cosa ritorna in quiete; la città

ripiglia i negozj; in niuna parte è spavento, in niuna è sdegno e

rancore. Or che è questo? donde viene al Governo Toscano tanto vigore,

tanta prontezza, un fare sì animoso e sicuro, e il sapersi appigliare

a partiti forti e recisi? Da due cose ciò proviene: dal muovere che

fa il Governo i suoi passi di pari con l'opinione, e dal munirsi e

fidarsi compiutamente nell'armi cittadine. La Guardia Civica riesce in

Toscana ciò che sempre, ciò che per tutto è riuscita; vale a dire lo

scudo e il palladio dell'ordine pubblico, e il sostegno della libertà

vera e durevole, non della avventata e mal ferma. Nel Governo Toscano

ben rincalzato dall'opinione e dall'armi cittadine, è non solo risorta

la gagliardia e l'attività, ma egli porge caparra sicura che di quindi

innanzi sarà del corpo della Lega Italiana un membro saldo, sollecito e

poderoso.

Che diranno di tali fatti coloro cui la virtù e il regno della

opinione mette sgomento? E quegli altri eziandio che diranno, i quali

si ostinano a giudicare e credere la Guardia Civica non più che una

istituzione militare, apparecchiata in casi di guerra a supplire e

spalleggiare l'esercito?

(Dalla _Lega Italiana_.)

Scritti politici · 第 79 / 310 题