Quanti libri nuovi avete comprati quest'anno? Pochi? O pochi o molti,
libri nuovi se ne comprano sempre.
Spesso si fa il proponimento di non comprare più un libro: sono già
tanti! Ma bisognerebbe vivere in un deserto, non leggere alcuna
rivista, alcun periodico, nemmeno il giornale, anzi il giornale
politico più degli altri vi tenta: ogni giorno una rubrica, una
specie di stato civile per i nuovi venuti. Senti oggi, senti domani:
l'appetito si stuzzica.
Qualche cosa dunque si deve comprare, si sente il bisogno di sapere che
cosa vogliono questi scrittori nostri.
E quando si ha nelle mani un libro nuovo, nuovo di zecca, si prova una
certa voluttà. Si mira, si palpa, si apre. Bravo, bravo il D'Annunzio!
Dovrà essere bellissimo questo dramma. Vediamo un po' che vuole il
Graf, che vuole la simpatica Negri, che vuole il Pascoli, che vuole il
Marradi. È morto il Carducci, è morto il De Amicis, è morto il Barrili,
è morto il Fogazzaro. Santo Iddio, che se ne vogliono andare tutti?
Tutti? Eh! scrittori ce ne sono in Italia e scrivono, sa: sempre con la
penna in mano. Ogni giorno un romanzo, un dramma, una qualche cosa.
Sì, venite, venite! Se i volumi che conserviamo negli scaffali ci
parlano del passato, ci ricordano le lotte, le aspirazioni di altri
tempi, voi cari, voi benedetti, ci parlate dell'oggi, ci dite che in
Italia, nella patria Dante, l'arte non muore.
Ma quanto sono belli questi libri nuovi! Donde vengono? chi ha data
loro tanta grazia e tanta leggiadria? Ah, è quel mago dell'Hoepli, quel
furbo dello Zanichelli, quel tentatore del Voghera, quei burloni di
Treves, che mandano questi gioielli così vezzosi per il mondo.
Ma diverranno vecchi e scompaginati? No, no. Li conserverete con cura,
non vi farete mai uno sgorbio, una postilla, una piegatura, non li
presterete mai ad alcuno: sono belli e debbono restare sempre belli!
Voi fantasticate e intanto quel furbo dello Zanichelli, quel mago
dell'Hoepli, quel demonio del Sandron, par che se la ridono alle vostre
spalle. Ridete, ridete, verrà il tempo della giustizia e allora faremo
una rivoluzione contro di voi, vi manderemo all'inferno tutti, nella
nuova bolgia dei tentatori.
*
* *
I libri sono come le donne: non debbono presentarsi discinti e
negletti, hanno bisogno di un tantino di eleganza, di un tantino di
lusso. Una _Divina Commedia_ con una cartaccia ruvida e porosa, con
caratteri grossolani non vi sembra più il Sacro Poema. Se invece la
_Divina Commedia_ la fate uscire dai tipi eleganti, fini, sopraffini
dell'Hoepli, del Barbera, del Le Monnier, allora ci sembrerà un
Vangelo.
La buon'anima di Dumas padre, in un suo romanzo diceva: “La donna
bella adornata artisticamente è bellissima: la donna brutta, adornata
artisticamente è bruttissima.„ Così è dei libri. Voi vedete un volume
elegantissimo, con tagli in oro, con caratteri nitidi, con carta
rosea; lo aprite, lo leggete: sono venti, trenta poesiole insipide e
stomachevoli. Quell'eleganza, quel lusso lo rende più sciocco.
Ma quest'editore è pazzo? Eh! non è pazzo l'editore, è pazzo chi compra
questa roba, è pazzo chi si ferma all'apparenza.
Attenti, attenti con i libri nuovi! Oggi c'è una smania morbosa di
stampare.
Iddio conoscendo la nostra natura ciarliera ci dette una lingua,
affinchè potessimo dalla mattina alla sera annoiare parenti ed amici;
ma no, si vuole annoiare anche i lontani ed ecco la stampa.
Nei secoli scorsi pochi avevano il coraggio di mettere fuori qualche
cosetta. Stampare! faceva paura. Era un passo pericoloso. Si restava
per un buon pezzo come Cesare dinanzi al Rubicone. Oggi non si
conoscono più Rubiconi. Tutti sono letterati.
Ognuno scrive il suo romanzo, ognuno sente il bisogno di mandare per
il mondo i suoi belati poetici, ognuno pubblica il suo lavoro critico.
Tutto questo per essere chiamato autore, per far sapere che nel
cervello si ha un granellino di sale.
Ma piano, piano! lasciateci prendere fiato: con questa gazzarra
maledetta, non abbiamo nemmeno l'agio di scorrere i cataloghi.
Come cambia il mondo! Un tempo i manoscritti prima di essere pubblicati
si lasciavano per lunghi anni nel tavolino, come per farli fermentare
e dopo una lunga quarantena, venivano corretti, ricorretti e qualche
volta bruciati. Il Bembo teneva quaranta grossi portafogli e faceva
passare le sue composizioni dall'uno all'altro per meglio correggerle.
Il Giusti nella sua autobiografia dice: “A correggere non mi basta
mai il tempo: o è scrupolo o è coscienza, mi piace sempre rivedere,
mutare.„ Il Tommaseo a proposito del lavoro di lima, esclamava: “L'arte
dello scrivere è l'arte dei pentimenti.„ Il Manzoni,... del Manzoni
non ne parliamo: se ne stava anni e anni a tavolino a ripulire i suoi
_Promessi_.
Oggi al contrario si scrive e si stampa sollecitamente,
frettolosamente. Specie i giovani, che escono dalle nostre Università,
forse per non aver la noia di ben digerire quel poco che hanno
imparato, lo mettono subito fuori... con la stampa, come per disfarsene
per sempre.
Ma invece di fermentare i manoscritti, fermentano i libri e quel che è
peggio, alcuni restano sempre in fermentazione.
Ogni anno nel nostro bel regno si pubblicano dieci mila volumi, ma la
maggior parte non veggono la vera luce.
Poveri esseri, creati senza necessità, condannati a restare per anni e
anni nelle vetrine dei librai e a chiedere sommessamente, a chi passa,
la carità di essere comprati! Poveri infelici, che, non trovando un
compratore, si offrono in dono, _in segno di omaggio, in segno di
stima, come ricordo affettuoso_, tanto per cambiar aria e domicilio!
Veramente alcuni autori, dopo un primo saggio, conoscendo forse di
aver dato un passo falso, si fermano. Speravano di ottenere gloria e
ricchezze, ma non avendo ottenuto nè l'una, nè le altre si ritirano,
dicendo corna del pubblico _ignorante_. Altri invece non si arrendono
mai: ogni anno metton fuori un volume; cercano la gloria ad ogni
costo, vogliono per forza essere riconosciuti ufficialmente poeti
o romanzieri. A furia di importune e continue preghiere, dopo tante
umiliazioni e dinieghi, supplicando, scongiurando, arrivano a carpire
una parola di lode da qualche illustre letterato e così giungono ad
ottenere un po' di nome. Essi ne gongolano, ne vanno superbi, senza
accorgersi che sciupano danaro e tempo. Altri infine, poco fecondi, ma
molto infatuati, amano ripubblicare sempre il medesimo lavoro in una
seconda, in una terza, e in una quarta edizione.
Ma, signori miei, volete persuadervi che non tutti siamo nati poeti
o romanzieri? Finitela una buona volta di far gemere i torchi e... il
pubblico. La legge non vi punisce, ma voi siete rei di un gran delitto:
voi date l'esistenza a questi poveri libri destinandoli a piangere il
giorno della loro nascita.
Dite di aver nel cervello un granellino di sale. I nostri complimenti.
Ma credete che basti quel granellino per condire un libro? Errore,
errore. Quando manca quel bernoccolo, di cui parla il De Musset, o per
dirla tra noi, quando manca il genio, lavoro sprecato.
“Certe teste — dice argutamente Aristide Gabelli — ribollite nello
studio, somigliano alle uova: più bollono e più diventano dure.„
*
* *
Curioso! Oggi avvertiamo una grande carestia di tempo. Il positivismo
ce lo ruba. Da ogni parte si sente dire: — Mi manca il tempo! non ho
tempo! — Pare che le giornate non siano più di ventiquattro ore. Subito
giorno, subito notte.
Eppure moltissimi, invece di utilizzarlo questo po' di tempo, che
quantunque _galantuomo_ ci scappa di mano, lo consumano a scrivere
libri inutili. Il tempo è oro e perchè mandarlo via come ferro vecchio?
Se ve ne avanza, se non sapete che farne, se non avete bisogno
di lavorare, perchè le vostre rendite tornano bene, passeggiate,
viaggiate: se ne avvantaggerà l'organismo. Il moto è salutare.
Nossignore, debbono ammazzare il tempo a tavolino, senza accorgersi che
ammazzano se stessi. La vita sedentaria ci predispone alla gotta, al
diabete, e ad altro ben di Dio.
Ma fino a prova contraria non saprei gridare la croce addosso a questi
poveretti: mi vado convincendo che essi sono affetti dal _morbus
letterarius_, di cui parla Terenzio. Chi sa: forse è qualche microbo,
che entra nel cervello e che li spinge a scribacchiare.
Bisognerebbe ricorrere all'opera di un sanitario e sottomettere quei
malati ad una cura rigorosa. Peccato che i nostri chimici farmacisti
non abbiano pensato a preparare pillole per combattere questo nuovo
morbo!
Ma lasciamo la celia. C'è poco da scherzare. Questa mania della stampa
deve impressionarci davvero e sarebbe provvidenziale una legge che
limitasse la stragrande produzione di opere inutili, o peggio. Ma
zitto! Saremmo chiamati reazionarî. La stampa è libera. O perchè i
nostri padri hanno combattuto, perchè, a costo del proprio sangue,
scacciarono Borboni e Austriaci? Libertà su tutta la linea: libertà di
parola, libertà di azione, libertà di stampare le proprie corbellerie!
E poi che vi interessa se un Tizio vuol mettere fuori un romanzo, una
raccolta di novelle o dieci odi davvero barbare? A voi quel romanzo
sembra insipido, quelle novelle scialbe? tanto piacere! A lui piacciono
e basta. Chi rimette le spese di stampa è liberissimo di preparare la
carta al salumaio e al droghiere. Come potrebbe la legge intervenire?
con qual diritto? Ogni cittadino che paga le sue tasse può stampare!
Intanto la marea cresce e forse un giorno saremo sopraffatti
dall'enorme quantità di carta stampata.
Per mettere un po' di argine occorrerebbe un buon servizio di pulizia
urbana rappresentato da una critica sana, scrupolosa e indipendente, la
quale senza livore e senza debolezze illuminasse il pubblico. Solo così
a certi Tizi passerebbe la velleità di essere chiamati autori.
Ma questo giorno è ancora lontano; oggi la critica è nelle mani del
giornalismo che ne fa una fonte di guadagno.
Voi pubblicate un libro, un libro che vale poco o nulla? Se avete
i mezzi di far parlare un po' la stampa, il colpo è fatto. Domani,
giornali, giornaletti diranno che voi avete riempito un vuoto.
Benedetti vuoti! La repubblica letteraria sembra un pozzo senza fondo.
Ogni libro nuovo ne riempie uno; ma rifacendo i conti ne restano sempre
altri da riempire.
Eppure i giornali hanno ragione: essi parlano di altri vuoti! Sentite:
un libro che incontra il favore del pubblico, riempie due, o meglio tre
vuoti: la tasca dell'autore, la tasca dell'editore, e un tantino anche
quella del critico panegirista.
Ecco perchè oggi la letteratura è industrialismo. Si decanta un libro
come si decanta una merce. E si cercano tutti i mezzi per infinocchiare
il pubblico grosso.
Ho sott'occhio un numero del “Journal„ (17 Aprile 1907) in cui si
legge: “Una signorina sui sedici anni è stata ieri vittima di un furto.
Camminava per via della Pace leggendo un libro, allorchè un ladro le
strappò di mano la borsetta: alcuni passanti che avevano osservato la
scena, lo arrestarono e lo consegnarono alle guardie. Ma il più strano
è che la signorina non s'era accorta di niente, assorta com'era nella
lettura di un romanzo dal titolo _Vertigineux amour_. Si tratta di un
racconto così interessante e che incatena l'attenzione del lettore a
tal segno che può benissimo rendere una persona insensibile a tutto ciò
che le avvenga d'intorno.„
Ecco come si fa la reclame ai libri nuovi. Molti naturalmente
comprarono quel romanzo e a conti fatti si accorsero che i derubati
erano essi, non la signorina... immaginaria.
Il signor Hervier nella _Nouvelle Revue_ tratta con molta genialità
quest'argomento e ci dice che spesso si immaginano cose sbalorditorie
per muovere la curiosità del pubblico “Un giorno — sono sue parole
— dagli uffici di una Casa Editrice di Melbourne, la gente vede
uscire una splendida donna, vestita in costume arabo, inseguita da un
vecchio, pure vestito da arabo, con un pugnale in mano. La donna grida
disperatamente invocando aiuto, il vecchio ruggisce parole di ira. La
gente si ritrae spaventata: la donna cade, il vecchio le è sopra col
pugnale. Qualche animo pietoso accorre in difesa della donna, la quale
si alza e con un sorriso trae da una borsa manifestini che distribuisce
al pubblico per far sapere che quello è un episodio di un nuovo romanzo
di prossima pubblicazione!„
In Italia non si è arrivato tant'oltre. Noialtri siamo un po' più
serî e meno audaci, ma il cattivo esempio ha le gambe come la bugia e
temo che tra qualche lustro anche da noi la reclame sarà la grande dea
onnipotente, sovrana nel commercio, nelle lettere e nelle scienze.
E dunque? dunque bisogna stare con tanto d'occhio quando si compra
un libro nuovo. Non ci facciamo adescare dai titoli, nè dai giudizi
di certi critici, che molto condiscendenti mettono la loro firma ai
panegirici, con la stessa disinvoltura, con cui i nostri Ministri
sottoscrivono tutto ciò che vien loro presentato.
Attenti, attenti! La vita è troppo breve per poterla consumare nelle
letture inutili e spesso dannose. Un libro nuovo, comprato alla cieca,
porta via tempo e danaro, ed oggi sia l'uno che l'altro è prezioso!
Le antologie.
Mi sono fermato, ma non ho finito. Se mi permettete, io continuo a
parlare dei libri nuovi e propriamente delle antologie.
Non sono del parere del Bonghi, il quale senza alcuna riserva
sentenziava: “Se vuoi dimenticare quel po' che sai, leggi le
antologie.„ Credo che l'illustre critico, storico, giornalista abbia
parlato così in un momento di malumore.
No, un'antologia ben fatta, è, specialmente per i giovani, un mezzo
potente di educazione e d'istruzione. E solo per i giovani? E per noi,
per noi che ci vogliamo far credere persone colte? Un'antologia riempie
davvero parecchi vuoti e ci dà una vernice di cultura letteraria.
Difatti è possibile leggere tutti i nostri classici? No. Sono tanti
ed hanno scritto tanto quei signori! Però in grazia ad una buona
antologia possiamo gustarne i migliori pezzetti. Ditemi la verità, non
dovete essere grati alle antologie se avete saggiata qualche cosa del
Malespini, di Fra Bartolomeo da S. Concordio, dei fratelli Villani e
nipote, del Vasari, di Baldassarre Castiglione? Non dovete ringraziare
i compilatori di antologie se conoscete un po' da vicino il Bembo,
il Ruccellai, l'Alemanni e tutti quei poeti, poetucci e poetini che
belavano a mo' di agnelli, capretti e caproni per le Corti d'Italia? Vi
atteggiate a persona erudita, sapete che Michelangelo oltre ad essere
quello che fu nella pittura e nella scultura, scrisse bei sonetti. Ma
mettete la mano sulla coscienza: quei sonetti voi li leggeste la prima
volta in un'antologia. Un'antologia vi ha offerto qualche episodio
del _Morgante Maggiore_, dell'_Orlando Innamorato_, della _Secchia
rapita_; un'antologia, le favolette del Pignotti, qualche pezzettino
del _Galateo_, le più belle stanze del Poliziano. Insomma un buon terzo
della vostra cultura letteraria la dovete alle antologie; giacchè la
cultura è come la ricchezza: non si sa mai come s'acquista!
Ma non crediate che io voglia tessere il panegirico delle antologie,
tutt'altro. Ho incominciato a scrivere questo capitolo con ben altro
intendimento. Il Bonghi mi ha distratto, trascinandomi a dire, ciò
che non avrei voluto. Dunque il capitolo incomincia adesso o per
dirla in termini notarili — l'_antedictum_ non fa parte integrale del
presente... atto —.
Voi non sapete quante antologie si sono pubblicate in Italia e non ve
ne fo un torto. C'è tanto da pensare oggi! Io però che vado ammazzando
la mia porzione di tempo col fare la statistica di tutto ciò che vien
fuori alla giornata, posso assicurarvi che di antologie ne abbiamo
parecchie centinaia.
È un campo aperto a tutti e tutti l'hanno più o meno sfruttato. Il
primo, a quanto io ne sappia, fu il Leopardi, il quale ci lasciò due
grossi volumi, accresciuti per giunta dal Fabbricatore e pubblicati dal
Morano, con un caratterino minuto, che stanca terribilmente l'occhio.
I volumi furono ben accolti e per molti anni nessuno fiatò. Ma a poco
a poco, prima a bassa voce, e poi in tono alto, si incominciò a dire
che il Leopardi non aveva colto nel segno. Un bel lavoro il suo, un
lavoro di polso, ma non alla portata di tutti. Diamine, neppure una
nota, neppure una parola di commento! Quella Crestomazia può servire
per i letterati, non per le scuole e molto meno per il pubblico.
Bisogna battere un'altra strada. Il materiale classico vuol essere
sfrondato, condito e reso più appetitoso con delle noticine. Così
pensò il Fornaciari nel comporre i due _Esempi di bello scrivere_.
Dico _comporre_, non compilare, perchè il suo fu un lavoro accurato
e scrupoloso: ad ogni passo considerazioni, annotazioni di lingua
e di stile. Nel volume di prosa _mille note_, in quello di poesia
_millequattrocentotrentasei_. Crepi l'avarizia! E poi “ho procurato —
egli dice nella prefazione — che ciascuna prosetta possa stare da sè
ed abbia il suo principio, il suo mezzo e il suo fine e non sia come
un membro staccato da altri membri, ma come un piccolo corpo con tutte
le sue parti belle e proporzionate.„ I due volumi ebbero fortuna:
entrarono nelle scuole per dire a maestri e a scolari come bisogna
studiare la lingua italiana e come estrarre il miele dai fiori.
Ma il Fornaciari è un po' troppo purista. Che severità, che
intransigenza! E come sapete il rigore non piace. Specie in materia di
lingua vorremmo essere liberi come gli uccelli. No, gli _Esempî_ del
Fornaciari dilettano poco. Il giovane studente si annoia con tante note
e noticine, e manda a quel paese esempi e precetti. Un'antologia deve
essere un'antologia, non una grammatica o un manuale di stilistica.
Oh! credete davvero che i giovani imparano a scrivere con questi
brani di autori famosi, lardellati da note e noticine? Per imparare a
scrivere si è detto sempre che bisogna sentire, ma quando si leggono,
si studiano, si mandano a memoria questi brani, nulla si sente,
all'infuori di un forte dolore di testa.
Per fortuna questa verità incominciò a farsi strada, e a poco a poco
vennero fuori altre antologie, che davano quasi il benservito agli
scrittori antichi. Poco Petrarca, poco Sacchetti e compagni, pochissimo
Filicaia. Niente Iacopi e Iacoponi, niente Cavalcanti, niente Bembo.
Fuori i tre Padri: Segneri, Cesari, Bartoli; fuori gli storici
fiorentini col loro Segretario; fuori le nenie e le canzonette amorose
del secolo d'oro e d'argento!
Il giovane vuol essere allettato, divertito da letture piacevoli, da
pezzettini moderni. Occorre roba nuova, roba fresca, roba brillante.
E questa roba fresca o quasi fresca ce la dà il Marchesani, il Martini,
il Pascoli; ce la danno le coppie: Carducci e Brilli, Mestica e
Orlando, Fabbro e Marco. Alcuni, come il Morandi e il Martini, scrivono
semplicemente _Prose e Poesie Italiane_, il Pascoli si diletta di
titoli poetici: _Fior da Fiore_, _Sul limitare_; il Boni, come per
stuzzicare l'appetito, ci dà _La lingua viva_; la ditta Nota e Fontana:
_Pagine gaie e pagine forti_.
E questi signori si dividono nelle nostre scuole il servizio
dell'italiano. Un anno tocca al Morandi, e Stefano Lapi per il 1.º
Ottobre prepara una bellissima nuova edizione delle _Prose e Poesie_,
arricchite da un appendice poetico. Nel nuovo anno scolastico il
Morandi si ritira, si presenta il Pascoli e tutti i ginnasi del Regno
sono pieni di _Fior da Fiore_. Fiori, fiori da per tutto! Ed è giusto:
senza fiori non si possono avere frutti. Poi viene la volta del
Martini, poi quella del Mestica e collega, poi quella del Lipparini,
poi... s'incomincia da capo. Ma c'è un accordo dunque tra loro? Chi lo
sa? Bisognerebbe domandare a quei papaveri della Minerva!
Del resto, salvo piccoli inconvenienti, queste antologie meritano
encomi: sono redatte da bravi professori, i quali sanno meglio degli
altri dove mettere le mani. È regola generale: a chi sa dove mettere le
mani bisogna battere le medesime!
Ci dispiace però che questo genere didattico è oggi sfruttato da una
turba di novizi.
Un tempo tutti quelli che non potevano entrare nella repubblica
letteraria con qualche lavoro originale, si aggrappavano a Dante,
dichiarandosi solennemente commentatori del Sommo Poeta. Ricordate il
Biagioli. Il poveretto, che non ne imbroccava una, si dette a Dante, e
dopo molti anni di studio e di elucubrazioni si sgravò di un commento,
famoso solo per le continue diatribe contro il gesuita Lombardi,
un altro illuso, che tentò uscire dall'oscurità, facendosi un po'
rischiarare dal Poeta.
Ma oggi Dante è lasciato in pace da questi letterati di bassa forza,
sia perchè un commento, anche mediocre, costa lavoro, sia perchè il
numero dei compratori sarebbe molto esiguo: ognuno di noi n'è provvisto
a sazietà. Si danno quindi a pubblicare antologie. Basta afferrare
dalle opere classiche i brani più notevoli, appiccicarvi delle
noticine, così dette storiche, filologiche o estetiche, e l'antologia è
bella e fatta.
Credo che impieghi più tempo il vostro cuoco a prepararvi una fetta di
_genovese_ che questi signori a manipolarvi un'antologia. Non crediate
che io esageri. Il materiale è sempre pronto. Prendete due o quattro
novelle del Gozzi, una decina di lettere familiari del Giusti (non
tralasciate quella al nipote Giovannino, nè quella del Settembrini alla
moglie) idem del Leopardi, del Manzoni, del Foscolo; due capitoli delle
_Mie Prigioni_, un brano dei _Ricordi Autobiografici_ del Dupré e del
D'Azeglio. Annaffiate tutta questa roba con qualche bozzetto del De
Amicis, del Panzacchi, del D'Annunzio, del Capuana; seminate qua e là
dei pensierini, dei precetti, delle massime, magari dei proverbi più
fortunati; spargete di tanto in tanto una poesia del Giusti, del Monti,
del Leopardi, del Carducci, senza dimenticare i _Sepolcri_, il _Cinque
Maggio_, la _Ginestra_ e _Per una conchiglia fossile_ — componimenti
che si trovano in tutte le antologie, perchè molto _facili_ — e il
vostro lavoro è bello e compilato.
Se volete (e come non volerlo!) che il vostro libro sia accolto
favorevolmente nel Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione e sia
adottato nelle Scuole Normali, Tecniche, Ginnasiali e Navali del Regno
non tralasciate i principali fatti e figure del Risorgimento Italiano:
un paio di pagine dell'Abba, del Guerzoni, del Bersezio, due o tre
lettere di Vittorio Emanuele, di Garibaldi, di Cavour, di Mazzini,
qualche poesia patriottica del Berchet, del Carrer, del Mameli. Insomma
bisogna aprire il fuoco con la battaglia di Maclodio e chiudere la
festa con l'Inno di Garibaldi. Sì, sì, all'ultima pagina _si schiudon
le tombe_! Se la vostra antologia fa addormentare i vivi, avrà il vanto
di far risorgere i morti!
Tutto lo studio poi dovrà essere nella scelta del titolo. Occorre un
bel titolo, un titolo sensazionale, un titolo che attiri. Oggi teniamo
molto ai frontespizi delle persone e delle cose. Un bel titolo è come
una gloriosa morte:
tutta la vita onora.
Dopo il titolo, la prefazione. _Qui si parrà la tua nobilitade_, qui
bisogna far capire che di antologie ce ne sono, è vero, ma finora
mancava un lavoro condotto con sani criteri; bisogna far capire che
non siete stato spinto da sentimenti di vanagloria, ma dall'amore che
portate ai giovani; e dopo un po' di sentimentalismo sulla gioventù
italiana, _da cui la Patria molto aspetta_, conchiudere che siete
grato a tutti quei professori che vorranno darvi consigli per una nuova
edizione.
Dopo, portate tutta questa roba alla tipografia, raccomandatevi al
vostro Deputato, affinchè a sua volta vi raccomandi al Consiglio
Superiore, e la vostra antologia avrà fortuna!
E non vi fermate qui; v'è ancora da sfruttare. Dopo un paio di anni
aggiungete qualche cosetta, mettete in coda un indice alfabetico, pochi
cenni biografici e ripresentatela con la salutare bugia _interamente
rifatta_.
Lettore, vi è saltato il grillo di prepararne una? Mettetevi all'opera,
vi troverete bene per il nuovo anno scolastico!
L'ospedale.
Il pianterreno delle vostre librerie è l'ospizio di mendicità, la casa
di salute, il ricovero per l'infanzia abbandonata, il ricettacolo di
tutta la zavorra letteraria e scientifica.
Là gli storpi, gli sciancati, i colpiti alla testa, i moncherini, i
ciarlatani, gli stupidi, i rompiscatole!
Sono libri vecchi, logori, scompaginati, senza principio e senza
fine, che trovaste in casa e che non aveste il coraggio di buttare al
fuoco; libri scolastici, che vi furono maestri nelle classi secondarie
e che voi, fedele alla gratitudine umana, imbrattaste d'inchiostro,
ornaste di sgorbi e di dipinti e in ultimo gettaste tra i ferri
vecchi; conferenze, discorsi, che vi furono mandati _in omaggio_ e che
voi, per semplice cortesia, non rimandaste all'autore _con sentite
condoglianze_; giornali politici che si salvarono come per miracolo
dagli artigli della vostra signora o dalle mani distruggitrici dei
vostri bimbi; periodici letterari, cataloghi, annunzi bibliografici,
numeri unici, giornaletti di provincia, che ricordano una nascita,
una morte, un banchetto, una polemica, un'elezione politica o
amministrativa, un... accidente qualsiasi.
Ma strano; voi aprite mille volte le librerie, cercate, rovistate,
traslocate, ma non vi viene mai la voglia di mettere le mani su quel
caos. Ci sarebbe da perdere la testa. Vedete: un avanzo di libro
parla di guerre persiane e assire, un altro ricorda le regole del
_Portoreale_, un terzo vi fa una mezza predica lunga e stucchevole
sul Purgatorio, un quarto vi insegna che cosa sia il sillogismo e di
quante parti consti; e in mezzo a questa roba mummificata, relazioni
di banche, comparse di avvocati, contratti di locazione, valtzer per
mandolino, lettere di famiglia!
Accanto ad una carta geografica trovate una pagina di giornale, che vi
ricorda il matrimonio del Principe Umberto con Margherita di Savoia;
qui, due sonetti per nozze, là, una dozzina di orazioni funebri, in
cui chi piange davvero, è la povera grammatica. Libri di preghiera,
fotografie sciupate, giornaletti umoristici, disegni rachitici, inviti
per commemorazione, biglietti del sarto o del macellaio, cartoline
illustrate e non illustrate. Che confusione, che torre di Babele!
E questo benedetto ospedale ingrossa a vista d'occhio. Ogni giorno
nuovi ospiti. Vi arrivano lavoretti critici, saggi di traduzione,
poesiole anemiche, novellucce soporifere, commedie lacrimevoli. Dove
mettere questa manna? Nel cestino? No. Il cestino accoglie le lettere,
la _reclame_ rompiscatole, la carta che sporcate voi! E poi vi farebbe
l'animo di gettare nel cestino quel discorso del vostro Onorevole,
quel programma amministrativo del vostro Sindaco, quella conferenza
del medico di famiglia? Non leggete questa roba: sta bene, ma gettarla
nel cestino, è troppo. Diavolo, si tratta di educazione! Il Decalogo ci
dice che la roba altrui non si deve desiderare, ma quando questa roba
ci viene offerta _in segno di omaggio, con i migliori saluti_ o con
altri intingoli cordiali, bisogna trattarla bene.
Dunque, se non volete essere chiamato selvaggio mettetela a
pianterreno, imbalsamatela, eternatela. I vostri figliuoli, a cui
certamente lascerete queste preziose reliquie, vedranno con i propri
occhi che i nostri Deputati, i nostri Sindaci... ciarlano e in che
modo!
*
* *
Disgraziatamente in questo caos vanno a finire i libri che più
lavorano. Voi, ad esempio, avete sempre sul tavolo i _Promessi Sposi_.
L'avete letto una volta, dieci volte, trenta volte, l'avete studiato,
commentato, analizzato, ma non sapete dargli il benservito. Si
sente il bisogno di gustare ogni mattina un pezzetto di quella prosa
cristallina.
Ma il continuo uso consuma: quel libro si sciupa, si logora, si disfà.
Un giorno va via la copertina, un altro giorno i quaderni non vogliono
stare più insieme. “Debbo farlo rilegare!„ dite tra voi stesso e
intanto si tira così. Ma un bel giorno, che è che non è, ne trovate sul
tavolo una metà. E l'altra? Ne cercate nella camera da letto, sulle
sedie, niente. Oh! dunque è scomparsa? Ne domandate ai figliuoli,
alla domestica. Silenzio. Son tutti muti; tutti no, perchè la vostra
signora, che ha gusto a darvi sempre torto, incomincia a dire che la
colpa è vostra, che siete molto trascurato, che dovreste avere più cura
dei libri, che... e continua la predica.
Voi intanto restate per un momento con quel coso in mano, poi
l'adagiate nell'ospizio, con la speranza di ritrovare quanto prima
l'altra metà. Ma dopo un paio di giorni ve ne siete già dimenticato
e i _Promessi Sposi_ se ne staranno in eterno nell'angolo remoto a
piangere la loro disgrazia. E non sono soli: ivi un terzo del _Paradiso
perduto_, ivi un po' d'_Inferno_ commentato dal Biagioli, tre o
quattro canti dell'_Iliade_, cinque quaderni dell'_Ivanhoe_, due libri
dei _Miserabili_, dieci dispense di una _Storia della rivoluzione
italiana_; un quarto di _Asino_ del Guerrazzi, insomma tutti quei libri
collocati a riposo, non per limite di età, ma per grave infortunio in
servizio.
*
* *
Vi arriva una conferenza della Serao, una commedia del Traversi o del
Rovetta, una prolusione del D'Ancona, un'ode del Pascoli; in mezz'ora
si leggono, e dopo che farne di questi opuscoletti, che contano appena
dieci, quindici pagine? Sono belli, sono interessanti, ma non hanno
dorso, non hanno reni! I volumi ben nutriti, trovano il loro posto,
ma questi libriccini non sappiamo proprio dove collocarli. Sono
farfallette variopinte che svolazzano: sul tavolo, sulle sedie, sul
comodino, nelle tasche del paletot, nella valigia, ne trovate da per
tutto. Spesso ne scegliete otto, dieci dello stesso formato, li unite
come in un mazzetto, li fate rilegare col modesto titolo _opuscoli_ o
con l'altro tanto antipatico, ma molto in uso, di _miscellanea_.
È una fortuna però che tocca a pochi: la maggior parte di essi va
a finire... all'ospedale. Colpa loro: si nascondono in un periodico
letterario, entrano nella combriccola dei cataloghi, si seppelliscono
vivi fra i giornali e naturalmente ne condividono la sorte. Chi volete
che vada a scovarli?
*
* *
Qualche volta, stando di malumore, aprite la libreria con l'animo
deliberato di far piazza pulita. A che tutta quella zavorra, tutto
quel vecchiume! Ciò che merita di essere conservato, si conservi, ma il
resto in cucina, dal salumaio o... altrove!
Con santa pazienza tirate quella roba e incominciate lo spoglio.
Avanti, avanti. Tutti fuori. Giudizio universale! Da principio si va
alla svelta, non si guarda in faccia a nessuno. Invano quelle sacre
reliquie chiedono pietà e misericordia. Siete deciso. Al fuoco! Al
fuoco!
Ma che! a poco a poco vi fate prendere la mano. Gli occhi si fissano
su una bella incisione. Com'è naturale questa bimba, che scherza col
micino! Bella, sì, bella. Sarebbe un peccato! Mettiamola da parte.
Importante questo catalogo dell'Hoepli: è del 1909, è recente,
conserviamolo. Perbacco! La _lettera anonima_ del De Amicis! Ed
io la credevo smarrita! Da parte. Una pastorale del Bonomelli! Il
Bonomelli scrive bene! Da parte. _Tre surice dint'a nu mastrillo._
Ah! la ricordo questa farsa del Petito. Da parte. Teh! come è graziosa
questa caricatura! Da parte. Questo giornaletto bisogna conservarlo:
è la risposta che diedi a quello screanzato. Da parte. Un articolo di
Domenico Oliva! Da parte. Un numero del _Marzocco_. Vediamo. Ah! sì,
sì, c'è una poesia di Ada Negri. È inutile! Ada Negri è vera poetessa.
Che versi! che armonia!
Le ore passano, voi vi divertite a leggere, a rievocare tanti ricordi
del passato e quando il vostro figliuolo vi dice dall'altra stanza:
“Papà, a tavola!„ voi vi scuotete come da un sogno delizioso.
Dunque bisogna bruciare queste carte?
No, no, dopo pranzo le rimetterete al loro posto. Quell'ospedale ha il
suo valore!