_Gli ultimi giorni di Pompei
racconto della prima era cristiana
che fa seguito al Quo vadis._
E così col _precede_ e col _segue_ si cercava smaltire la merce, un po'
fuori uso.
Molti gonzi abboccarono all'amo, comprarono questi volumi, lessero,
lessero, credendo di trovare i nonni o i figli di Licio: alla fine si
accorsero del tranello, ma troppo tardi!
Del resto una vera burla non vi fu. Anche le _Orgie di Nerone_ e gli
_Ultimi giorni di Pompei_ meritano di essere letti! Oh, vi credete
davvero che il _Quo vadis_ sia un capolavoro! Oggi la festa in onore
di questo santo polacco è finita. Il pubblico, avendo per un bel pezzo
gridato a squarciagola: _Evviva il Quo vadis! Evviva Sienkiewicz!_ ha
chiuso bocca, come per cedere la parola alla critica. E la critica,
dopo aver sviscerato quel libro, dopo averlo sottomesso a minute
analisi, ha sentenziato: “Il _Quo vadis_ è un romanzo come tutti gli
altri. Il suo straordinario successo non appartiene alla letteratura,
ma ad uno stato morboso dello spirito contemporaneo.„ E questa volta
la critica ha colto nel segno. Il secolo decimonono, nei suoi ultimi
anni, sentiva quasi un disgusto dei suoi dubbi e delle sue negazioni.
La letteratura e l'arte, invasa dalla scienza sperimentale e positiva,
dava un tanfo di scetticismo anemico! Perfino il romanzo, nato per
dilettare, si era coverto di uno strato scientifico, che, paralizzando
l'azione drammatica, lo rendeva pesante e noioso. Ma a chi ricorrere?
Zola, dittatore in Francia, dopo averci deliziato con la lunga serie
dei _Rongon Marquart_, preparava _I quattro Evangeli_ e agli evangeli
bisogna credere! Il D'Annunzio teneva l'_interim_ della presidenza
in Italia e si ostinava a regalarci romanzi, privi di invenzione, ma
carichi di suoni, di simboli, di paradossi. Sempre quelle situazioni
raccapriccianti, sempre quelle analisi psicologiche!
Il pubblico non aveva il coraggio di ribellarsi, ma lasciava capire che
di quella roba ne era stufo. Intanto i nostri romanzieri continuavano a
fare il proprio comodo.
“O bella — avrà esclamato il d'Annunzio — dobbiamo stare a servizio
dei lettori? Oggi il romanzo si deve scrivere così. Chi non è contento
ricorra alle stravaganze fantastiche del Dumas o ai dolciumi dello
Scott!„
Fu proprio allora che il Sig. Scienkiewicz dalla lontana Polonia disse
al pubblico: “I tuoi romanzieri ti annoiano? Ebbene, io ho lavorato
dieci anni per te. Leggi questo libro!„ e mise fuori il _Quo vadis_. Il
pubblico lesse, si innamorò di Licia ed applaudì freneticamente.
Se questo libro fosse apparso venti anni prima avrebbe avuto il
_crucifige_. Venti anni dopo ebbe _l'hosanna!_
Beato chi conosce l'ora sua!
*
* *
Qui il capitolo sui libri fortunati si dovrebbe chiudere. Non ve ne
sono altri che hanno meritato il primo premio del pubblico, da questo
grande e bizzarro signorone, che sembra indifferente ad ogni produzione
letteraria, ma che quando piglia a ben volere un libro, lo riveste di
medaglie d'oro e ne arricchisce l'autore.
Però il pubblico, sia per giustizia, sia per... carità cristiana,
concede spesso delle menzioni onorevoli. In quest'ultimo ventennio
_Guerra e Pace_, ha avuto una menzione onorevole; _Fatalità_, menzione
onorevole; _Mio Figlio_, menzione onorevole; _Piccolo mondo antico_,
menzione onorevole; _Il Santo_, menzione onorevole. Veramente
quest'ultimo fu proprio lì lì per meritare il primo premio. Da
principio prese una bella corsa, ma un bel giorno si fermò, quantunque
la Sacra Congregazione dell'Indice, segnandolo col suo Bollo l'avesse
reso più accetto ai nuovi ghibellini del pensiero.
Il D'Annunzio ne tiene un fascio, ma egli aspira alla medaglia d'oro.
Un artista sommo, con quei cavalli di forza, non può accontentarsi di
una semplice menzione onorevole, nè di medaglie di bronzo o di argento.
_La Figlia di Jorio_ fu molto applaudita; andò in processione per tutti
i teatri d'Italia, ma il pubblico non la credè degna del gran premio.
E la _Nave_, varata all'Argentina di Roma?
I giornali amici come per preparare l'ambiente, incominciano un mese
prima a cantarne vita e miracoli, a far sapere che si compone di un
prologo e di tre grandi quadri e, come per stuzzicare l'appetito, ne
fanno assaggiare un pezzetto. Se volete gustarla tutta, aspettate la
“primière.„
Ma che dramma! basta dire che è stato dedicato a Dio! C'è anche la
musica, ma la musica deve stare al suo posto: è la parola del vate che
deve primeggiare.
Viene il gran giorno. _La Nave_ si vara... felicemente. Il pubblico,
affascinato dal mirabile apparecchio scenico, stordito dalle marce
trionfali, dai canti liturgici, da quegli urli incessanti, batte le
mani. “Fuori l'autore! Vogliamo l'autoreeee!„ Il D'Annunzio, commosso,
esce alla ribalta e mentre il pubblico continua ad osannarlo, dice a
se stesso: “Finalmente hai meritato il primo premio!„ E sempre più si
culla in questa dolce illusione, quando il conte di S. Martino tutto
frettoloso lo chiama. “Avanti, Gabriele; il Re ti aspetta nel suo
palco!„
Dunque il decreto è già firmato!
Il D'Annunzio, sicuro, sicurissimo di aver scritto un libro fortunato,
quella notte ebbe sogni d'oro.
Il pubblico invece appena uscito dal teatro si sentì un po' male.
_La Nave_? ma che cosa è questa _Nave_? che cosa vogliono quelle
diaconesse, quelle croci, quei cori di catacumeni e di Nàumachi,
quelle orgie di eretici e di pagani, quei giudizi di Dio? Il varo è
bellissimo, ma varare una nave, significa comporre una tragedia?
L'Argentina continua ogni sera a ripetere la solenne funzione; i
critici amici, sapendo per esperienza che bisogna battere il ferro
quando è caldo vanno dicendo che l'entusiasmo cresce sempre per questo
capolavoro. A sentirli, il dramma sarà rappresentato in tutte le
capitali, Parigi, Londra, Berlino, Pietroburgo, Costantinopoli, New
York, aspettano la _Totus Mundus_!
Ma che! passati due mesi il termometro scende molto basso. _La Nave_,
dopo un giro per i nostri porti, ritorna in cantiere, con una semplice
menzione onorevole. Invano i fratelli Treves l'hanno istoriata come una
galea, tipo greco. Pochi leggono quei versi, carichi di allitterazioni
e di parole di conio raro.
Il D'Annunzio però, siate sicuro, non si arrende; tenace, da abbruzzese
vero, tenterà la prova con una nuova opera. _La Nave_ non vi ha
storditi? Ebbene, datemi un po' di tempo; fra un paio di anni, ed anche
meno, vi presenterò una corazzata in tutta regola.
Ma sento dire che il D'Annunzio _forse che si forse che no_ vuol
lasciare il mare. Il mare è infido, il mare è traditore. Anche le
corazzate di prima classe possono andar giù.
Lui si è rivolto ai santi. Che si sia rivolto ai santi, sta bene, anzi
è un debito di gratitudine. Chi prende nome e cognome da un angelo, di
tanto in tanto deve ricordarsi del Cielo. Ma _San Sebastiano_, proprio
San Sebastiano, che fu ucciso a colpi di frecce! Attenti: Il pubblico
è bizzarro, il pubblico è sanguinario: potrebbe ripetere lo scherzo a
colpi di... fischi!
E poi il D'Annunzio non ha pensato che da un momento all'altro possono
succedere tante cose? Forse un bel giorno, chi sa da quale parte del
mondo ci verrà il primo libro fortunato del secolo XX.
Il D'Annunzio vorrebbe per sè quest'onore, ed è giusto; ma tutta la
schiera immensa dei letterati francesi, tedeschi, inglesi, americani
non hanno la stessa pretenzione? Lavorano in silenzio costoro, senza
colpi di grancassa, senza rinchiudersi in una villa, senza spedire
telegrammi a destra e a sinistra, quando terminano un romanzo o un
dramma; ma la mira è quella.
E se questo libro ci venisse dal Giappone? Il Giappone si trova nel
periodo di gloria. Forse dopo i trionfi in guerra potrebbe averne
qualcuno nelle lettere. Il pubblico è ben disposto! Ma non facciamo
prognostici; venga pure dalla Groenlandia, sarà sempre ben accetto. Noi
fin da questo momento mandiamo un saluto al fortunato autore. Autore? e
se sarà una donna? Già, potrebbe essere anche una donna.
Ebbene, all'opera, o figlie di Eva. Fate che la storia possa dire:
“Il primo libro fortunato del secolo XX fu scritto da una donna!„