Quanto fruttò all'Alighieri la _Divina Commedia_? Neppure il becco di
un quattrino. Noi, tardi nepoti, l'abbiamo coverto di alloro da capo a
piedi, gli abbiamo messo in testa una ricca corona di lauro, l'abbiamo
solennemente dichiarato il papà della poesia, ma il Sommo Poeta se ne
morì povero e in esilio.
E l'Ariosto che cosa ebbe per l'_Orlando Furioso_? Danaro, zero. Egli
stesso se ne lamentava con le Muse:
Apollo, tua mercè, tua mercè, santo
Collegio delle Muse, io non possiedo
Tanto per voi ch'io possa farmi un manto.
E sapreste trovarmi un solo poeta che fosse divenuto ricco per i suoi
libri?
Alcuni vivevano con qualche agiatezza, perchè erano sussidiati, perchè
riscuotevano una pensione come vecchi impiegati in ritiro, ma nessuno
potè mai esclamare: “I miei libri mi hanno fruttato duecento, mille,
tre mila zecchini!„
Anche dopo il Settecento, in cui il libro incominciò a mettersi in
commercio, i poveri poeti ricavavano ben poco. Il Parini, ad esempio,
doveva ricorrere alla generosità di un canonico per non vedersi
morir di fame la propria madre; il Foscolo se ne andava ramingo per
la Svizzera, per l'Inghilterra; e se il Monti viveva da signore,
quel danaro gli veniva direttamente dalla Real Zecca, per i servizî
speciali, che rendeva alla Corona.
E in Francia? I letterati dovevano andare col cappello in mano
dall'editore e a stento ottenevano poche centinaia di lire. Basta per
tutti il caso di Bruyere. Un giorno il grande e geniale filosofo si
presenta dall'editore Michalet e cavando di tasca il manoscritto dei
_Caratteri_, gli dice:
“Vuol pubblicare questo mio lavoro?„
L'altro resta per un momento sopra pensiero, poi risponde:
— Sa', io non potrei offrirle che dugento lire. —
“Vada per duecento.„
Dopo cinque anni il Michalet guadagnava con i _Caratteri_ trecento mila
lire e il Bruyere, per vivere, doveva ricorrere alla munificenza del
Principe di Condé!
Del resto fino a ieri si è detto che i letterati sono poveri, poveri in
canna.
Una sera il Balzac, mentre si ritira a casa, proprio nel quartiere
Marteuf, è aggredito da un ladro, il quale l'apostrofa col rituale
dilemma: — o la borsa o la vita. —
Il Balzac scoppia in una sonora risata e stringendogli amichevolmente
la mano, gli dice:
“La borsa? fratello mio, la borsa è vuota! Non sai che io sono un
letterato?„
Il ladro sorride gli chiede venia e si allontana.
Eppure il Balzac mentiva. Al suo tempo i letterati di grido
incominciavano a guadagnare qualche marengo. Lo Scott con i suoi
romanzi arrivò a sei milioni e mezzo; il Dumas (padre) lasciò al figlio
una rendita annua di lire 50 mila; il Sue, solo coll'_Ebreo Errante_,
intascò molte migliaia di lire.
Ed oggi? Oggi un libro che incontra il favore del pubblico è una
miniera inesauribile di gloria e di danaro. Un libro basta a farvi
milionario e a sollevarvi nello stesso tempo tra gli alti papaveri
della repubblica letteraria. E quando siete a quel posto, non ci sarà
più bisogno di lavorare; potete passare la vita in divertimenti.
Quel libro, come un fertilissimo podere, ogni anno vi darà il suo
invidiabile prodotto.
Questa fortuna però tocca a pochi.
Ogni giorno si pubblicano migliaia e migliaia di libri, ma gli autori
non diventano milionari. Tutt'altro: la maggior parte vi rimette le
spese. E perchè? perchè questi libri non scuotono il pubblico, il
quale per natura è sonnacchioso e indifferente. Bisogna svegliarlo,
entusiasmarlo, elettrizzarlo, stordirlo!
È molto difficile, non è vero? ed ecco perchè in cento anni, appena
cinque o sei libri si possono chiamare fortunati!
*
* *
Faccio una domanda. Che sarebbe stato del Manzoni se non avesse scritto
i _Promessi Sposi_?
“Il Manzoni!„ — esclamerà qualcuno — oh non sapete che il Manzoni è un
colosso? che appartiene alla schiera dei sommi maestri?„
Siamo perfettamente d'accordo; ma guardando bene quel colosso non vi
pare che sia formato tutto di _Promessi Sposi_? Le tragedie si leggono,
perchè sono sorelle dei _Promessi Sposi_; la _Morale Cattolica_ è
generalmente ben vista, perchè appartiene alla medesima famiglia.
Siamo giusti; tutti gli onori che ebbe il Manzoni non furono dati
esclusivamente all'autore dei _Promessi Sposi_? Perchè lo visitò lo
Scott? perchè Vittorio Emanuele II, appena entrato in Milano, volle
salutare il grande Lombardo?
C'è poco da discutere: il Manzoni è sugli altari per Renzo e Lucia!
Domandatene al Cantù, il quale lavorò fino a ottant'anni, scrisse
un mondo di libri, ma non riuscì, malgrado la sua buona volontà, a
mettere fuori un libro fortunato. Tentò la storia — che storia! —
trentacinque grossi volumi, che pesano un quintale, tentò il romanzo,
tentò la poesia, tentò la critica, tentò la letteratura popolare, fu
impossibile; il libro fortunato non venne! E lui per consolarsi, dettò
negli ultimi anni le _Reminiscenze Manzoniane_, come per dire: “Se non
riuscì a me, riuscì al mio amico Sandro: è lo stesso!„
Ma lasciamo la celia! Il Cantù, nel citato libro, ci dice che
gl'_Inni Sacri_, le _Tragedie_ e tutto quel manipolo di componimenti
poetici passavano quasi inosservati. Il Rovani ce lo spiattella con
più franchezza: “Del Manzoni non si conoscevano che gl'_Inni_ e le
_Tragedie_, lette da pochi, disprezzate da molti.„
Ma dopo la pubblicazione dei _Promessi Sposi_, il Manzoni arrivò alle
stelle.
Che successo! neppure i romanzi dello Scott e del Dumas ebbero tanta
fortuna!
Sentite come scrive Giulia all'amico Fauriel:
“Debbo dirvi che abbiamo provato un gran piacere nel vedere il lieto
successo del libro del babbo. In verità, superò non solo la nostra
aspettativa, ma ogni speranza. È un vero furore; non si parla d'altro;
nelle stesse anticamere i servitori si tassano per poterlo comprare.
Il babbo è assediato da visite e da lettere d'ogni specie e d'ogni
maniera!„
Nessun libro in Italia aveva destato tanto entusiasmo. Le edizioni si
seguivano le une alle altre, e la nostra penisola fu piena di _Promessi
Sposi_. Caffè, circoli, teatri, strade, alberghi si intitolavano di
quel nome. Il Granduca faceva dipingere le sale della sua villa con gli
episodi del romanzo; nel carnevale del 1828 la quadriglia che destò
maggiore entusiasmo a Milano fu quella di Don Rodrigo e dei Bravi; a
Parigi si rappresentò in teatro con musica del maestro Caraffa.
Anche in poesia: Lorenzo Del Nobolo da Montevarchi ne ricava un poema
di dodici canti, lo pubblica da Giardelli di Firenze il 1838 e lo
dedica alla Granduchessa di Toscana.
I personaggi divennero popolarissimi. Ogni prete, un po' ignorantuccio
e timido, veniva chiamato Don Abbondio; tutte le domestiche
dei reverendi ebbero il nomignolo malizioso di Perpetua. Nelle
conversazioni si sentiva spesso ripetere: “Mi sembri il conte Attilio!
Vorreste imitare il padre di Fra Cristoforo? vedi quel Don Ferrante!
Oh! che cera da Innominato!„
Si disse che il Manzoni ebbe quel trionfo per la benedetta quistione
della lingua. Non credete a queste ciarle. _I Promessi Sposi_ furono
fortunati: ecco tutto.
*
* *
Dopo la pubblicazione di questo romanzo il Manzoni si mise in posizione
ausiliaria e di rado prese la penna in mano. Perchè affaticarsi? il
colpo era fatto.
Incominciarono ad affaticarsi i poveri imitatori. Il Rosini, purista
cattedratico, prende per sè il quadretto della Monaca di Monza e dice:
“Questo ingrandimento artistico lo faccio io!„ Il Gualtieri acciuffa
l'Innominato e gli grida: “Per te ci sono io, canaglia!„
Se ne venne poi la così detta scuola manzoniana. Il Grossi, il
D'Azeglio, il Cantù, il Carcano scrissero il loro romanzo. Che volete!
quel successo faceva gola e ognuno sperò di averne una fetta. La
malattia è continuata per un pezzo, e pochi anni fa abbiamo avuto
_I figli di Renzo e di Lucia_. Ma questi benedetti figli, com'è
da immaginarsi, somigliano poco ai genitori. Segno di decadenza! —
direbbero i moralisti; mancanza di arte! — diciamo noi.
Altri, vedendo che i poveri imitatori avevano fatto fiasco, si dettero
a commentare il fortunato romanzo. Abbiamo centinaia di volumi sui
_Promessi Sposi_! Commenti storici, commenti estetici, filologici,
stilistici, ecc.
Il Morandi incomincia a muovere la quistione della lingua, risponde
il D'Ovidio, replica il Morandi. Il Boni, più pratico, pubblica una
grammatica italiana con gli esempi ricavati dai _Promessi Sposi_ e
par che dica: “Se vuoi scrivere come il Manzoni, eccoti la guida!„
Allora il Morandi lascia il D'Ovidio, ricorre ad un Cappuccini e così a
quattro mani preparano una nuova grammatica manzoniana fin nelle ossa.
Ma dunque tutto è Manzoni, Manzoni, Manzoni! Il pubblico cominciò
a seccarsi e stava proprio sul punto di dire: “finitela una buona
volta!„, quando il Venturi, un altro manzoniano puro sangue, prepara
un nuovo libro. Ancora? Ma che cosa avrà da dire questo egregio
professore? Il romanzo è stato commentato, analizzato da capo a piedi
e anche di traverso. Dunque? Il Venturi prende diversi pezzetti del
libro, li liga con sottilissimi fili di prosa sua e dice al pubblico:
“Io vi presento il _Fior dei Promessi Sposi_.„ Il fiore? ma come si
chiama questo fiore? È una rosa, un giglio, un giacinto, una viola?
Il Venturi non è botanico, vi ha dato un fiore e basta: fatelo voi
esaminare! Del resto il libro piacque. Entrò nelle scuole e per molti e
molti anni, maestri e scolari si deliziarono di quell'odore.
Eppure fra tanti signori che scrissero ad onore e gloria del fortunato
romanzo, nessuno ebbe un'idea più geniale di un traduttore francese,
il quale si permise di farne un'edizione _espurgata ad uso della
gioventù_. Non ho potuto, malgrado le mie continue ricerche, avere
questo curioso estratto, ma a quanto mi si assicura non conta più
di dugento pagine. E le altre dugento? via. Poveri _Promessi Sposi_,
mutilati così barbaramente in nome del buon costume!
Ma non sa questo signore che Renzo e Lucia possono entrare anche nei
monasteri? Il Manzoni, proprio alla vigilia di metterli al mondo,
facendosi vincere dai suoi scrupoli religiosi, disse paternamente
ai due protagonisti ufficiali: “Senza smorfie, sa'! I fidanzati in
pubblico debbono essere serî. Certe paroline si dicono a quattr'occhi;
mi raccomando a te, Renzo.„
E il povero Renzo, da buon figliuolo, qual'era, ubbidì. Neppure una
espressione amorosa, neppure una stretta di mano alla sua bella!
Vi ricordate quando è costretto a lasciare le due donne e a prendere
la via di Milano? “Rattenne a stento le lacrime e stringendo
_fortissimamente_ la mano ad Agnese, disse con voce soffocata: _a
rivederci_, e partì.„
Qualche lettore malizioso potrebbe andar fantasticando su quel
_fortissimamente_ e su quell'a rivederci.
Ma, santo Iddio, anche Renzo è un giovanotto e pare che gli si possa
almeno concedere il diritto di far capire ad Agnese, la quale lo capì
benissimo, che quella stretta era per la figliuola. Imitassero Renzo i
nostri giovani! Da che il mondo è mondo; sono tanto pochi i fidanzati
che ricorrono alla madre della sposa! In amore si ama il telegrafo
senza fili e non piacciono gl'intermedî. Nè credo che quel traduttore
nei suoi verdi anni abbia compiuto un eroismo maggiore.
E Lucia? Lucia più che una sposa potrebbe chiamarsi una monachella. Il
Settembrini in pubblica scuola domandava ai suoi allievi: “Come sono
gli occhi di Lucia? non si sa: ella li tiene quasi sempre chinati a
terra per pudore!„
E Don Rodrigo, il Conte Attilio, l'Innominato, la Monaca di Monza?
Saranno dei pessimi arnesi, ma sulla scena rispettano il pubblico,
ubbidiscono al direttore d'orchestra.
Strano! Da noi molti critici si lamentarono che il Manzoni aveva quasi
messo una museruola ai suoi attori principali; in Francia invece,
nella beata repubblica, sempre realista più del re assente, ci fu chi
lo accusò in nome della moralità! Lasciate stare, o fratelli d'oltre
Alpi, gli autori italiani: divertitevi piuttosto a espurgare i vostri
romanzieri! Avete la Senna; approfittatene per lavare i panni sporchi!
Noi intanto conchiudiamo. Quanti quattrini guadagnò il Manzoni con i
_Promessi Sposi_? Eh! pochi, molto pochi. “Appena cinque mila lire„
dice Federico De Müller.
Dopo la prima edizione, il suo editore lo pregava di una ristampa, ma
il Manzoni, vizio suo, non sapeva decidersi: voleva rifare, correggere,
ripulire; intanto in Italia e all'estero si pubblicavano edizioni su
edizioni. In diciotto mesi, nove ristampe in Italia, sei in Francia,
due in Germania, una in Inghilterra. Il Manzoni ebbe cinque mila lire,
ma molti editori fecero fortuna!
E la manna continua. L'Hoepli, quantunque arrivato un po' tardi in
mezzo a noi, ne sa qualche cosa. Sei o sette anni fa bandì un concorso:
dieci mila lire a quel pittore che gli avesse favorito una trentina
di tavole per illustrare il romanzo. Dieci mila lire? È troppo! Ma il
signor Hoepli non canta la messa senza il morto.
Il furbo seminò per raccogliere, e il raccolto fu miracoloso.
Un altro giorno lo Sforza, erede universale di tutti i manoscritti
manzoniani, gli disse: “Sai, ho trovato dei capitoli inediti sui
_Promessi_?„
“Davvero?„
“Davvero!„
“Ebbene, non perdiamo tempo. Scrivi due parole di prefazione e mandami
subito quelle sacre reliquie: ne farò un bel volume, anzi due!„
Bisogna dire la verità: anche i _Brani Inediti dei Promessi Sposi_ sono
alla terza ristampa!
*
* *
_Le Mie Prigioni!_ Ecco un altro libro fortunato.
Il Pellico nel 1830 se ne usciva dallo Spielberg, dov'era stato a
scontare dieci anni di carcere duro. L'abate Giordano, a cui egli
“raccontava per minuto tutto quello che aveva sofferto, lo consigliò
a scriverne la narrazione e a pubblicarla.„ Così nacquero le _Mie
Prigioni_!
Il libro andò a ruba e divenne popolarissimo.
“Il buon successo — sono parole dello stesso autore — crebbe
rapidamente nella Penisola. A Parigi il De Latour lo tradusse nella
sua lingua, le edizioni e le traduzioni si moltiplicarono ben oltre il
merito...„
Ma invece di andar numerando quante edizioni se ne fecero in Italia
e fuori, vediamo piuttosto, perchè quel libro, così modesto, così
piamente religioso, abbia avuto tanta fortuna.
In quel tempo non si parlava d'altro che di patria. Patria! patria!
Era la parola d'ordine dei poeti, degli storici, dei filosofi. L'Italia
doveva una buona volta essere libera.
Il Niccolini con le sue tragedie imprecava contro il tiranno, pigliando
a prestito i fulmini di Giove; il Guerrazzi, con i suoi strani romanzi,
tutt'altro che storici, ribatteva il chiodo, gridando come energumeno:
“Se non liberiamo la Patria io divento pazzo!„
Il Pellico, al contrario, non si adira, non impreca contro gli
oppressori, ma narra, senza apparato di forma, che cosa ha sofferto
per la Patria. “Simile ad un amante maltrattato dalla sua bella e
dignitosamente risoluto di tenerle il broncio, lascio la politica
ov'ella sta e parlo d'altro.„ E parla delle sue infermità, dei
maltrattamenti subiti. Lo facevano morir di fame e una volta fu proprio
sul punto di chiedere un po' di pane al giovane barbiere! Per portare
gli occhiali c'era bisogno di un permesso speciale dell'Imperatore.
Solo, segregato dai suoi compagni di sventura, vorrebbe almeno passare
il suo tempo poetando, ma gli è negata perfino la carta, e il poveretto
deve ricorrere “all'innocente artificio di levicare con un pezzo di
vetro un rozzo tavolino e lì scrivere, con i polsi fasciati, affinchè
le zanzare non entrassero nelle maniche.„ Dopo aver letto e riletto
raschia “ogni cosa col vetro, per avere atta quella superficie a
ricevere nuovi pensieri„. L'unico suo conforto è una lettera della
famiglia, una parola della sua buona mamma. Ma che! “Quelle lettere
passano per la trafila della Commissione e vengono rigorosamente
mutilate con cassature di nerissimo inchiostro. Un giorno invece di
cassare alcune frasi, tirarono l'orribile riga su tutta quanta la
lettera, eccettuata la parola _Carissimo Silvio_ e il saluto che era in
fine: _t'abbracciamo tutti di cuore_. Proruppi in urla e maledissi non
so chi.„
Ecco perchè quel libro commosse. Sembrò ad ognuno di essere stato
nello Spielberg e di aver sofferto quelle pene, quegl'insulti, quelle
sevizie. Nelle _Mie Prigioni_ la figura del Pellico quasi dispare;
no, non è il Pellico, sono tutti gl'Italiani che gemono nel terribile
carcere, perchè amano la Patria e la libertà!
L'abate Giordani, da buon confessore, gli diceva: “Mostrate quanto
il Deismo e la filosofia siano impotenti a fronte della Religione
Cattolica. Molti giovani, letto il vostro libro, scuoteranno il giogo
dell'incredulità.„ Ma le _Mie Prigioni_ ci fanno pensare a un altro
giogo: al giogo della schiavitù! Il Pellico, con la dolcezza, con
la rassegnazione, fece fremere i nostri animi più del Niccolini, dei
Guerrazzi e di tanti altri, che si servirono della penna come di una
dinamite. Ben disse Cesare Balbo: “Questo libro è per l'Austria più
che una battaglia perduta!„ Le madri che prepararono i figliuoli per le
guerre della nostra Indipendenza avevano letto le _Mie Prigioni_, non
la _Battaglia di Benevento_, o l'_Arnaldo da Brescia_!
Ricordo che anche noi fanciulli ci sentivamo ferir l'animo quando
il professore ci leggeva in classe, l'_arrivo allo Spielberg_, il
_mutolino_, _la morte dell'Oroboni_.
“Che cosa, signor maestro, aveva commesso il Pellico, per meritare
questa pena?
— Eh! figliuoli miei, aveva amato la patria. —
“E perciò fu imprigionato?„
— Già, in quel tempo chi amava la patria era punito col carcere. —
“Da chi?„
— Dall'Austria. —
Ma lasciamo stare questi ricordi, lasciamo stare l'Austria. Adesso
siamo amicissimi: il nostro Di San Giuliano va e viene dall'Abbazia
e fa la sua partita con il collega! Però, sia detto fra noi, se
l'Imperatore d'Austria avesse potuto sospettare il brutto tiro del
Pellico, non si sarebbe lasciato vincere dalle preghiere della sua
augusta consorte! Le lacrime della contessa Gonfalonieri sarebbero
state vane. Quell'Imperatore, buono alla scorza, che “non voleva vedere
le faccie sparute dei prigionieri per non rattristarsi„, a firmare
condanne capitali ci provava gusto e al Pellico gliel'avrebbe fatta a
misura!
Il Pellico dunque deve alla contessa Gonfalonieri la vita e... la fama.
Se oggi si trova a fianco del Foscolo, del Monti, del Giusti è per le
_Mie Prigioni_. Togliete questo libro, che gli resta? Un bagaglio di
tragedie, di cantiche, di poesiole, che si stampano per contorno alle
_Mie Prigioni_, ma che nessuno legge. La _Francesca da Rimini_ ebbe un
po' di successo, poi andò a tener compagnia alle altre sorelle!
Il Pellico era convinto di ciò, e dopo la pubblicazione del libro
fortunato voleva chiudere bottega. Ma eccoti di nuovo quel benedetto
abate Giordano, che gli va ripetendo: “Dovreste giovarvi del favore che
il pubblico vi dimostra per dargli un trattatello morale.„ Il Pellico
ripulì i ferri del mestiere, si mise all'opera e ci regalò _I doveri
degli uomini_. “Questo libro — sono sue parole — ebbe un successo
simile alle _Mie Prigioni_.„
_Simile!_ Ma lasciamo correre. Sono tenerezze paterne. Oh non sapete
che i padri sono gli eterni panegeristi dei propri figli?
_I doveri degli uomini_ ebbero un successo effimero e dopo cinque o sei
anni nessuno ne parlò più.
A proposito, il Pellico ebbe imitatori?
No. Per scrivere qualche libriccino su quel metro occorreva la prova
del fuoco: bisognava passare sei o sette anni in gabbia!
Il Settembrini dettò le _Ricordanze_, il Pallavicino le _Memorie_, ma
non si può dire che abbiano avuto intenzione di imitare il Pellico. Ed
oggi, nell'anno di grazia 1911, si potrebbe avere un libro sulla falsa
riga delle _Mie Prigioni_?
Per l'amor di Dio, non lo dite neppure! Chi è quel disgraziato che
vorrebbe far ritornare il tempo della tirannide per scrivere un libro
fortunato?
*
* *
Il _Cuore_ del De Amicis è stato tradotto in lingua giapponese
e pubblicato in due volumi su carta di seta e con copertina
elegantissima. Curiose le illustrazioni! I piccoli protagonisti
italiani sono trasformati in ragazzi giapponesi, con gli occhietti a
mandorla e con il naso schiacciato.
Ecco che cosa succede ai libri fortunati! E il _Cuore_, bisogna dirlo,
è un libro fortunatissimo.
Sei anni fa, essendo arrivato alla 300ª edizione, si celebrarono
a Torino le Nozze di Oro con un banchetto _cordiale_. Si mangiò e
si bevve alla salute, e anche a spese, dei trecento mila lettori.
Immaginate che sentimentalismo! _Cuore, Cuore, Cuore!_ I brindisi
piovvero. I trentanove convitati: critici, musici, poeti, scultori,
commediografi, divennero teneri come agnellini! L'ultimo fu il
Giacosa, il quale vedendo che il termometro della cordialità segnava 39
all'ombra, se ne uscì con pochi versi alla Giusti, ringraziando il De
Amicis di averlo invitato a quel banchetto
dei trecento mila cuori
Che il tuo cuor si soggiogò.
A festa finita, i commensali ebbero un opuscolo elegantissimo,
contenente i fac-simili fotografici dei frontespizî delle 22 traduzioni
di _Cuore_.
Che? c'è stato mai un libro che ha avuto questi trionfi?
Ma, siatene certi, questo libro fortunato non si accontenta delle nozze
d'oro. Dopo un paio di lustri, verranno le nozze di brillanti, poi
quelle di radium, e così di nozze in nozze se ne starà sempre nella
luna di miele.
Dico _sempre_, perchè il _Cuore_ appena diede il primo palpito,
innamorò tutti.
I fratelli Treves (e allora erano davvero due!) non facevano a tempo
a sfornare. Da ogni parte d'Italia si chiedeva un _Cuore_; tanto che
i signori Treves, fingendo di perdere la pazienza, alle continue
richieste, rispondevano: “Ma, santo Iddio! non abbiamo mica cento
braccia noi!„ Intanto l'entusiasmo cresceva, cresceva: ognuno ne
decantava i pregi. Che libro! che tesoro! Come erano commoventi quei
racconti mensili! e quelle letterine, e quei ricordi storici e quei
bozzetti di scuola!
Il Mantegazza, senti oggi, senti domani, lasciò di manipolare
_fisiologie_ e scrisse _Testa_: il De Castro dettò _Forza_. Ma che!
come a farlo apposta, il _Cuore_ continuava la sua marcia trionfale e
la povera _Testa_ del Mantegazza se ne restava molto addietro, senza
parlare della _Forza_ che appena dava un passo!
Il De Amicis, quando vide che ai suoi cortesi concorrenti mancava
la lena, se la rise sotto i baffi e, scuotendo la sua chioma,
generosamente leonina, esclamò: “Amici, l'avete fatta tardi!„
*
* *
E chi può parlare del trionfo che questo libro ebbe nelle scuole
elementari del Regno?
I maestri ne erano innamorati cotti, ed avevano ragione. In quel tempo
i poveri precettori erano trattati un po' male dal Governo, nè alcun
Deputato aveva alzato la voce a prò di queste vittime, che lavorano
molto e riscuotono poco. Il De Amicis, non potendo dar quattrini, ne fa
il panegirico, e ad ogni maestro mette in testa una corona di alloro.
Non ne dimentica uno! _Il nuovo maestro, il maestro di terza, la mia
maestra di prima superiore, il maestro di mio fratello, la mia antica
maestra, il maestro di mio padre, il maestro supplente, il maestro
serale, il maestro ammalato, la maestra morta_. Requie all'anima sua!
E sono tutti martiri, tutti eroi, tutti santi! Che angeli di bontà! Non
fanno altro che baciare ed abbracciare i loro figliuoli adottivi; baci
sulla fronte, baci sulle guance; baci, sempre baci!
Ma zitto! noi non possiamo discutere del merito di questo libro, che
gode prerogative reali e che potrà essere giudicato solo da l'Alta
Corte di Giustizia.
Abbiamo detto che il Manzoni dopo i Promessi Sposi, volle riposarsi,
seguendo, da buon cattolico, l'esempio del Signore, che dopo i sei
giorni della creazione, si compiacque dell'opera sua e si riposò. Il
De Amicis la pensa diversamente. Il Cuore gli mette l'argento vivo
addosso. Riposarsi, e perchè? Il pubblico m'applaude, mi chiama al
palcoscenico ed io mi ritiro? Sarebbe una scortesia. E così per non
essere chiamato scortese, continuò a mettere fuori: _Fra scuola e casa,
La maestrina degli operai, Ricordi d'infanzia, L'idioma gentile_, ecc.
_Cuore_ andava avanti e questi fratelli dietro. Per un riguardo
personale al _Cuore_, i versi del De Amicis furono chiamati poesie, e
sempre per quel benedetto _Cuore_ si fece buon viso al _Romanzo di un
maestro_, ad una certa _Carrozza per tutti_, ecc.
Ecco che cosa significa dare alla luce un libro fortunato!
Veramente oggi il _Cuore_, dopo aver fatto soffrire di cardiopalmo
un'intera generazione, ha rallentato un po' i suoi palpiti; ma resta
sempre il libro prediletto per i ragazzi.
Spesso ritirandovi la sera a casa, trovate i vostri figliuoli, che
pendono tutti dalle labbra del più grandicello, il quale legge commosso
il _Sangue Romagnolo_ o _dagli Appennini alle Ande_.
L'entusiasmo di una volta è cessato, ma fino a che avrete nel petto un
cuore, ne avrete un altro nella libreria!
Veniamo adesso alla solita conclusione.
Quante migliaia di quattrini fruttò questo libro? Eh! Chi volete che
ce lo dica? Sono furbi i fratelli Treves e fanno bene. In Italia non
si può parlare troppo chiaro. L'agente delle Imposte colpisce subito
a nome della legge. Però posso assicurare che Emilio Treves, parlando
una sera della fortuna di questo libro, esclamò: “Se avessi altri dieci
_cuori_!„
Che grande umanitario!
*
* *
Siate sincero: forse nella vostra libreria manca la _Divina Commedia_
o il _Vocabolario della Lingua Italiana_, ma non il _Quo vadis_, — un
altro libro miracolo! —
Federico Verdinois traduce un romanzo dal Polacco col titolo il _Quo
vadis_ e lo pubblica a pezzetti sul “Corriere di Napoli„ di felice
memoria.
Le puntate si seguono fra l'indifferenza generale. Chi volete che
tenga dietro a tutti questi romanzi da appendice, così strani, così
morbosamente fantastici e di minimo valore artistico!
Ricordo che spesso, prendendo il giornale e posando l'occhio su quel
titolo così bisbetico, dicevo annoiato: “Ancora!„ Immaginavo un romanzo
sulla falsa riga di _Tito Veio_ o giù di lì.
Ma un bel giorno si incomincia a parlare con entusiasmo del _Quo
vadis_. Che capolavoro!
L'entusiasmo cresce, diventa febbre, delirio.
A coro tutte le riviste, i periodici letterarî incominciano a cantarne
mirabilia. Il romanzo cristiano è il _Quo vadis_ — il Cristianesimo
è il _Quo vadis_ — la Lucia dei _Promessi Sposi_ e la Licia del _Quo
vadis_ — l'elemento storico nel _Quo vadis_. I giornali politici
mandano a far benedire ministri e deputati e dedicano un'intera
pagina — sei massicce colonne — al _Quo vadis_. _Reporters_ corrono
a scavezzacollo in Polonia, vanno a scovare il fortunato autore e
vogliono sapere quando scrisse il _Quo vadis_, perchè lo scrisse,
come lo scrisse, dove lo scrisse ecc. Intanto le edizioni arrivano
all'ennesima potenza. Il _Quo vadis illustrato_, il _Quo vadis con
pianta topografica_, il _Quo vadis per la gioventù, per gli adulti,
per i vecchi_, e forse qualcuno pensò pure ai poveri infermi e ai
moribondi!
Evviva, evviva il _Quo vadis_! Evviva Licia, Vinicio, Petronio! Evviva
Ursus!
Tutti comprarono questo libro, tutti lo lessero, o almeno finsero di
averlo letto. Magari bisognava mentire per non essere chiamato... chi
sa che cosa!
Qui mi permetto di ricordare un aneddoto. Proprio in quei giorni
di plenilunio mi trovavo a Napoli. Sapendo che di fresco si erano
pubblicati gli _Scritti inediti del Settembrini_, mi recai da _Detken
et Rocholl_ per acquistare quel volume. Entro, e vedo una catasta di
_Quo vadis_.
Un giovanotto mi fa un grazioso inchino e mi dice: “Tradotto dal
Verdinois?„
— Che cosa? — gli domando maravigliato.
“Lei non vuole il _Quo vadis_?„
— No. —
“No, e allora..?„ e mi guarda di traverso come per dire: si vede che
non hai gusto!
In verità questo complimento, quantunque non espresso, mi garba poco e
perciò, botta e risposta, aggiungo subito:
— Il _Quo vadis_ l'ho comprato due mesi fa a Roma —
Dissi una bugia, ma salvai... l'onore!
*
* *
Qualche critico, non so se in buona o mala fede, volle dire che quel
romanzo non era poi una gran cosa! Non l'avesse mai fatto: restò solo
e fu chiamato maligno. Il pubblico aveva battuto le mani e il pubblico
comanda in teatro e fuori.
Ma s'incominciò a dire: questo signor Sienkiewicz (che bel nome, sembra
uno starnuto!) non ha scritto altri romanzi? Eh! il Sienkiewicz è un
romanziere provetto e fecondo, ne ha pubblicato una ventina. Davvero?
Davvero!
I nostri editori, vedendo che il pubblico è ben disposto, fanno subito
tradurre quei romanzi, quelle novelle; e dopo un mese, in tutte le
vetrine dei librai, si vedono già in bella veste i fratellini del _Quo
vadis; Per il pane, Seguiamolo, I Crociati, Col ferro e col fuoco. Il
diluvio, La famiglia Polaniesoski, San Michele Volodioshe_ ecc.