Il _Débats_ delli 7 ci fa conoscere il testo di alcuni dispacci intorno
alle cose d'Italia mandati dal Guizot agli ambasciatori e ministri,
ed ora comunicati alla Camera. Sono tre lettere al conte Rossi in
Roma, una al conte Marescalchi in Vienna ed un'altra al conte di La
Rochefoucauld in Firenze; la sesta è in forma di circolare, e l'ultima
è indirizzata al signore di Bourgoing in Torino.
Chiunque si ponga a leggere cotesti dispacci, dee notare a bella prima,
quanto nei nostri tempi vada mutando il linguaggio dei diplomatici,
ovvero quanta diversa natura d'uomini sia quella che amministra oggi
i gran fatti politici. Per fermo, in essi dispacci v'ha un lusso di
generalità accademiche e un dissertare così vivo e abbondevole, che la
Sorbona li accetterebbe affatto per suoi. Il secolo, adunque, è gentile
se non vigoroso; gli uomini forse non grandi, ma pieni di facondia e
filosofia.
Noi confessiamo assai volentieri, che in tutte sette le lettere del
Guizot scorgesi aperto il buon desiderio del governo francese pel
risorgimento italiano. E di tal sentimento non può dubitare alcuno il
quale conosca la fine e classica civiltà della Francia, e pensi che non
v'è quasi villaggio colà ove non si spieghi Virgilio ed Orazio, e non
si stupisca dinnanzi alle tele o copiate od originali di Raffaele e di
Michelangelo. Del pari risulta da quelle lettere, che il Guizot vive
sempre in grave apprensione di veder trionfare i troppo infiammati, e
sembra stimare gl'Italiani non capaci ancora di più larghe concessioni
e più sostanziali riforme. Ma d'altra parte, com'egli ammira
sinceramente la saggezza insperata del popol romano, nè stenta ad
applicare simili elogi agli altri popoli della Penisola già ridestati,
a noi pare che se ne debba dedurre ch'essi sarebbero sufficienti a
molto maggior grado di libertà.
Sulle cose di Ferrara, spiace particolarmente al Guizot che il governo
Pontificio abbia posta la controversia in piazza. Ciò naturalmente sa
male a un diplomatico consumato, e gli sembra quasi una propalazione
indebita dei misteri e della scienza esoterica. Ma se i Tedeschi
invadessero un palmo solo del territorio francese, io sfido il ministro
Guizot a mantener quivi il secreto, la riservatezza, e la gravità dei
capitolati e dei protocolli. La lettera al Marescalchi, che appunto
s'aggira sul brutto frangente di Ferrara, è da un capo all'altro tutta
mite in verso dell'Austria, tutta lusinghevole e piena d'unzione;
e non v'ha neppure una fiammolina di sdegno, una favilla di giusto
risentimento. Certo, se il Papa non colpiva di religiosa paura il
capo medesimo dell'Impero, ognun può pensare quale difesa efficace e
gagliarda sarebbe uscita dalla dolce e tenera ammonizione del Guizot.
Pur troppo, i casi della Galizia ci fanno presumere che a Vienna le
orecchie non sono così delicate, e il cuore non così cereo come stima
l'insigne autore della Storia dell'incivilimento.
Vero è che nella lettera al La Rochefoucauld il ministro Guizot
accenna, così di passata, come il Papa abbia fatto richiedergli se in
certe date congiunture potesse fare assegnamento su d'una più attiva
cooperazione della Francia, e com'egli il Guizot crede d'avergli
risposto in modo da contentarlo. Ma qui il velo diplomatico diventa
sì fitto ed oscuro, da simigliare a quello che già copriva la statua
d'Iside, e non è più la intelligenza ma il cuore che giudica, e gli si
comanda un umile atto di fede.
V'ha però in queste lettere diplomatiche due proposizioni non pure
verissime, ma da stare ferme e inchiodate in mente degli Italiani.
L'una è nel dispaccio al signore di Bourgoing in Torino, e consiste in
dire che gl'Italiani s'ingannerebbero forte sperando la lor salute da
un rovescio di cose in Europa. L'altra è nella terza lettera al conte
Rossi, e la quale afferma che non bene opererebbono i principi nostri
a troppo tardare le riforme e le concessioni le quali fossero divenute
un'alta necessità di fatto. «In quella protratta aspettazione, dice il
Guizot, gli animi traviano per la foga pericolosa delle speranze e dei
timori soverchio aggranditi; e quindi colui che regge sembra cedere,
suo malgrado, all'urto popolare, dove in fatto egli obbedisce soltanto
alle persuasioni di sua coscienza. Il signor conte Rossi ha più d'una
volta ciò espresso con debita moderanza ai consiglieri del Santo Padre,
ed al Santo Padre esso stesso.»
Noi ringraziamo del dato consiglio e l'ambasciatore e il ministro, al
quale parimente dobbiamo e vogliamo esser tenuti della propensione
(quantunque un po' peritosa e non assai procacciante) che mostra
al bene d'Italia. Noi non ci poniamo tra quelli che da' forestieri
pretendono molto di più e molto di meglio, perchè sempre abbiamo
opinato che niuna nazione si salvi mediante l'altrui braccio: ed
esigere che le genti straniere vuotino per lo scampo nostro le loro
vene ed i loro scrigni, o mettano a repentaglio la pace che godono e i
negozj e le comodezze in cui vivono, ci compare, non sappiam bene, se
una sfrontatezza o una melensaggine: il rimproverarle, poi, fieramente
ed anzi svillaneggiarle perciò di continuo, come piace a molti, ci
sembra che senta del fanciullesco insieme e del vile.
(Dalla _Lega Italiana_.)