_Come ARECHI mutasse il Ducato beneventano in Principato, e tentasse di
sottraersi affatto dalla soggezione de' Franzesi._
Arechi, a cui Desiderio avea sposata Adelperga sua figliuola e creatolo
Duca di Benevento, ciò che aveva egli sofferto con suo suocero e
ciò che gli altri suoi predecessori usarono con gli Re longobardi,
non volle sofferir con Carlo, e sdegnando di sottoporsi ai Principi
stranieri ne scosse ogni giogo, e fidato nelle forze del suo Stato
e negli animi de' suoi Longobardi da Duca, ch'egli era nomato, volle
assumere il titolo di Principe, per mostrar con ciò più chiaramente i
suoi sensi, ch'erano di voler essere libero, non ad altri sottoposto.
Egli fu il primo, che Principe di Benevento si dicesse, e fu la prima
volta che in queste nostre province s'introdusse questo titolo, di cui
se si riguardi l'antichità è posteriore a quello di Duca, di Conte o di
Marchese, ma se la sua dignità e prerogative, di gran lunga è superiore
a tutti gli altri. L'Anonimo[385] Salernitano, se bene non favoloso,
come a torto lo reputa il Baronio[386] in alcuni fatti, d'ingegno però
e di dottrina puerile, narra ad Arechi, quando era in vita privata,
essere avvenuto un prodigioso accidente, per cui fugli presagita questa
nuova dignità di Principe, alla quale egli doveva essere innalzato:
dice egli che mentre un giorno nella chiesa di S. Stefano, ch'era posta
nell'antica Capua, s'erano col Duca Luitprando, che allora reggeva
Benevento, radunati molti Baroni longobardi, i quali secondo la loro
usanza eran tutti cinti di spada; tra gli altri fuvvi anche Arechi
allora giovanetto, e postosi ciascuno a fare orazione cominciò Arechi
in voce bassa a recitar il Miserere; e quando venne a quel versetto:
_Spiritu principali confirma me_, sentì tutta tremar la sua spada,
come se alcuno la agitasse: pien di spavento e di paura, dopo finita
l'orazione, Arechi narrò a' suoi amici il successo. Allora proruppe uno
di essi riputato il più saggio, e sì gli disse: _Non sarai per uscire
di questa instabil vita, per quanto io preveggo, avanti che il Signore
non t'innalzi ad una principal dignità_. Il che da poi, come soggiunge
l'Anonimo, comprovò l'evento, poich'essendo mancato Luitprando, tutti
gridarono Arechi Principe di Benevento, ed a dignità sì illustre
l'innalzarono.
Ma si sollazzi chi vuole coll'Anonimo con queste ed altre simili
puerilità, delle quali è ripiena la sua istoria, egli è costante presso
Erchemperto[387], Ostiense[388] e presso tutte le cronache che abbiamo
de' Duchi e de' Principi di Benevento, che Arechi fu il primo che appo
noi titolo di Principe s'arrogasse. Non si contenne in questo solo,
ma per dimostrar maggiormente il suo assoluto imperio volle d'insegne
regali adornarsi: si coprì con clamide ed ammanto regale, strinse lo
scettro e si cinse di corona il capo: e perchè nulla mancassegli di
regia dignità, si fece anche ungere da' suoi Vescovi, siccome i Re di
Francia e di Spagna facevano, ed in fine de' suoi diplomi ordinò che si
notasse la data, nella quale erano stati spediti in questo modo: _Dat.
in Sacratissimo nostro Palatio_. E siccome nelle solenni acclamazioni
degl'Imperadori cristiani il costume era di ponere le loro immagini
nelle chiese, nelle quali queste cerimonie solevan farsi, così anche
Arechi fece collocare i suoi ritratti coronati nelle chiese del suo
dominio, e con assoluto ed independente arbitrio cominciò a reggere
queste province. S'arrogò anche il potere di far leggi, ed oggi giorno
ancor leggiamo i suoi Capitolari, nei quali molti regolamenti stabilì:
in alcuni capi conformandosi alle leggi longobarde, in altri derogando
alle medesime; e ciò che i Re longobardi fecero in tutta Italia, volle
praticar egli nel suo Principato.
Nel Codice cavense altre volte riferito, fra gli editti de' Re
longobardi, se ne legge anche uno di questo Principe, che contiene
diciassette capitoli. Il primo comincia: _si quis homo_, e l'ultimo
finisce: _si quis hominum_. Camillo Pellegrino[389] lo trascrisse
per intero nella sua istoria de' Principi longobardi, annotandovi
in che quello si conforma, ed in ciò che differisca dalle leggi
longobarde. L'esempio d'Arechi seguitarono da poi gli altri Principi
suoi successori come Adelchi, Sicardo, Radelchiso ed altri, come si
vede da' loro _Capitulari_ impressi dal medesimo[390]: onde in queste
nostre province alle leggi de' Re longobardi s'accrebbero quelle de'
Principi di Benevento, per le quali venivano amministrate, e secondo
le medesime i Giudici componevan le liti e amministravan giustizia. Il
deliberar delle guerre, o delle leghe e delle paci, al Principe Arechi
era riserbato, molte ne mosse a' Napoletani, moltissime ne sostenne co'
Franzesi; fornir di Magistrati ed Ufficiali il suo Stato; tener cura
della giustizia; coniar colla sola sua immagine le monete, e tutte le
maggiori e più supreme regalie egli solo s'arrogò e ritenne: in breve
tutta la cura dello Stato così nel politico, come nel militare con
tutti i diritti di sovranità ad Arechi fu trasferita.
Carlo Re di Francia, il quale dopo aver nell'anno 781 dichiarato
Pipino suo figliuolo per Re d'Italia, in altre imprese era intrigato,
avendo inteso che Arechi avea scosso il giogo, e che arrogatesi tutte
le regali insegne come Sovrano dominava Benevento, stimolato anche
da Adriano P. R. al quale queste intraprese de' Beneventani erano pur
troppo sospette, ritornò nell'anno 786 con potente armata in Italia;
e da poi nel mese d'Aprile dell'anno seguente 787, scorrendo sopra
il Principato di Benevento, minacciava anche quella città di stretto
assedio. Ritrovavasi in questo anno 787 Arechi anche egli intrigato in
una guerra, che sopra i campi Nolani aveva mossa a' Napoletani, onde
intesa la venuta di Carlo, il quale con formidabile esercito devastava
i suoi Stati, conchiuse tosto la pace co' Napoletani, per sospetto che
questi non s'unissero co' Franzesi, e concedè loro alcune sovvenzioni,
ovvero, _Diaria_, come le chiama Erchemperto[391] nella _Liburia_ e
_Cemiterio_, campi che sono intorno Nola fertilissimi e di frumenti e
di vini.
Giunto per tanto sopra Benevento l'esercito franzese Arechi prima
gli fece valida ed ostinata resistenza, ma non potendo bastare le
sue forze ad innumerabile oste, che a guisa di locuste dalle radici
rodeva ciò, che paravasi innanzi, munito, come potè meglio, con
forti ripari Benevento, ritirossi in Salerno; e fu allora che questo
Principe di torri eccelse e mura fortissime cingesse questa città, e
che pensassero i nostri Longobardi a fortificarsi nelle città marittime
per trovare scampo dall'irruzione de' Franzesi, da' quali non stavano
sicuri nelle mediterranee, siccome in quelle di mare, per non avere
i Franzesi allora armate marittime, per le quali l'avessero potuto
assalire: reso accorto ancora dall'esempio di Desiderio, che per non
aver avuto un simile scampo, restò miseramente in Pavia prigione.
L'esercito di Carlo intanto devastava il paese è giunto insino a Capua
scorreva da pertutto, inferendo danni gravissimi alle campagne ed ai
Capuani sopra ogni altro. Allora Arechi posponendo l'amore de' suoi
proprj figliuoli alla salute de' suoi sudditi, mandò molti Vescovi
beneventani ad incontrar Carlo, ed offerendogli per ostaggi Grimoaldo
e Adelghisa suoi figliuoli, gli fece da' medesimi dimandar la pace.
Sono pur troppo graziosi, e perciò da non tralasciarsi i colloqui, che
l'anonimo Salernitano[392] fa passare tra Carlo e questi Vescovi, i
quali rinfacciati dal Re com'essi ardivano comparirgli davanti, dopo
aver unto e posta la Corona sul capo d'Arechi lor Principe, non gli
seppero dar altra risposta, se non che pieni di paura si prostrorono
colla faccia per terra avanti i suoi piedi: il pietoso Re, deposta
ogni collera, umanamente trattògli, facendogli alzare e da poi ch'essi
furono surti, disse loro: _Io veggo i Pastori, ma senza le loro
pecore_: al che i Vescovi prendendo dall'umanità di Carlo pur troppa
fiducia, non ebbero alcun ritegno di rispondere: _Venne il Lupo, e
ha disperso le pecore_; il Re dimandò, qual fosse questo lupo, ed
essi risposero: _tu se' quegli_. Finalmente dopo mille seccaggini lo
pregarono, che contento degli ostaggi desse loro pace e risparmiasse
la salute ad Arechi ed ai suoi Popoli: ma replicandogli Carlo ch'egli
non poteva arrestarsi dal cominciato cammino, avendo giurato di non
voler più vivere, se col suo scettro non fiaccava il petto ad Arechi.
Allora un di loro chiamato Rodoperto Vescovo di Salerno, allegandogli
in contrario l'esempio del giuramento d'Erode, lo consigliava a rompere
il giuramento dato, del che il Re non ben pago chiese loro miglior
consiglio; i Vescovi cercarono di deluderlo; poichè gli promisero di
dargli in mano Arechi, purchè adempiuto il giuramento lo lasciasse
regnare ne' suoi Stati. Mentre Carlo con desiderio era portato da'
Vescovi di qua e di là perchè si adempiesse da loro la promessa,
finalmente lo fecero entrare nella chiesa di S. Stefano, e quivi
mostratagli una ben grande immagine d'Arechi, che era in un angolo
della Chiesa, _ecco Arechi_, dissero, _che tu cerchi_. Allora il Re
tutto pieno d'ira e di rabbia minacciò volergli mandare in esilio
in Francia, se non attendevano ciò ch'avean promesso; ma i Vescovi
tutti atterriti, prostrati di nuovo a terra cominciarono a dimandar
misericordia e cercando con molti passi della Scrittura rattemperare il
suo sdegno, narra l'Anonimo, che tanto efficacemente adoperaronsi, che
in fine giunto il Re rabbioso sopra il ritratto d'Arechi, percotendolo
fortemente collo scettro che teneva in mano, e dandogli più colpi nel
petto e nel capo, ove era dipinta la corona e ridottolo in più pezzi,
dicesse: _Questo avverrà a colui, che sopra di se s'arroga ciò che
non gli è lecito_: e fatto questo, i Vescovi prostrati di nuovo gli
chiesero per Arechi la pace. Carlo in fine, ad intercession di tanti
gliela concedette. Creda chi vuole queste puerilità dell'Anonimo,
egli è però costante appresso Erchemperto che Carlo non passò oltre
di Capua, e quivi contento degli ostaggi fermò la pace con Arechi, e
lasciogli il Ducato beneventano come lo reggeva. I patti furono, che
Arechi s'obbligasse prestargli ogni anno certo tributo: che per ostaggi
restassero in suo potere Grimoaldo e Adelghisa suoi figliuoli; e se gli
consegnasse il suo tesoro: tutti gli furono accordati; e Carlo mandando
un suo Gentiluomo in Salerno, ove Arechi dimorava, a firmargli, furono
tosto eseguiti e consegnati al Re gli ostaggi col tesoro. Fece poi il
Re ritorno in Francia e seco portonne Grimoaldo, ma Adelghisa fu per
molte preghiere restituita in Salerno al suo genitore. E se ciò è vero,
com'è verissimo, che Carlo M., non passasse oltre a Capua, e quindi
ritornato in Francia, non facesse più ritorno in queste nostre parti,
non so dove s'abbia Scipion Mazzella trovato, che Carlo, siccome fece
in Parigi ed in Bologna, avesse in Salerno nell'anno 802 istituito quel
Collegio, quando questa città non passò mai sotto la sua dominazione,
ma fu sempre il sicuro ricovero de' Principi beneventani nelle tante
guerre ch'ebbero da poi con Pipino, lasciato dal padre Re d'Italia.
Ma non così tosto il Re Carlo da Capua fu dilungato ed in Francia
restituito, che Arechi, poco curandosi de' pegni dati, cominciò a
trattar leghe con Costantino figliuolo d'Irene Imperadore d'Oriente, e
fra di loro erano già venuti ad una stretta confederazione contro di
lui; poichè Arechi aveva mandato suoi Ambasciadori in Costantinopoli
cercando ajuto da Costantino, ed insieme l'onore del Patriziato;
e ciò che più importava cercogli ancora il Ducato napoletano con
tutti i luoghi appartenenti al medesimo, e che con valide forze gli
mandasse Adalghiso suo cognato figliuolo del Re Desiderio, che come
si disse erasi ricovrato in Costantinopoli, da poi che suo padre fu
fatto prigione da Carlo; promettendogli egli all'incontro di voler
sottoporsi, ciò che non voleva far con Carlo, al suo imperio, e di
vivere all'usanza de' Greci, così nella tonsura come nelle vesti[393].
In effetto Costantino, abbracciando il partito, mandò subito due suoi
Legati in Napoli perchè lo creassero Patrizio, i quali gli recarono
le vesti intessute d'oro, la spada, il pettine e le forbici, perchè
di quelle Arechi si coprisse e si tosasse, come aveva promesso: nè
altro da lui richiese, se non che gli si dasse per ostaggio Romualdo
altro figliulo d'Arechi. Giunti gli Ambasciadori in Napoli furono da'
Napoletani ricevuti con solenne apparato, _cum Bandis, et Signis_,
dice Adriano[394]; ma furono guasti tutti questi disegni per due
intempestive morti. Morì, mentre queste cose trattavansi, nel mese
di luglio di quest'anno 787 Romualdo promesso all'Imperadore per
ostaggio, la cui morte immatura accelerò quella dell'infelice padre,
e non a bastanza pianto da' Beneventani; il loro Vescovo Davide al
suo tumulo erettogli, scolpì que' versi, che vengono rapportati da
Camillo Pellegrino[395] ne' tumuli de' Principi longobardi. Poco da
poi fu seguita questa morte da quella d'Arechi suo padre, il quale
dopo aver regnato in Benevento trent'anni, nel seguente mese di
Agosto di quest'istesso anno, fu tolto a' Beneventani in tempo, quando
era più a loro necessario, lasciandogli in istato così deplorabile,
che rimanendo senza chi li reggesse, furono, come diremo, da dura
necessità costretti ricorrere alla benignità di Carlo, sottomettendosi
a lui, con condizioni troppo dure e pesanti, purchè rimandasse loro
Grimoaldo, ch'e' teneva in ostaggio. Lo piansero perciò i Beneventani
amaramente, e gli eressero un maestoso tumulo nella loro città,
ove Paolo Varnefrido, che dopo il suo esilio erasi quivi ricovrato,
pianse ancor egli la loro sciagura, e lodò l'eccelse virtù di questo
Principe in molti versi, che pur leggiamo presso Pellegrino. Ci
restano ancora di questo Principe alcune leggi, che veder si possono
ne' suoi _Capitolari_ impressi dal medesimo Autore; fra le quali non
dee passarsi sotto silenzio quella, per cui vietò le Monache di casa
chiamate altramente Bizoche. Aveale nel suo Regno il Re Luitprando
ammesse, anzi in una sua legge[396] commendava l'istituto. Ma Arechi
avendo scoverto che sotto quel velame si contaminavano di mille
laidezze e libidini, sotto gravi pene tolse l'abuso, ed ordinò che
fossero chiuse dentro monasteri. Fu Arechi un Principe assai magnanimo
e generoso, ed in lui di pari gareggiavano la pietà, la giustizia, la
fortezza e tutte le altre virtù. Egli con somma magnificenza ridusse a
fine in Benevento il tempio di S. Sofia da Gisulfo incominciato. Eresse
due superbi palagi, uno in Benevento, l'altro in Salerno, cingendo
questa città d'alte torri, e ben forti mura. Fu amante delle lettere,
e careggiò molto i Letterati di que' tempi avendogli in somma stima
ed onore. Accolse con molti rispettosi segni Paolo Varnefrido, quando
fuggito da Tremiti, ove da Carlo M. era stato esiliato, ricovrossi in
Benevento: lo ricevè benignamente, e l'ebbe tra' più cari e fedeli suoi
amici; onde Paolo in segno della sua gratitudine compose quell'elogio
che fece scolpire nel suo tumulo.