I libri che si prestano.

Siete solito far rilegare in tela e pelle i grossi volumi di storia,

di filosofia, di critica. Errore. Quei libroni non escono mai di

casa. Fate rilegare invece i viaggi del De Amicis, i romanzi del

Fogazzaro, del Tolstoi, del Barrili, del D'Annunzio; le novelle della

Serao, del Verga; le poesie dell'Heine, del Leopardi, del Pascoli,

della Negri; sono questi i libri, che vanno sempre in giro e che vi

vengono sempre chiesti. Spesso non vi si dà nemmeno il tempo di poterli

rileggere a tutta comodità. Le richieste degli amici piovono. Chi viene

personalmente a casa, chi vi manda un bigliettino, chi vi abborda in

mezzo alla strada: tutti vogliono leggere; e voi di buona o mala voglia

dovete contentarli.

Convenite con me: è una cattiva, cattivissima usanza quella di prestare

libri.

Niente si presta con tanta facilità, niente si chiede con maggiore

disinvoltura.

E quel che è peggio non si sa mai in quali mani vadano a cadere i

vostri libri. Voi li prestate all'amico tale, ma poichè ognuno ha la

sua schiera più o meno numerosa di amici, questo signor tale si crede

nel diritto di farli leggere ad un altro, e così di amico in amico, i

vostri poveri libri sono eternamente in moto.

Dopo un paio di mesi, dopo un anno ritornano a domicilio, ma in quale

stato miserando! Sono dei feriti che vengono dalla guerra: malconci,

piegati, ripiegati, sdruciti. Ad uno manca la copertina, ad un altro il

dorso, ad un terzo un intero quaderno. E bisogna star zitto. Se ve ne

risentite, l'amico è lì pronto a dirvi che il libro è stato trattato

con ogni riguardo. “È sdrucito? ma se era sdrucito!„ “È macchiato

d'inchiostro? ma se era così!„

*

* *

Quando vi viene restituito un libro, dategli sempre un'occhiata. Certi

signori hanno il gusto di scrivere a margine le loro impressioni. È

una critica spicciola, a monosillabi, spesso triviale, spesso arguta.

Alcuni scrivono col lapis come per dire: se non vi piacciono queste

osservazioncelle, cancellatele; altri non accettano revisione, vogliono

eternarle con l'inchiostro!

Conservo i “Miserabili„ pieni di esclamazioni e di applausi. Ad ogni

pagina: _sublime! divino! insuperabile! impareggiabile_! A fianco ad

una poesia della Negri: _Bravo la signorina!_ In un romanzo moderno,

di cui taccio il nome dell'autore, trovo scritto di lungo e a grosso

carattere questo bel complimento: _Sei un porco!_ Nè credo che il poco

cortese lettore abbia torto: certe espressioni somigliano davvero ad un

grugnito!

A metà di “Biancospino„ del Barrili veggo un gran crocione in blu e

sotto: _Mi hai scocciato!_

All'ultima pagina del “Conte di Montecristo„ _Il finale non mi piace

un fico secco!_ A piè di un capitolo di “Spagna„ proprio dove il De

Amicis parla della Cattedrale: _Non è vero, io ci sono stato tre mesi a

Madrid!_ Ma che cosa non è vero? Non è vero che ci sia la Cattedrale!

Carina quella che leggo nella “Margherita Pusterla„. Tutti sanno che il

Cantù alla porta del suo patetico romanzo incide questo breve dialogo:

“Lettore, hai mai spasimato?„

— No. —

“Questo libro non è per te.„

_Tanto piacere!_ aggiunge un capo ameno.

Nè mancano i commentatori. “Niccolò dei Lapi„ è stracarico di note

insulse e puerili. _Firenze al tempo di Savonarola contava 30 mila

anime. Massimo D'Azeglio era pittore e ministro di Vittorio Emanuele.

I Palleschi e i Piagnoni erano due partiti politici, come oggi abbiamo

i clericali e i liberali. Il Guerrazzi ha scritto una bella vita di

Francesco Ferruccio._

Altri, come se la lettura di un libro fosse un avvenimento di massima

importanza, vogliono far sapere a cielo e terra il tempo che hanno

impiegato a leggere un volume. All'ultima pagina delle tragedie del

Shakespeare trovo scritto: _Incominciato a leggere il 15 giugno,

terminato il 21 settembre dello stesso anno_. E si limitassero a

queste due date! Nossignore. Uno si esprime così: _Terminato oggi 25

marzo, festa dell'Annunziazione di Maria SS._ Scommetto che questo

complimento me l'abbia fatto un canonico, il quale aspiri alla nomina

di Vescovo. Un secondo: _Letto in una giornata d'inverno._ Sarei

tentato a scrivervi sotto: “Stupido, le Ricordanze del Settembrini non

si divorano in un giorno!„ Un terzo sarà un astronomo, si esprime così:

_2 gennaio — mezzanotte — fulmini — freddo da cane_.

E che dire poi di quelle signore, che si divertono a scrivere a margine

dei nostri libri note di famiglia, indirizzi di amiche, ecc.? L'“Abate„

dello Scott n'è zeppo._ — Fazzoletti 5 — lenzuola 4 — asciugamani 5 —

calzoni 2 — camicie 12 — Domani 26 luglio bisogna pagare il sarto — Per

la gonna a Carmela metri 3 di stoffa — Elvira Taiani, Via Bezzecca 15,

Roma — Dottor Ernesto Solmi, Via Firenze N. 19, 2º piano, per consulto

L. 10._

E ci sono delle sorprese anche più sensazionali. Sentite. Presto

i “Racconti„ del Panzacchi ad un amico. Lo chiamo amico, perchè

disgraziatamente si chiamano amici anche quelli che fanno dei brutti

servizî. E questo signore me lo fece a modo o meglio me lo stava

facendo, che io me ne accorsi a tempo e detti il “chi va là!„ Dunque

dicevo, presto i “Racconti„ del Panzacchi. Dopo un paio di mesi non so

come, nè perchè quel libro mi serve e glielo chiedo.

“Ve lo manderò oggi per mio figlio; ve lo manderò domani per la

domestica„. Intanto passa oggi, passa domani; si arriva alla domenica,

e il libro non viene. Un comune amico mi dice che i “Racconti„ del

Panzacchi sono presso una signorina. Mando un biglietto alla signorina,

e dopo mezz'ora ecco il libro, accompagnato da un altro biglietto.

La signorina si dichiara fortunata potermi servire, ma mi prega di

restituirglielo con una certa premura, perchè è un dono, e i doni

sono molto cari. Un dono? dunque non è il libro mio questo? No, è il

mio; sì, sì, è il mio! Apro e alla prima pagina trovo scritto: _Alla

signorina B. in segno di affettuoso ricordo l'amico_ (e qui nome e

cognome di quel signore).

Santo Iddio! Del mio libro ne aveva fatto un dono! Che si voglia

rubare... ma donarlo!...

Dopo un paio di giorni seppi da quel comune amico che il donatore stava

disturbato con me. Io non mi dovevo permettere!.. O bella, e lui si

doveva permettere?...

*

* *

E ritornassero tutti, i vostri poveri libri!

Diciamolo a onore e gloria del genere umano: pochi sono gli onesti che

restituiscono un libro. Il Descuret nella _Medicina delle Passioni_

dice: “Non prestate mai un libro ad un bibliomane, è capace di

ritenerselo!„

Come è ingenuo il signor Dottore! Questa malattia la tengono un po'

tutti. I libri escono, ma spesso non ritornano. Voi vi dimenticate,

l'amico si dimentica o finge di dimenticarsi e buona notte!

Viene però il giorno del _redde rationem_. Il giornale, ad esempio, vi

dà una brutta nuova: è morto Vittoriano Sardou. È morto? come è morto?

Che peccato! Sardou è un artista! E senza volerlo l'occhio corre allo

scaffale: sentite il bisogno di rileggere ad alta voce una scena del

_Rabagas_. Ma dov'è questo dramma? L'ho visto sempre qui, insieme coi

lavori dell'Hugo. Fosse nella camera da letto? no; sul comodino? no;

in mezzo a quei giornali? nemmeno. L'avessi prestato? Già, già, l'ho

prestato, l'ho prestato: mi ricordo. Ma a chi?„

Qui vi smarrite e si smarrirebbe il più abile commissario di polizia.

Come prenderne le tracce? Ne domandate agli amici, ne scrivete a

qualche collega lontano, che spesso spesso ricorre a voi per buoni

libri; ma, com'è facile immaginare, chi fa il nescio, chi si disturba,

chi cade dalle nuvole.

— Rabagas? tu sai che i drammi voglio sentirli a teatro!

— Ma se non l'ho letto!

— Io Rabagas!

— Fammi il piacere, ricordati a chi l'hai dato! —

— Ma sei pazzo? —

Eppure fra tutti questi signori che dicono no, c'è uno che dovrebbe dir

sì, c'è uno che mentisce, c'è uno che in barba ad ogni regola di buona

creanza si tiene il vostro libro.

Vi vengono dei sospetti, voi conoscete i polli, sapete più o meno

chi sa giuocare di scherma. Vorreste entrare zitto zitto in casa sua,

rovistare nella libreria, trovare la refurtiva e dirgli in faccia: “Sei

un ladro!„ Ma chi vi dà questo diritto? Violare il domicilio! ci sono

da sei mesi ad un anno di detenzione!...

Per due o tre giorni siete disturbato, disturbatissimo. Fate mille

giuramenti. Non darò un libro neppure... Che mi tagliassero le mani!...

Giuramenti da donnicciuole. Dopo un paio di giorni l'ira passa e si

ritorna da capo. Come si fa a negare un libro, come si fa a dire lì

sul muso ad un amico: “Non posso servirti, perchè tu non lo restituisci

più, perchè tu forse sei un ladro!„

E ladri di libri ve ne sono: ladri di cartella, ladri che dovrebbero

comparire dinanzi alle Assisi. Ne conosco alcuni che raccattando

libri da Tizio e da Caio mettono su un po' di libreria. E che arte

ad allontanare ogni traccia! Se il libro ha sulla copertina il vostro

nome, strappano la copertina; se il libro è rilegato ed ha il vostro

nome sul dorso, raschiano la pelle finchè il nome va via e il libro...

resta nelle loro mani.

Il miglior modo sarebbe quello di non prestar libri a chicchessia. Ma

è possibile? Sareste qualificato per orso e peggio! Negare un libro.

Vergogna! I libri non si negano. Dunque? Bisogna ricorrere a pretesti,

a sotterfugi, a bugie. Esempio. Viene un amico a casa vostra e dopo

avervi coperto di complimenti, dopo essersi premurosamente informato

della vostra salute vi chiede, con bel garbo, il “Piccolo mondo

antico„.

Voi su due piedi, da bravo avvocato, rispondete con cortesia:

— Non te lo consiglio, non ne vale la pena, sai. È un libro che

annoia. —

“Come! mi hanno detto... ho letto sul giornale che...„

— Senti a me: non credere ai giornali. Del resto se lo vuoi,

padronissimo; ma son sicuro che te ne pentirai. È un libro poco

interessante. —

Lui resta per un momento sopra pensiero e poi quasi rassegnandosi:

“Se me lo assicuri...„

— Ma ti pare! —

Nuove strette di mano, nuovi complimenti.

L'amico se ne va. E voi, dopo averlo accompagnato fino alla porta,

ritornate indietro, esclamando con un sorriso a fior di labbra:

— Sicuro il _Piccolo mondo antico_ è un capolavoro, ma non voglio farlo

uscire di casa! —

Forse questa _reclame_ dispiacerebbe al povero Fogazzaro. Ma che

c'entra lui? Il padrone siete voi, avete voi sborsate le brave cinque

lire!

La Storia.

Le Cronache dei Malaspina, dei fratelli Villani, i Compendî del

Comba, del Ravasio del Ferrero, del Bertolini, ecc. — modesti e senza

pretensione — stanno alla rinfusa tra romanzi e libri scolastici; ma

gli storici di professione, gli alti dignitarî sono al posto d'onore.

Per il grande formato, per i titoli in oro, impressi sul dorso,

spiccano superbamente e pare che dicano: la storia è qui!

Ecco in prima fila i diciassette grossi volumi del Cantù. Molta roba,

lo so; ma qui non è la semplice narrazione dei fatti, qui è la storia

civile, religiosa, intellettuale, morale, economica di tutte le

nazioni. In un volume, il _racconto_: in un altro, le _religioni_; in

un terzo, la _letteratura_: in un quarto, _schiarimenti e note_; e così

di seguito.

Il Cantù, da questo informe materiale, ha ricavato poi la _Storia

degl'Italiani_, la _Storia dei cento anni_, la _Storia della

letteratura greca, latina_, ecc. E se il Signore non l'avesse chiamato

in residenza per la compilazione di una storia del Paradiso, chi sa

quante altre ce ne avrebbe regalate!

Ecco gli _Annali d'Italia_, scritti alla buona, senza ostentazione

o apparato di forma, dall'erudito e benemerito Muratori. A destra,

la Storia del Guicciardini, orrido e vivo ritratto della bassa

politica del Medio evo; qui, la _Continuazione_ del Botta, eccellente

descrittore di pesti, tremuoti, battaglie; là, la _Storia d'Italia_ del

Balbo, dettata in uno stile, quasi direi, geometrico, che non divaga

nei particolari, ma che tira diritto alle inevitabili conclusioni; in

fondo, i sette volumi del Giambullari, opera, che al Giordani sembrava

“un amenissimo giardino per i fiori di lingua„, ma che a noi è arrivata

come una foresta, piena di labirinti, di burroni e di nascondigli.

Quante storie, Dio mio! Chi la sa lunga e va da Adamo a Marconi, chi

ha fretta e se la sbriga con cento pagine. Chi illustra un'epoca, chi

lumeggia un secolo, chi rischiara o annebbia una dinastia. Insomma non

vi è fatto, impresa, rivoluzione che non sia stata descritta, discussa

commentata, sviscerata.

Gli storici antichi però mettiamoli da parte. Essi segnano gli

avvenimenti quali appaiono attraverso le gloriose tradizioni, e tutto

lo studio è di ritrarre a smaglianti colori un assedio, una battaglia,

una fuga. Che quadri bellissimi, che vive descrizioni! Ma è storia

questa? No, sono dei poemi eroici in prosa. Ogni città, a somiglianza

di Roma, è stata edificata da dei o da figli di dei; ogni impresa

militare è circondata da un non so che di maraviglioso, che ricorda

l'_Iliade_ e l'_Eneide_.

I nostri padri bevvero grosso, ma noi moderni... Eh! oggi la storia va

fatta a dovere. L'arte, sissignore; ma l'arte deve stare al suo posto.

Via, via le fiabe, e i racconti maravigliosi! Noi vogliamo la verità

vera, noi vogliamo il documento, l'analisi, l'autopsia!

*

* *

Ma è sempre vero ciò che scrivono gli storici moderni? Signori, no.

Il Voltaire chiama gli storici: “bugiardi ufficiali„ e in parte ha

ragione. Quasi tutti abusano del loro ufficio nobilissimo. Alcuni,

trascinati dalle proprie convinzioni politiche o religiose, diventano

partigiani; altri, vittime di un preconcetto, non negano alcun fatto,

ma qui esagerano un particolare o lo sopprimono, là velano un delitto

sotto un'arguzia, e tutto questo per coordinare gli eventi al loro

supposto; altri infine, non per malignità, ma per la fretta o per la

mancanza di acume critico, sogliono giudicare il passato con criterî

moderni e dànno in falsi apprezzamenti.

Di storici obbiettivi non ne abbiamo, non ne avremo mai. Ammesso pure

che uno storico riesca a spogliarsi di ogni passione partigiana e

prometta a se stesso di voler essere il sereno espositore dei fatti,

l'eco genuina di tutti gli avvenimenti; — l'indirizzo dei suoi studî,

la predominanza di questa o di quella idea basta a turbargli il

giudizio. Guardate: fra tanti libri di storia ci sono forse due che la

pensano allo stesso modo? Ognuno alza la voce, ognuno nega ciò che un

altro afferma. “Il Papato ha rovinato l'Italia!„ dice il Macchiavelli.

“Il Papato è stato sempre la nostra salvezza!„ grida il Cantù. Il Sarpi

scrive la _Storia del Concilio di Trento_ per dichiararlo un intrigo;

il Pallavicino lo rimbecca con un'altra_ Storia del Concilio_; il

Courayer ne scrive una terza per rimbeccare l'uno e l'altro; in ultimo

il Servita ne fa una quarta per rimbeccare il primo, il secondo e il

terzo. Ma dunque si può sapere che cosa è questo benedetto Concilio?

Nè parlo del Medio evo. Povero Medio evo! È come un cadavere sotto

i ferri anatomici. Ognuno vi trova la malattia che vuole: chi il

fanatismo, chi la corruzione, chi l'ignoranza; e, a corona dell'opera,

il Botta lo qualifica “età pazza, scarmigliata, da cronicacce di frati

e di castellani ignoranti„.

Abbiamo detto che i letterati sono sempre in lotta fra loro. E che

dovremmo dire degli storici? Immaginate per poco che tutti questi

signori si trovassero per un giorno solo a congresso: altro che

Parlamento Italiano!

Ma lasciamo che essi gridino a loro talento. Come dall'attrito vien

fuori la luce, così da questi libri, che affermano, negano, difendono,

alterano, mentiscono, falsificano, nasce la storia, la grande maestra

della vita.

*

* *

E parliamo della storia! Ultimi venuti nel mondo non potremmo vivere

che del presente, ma la storia ci fa vivere del passato.

Sono tutte le epoche che s'intrecciano, si inanellano, si completano

con i loro massacri di sangue! Essa raccoglie il grido della guerra e

l'inno della pace, il sarcasmo del tiranno e il lamento della vittima.

Le più belle creazioni dell'arte si offuscano dinanzi a questo libro,

in cui sono ritratti gli uomini che innalzarono o distrussero Stati e

Monarchie, Regni ed Imperi, confini e frontiere.

La storia — questo monumento, più grandioso del S. Pietro di Roma,

più antico delle Piramidi di Egitto — ci dice che l'umanità ha avuto i

suoi eroi, i suoi martiri, i suoi carnefici, i suoi salvatori, i suoi

angeli, i suoi dèmoni.

Essa è la voce di Dio, è il grande giudice degli uomini nel tempo.

Molti seppero ingannare i loro contemporanei e procacciarsi con

l'astuzia e con l'ipocrisia un applauso o un monumento; ma la storia

li ha colpiti! Inesorabile nella sua giustizia, divide gli uomini

in ischiere: i pazzi, capitanati da Caligola; i sanguinari, da

Nerone; le vittime, da Belisario; gli avventurieri, da Pirro; gli

eroi, da Leonida; i traditori, da Baglione; i dominatori, da Carlo

V; i salvatori, da Pietro Micca; e al di sotto, tutta una immensa

moltitudine di milioni e milioni di uomini, che sono come il fondamento

del grande edificio sociale; di uomini, che vissero e morirono senza

avere un nome una volontà, una coscienza propria. Questa moltitudine

immensa è il popolo.

Il popolo! Chi può parlare di quest'Ercole incatenato, cieco come il

Polifemo della favola, mite come l'agnello, sanguinario come la tigre;

ora umile e sottomesso, ora superbo e ribelle? Oggi, timido, si lascia

quasi calpestare; domani, insorge e non si arrende neppure dinanzi alla

bocca di mille cannoni.

Il popolo! Guai a chi non ascolta per tempo i suoi lamenti! Quei

lamenti potranno in un istante mutarsi in un ruggito feroce; ed allora

egli non prega più: comanda. Di rado si sveglia questo leone dal suo

letargo, ma quando si scuote e manda il primo ruggito, gli basta un'ora

per allagare di sangue una città, per abbattere corone e scettri,

confini ed imperi.

Per convincersi della sua onnipotenza bisogna vederlo in azione, il

popolo. Io ne ebbi un'idea il 17 ottobre 1888. Sulla grande piazza

di S. Ferdinando, in Napoli, duecentomila cittadini acclamavano i

Reali d'Italia e l'Imperatore di Germania. Vecchi, adulti, giovani,

fanciulli, donne applaudivano freneticamente e sembrava che un fluido

magnetico li agitasse tutti.

Quegli evviva, confondendosi nell'aria, mi arrivavano all'orecchio

come un frastuono, come l'eco di mille voci lontane. Io non sentivo

gli applausi, vedevo la potenza del popolo. Non so quali pensieri si

agitassero nella mente di Umberto e di Guglielmo; ma credo che quella

folla compatta, convulsa, li abbia un po' sconvolti; credo che i due

Coronati, sotto quel sorriso compiacente e dignitoso, nascondessero

un timore, quel timore che si prova dinanzi al leone, sia pure

addomesticato.

Il re si crede forte nella sua reggia, ma quando si trova a tu per tu

con il popolo, allora sente una voce segreta che gli dice: “Attenti!

attenti! Questa folla sterminata è il popolo. A che varrebbero i tuoi

soldati, i tuoi cannoni, le tue carceri se ti venisse meno il suo

affetto?„

Felici i re che ascoltano questa voce e si ricordano che il popolo

esiste!

*

* *

La storia seduce.

Pigliando la rincorsa dall'età eroica, che vi alletta con i suoi dei,

semidei, eroi, ciclopi; dando uno sguardo di ammirazione a Sparta

e ad Atene, ci fermiamo a Roma, a Roma nostra, che incatena al suo

cocchio trionfale intere regioni. Per noi Italiani, che orgogliosamente

possiamo chiamarci figli dei Bruti, dei Fabrizi, dei Fabi, dei Cesari,

la storia di Roma ha un incanto, un fascino immenso.

Ma Roma cade e gli Unni, i Vandali, i Goti, i Visigoti, gli Ostrogoti,

i Longobardi si gettano come corvi famelici sopra di essa, e con la

spada insanguinata segnano una nuova epoca: il Medio-evo, tempo di

transazione, che non ha una vera storia, ma che prepara la storia;

epoca enigmatica e oscura, che ricorda la biblica torre di Babele.

Infatti, quando si presenta innanzi a voi il grande ed infelice

Colombo, vi sembra di essere usciti come da una bolgia infernale.

Guardate indietro, e mille ombre vi inseguono: — è Alboino, che con

la tazza ferale vi invita a bere del sangue; — è Teodora, Macrozia,

Ermengarda, le turpissime donne di Roma, che con l'astuzia e la

disonestà creano scandali e rovine; — è Barbarossa, che scende cinque

volte a incendiare città e villaggi; — sono insomma tanti spettri

orribili, che escono dai loro sepolcri e si fanno innanzi minacciosi.

Al Medio Evo fanatico e sanguinario succede l'età moderna, in cui tutti

i popoli, ripetendo il grido di Giulio II: “Fuori i barbari!„ cercano

acquistare la propria indipendenza.

Questo periodo più vi appartiene e voi lo scorrete con ansia.

Finalmente gl'Italiani si sono svegliati! Caduti con Roma, per tanti

secoli fummo dominati, disprezzati, e la nostra Patria venne chiamata

una _espressione geografica_. Ma il tempo della rivendicazione è

venuto. Non è la Lega Lombarda, non sono i Vespri Siciliani, non è

la rivolta di Masaniello, sono tutti gl'Italiani che si ribellano ai

propri tiranni. Fuori, fuori! abbasso gli Austriaci! abbasso i Borboni!

abbasso i Duchi, gli Arciduchi, i Vicerè, i Potestà! Vogliamo l'Italia

una e indipendente!

Voi pieno d'entusiasmo accompagnate Cavour al congresso di Parigi,

assistete ai segreti colloqui tra D'Azeglio e Vittorio Emanuele; e

quando la guerra contro l'Austria incomincia, voi tremate: è quel sacro

timore che si prova alla vigilia delle grandi imprese. Sorpassate le

lunghe descrizioni, le biografie, i commenti e correte alle battaglie:

a Montebello, a Palestro, a Varese, a Camerlata, a Melegnano, a S.

Martino, a Calatafimi, a Milazzo, a Capua, a Gaeta. Da per tutto si

combatte e si vince!

Gli Austriaci si ritirano, i Borboni fuggono, la Patria finalmente

è nostra! E la storia contemporanea si chiude con il trionfo

degl'Italiani.

All'ultima pagina vi destate come da un sogno incantevole; ma subito

dopo vi assale una malinconia.

I nostri padri affrontarono l'esilio, il carcere, la morte e noi che

cosa abbiamo fatto per rendere rispettata la nostra Patria, questa

terra benedetta, ricca di tante bellezze di natura, sempre maestra

nelle arti e nelle scienze?

*

* *

La storia fa ribrezzo.

In essa vive un mostro che ora striscia come un rettile e riesce a

nascondersi, ora si solleva gigante ed urla come un demone: la guerra!

Scorrete la storia; ad ogni passo una guerra. Leggi, proclami,

guerre; invenzioni, scoperte, guerre; pace, trattati, guerre. Guerre

sanguinose, che si trascinano per anni e anni, come una vendetta di

Dio; guerre insulse, nate per capriccio o volute da un despota; guerre

ridicole, che fanno vergogna a vinti e a vincitori; ma sempre guerre,

guerre!

Ogni epoca si apre e si chiude con un massacro, ogni nuovo regime è

preparato col sangue di migliaia di vittime. Sulla punta della spada e

sulla bocca del cannone è il diritto.

Non parlate alle nazioni di giustizia. La guerra è il grande,

inappellabile Tribunale, che legalizza usurpazioni e violenze, che

rende o strappa libertà ed onore.

Il sogghigno beffardo di Brenno ha echeggiato in tutti i secoli!

Intanto noi leggiamo la storia con la più grande indifferenza. Le

guerre non ci fanno impressione, sembrano la cosa più naturale del

mondo. Siamo abituati fin da ragazzi ad assistere in ispirito ai

grandi macelli di carne umana. A che cosa si riducevano quei _Compendî

di storia,_ imparati nelle scuole primarie o secondarie? Se togli

le leggende e qualche racconto un tantino educativo, tutto il resto:

guerre. Bisognava sapere dove avvennero, quanti furono i combattenti,

quanti i morti, quanti i feriti, quanti i prigionieri. Dàlli oggi,

dàlli domani, si finiva col pigliarvi gusto. Alla battaglia di Canne

settantamila morti, ventimila prigionieri. Bravo Annibale! In Gallia,

Cesare lascia un milione di morti. Benissimo!

E Napoleone? Quest'uomo fatale, esercitava sul vostro animo un fascino

irresistibile. Quando il professore di storia vi descriveva a vivi

colori i grandi successi militari di Cherasco, di Lodi, di Rivoli, di

Marengo, di Austerlitz, voi a battere le mani freneticamente. Napoleone

è un genio!

Come siamo facili all'entusiasmo! Abbiamo innalzato monumenti ai

grandi conquistatori e li salutiamo col nome di eroi! Eroi che grondano

sangue, eroi che seminarono la morte e la distruzione, eroi-carnefici,

che non ebbero nemmeno il pregio di essere sinceri e di confessare come

Attila: “Io sono il flagello di Dio!„

Quanti milioni e milioni di uomini non furono massacrati sui campi di

battaglia?

Poveri illusi! Credevano di compiere un dovere verso la Patria, e il

più delle volte non fecero che secondare le sfrenate passioni di pochi.

La Patria, sempre la Patria si mette in ballo per attirare il popolo e

trascinarlo al macello. “Ogni anno — esclama il De Musset — la Francia

faceva regalo a Napoleone di trecento mila giovani: era l'imposta

pagata a Cesare, era la scorta che gli bisognava per attraversare il

mondo. Mai vi furono tante notti senza sonno, mai si vide sporgere dai

bastioni delle città tanta moltitudine di madri desolate, mai vi fu

tanto silenzio intorno a coloro, che parlavano di morte!„

Ma i libri storici che davvero fanno ribrezzo sono quei grossi volumi

del Taine, del Michelet, del Blanc, del Thiers. Se siete di animo

delicato, non aprite quei libri: ivi è descritta minutamente la più

grande aberrazione umana: la Rivoluzione Francese. Raccogliete le

malvagità di tutte le guerre, non avrete mai la Rivoluzione Francese,

“in cui l'uomo — secondo il Taine — non è solo barbaro, come il

Vandalo, crudele, come l'Unno, ma un animale sanguinario e lubrico„.

Dio mio! ad ogni passo una mannaia, in ogni casa un eccidio, in ogni

tempio una profanazione. E in mezzo alle strade, allagate di sangue,

vi appaiono come nella penombra, gli spettri di Marat, di Danton,

di Robespierre. Che infernale trinomio! Marat riarso da una sete

insaziabile di sangue, con tutti i sintomi fisici di un mostro: Danton,

maschera convulsa di mastino ruggente, capace di strapparvi il cuore

con uno sguardo; Robespierre, grande macellaio di carne umana, che

parla con la schiuma alla bocca, che digrigna i denti e getta fiele

anche sui morti! Queste ombre vi atterriscono; un fremito convulso

vi agita, i capelli si rizzano sulla fronte, e voi chiudete il libro,

esclamando:

“Maledetta la guerra e le rivoluzioni!„

*

* *

Ma è inutile maledire. La guerra ci sarà sempre. L'uomo, per un fatale

destino, deve di tanto in tanto dar prova della sua malvagità.

Lo Zar, in un momento di santo zelo, ricordandosi di essere non solo

Imperatore, ma padre e Pontefice Massimo di milioni di anime, ebbe la

felice idea della pace universale. Si, si, la pace! Vogliamo la pace!

Tutti i Moneta di questo mondo misero fuori un sospiro di

soddisfazione. Finalmente!

Ma vedete un po': proprio lo Zar, forse per aggiungere l'esempio al

precetto, attaccò lite — e che lite! — col Giappone.

Egli voleva la pace, sissignore; ma voleva anche la Corea. Gli

Occhietti a mandorla si opposero. “La Corea è nostra!„ Nicola montò in

bestia. “Nani screanzati! Voglio darvi io una lezioncina!„

Disgraziatamente invece di darla la ricevè.

Ma siamo giusti: come abolire la guerra, come darle il ben servito e

metterla bruscamente alla porta, se essa oggi impera sovrana in tutte

le Nazioni?

Nel mondo dei libri: bizzarrie · 第 24 / 36 题