Tutta l'immensa pleiade di poeti, di romanzieri, di novellieri di bassa
forza, che non incontrano fortuna e che, malgrado il lavorìo di spalle,
non arrivano ad uscire dall'oscurità, potranno cessare i loro lamenti.
Se il pubblico è ignorante (lo battezzano sempre così quei signori!)
se le conventicole letterarie congiurano a danno di quei poveretti, il
caso non è disperato: le spese di stampa non sono mai perdute. Quelle
poesie, quei romanzi, quelle novelle, non comprese, resteranno per
uso di famiglia, e i fanciulli a colazione, a pranzo e a cena faranno
pasqua con i libri del genitore.
Ma ho detto uno sproposito. Nel duemila tutti i libri, tutti, saranno
comprati e gustati. E perchè no? Quelli che non vogliono passare per
il cervello si faranno passare per lo stomaco. Il benefico effetto si
avrà sempre. Che? vi siete dimenticato dell'apologo di Menenio Agrippa?
Lo stomaco è la grande Cassa di Depositi e Prestiti, è il quartiere
generale, da cui muovono tutte le forze di terra e di mare. Affidate un
libro a lui: dopo quattro ore quel libro sarà sangue di prima qualità;
e il buon sangue, voi lo sapete, dà buone idee.
Secondo vantaggio. Però questo secondo vantaggio sarà tutto a beneficio
dei critici. Dovete sapere che in Italia la professione del critico,
specie di quello un po' benevolo, è fastidiosa. Ogni giorno gli
piovono addosso una cinquantina di libri nuovi o rimessi a nuovo. E
il poveretto, per non essere chiamato scortese o peggio, deve leggere,
magari scorrere a volo di uccello quelle primizie ed avere una parola
di lode per tutti.
Domenico Oliva si lamentava con alcuni amici di questa pioggia
quotidiana. “Ma mi vogliono soffogare? Debbo io dormire, debbo
mangiare, debbo farmi una passeggiata, debbo attendere ai fatti miei?
Un bel giorno dirò sul _Giornale d'Italia_ che non leggo più libri!„
Signor Oliva, non lo faccia. Oggi è una noia, ma domani? Domani quella
pioggia sarà una manna. Cinquanta libri al giorno sono cinquanta
ciambelle per i suoi nipotini!
Terzo vantaggio. _Le journal de la librerie_ ci fa sapere che ogni anno
si pubblicano un miliardo e mezzo di volumi letterari; e se aggiungi
le pubblicazioni scientifiche, le riviste, i giornali, si arriva
all'infinito. Migliaia e migliaia di stabilimenti tipografici metton
fuori, a getto continuo, libri, libri, libri!
Giustamente molti si sono preoccupati di questa enorme quantità di
carta stampata e temono ohe forse un giorno questa pletora di libri, di
opuscoli, di fogli, inonderà la terra. L'immane produzione libraria ha
colto alla sprovvista le nostre biblioteche. Esse sono piene, strapiene
e non possono accogliere neppure un libriccino di poche pagine. Bisogna
allargarle, aggiungere nuove sale; ma aggiungi e aggiungi il mondo
diverrà tutto una grande biblioteca.
Fino a pochi anni fa, i libri vecchi o inutili si vendevano ai
droghieri, ai salumai per carta da avvolgere, e con un soldo vi davano
una bella salacca, chiusa in due sonetti del Poliziano o in mezza
egloga di Virgilio; ma adesso che la scienza ha scoverto nei libri
tutto un esercito di streptococchi, di stafilococchi, di bacilli di
Kock e di Therth, bisogna guardarsene.
Dunque che fare di tanti libri? Ricorrete al mare? profanazione;
appiccarvi il fuoco? sacrilegio.
Un lord inglese lasciò detto nel suo testamento che voleva essere
cremato con i suoi libri. Bel metodo per alleggerire un po' il peso,
e noi lo consigliamo a tutti quei signori che anelano alla postuma
voluttà di abbrustolirsi, pregustando così un anticipo d'inferno.
Ma anche alimentando i forni crematorî il problema non si risolve. I
posteri però, lo risolveranno. Si pubblicano un miliardo e mezzo di
volumi all'anno? E che? non ci sono altrettante bocche affamate?
Beati i nostri figliuoli che si troveranno a questi lauti banchetti
intellettuali!
E poi vengono a dirci che il mondo invecchiando peggiora. Due bugie.
Non invecchia, nè peggiora: diventa pratico!
L'ultimo saluto.
Mi dispiace, ma proprio in coda dovrò darvi una brutta nuova: un giorno
io che scrivo, voi che leggete, moriremo.
Cosa ordinarissima, lo so; ma ordinaria per gli altri, non per me. Io
sono abituato a veder morire; con la più grande disinvoltura accompagno
amici e nemici al camposanto; ma mi sembra quasi impossibile che la
morte debba colpire proprio me! Che muoiano gli altri, è naturale, che
debba poi morire io!... Io? Io che sto così bene di salute, che mangio
con appetito! Oggi parlo, penso, ragiono e sragiono, domani debbo
chiudere gli occhi e lasciarmi aggiustare come una salacca in una cassa
funebre più o meno dorata... No, non può essere!
Eppure è. La vita somiglia ad una cambiale. Alcuni, fortunati, l'hanno
a lunga scadenza, altri no. Io non ho potuto sapere a quale categoria
appartenga, ma ammesso pure che mi trovi tra i fortunati, da qui a
quarant'anni avrò fatto i miei bauli.
E quel che è peggio con la morte bisogna lasciare ogni cosa! Gli
antichi mettevano in bocca al defunto un obolo. Caronte voleva essere
pagato, e poi il danaro non è mai soverchio. I moderni, che non sono
superstiziosi e se ne ridono del tartareo barcaiuolo, non mettono in
bocca al defunto neppure un soldino. I marenghi restano in casa, e la
famiglia, dopo pochi giorni di lutto stretto, li divide con lo Stato,
il quale, con la leonina tassa di successione, si è solennemente
dichiarato primo erede di tutti quelli che lasciano qualche cosetta
mobile o immobile. Ciò non m'inpensierisce. Io nulla lascio, perchè
nulla posseggo. Non ritorno nudo in seno alla madre comune per decenza
e perchè un abituccio costa poco.
Anzi debbo dire la verità: la morte non mi fa paura per la
semplicissima ragione che quando essa viene, io me ne vado. Mi fa
invece paura la vecchiaia.
Noi tutti ci auguriamo di vivere cento anni e saremmo capaci di tentare
ogni cosa pur di giungere a questa cifra tonda, senza sapere quanto è
doloroso l'ultimo trentennio!
La vecchiaia, brr! I poeti l'hanno paragonata al tramonto, all'inverno:
similitudini pietose! La vecchiaia non ha paragoni. Dopo i settanta non
si vive più: le gambe non vogliono saperne, lo stomaco chiude il suo
gabinetto chimico, il tubo maestro è quasi sempre ingombrato, i polmoni
sfiatano da ogni parte, insomma locomotiva e vetture non funzionano.
E si potesse almeno mangiare a proprio gusto! Niente maccheroni al
sugo, niente fritture, niente aromi. Latte e brodo, brodo e latte:
si ritorna bambini. Vi nuoce il caldo, vi nuoce il freddo, vi nuoce
l'umido, vi nuoce il levante, vi nuoce il ponente: tutti i punti
cardinali vi danno fastidio! Dei trecentosessantacinque giorni appena
una ventina sono per voi, gli altri si passano inchiodati sulla fida
poltrona o a letto. Il medico? È inutile chiamare il medico. Questo
signore accoglie con un sorriso canzonatorio tutti i vostri malanni
e mette sempre in campo l'età. Non potete dormire? è l'età; vi duole
la testa? è l'età; sentite un ronzìo nell'orecchio e un peso nello
stomaco? è l'età. A credergli, questa benedetta età ha messo l'anarchia
in tutte le parti del corpo.
E in casa non siete più il Pontefice Massimo, lo Zar delle Russie, nè
potete più dire: “Così voglio, così comando.„ Nessuno vuol sentirvi.
Finanche la vostra signora, che si mantiene un po' meglio in sesto, vi
sopporta a stento e spesso spesso esclama: “Come sei noioso! Faresti
passare la pazienza anche a Giobbe!„
Per me, visto e considerato che la vecchiaia è un anticipo di
Purgatorio, se grazie a Dio e al medico di famiglia, metterò il piede
nel settantesimo anno, ho stabilito di non dare noia a chicchessia.
Convinto di non appartenere più nè alla milizia attiva, ne alla
territoriale, starò al mio posto di semplice pensionato e, pur di
non far perdere la pazienza agli altri, cercherò di essere io un vero
Giobbe.
*
* *
E intanto come passare quei giorni? I nipotini vi vogliono bene, ma si
seccano di stare sempre col nonno; le nuore, i generi, la persona di
servizio, il portinaio, tutti, tutti dicono che voi siete pesante. E
dunque? Sentite: Cicerone, l'unico che ebbe la buona idea di consolare
i vecchi con un bel libro, che si legge dai giovani, dice: “Non credere
che la vecchiaia sia addirittura un supplizio. Se possiedi un orto e
una biblioteca, nulla ti mancherà.„
L'orto? L'orto era possibile a quei tempi: oggi no. Specie in città
il suolo costa, e invece di piantarvi aranci o fiori vi si edifica una
palazzina.
Ma Cicerone, da uomo di mondo, aggiunge subito: “Del resto l'orto non
è poi tanto necessario: basta la biblioteca„, e ricorda tanti vecchi,
greci e romani, che trascorsero gli ultimi anni in mezzo ai libri e
furono felici.
Facciamo tesoro di questo consiglio, e gli ultimi anni passiamoli qui,
nella stanza da studio. Quando tutti ci abbandonano, quando ci vediamo
soli, in mezzo ad una generazione che non ci comprende, che non ci
sopporta, chiudiamoci in questo sacro eremitaggio. Qui troveremo gli
amici della nostra infanzia, i compagni dei nostri studî prediletti.
Venga, venga la vecchiaia, con i suoi acciacchi, con i suoi disinganni,
con le sue ingratitudini, con i suoi rimpianti: finché avremo un libro,
avremo un consolatore.
E venga anche la morte. Quando tutto ci dirà che bisogna partire,
noi ci faremo condurre qui, in questa stanzetta di pochi metri, dove
abbiamo trascorsa la maggior parte della nostra vita. E quando il
nostro cuore darà l'ultimo palpito, quando la nostra intelligenza
avrà l'ultimo bagliore di luce e ci sembrerà sentire tanti suoni
impercettibili, tante voci misteriose allora, o cari libri, vi daremo
l'ultimo saluto riverente ed affettuoso.
Forse non ci sarà possibile pronunziare la dolce parola di addio.
Appena uno sguardo, appena un cenno della mano tremante; ma quello
sguardo, quel cenno dirà che noi vi ringraziamo dell'opera benefica
esercitata sul nostro spirito.
Noi moriremo, ma resteranno i nostri figliuoli, questi giovani
baldi, pieni di fede e di entusiasmo. Accompagnateli per il sentiero
dell'arte, e dite loro che “gli studî, fatti in silenzio, con la quieta
fatica di tutti i giorni, con la feconda pazienza di chi sa aspettare,
con la serenità di chi vede in fine d'ogni intenzione la scienza e la
verità, rafforzano, sollevano, migliorano l'ingegno e l'anima!„