I romanzi.

Ne trovate da per tutto. Sul tavolo, sul comodino, sulle sedie, in

mezzo ai giornali: in ogni angolo una rappresentanza. Ma il grosso

dell'esercito è qui, in questo scaffale a sinistra. Grandi, piccoli, in

edizioni di lusso, in edizioni economiche, rilegati in tela, in pelle,

sciolti, sdruciti: sono due o trecento, tutti in fila come soldati.

Succede spesso. Quando non si ha voglia di leggere e la penna pesa un

quintale, quasi senza volerlo, fermate l'occhio su questi libri e ne

andate scorrendo i titoli. Curioso! Ora la fronte si corruga, ora si

spiana; ora le labbra abbozzano un sorriso, ora vi assale un fremito;

ora il naso si aggrinza, ora gli occhi scintillano. È naturale: sono le

diverse impressioni che hanno lasciato in voi questi libri, impressioni

che non si cancellano, impressioni che ricordano tutto un periodo

di vita gaia e spensierata. Qui sono romanzi, divorati in un giorno

con la più grande voluttà; romanzi noiosi, dieci volte incominciati

e dieci volte mandati a quel paese; romanzi lascivi, assaporati di

nascosto come frutti proibiti; romanzi placidi, sereni come un tramonto

d'autunno; romanzi burloni, che leggeste ridendo a crepapelle; romanzi

tetri, che vi lasciavano un vuoto nell'anima; romanzi paurosi che vi

facevano rizzare i capelli!

Oggi di tanti romanzi non vi resta che un ricordo vago. Di alcuni

ricordate appena il protagonista, di altri una scena, di altri una

descrizione: tutto il resto, silenzio. Vi date a frugare nella memoria,

unite, coordinate, ma ad un punto non si può andare più avanti; si

perde ogni traccia. Buio, buio pesto! È vero; ma guardando questi

libri, sentite come una musica lontana, che dolcemente vi accarezza e

vi culla. Vi arrivano suoni, armonie, grida laceranti; è come un'eco di

baci, di sospiri, di gemiti, che s'inseguono, s'intrecciano, si urtano.

La fantasia corre, corre... Voi vedete sfondi di foreste e di acque

azzurre, poveri abituri e sale dorate, riflessi di nevi e di cieli

rosei! Che odore di gelsomini e di aranceti! Che tanfo di sudiciume!

Ma in un momento, come al colpo di magica bacchetta, vi appaiono

guerrieri, dame, assassini, padroni, servi... Voi fissate bene lo

sguardo; li conoscete tutti. Ecco Valijean, ecco l'astuto Rodin, lo

spavaldo D'Artagnan, il laido Francesco Cenci, il patriarcale Niccolò

dei Lapi, il buon Ivanhoe, il timido D. Abbondio. Gilliat lotta con la

terribile piovra, Fleur de Marie cade nelle mani di quelle donnacce,

papà Goriot agonizza, Cesare Borgia alza il pugnale, il Conte di

Montecristo fissa Villefort, Emma, la Bovary, vi tenta, l'Innominato si

dispera; e nel fondo di questo gran quadro si elevano, quasi simboli

sovrumani, fanciulle infelici, strappate alla vita nel fiore degli

anni.

O Lisa, Bice, Lucia, Clotilde, Giulia, Caterina, Esmeralda, Rebecca,

Ginevra, Maria! I primi palpiti del nostro cuore, vergine e immacolato,

furono per voi. Prima che una ragazza ci avesse ammaliati col suo

sguardo, noi vi amammo, o fanciulle, o fiori delicati, che chinaste in

su lo stelo nella primavera della vita!

Nel silenzio della nostra cameretta abbiamo pianto, vi abbiamo seguite

nella dolorosa via crucis delle vostre sventure e, non potendovi

salvare, abbiamo imprecato contro la malvagità degli uomini.

Ci dissero più tardi che voi non siete mai esistite. E perchè? non

vivete in tante fanciulle che soffrono, in tante fanciulle che muoiono

senza il sorriso dell'amore?

*

* *

Oggi quei romanzi riposano.

Rileggerli? No. Rileggere un romanzo è come sposare una vedova. _Nuptia

calefacta._ Nessun entusiasmo. Bene o male, voi già conoscete per sommi

capi la favola: vi è noto che farà Tizio, che farà Caio, chi ne uscirà

bene, chi male, chi vi lascerà la pelle. Situazioni, caratteri, azioni,

catastrofe: tutto vi è presente.

Gli idillî più dolci, le storie più raccapriccianti, le scene più

commoventi vi lasciano freddi. Quella ragazza smania, si dispera?

Pazienza; verranno le nozze. Quel giovanotto è accusato di alto

tradimento, è condannato al carcere perpetuo? Un bel giorno sarà

libero, milionario e si vendicherà dei suoi calunniatori.

Il romanzo non è uno spartito di musica; più si sente, più si gusta.

No, l'illusione è per una volta sola. Il romanzo si legge, non si

rilegge. E dolorosamente debbo aggiungere che bisogna leggerlo in

gioventù. Solo i giovani possono delirare col Guerrazzi, sognare con lo

Scott, fantasticare col Dumas.

E sapete perchè? Il giovane facilmente si commuove, e quando è commosso

ingoia tutto, crede a tutto, approva tutto. Noi, invece, appena si

prende in mano un romanzo, vogliamo far da critici. “Questa scena è

inverosimile, questa situazione è impostata male, questo carattere è

abbozzato. Che dialogo scialbo! Che descrizione noiosa!...„ E si va

avanti facendone l'autopsia. Non si legge così il romanzo. Bisogna

mettersi a sua completa disposizione, dire semplicemente: “Parla, chè

il tuo servo ti ascolta„. Noi no, vogliamo fermarci a mezzo, vogliamo

controllare, discutere, analizzare, dettare leggi; e il romanzo si

vendica: invece di dilettarci, ci annoia.

Lasciamo dunque ai giovani ciò che la natura e l'arte riservava per

essi. A noi non resta che guardare in faccia il romanzo e domandargli:

chi sei?

*

* *

I retori non sono d'accordo nell'assegnare al romanzo un posto nella

letteratura. A qual genere appartiene? Al didascalico? al poetico? al

drammatico? allo storico? Quistioni oziose. Il romanzo non pretende di

occupare alcun posto; viene fuori così, senza blasone, senza diplomi e

commende. Conosce i suoi umili natali e non accampa diritti. Mettetelo

in platea, mettetelo nel loggione: si accontenta.

Furbo! si accontenta, perchè conosce il fatto suo; non vuole occupare

alcun posto, perchè con la sua finta modestia si è reso padrone

del campo. Ascriverlo al genere poetico? ma se è storico; al genere

storico? ma se è poetico. Insomma il romanzo sfugge ad ogni classifica:

ha i bagliori della poesia sotto il modesto linguaggio della prosa;

lumeggia un ambiente storico ed è fantastico, vi dà una lezione di

scienze naturali ed è drammatico.

Che gran ribelle! Non vuole limiti, non sopporta determinazioni, non

conosce barriere. Tutto deve entrare nel suo dominio. Dove cessa la

storia, egli incomincia; dove la poesia sdegna di entrare, egli si

avanza. Nessuno può dirgli: — fin qui e basta. — Basta? Quanto ha la

scienza con le sue scoperte, la filosofia con le sue investigazioni,

la natura con i suoi incanti, il cuore dell'uomo con le sue passioni,

la società con le sue ipocrisie, tutto gli appartiene, tutto descrive,

analizza, scruta.

Ha la tavolozza del pittore e i ferri del chirurgo; lo slancio del vate

e la pedanteria del critico; la baldanza del giovane e l'esperienza del

vecchio.

Quando nacque il romanzo?

La storia letteraria non ne registra l'atto di nascita e scusa la sua

ignoranza col dire che i natali sono oscuri, molto oscuri: il romanzo è

un trovatello.

Calunnia! Il romanzo non è nato nel tempo, è nato con la natura, con

l'uomo; è nato quando nacque l'amore, quando nacque la poesia.

Si potrebbe dire: gli antichi non lo conoscevano. È vero. Il romanzo

non ha mai avuto una personalità propria: è stato sempre un modesto

operaio nell'officina dell'arte, con l'incarico di spargere sentimento

e fantasia sugli altri generi letterari. Dove non troviamo il romanzo?

Egli vivifica la mitologia, abbellisce la storia, aleggia nel poema,

cinguetta nella canzone, informa la tragedia. Che cosa sono quelle

leggende-misteri dei primi secoli dell'Êra Cristiana, quei racconti

cavallereschi del Medio Evo, quelle patetiche istorie di amore, quelle

grasse novelle in prosa e in versi?

È il romanzo che si lascia svisare dal misticismo, soffocare dalle

favolose imprese eroicomiche, diluire in due o trecento strofe

più o meno monotone o licenziosette. Non aveva la coscienza della

sua nobiltà, del suo valore; gli mancava il coraggio di dire una

buona volta: — Io posso vivere da me, posso dilettare, istruire,

educare! —

Ma venuto il secolo XIX, secolo di rivendicazione sociale, il romanzo

ottiene i suoi diritti. Ammesso ufficialmente nello Stato Civile

dell'arte dallo Scott, preso a battesimo dal Manzoni, confirmato dal

Balzac, incomincia a vivere di vita propria ed acquista una vitalità

maravigliosa. Poeti, storici, uomini politici, eruditi, filosofi,

critici non sanno resistere al suo fascino e diventano romanzieri.

Il romanzo impera, trionfa dovunque. Storico in Inghilterra, sociale in

Francia, sentimentale in Germania, conserva l'impronta nazionale; ma,

ispirato dagli stessi bisogni, governato dalle medesime leggi, è l'eco

della nuova vita, della nuova civiltà.

È aristocratico, è democratico il romanzo? Nè l'uno nè l'altro.

Disconosce questa divisione, dovuta semplicemente alla vana superbia

di pochi, alla tirannica ambizione di molti. Il romanzo è umano,

vuole l'uomo. Venga dalla capanna o dalla reggia, si nasconda sotto le

vesti di un galeotto o di un vescovo, il romanzo l'accoglie. I suoi

protagonisti, tolti all'aratro, alla rete, alle officine hanno una

finalità ed una missione, perchè la vita ha doveri sacri per tutti, nè

fu data per sollazzo ad alcuni e per espiazione ad altri.

*

* *

Quale benefica innovazione apporta il romanzo! L'arte è stata sempre

aristocratica, ha illuminato sempre le grandi vette della scala

sociale, trascurando due esseri: il popolo e la donna.

Potreste dire: la poesia non ha mai trascurato la donna. È vero, ma

avrebbe fatto meglio a trascurarla.

Se la donna non ha coscienza di se stessa, se è vanitosa, leggiera,

pettegola, colpa dei nostri poeti, che vollero vedere in lei non una

compagna, ma una bambola, senza mente e senza cuore, una cosina dolce e

delicata, un grazioso gingillo.

Si è detto sempre: la poesia ha spiritualizzato la donna. Non è vero;

l'ha sacrificata, l'ha snaturata, l'ha resa inerte. Schiava della

propria ignoranza, schiava dei suoi e degli altrui pregiudizi, la donna

si sentì chiamare angelo, fu esaltata, ebbe ammiratori e cortigiani, ma

non visse.

Noi ricordiamo Beatrice, Laura, Margherita, Elvira, Silvia e tante

altre come grandi ispiratrici del genio, ma che cosa pensavano, che

dicevano, che operavano, queste donne? Niente; si lasciavano amare, si

lasciavano rinchiudere in una nicchia di oro.

Il romanzo riabilita la donna. Non più gemiti petrarcheschi, sospiri

metastasiani, belati arcadici. Addio Eleonora, Andromaca, Didone,

Angelica, Bradamante, Sofronia, Clorinda! Addio bellezze languide

o tiranne! Il romanzo vi scaccia. Il romanzo affida alla donna lo

scettro reale della famiglia, e le ricorda i grandi doveri e la grande

responsabilità nella vita domestica e sociale. Il mondo non ha bisogno

di mute ispiratrici, ma di operose educatrici!

Lo chiamano figlio dell'epopea, il romanzo. Forse è vero, ma il figlio

non ricorda la madre. L'epopea, solenne, canta le battaglie di Achille,

di Orlando, di Goffredo; il romanzo non ama gli elmi e le corazze, non

si mette a servizio di una classe privilegiata, egli canta le lotte, i

dolori le battaglie, le vittorie di tutta la società umana.

Col pretesto di una favola, di un idillio, di una novelletta, affronta

i più gravi problemi sociali: è filosofo e scienziato, è statista e

legislatore. Lo storico futuro, invece di seppellirsi nelle tetre mura

di una biblioteca per decifrare manoscritti e lettere, dovrà leggere i

romanzi dell'epoca nostra. Qui troverà i contrasti, gli urti della vita

moderna; a traverso queste pagine, frementi di vita, dense di concetti,

calde di passione, egli sentirà l'eco di quell'anima collettiva, che

crea i grandi avvenimenti politici e forma la storia.

Oggi non si scrivono trattati, non si discute nelle accademie, non

si ciancia nei congressi, non si predica nelle piazze: si detta un

romanzo. Per accusare o difendere, per protestare o secondare: il

romanzo. Chi ha un principio da sostenere, un sistema da propugnare,

ricorra a lui, al propagatore di tutte le verità, di tutti i paradossi,

di tutte le utopie!

Sentite: se Dante fosse vissuto ai tempi nostri avrebbe scritto

un romanzo, non un poema. Così la _Divina Commedia_ non sarebbe il

patrimonio di pochi studiosi, ma il libro di tutti!

Ed è giusto. Il romanzo è la lettura favorita di ogni classe sociale.

Il letterato lo studia, lo scienziato l'esamina, il critico lo

scompone, il pubblico lo legge, semplicemente lo legge, correndo

con lo sprone ai fianchi per sapere “come andrà a finire„. La vita

reale è monotona, molto monotona e il pubblico ricorre al romanzo per

interrompere quella monotonia. Non chiede arte, caratteri, costumi;

vuole qualche cosa che lo diverta, che lo commuova. La ragazza vuole

un confidente, un compagno alle proprie fantasie; il giovine un

consigliere nelle prime armi dello amore e della vita; l'uomo d'affari

un narcotico; l'uomo di mondo uno scandalo; l'operaio un conforto,

talora un eccitamento, talora un'istruzione; l'ozioso un complice per

ammazzare meglio il tempo; l'illuso l'incarnazione di sè stesso; il

sentimentale, emozioni e sogni; l'asceta un lembo di cielo; l'anarchico

una dinamite!

E il romanzo contenta tutti; angelo o demone, consola, seduce, inganna,

istruisce, burla, ride, sogghigna.

Ecco perchè il romanzo domina, signoreggia e dispone dei pochi ozî

della vita moderna. A chi ruba anni, a chi mesi, a chi giorni, a chi

ore tutti pagano il loro tributo al novello Cesare.

Qualcuno per darsi l'aria di uomo serio dice: “Io non leggo romanzi„.

Non gli credete; quel signore o mentisce o è un analfabeta.

Di grazia, che cosa si legge in villeggiatura? un romanzo; nelle notti

d'insonnia? un romanzo; dopo un alterco con la vostra signora? un

romanzo. Il romanzo entra nell'intimità della nostra vita familiare; è

il compagno delle nostre piccole gioie, dei nostri piccoli dolori.

Ma il romanzo non è contento ed ha ragione. Dispone del nostro tempo,

sissignore; ma di quale tempo? Di quello che si passa in casa. Difatti

il romanzo si legge a tavolino, magari passeggiando per la stanza,

magari sdraiato sull'erba o sulla poltrona, magari a letto, in attesa

di Sua Eccellenza il Sonno, magari... voi m'intendete; ma in mezzo

alla strada, in trattoria, in tram, è prudente leggiucchiarne sia pure

una pagina? Leggere un romanzo in un _restaurant_, dopo aver fatta una

colezione di caldo o di freddo? Sarebbe una pazzia. Leggere un romanzo

in un salone, mentre il barbiere prepara il ferro del supplizio?

Fareste ridere.

Eppure quei minuti di ozio, di riposo, di aspettativa gli fanno gola;

li vorrebbe per sè. Ma è impossibile. Impossibile? Sapete che fa quel

furbo? Si presenta al giornale e gli chiede un posticino a piano terra.

Vi si adatta come in una bara, fa il morto, ma ottiene l'intento. Egli

può così rubarvi i pochi ritagli di tempo, può accompagnarvi dovunque:

al teatro, al circolo, in ferrovia!

*

* *

Ma strano. Il romanzo non gode le simpatie di tutti. Pochi l'onorano,

molti lo respingono, moltissimi lo odiano a morte. Chi lo fugge, chi

lo teme, chi lo guarda bieco, chi ne dice corna. Il romanzo! Dio mio,

è l'istigatore di tutte le lordure, il responsabile di tutte le sconce

e delittuose anormalità! Lui il galeotto, il tentatore, il seduttore,

il mezzano, il manutengolo. Chi ha portato questa grande corruzione

sociale? il romanzo; chi turba la pace delle famiglie? il romanzo.

Novello Satana, parla all'orecchio dei figli di Eva in un linguaggio

malignamente bello: li alletta, li seduce, li precipita nella colpa.

La statistica degli adulterî, delle fughe, dei ratti, dei divorzi, dei

liberi amori, dei suicidî, dei delitti passionali è terrorizzante?

Ringraziatene il romanzo. I nostri giovani sono fiacchi, svogliati,

sensuali? Colpa del romanzo. Le nostre fanciulle sono nevrasteniche,

spudorate, morbosamente sensibili? Il romanzo, il maledetto romanzo. È

lui che distrae, che snerva, che stilla nella mente certe ideacce, che

solletica certi istinti!

Di qui un odio spietato contro il povero romanzo. Gli oratori sacri

arrotondano la voce e danno scomuniche a chi legge, a chi scrive, a chi

stampa, a chi compra, a chi vende romanzi. I Procuratori Generali, non

sanno inaugurare l'Anno Giuridico, senza scagliarsi contro il povero

romanzo. I babbi e le mamme sono tutt'occhio per non far cadere nelle

mani dei figliuoli questi libri, causa di tutti i mali.

Ricordo. Un direttore di una importante azienda di generi alimentari,

nell'ammettere un operaio, gli rivolgeva una sola domanda: “Leggi

romanzi?„ Se il mal capitato rispondeva no, era il benvenuto, se

rispondeva si, fuori! Chi legge romanzi è traviato!

Ma si finisca una buona volta di condannarlo alla pena capitale. Ci

sono romanzi cattivi; ma non ci sono novelle cattive, poemi cattivi,

storie cattive? Quale delle forme letterarie ha potuto sempre tenersi

immune da questa lebbra di cui accusiamo il romanzo?

Si dirà: nel romanzo questa lebbra è maggiore. D'accordo. Ma che colpa

ha il romanzo se molti, che non sanno nè di arte nè di buon costume,

per battere moneta, per acquistare un po' di popolarità, mettono fuori

sudiciume?

Alzate la voce contro i romanzi cattivi, bruciateli, distruggeteli, ma

non calunniate questo genere letterario, che ha tante benemerenze. Che?

vi siete dimenticati che i “Promessi Sposi„ l'“Ivanhoe„, la “Capanna

dello Zio Tom„ sono romanzi?

*

* *

Ma bisogna confessarlo: certi romanzi sono dannosi davvero. Su questo

gruppo a destra, per esempio, dovreste scrivere a grossi caratteri:

_veleno_.

Sono romanzi così detti veristi che ci vengono per lo più dalla Francia

e che purtroppo trovano imitatori fra noi.

Voi li avete comprati, li leggete, perchè la vostra professione di

letterato vi obbliga a scorrere questi libri di moda, ma spesso, dopo

una ventina di pagine, dovete interrompere la lettura. La mente è

sconvolta: si respira luridume. Sentite quasi il bisogno di spalancare

le finestre, di lavarvi le mani e di ripetere come il vecchio Re

Lear: “Dammi, o speziale, un oncia di zibetto per purificare la mia

immaginazione!„

Eppure questi libri, che senza pietà e senza veli, con un cinismo

ributtante dipingono la parte più selvaggia dei nostri istinti, si

trovano nelle mani di tutti. Sono questi i romanzi che oggi si leggono,

che appassionano, che seducono: storie volgari, sanguinose, sudice, che

dovrebbero far ribrezzo e nausea. Tutto è violento, tutto è anormale.

Non trovate una donna onesta. Nevrasteniche, febbricitanti, queste

eroine non vivono che di adulterî e di delitti.

Ma dunque la quiete domestica, le sante gioie della famiglia, le azioni

nobili e generose sono utopie?

Il Darwin spesso la sera si faceva leggere dei romanzi dalla figliuola,

ma ad ogni scena, un po' troppo tragica, esclamava: “Vorrei che una

legge proibisse nei romanzi le soluzioni tragiche. Siamo così afflitti,

assistiamo a tante sciagure! Almeno le vicende immaginarie dovrebbero

consolarci e infonderci nuovo coraggio!„

Povero Darwin! che avrebbe egli detto di certi romanzi moderni? Oggi i

libri dello Scott, del Grossi, del D'Azeglio non si leggono più: sono

racconti troppo patetici, idillî troppo dolci! Lucia, Bice, Ginevra

sono delle fanciulle poco interessanti, perchè hanno molto... pudore!

Il babbo faceva la voce grossa e vi guardava bieco, vedendo sul

vostro tavolo da studio _Nostra donna di Parigi_ o _Beatrice Cenci_,

che, se abusano di situazioni mostruose, non tentano conciliare una

simpatica ammirazione per uomini carichi di scelleratezze. I nostri

antichi maestri chiamavano pericolose _Le ultime lettere di Iacopo

Ortis_, perchè rappresentano troppo al vivo la disperazione di un amore

ostacolato e infelice; ma quelle lettere hanno pure dei nobili scatti

di amor di patria.

Nel romanzo moderno invece tutto è amore, amore, amore! Ma un amore

morboso, traviato, snaturato, che si alimenta di vizio e di sudiciume.

Il Manzoni soppresse nei suoi _Promessi Sposi_ ogni scena d'amore,

perchè secondo lui, “ve ne ha seicento volte più di quello che sia

necessario alla nostra riverita specie„ e aggiungeva: “vi hanno altri

sentimenti, dei quali il mondo ha bisogno e che uno scrittore secondo

le sue forze può diffondere un po' più negli animi, come sarebbe la

commiserazione, l'affetto al prossimo, la dolcezza, l'indulgenza, il

sacrificio di se stesso„.

Il Manzoni aveva torto e pochi anni fa glielo disse pubblicamente un

suo discepolo ammiratore, il Fogazzaro. Siamo d'accordo. Il Manzoni si

fe' vincere dagli scrupoli religiosi e giunse agli estremi. L'amore

è necessario nella vita e nell'arte; ma perchè ritrarlo nelle sue

anormalità, nei suoi pervertimenti? Perchè parlare di certi luoghi, di

certe donne, che la pubblica moralità confina negli angoli più remoti?

Non sono romanzi questi, ma rapporti che si scrivono da commissarî

di polizia, tesi criminali, in cui si studiano le coppie degenerate,

composte di un individuo forte — l'incubo — e di un debole — il sùccubo

— il quale, come un automa, è trascinato al vizio e al delitto.

Non si parla che di delinquenti. E tutto lo studio, tutto lo sforzo si

mette nel dipingere a vivi colori, con richiami violenti, ciò che vi è

di disordinato e di vizioso nella nostra natura.

Oggi tra i romanzieri c'è come una forsennata emulazione a chi osa

scandali più procaci e inauditi, a chi narra fattacci più osceni,

con una tale sozzura di linguaggio da farne arrossire un consesso di

vetturini. Si aggirano tra sciocchi e mariuoli, tra perfidi e balordi,

tra mezzani e cortigiani; non una persona di garbo o assennata: tutti

pervertiti o maniaci!

“Se dovessi scrivere un romanzo — esclama sconfortato il Martini — mi

sentirei imbrogliato. Dove, andrò a pescare tante turpi passioni, tanti

istinti brutali, tanta sconcezza di parole? Come impasterò io tanto

fango e tanto sangue?„

È arte questa? Non lo so, nè voglio saperlo. Dico solo: se v'è arte,

è arte malsana. I moderni hanno voluto correggere l'antica formola

manzoniana ed hanno detto che l'arte sdegna di servire a chicchessia:

essa è sovrana assoluta. Sia pure, ma abbia la dignità di una sovrana,

non discenda dal trono per rendersi complice e mezzana di turpitudini!

Malauguratamente vi è un contagio per lo spirito come per il corpo. A

furia di dire che la società è corrotta, ipocrita, siamo diventati un

po' tutti pessimisti e miscredenti.

Oh! si alzi una voce in nome del buon costume. Noi vogliamo l'arte

consolatrice, l'arte che ci rende buoni, l'arte che educa e nobilita,

l'arte dei padri nostri!

L'Italia è il grande giardino dell'Europa, sia ancora il giardino

dell'arte sana, ossigenata, vivificatrice. È bello il nostro cielo, è

ridente la nostra primavera, sia bella e ridente l'arte nostra!

*

* *

Lo dico con rincrescimento: il romanzo decade. Dopo un periodo glorioso

di vittorie, pare che sia giunto anche per lui il fatale Waterloo.

Ogni anno se ne pubblicano migliaia e migliaia. Dalla Francia,

dalla Germania, dall'Inghilterra, dalla Norvegia e sorella, dalle

Americhe, ne arrivano a balle; le vetrine dei librai ne sono piene

zeppe; giornali e riviste si affrettano a darne recensioni più o meno

compiacenti, ma questi romanzi vivono poco, molto poco. Appaiono nel

cielo letterario come luminose meteore, come stelle filanti, e poi

addio per sempre. Sono fiorellini. Hanno una primavera più o meno

ridente, ma segue sempre l'estate che li dissecca e l'inverno che li fa

marcire.

E perchè? Prima di tutto, nella maggior parte dei romanzi moderni

manca l'arte. Ci sarà qualche pagina bellissima, qualche carattere

ben delineato, qualche descrizione ben colorita, ma il resto è tesi.

Il romanziere s'impressiona della tesi, considera il romanzo come

un'arma e trascura l'arte. Che ci sia la tesi, ma che ci sia anche

l'arte! Noi non domandiamo se chi scrive è un socialista, un liberale,

un cattolico, un rivoluzionario; vogliamo che sia innanzi tutto un

artista. Gli artisti sono pochi, i romanzieri molti: ecco perchè il

romanzo decade. Colpa sua! Si è lasciato un po' vincere dal cuore,

ha voluto far buon viso a tutti, accogliere tutti, e questi signori

_tutti_ gli preparano la tomba.

E i pochi artisti, quelli che dovrebbero sollevare il romanzo e

infondergli una nuova vitalità, seguono la moda. Pagani adoratori

della forma, non ricreano lo spirito, lo tormentano. Analisi, analisi,

analisi, sempre analisi! Bandito il contenuto storico, il romanzo è

diventato un documento, un freddo documento. C'è l'arte, ma quest'arte

nulla dice al cuore, nulla all'intelligenza: è un'arte che non solleva,

è un'arte che ci tira maledettamente alla terra. I personaggi di

questi romanzi sono fuori della natura e fuori della storia; noi non li

abbiamo mai visti, non li vedremo mai nella vita.

Il romanzo dunque se ne va; se ne va, perchè il positivismo lo

scaccia, dopo averlo maturato; se ne va, perchè oggi prevale il

pensiero filosofico sul pensiero realistico, l'attitudine speculativa

sull'inventiva; se ne va, perchè noi moderni non vogliamo più opere di

immaginazione e di sentimenti. Il problema sociale, i nuovi portati

della scienza ci hanno reso troppo seri e troppo pratici. Oggi è

lotta su tutta la linea: lotta di idee, di principî, di sistemi, che

paralizzano la vita artistica e letteraria.

Finanche il grosso pubblico, che ieri leggeva con tanta avidità

romanzi, oggi non vuol perdere il suo tempo con effimere commozioni.

Preoccupato per la ricerca di una più nobile e giusta forma di

convivenza civile, lotta per i suoi ideali politici ed economici. Non

vuole diletto, svago, ricreazione; vuole miglioramento.

Invano il romanzo lo tenta con le sue analisi psicologiche, con la

tesi, con il documento; invano gli susurra all'orecchio: “Io sono con

te, io propugno i tuoi interessi!„ Il pubblico vuol far da sè: ha la

camera del lavoro e lo sciopero!

Potreste dirmi: “Ma che cosa legge questo pubblico nelle poche ore di

riposo? che cosa legge il dopo pranzo, che cosa legge nelle lunghe ore

d'inverno?„

Per i ritagli di tempo ha il giornale; il giornale che lo seconda, che

lo difende, che lo informa minutamente di tutto ciò che succede intorno

a lui. Il giornale è pratico; non fantastica, non sogna, non inventa,

non si culla in vane aspirazioni: è la sentinella che veglia, il

giudice che condanna, l'avvocato che perora, il tribuno che fulmina, il

poliziotto che spia.

Il pubblico non sa che farne di romanzi; vuol sapere invece che cosa

ha combinato il nostro Governo con l'Argentina, che fa la Germania nel

Marocco e l'Austria in Albania. E poi, la “S. Giorgio„ si salverà?

A novembre avremo la riforma elettorale? In Inghilterra è terminato

lo sciopero? I tranvieri hanno vinto a Napoli? Questo vuol sapere il

pubblico.

Dunque il romanzo muore?

No. Consolatevi, o anime sitibonde di storie pietose e commoventi;

il romanzo non muore. Dopo questo periodo angoscioso di ansia e di

aspettative, verrà un'ora di pace e di riposo per tutti. Ed allora

risorgerà il romanzo, il vero, il grande romanzo, che i nostri

figliuoli metteranno a fianco all'_Iliade_, alla _Divina Commedia_, ai

_Promessi Sposi_!

Nel mondo dei libri: bizzarrie · 第 26 / 36 题