ALLA CÒURT D'ASSISI[9] (PR'ÈL PRUZÈSS DLA ZERBINI)

_Caressum sgner Derettòur_,

Acciderboli!... Che non mi faccino bestemiare fuori della

convenienza... perchè ci dicco la verità che ne ho empie le tasche!!

Cossa ci va a venire in mente a quel sig. Ciliegia[10] di scrivere che

anzi fanno bene ad andarci, mentre tutti gli altri dicevano che non

sta bene perchè bisogna ogni tanto diventar rosse, il quale è una bella

fatica per chi ci avesse perduto l'abitudine. Il rosore per certuni l'è

com i lampion di trabai, che se il conduttore al se dscorda di cambiare

il vetro rimangono o bianchi, o verdi per tutta la vitta!!

Sicuro, dunque comme ci dicevo, la mia Ergia, fenna che i giornalisti

stampavano che le persone di sesso diverso, non conveniva andassero

alla causa e slanciavono del biasimo contro a quelle che c'erano, non

cercò mai d'andarci contentandosi ed lèzzer i bolettini dovve vi sono

le metafore ed mod che li potrebbe leggere anch un urbein, senza temma

d'arstar uffèis nell'amor proprio della suva famiglia.

Ma sissignore che un dè l'Ergia l'am corr incòntra con questo giornale

in mano digand: Papà che mi ci vi conducca, al le dis èl foi, guardi

qui l'è il sig. Ciliegia, lui dice che facciamo bene ad andarci, dunque

che al toja mo èl sô catubein (la pazzerella, chiama accosì il mio

cappello a cilindro), èl sô tabarrein, e si vadi alle Assisi!!

Cossa volni che avessi detto dal momento che mi presentava la carta

che canta ed il villano che dorme?! Detto fatto: a ciapp sù e colla mia

ragazza si avviamo al palazzo Baciucchi.

Appena entrati vediamo tanta gente ch' s'era messa a seder lè int la

còurt su pei moriccioli, fitonzini ed altri loco sigilli, per usare

una frase dei tribunali, tanta era l'influenza delle persone. L'Ergia

che le ha sempre pronte, la fa, la dis: an s' po negar che l'an sia la

_còurt d'assisi_!!

Nel momento confesso il mio debole, non l'avevo afferrata, mo quant dòp

una mèzz'òura, capii l'antigona, non potetti intrattenere il riso che

mi uscì copioso dalla bocca, com è un suldà che ci abbia fatto male èl

rang, il raglio.

Intanto cerchiamo d'infilzare le scale, ma cè tale una _ressa_ che

pare una _rissa_, la mia ragazza diventa _rossa_ e ai garantess che

lè in mèzz nessuno _russa_. Questo gioco di parole che mi venne fuori

spontaneo an so gnanca me da dovv, mentre im striccaven i pagn adoss,

fece riddere i vicini e la mî spepla saltò su: Bravo papà tu hai fatto

un meclemburg! Intant là, da un ussulein, si vede un po' di parapiglia

ma sembra che si trattasse di un piglia senza il para, perchè un

forestiere che è vicino a mia figlia dice: «Una femme ha donato un

sufflet a una guardia!!»

— Bona quèsta! a degh me: che vagh regal da far a una guardia, dal

mumèint che ha il pipì in tèsta, cossa se ne deve fare d'un sufflet?

Allòura èl furastir soggiunge: «Je comprend che vous ne comprenez pas

le français!»

Mî fiola che studia il tedesco da 6 anni e non sa neanche cossa s'

voia dir chartreuse, non ci parve vero ed metters a baccajar col

etranger comme dice lei, e sèinza l'incomud ed far i pirù si trovassimo

trasportati nell'aula.

Ai degh la verità che ne ho provato delle strettoje durante la mia

esistenza, ma quella che lì an m'la dscord per zio!! Io vedevo la mî

ragazza che suvo malgrado si era appiccicata al forastiero e che si

allontanava sèimper più dall'autorità paterna... meno male se fosse

stato un bolognese, si sa dal più al meno dove stanno di casa, ma

quello lì, se me la conduceva al suo pajese, dov l'andàvia a pscar per

combinare il matrimonio?

A proposit: quèl biricchein del copista l'ha piantata... ma adèss a

n'ho tèimp ed perdrum sugli assessori.

Appena entrato in sala e che gridavo: Ergia, attaccati al vecchio

genitore! mi impongono silenzio e i cmèinzen a dir: «Ehi! abbass il

gennasio! ohè! Vicolo quartiroli... al n'èl sa brisa che bisògna cavars

èl cappèl... Ehi sumaròn, si scopra, abbass, abbass!»

Io che ho sempre conosciuti e rispettati gli obblighi dei proprio

stato, io che la ducazione la insegnerei allo stesso Galateo, bruciavo

di questo apostrofo ingiusto poichè non mi era possibile muovere

le braccia rimaste coinvolte nella caparella e fra della gente che

spingeva da tutti i lati.

Me però che mi premeva di giustificarmi col sig. Presidente,

esclamai: Scusi! sono impotente!! Cossa volni vèdder! a questa dovuta

giustificazione si scatenò una ilarità generale... e uno che mi era

vicino e che aveva una mano libera, mi levò gentilmente il ginnasio,

ma invez di tenerlo in custodia lo cominciò a passare ad un amico, e

quello a un altro e così di seguito ed mod che io veddevo passeggiare

il mio cappello comme se fosse abitato, cossa che ci giuro che non mi

era mai succeduta! E io ero sempre nella condizione di un ragazzol ed

nassiòn, quando è fasciato comme uno zampone di Modena nel momento

della cucitura. Ormai èl mî pover cappèl era sparito e d'altra

banda cossa potevo fare per ricuperarlo?! Perduta la figlia, perduto

il cappello... che cossa mi rimaneva?! Oh! ce lo dicco subito: La

rassegnazione, e così feci, a lassò incossa in braccio agli eventi e mi

misi a stare attento alla causa del processo.

Am pias che dicono: sono vietati i rumori nella Corte... at lass po dir

se fossero permessi!

Mentre ero in quella ristrettezza di spazio che ci ho detto, a sinteva

lì giù propri int la còurt quî dai foj che i zigaven, piangevano i

bollettini del resoconto... dei cani che favano il bordello, e quindi

per quant stassi inorecchiato, an m'era fattebil capir quello che

dicevano quî dalla toga, che c'era uno che parlava di medicina, sebbèin

che al fatt succedesse a Bologna, e lascia pur dir a lui che per me non

avevo altro intento che il pensiero della ragazza che aveva già fatto

relazione con l'etranger e se la riddevano, lungi da questo povero

padre che a forza ed sacrifezzi a l'ho tirà su per le vie della onestà

e della temperanza.

E èl mî pover gennasiein che era già scomparso dalla superficie e che

non ci contavo più sopra?! Mah! sono vaghi fasti dell'esistenza umana e

chi lo avrebbe detto che uscito in cappello, a srè andà a cà in cavî?!

Intant lo stringimento era dvintà acsè terrebil che c'erano dei

discorsi a psèir avèir èl respir, quindi am veins la bona ispiraziòn

d'andar fora... ah, la presenza di spirito in certi casi l'è una gran

risòursa, dseva quèl ch'aveva veint 12 sold al luttein.

Percui sèinza gnanch salutar il signor Presidente che m'aveva

gentilmente permesso d'andar dèinter, a furia ed lavurar di gomito, a

riussè a vgnir fora!

Che s'imaginano bene cossa mi tocca di vedere? Èl mî cappèl mess sù

pr'una man di quelle statuve ch' j ein a custodia degli scaloni... e un

biricchein che stava lì a riddere e poi diceva:

— Quai a chi lo tocca!

Puvrein! Sintî ch' catarr!! dseva quèl ch'era custipà. Senza darci

neanche mente, ripresi il mio cappello e me l'avviai bestemmiando, si

lo confesso anche la bestemmia mi uscì dal labbro e a dess: Malendrein

i bambuzz!!! E vî ed scappà... ma quant a fo presso il Pavaglione am

vein in mèint che am era dscurdà la mî Ergia... Oh! pader snaturato, a

dess in cor mî, e retrocessi indietro, ma non sono appena dall'Istituto

technico, che adèss i disen Crescenti, e a vèdd tutto il popolo

che veniva fuori coi giudici che si erano già vestiti da vomini, mo

l'Ergia, niente... A dmand ai soldati della guardia che venivano via,

si mettono a riddere e mi rispondono in napoletano. A vad sù dalla

duneina dai baston che fava fagotto, niente, indson l'aveva vesta... e

per cavarsela i disen che non la conoscono.

Cossa avrebbe fatto lei, che lo dichi pure, sgner Derettòur?

Io per mia parte, comme uomo mi misi in una collera che arè magnà la mî

òmbra, ma comme padre che sa il proprio dovere, mi gettai a piangere e

dissi al portiere che caso la trovassero im la condusessen a casa che

si sarebbe dato una competente mancia...

A lass èl purtinar interessantissimo della cossa, e a vein zò per il

marciapiedi, quand a sòn lè da quel caffè in piazza dei Tribunali a

seint una gran risata e veggio l'Ergia sotto il braccio all'etranger

che erano stati a bere il vermutte.

Ingrata, sèinza ed me! e dir che la sa che quella bibita è la mia

passione!

Tersuà a lòur sgnòuri.

Dall'_Ehi! ch'al scusa..._, 2 febbraio 1884.

[Illustrazione: ÈL SGNER PIREIN]

Èl Sgner Pirein · 第 18 / 90 题